12 ottobre 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Ottobre 12, 2026
- L’Europa tratta di nuovo con i talebani per rimpatriare gli afghani.
- Palestina, prigionieri in casa e democrazia rinviata.
- Arabia Saudita e Yemen, la guerra entra negli aeroporti.
- Gibuti, morire prima ancora di partire.
- Somalia: una madre cammina tre giorni con la figlia malata in braccio.
- In Nepal si torna a scappare dall’acqua.
- Perù, Hitler Mussolini svolta a sinistra.
- Ucraina, la tregua annunciata e la guerra del gasolio.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli
Palestina e Israele
Immaginate di aprire la porta di casa e trovare qualcuno che vi ordina di rientrare. Ogni giorno, per quasi una settimana.
È quello che denuncia la famiglia palestinese Shinaran, sulle colline a sud di Hebron, nella Cisgiordania occupata. Secondo il racconto raccolto da Haaretz, i coloni hanno installato un avamposto davanti all’abitazione: minacce, pietre, veicoli incendiati. Dentro ci sono anche bambini. La polizia smantella l’avamposto, i coloni lo ricostruiscono.
La famiglia denuncia l’inerzia dei soldati. Una fonte militare nega l’assedio e sostiene che gli abitanti possano muoversi liberamente e abbiano ricevuto acqua e aiuti.
Più a nord, a Ras al-Ahmar, quarantasette famiglie hanno ricevuto un ultimatum: lasciare le case entro domenica sera, dopo ventisette giorni di isolamento. Lo denuncia l’associazione palestinese Al-Baydar. Non è ancora chiaro che cosa sia accaduto alla scadenza.
Intanto, secondo un’inchiesta raccontata da Haaretz, due esponenti del partito ultranazionalista del ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir avrebbero aggredito agenti e favorito la fuga di un sospettato di violenze contro palestinesi. Sono il deputato Yitzhak Kroizer e il dirigente Itiel Neiman.
Due poliziotti sono rimasti feriti. Gli interessati negano. Gli investigatori temono interferenze politiche: il ministro da cui dipende la polizia è anche il capo del loro partito.
A Gaza, l’ufficio stampa governativo controllato da Hamas denuncia 5.474 violazioni israeliane della tregua in un anno, con 1.488 palestinesi uccisi. Secondo lo stesso ufficio, è entrato appena il 34 per cento dei camion previsti dall’accordo. Sono dati attribuiti all’amministrazione di Gaza, non verificati qui indipendentemente.
E anche il voto slitta. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha rinviato le legislative dal 28 novembre all’11 settembre 2027, insieme alle presidenziali. Cita la situazione a Gaza e gli ostacoli israeliani; Israele respinge le accuse. Hamas sostiene il rinvio.
Per i palestinesi, resta un’altra attesa: poter scegliere chi li governa, mentre molti non possono nemmeno scegliere quando uscire di casa.
Arabia Saudita e Yemen
A Riyadh si colpisce un aeroporto già chiuso per un attacco. Domenica, un nuovo ordigno ha raggiunto il terminal 4 dello scalo internazionale, provocando un incendio e altri feriti.
Il bombardamento di sabato aveva ucciso tredici persone e ne aveva ferite oltre trecento. Il bilancio è salito dopo la morte di un cittadino indiano.
Gli Houthi, il movimento armato yemenita sostenuto dall’Iran, hanno rivendicato gli attacchi. Minacciano altri aeroporti e impianti energetici sauditi e avvertono compagnie e viaggiatori di evitare lo spazio aereo del regno.
L’aeroporto resta fermo, mentre le scuole della capitale passano alle lezioni online.
Tra le vittime di sabato c’era Buthaina Ahmad Oweida, siriana, vedova, madre di quattro figli. Era fuggita dalla guerra nel suo paese. Stava tornando a casa dopo una visita alla sorella. La guerra l’ha raggiunta in un terminal.
Anche nello Yemen si contano vittime civili. Il ministero della Salute controllato dagli Houthi riferisce di un bambino ucciso e sei feriti in un presunto raid saudita su una casa a Sanaa. Riyadh non ha commentato.
Lo stesso ministero denuncia novantuno morti in cinque settimane di attacchi della coalizione saudita.
Trump valuta se partecipare ai raid contro gli Houthi. Nessuna decisione annunciata, ma il rischio è un ulteriore allargamento della guerra, con nuove minacce anche alle rotte marittime del Mar Rosso.
L’ONU condanna gli attacchi ai civili. Un principio che deve valere ovunque: in un aeroporto saudita come dentro una casa yemenita.
Sudan
Cercavano oro. Dal cielo sono arrivate le bombe. Un attacco aereo ha colpito sabato una miniera artigianale nella zona di confine tra Sudan ed Egitto.
La Rete dei medici sudanesi riferisce almeno tredici morti e ventotto feriti. Ma il collettivo di avvocati per i diritti umani Emergency Lawyers denuncia almeno settantadue vittime e accusa l’aviazione egiziana. Bilanci ancora preliminari; la responsabilità del raid non è confermata in modo indipendente.
Secondo testimonianze raccolte da Sudan Tribune, centinaia di lavoratori sono fuggiti sulle montagne, senza acqua né provviste.
E per chi è rimasto ferito, sopravvivere al bombardamento potrebbe non bastare: i medici segnalano gravi difficoltà nell’accesso alle cure.
Gibuti
Erano diretti in Yemen, un paese in guerra. Ma per loro era una tappa verso un lavoro nei paesi del Golfo.
Al largo di Gibuti, nel Corno d’Africa, una barca con oltre trecento persone si è rovesciata nella notte tra l’8 e il 9 ottobre. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il bilancio aggiornato è di almeno 139 morti, tra cui bambini. Ottantaquattro persone sono ancora disperse.
L’imbarcazione era sovraffollata ed è affondata poco dopo la partenza. Alcune vittime sono state sepolte senza un nome, in fosse comuni.
Pensate a cosa significa: una famiglia aspetta notizie, ma potrebbe non sapere mai dove sia finito suo figlio.
Le ricerche continuano. E continua questa fuga, in cui perfino attraversare una guerra può sembrare una possibilità.
Somalia
Tre giorni di viaggio, con una bambina di tre anni in braccio. Halima Abdullahi Ibrahim ha percorso quasi novanta chilometri per raggiungere un ospedale a Kismayo, nel sud della Somalia. Sua figlia Asho aveva il corpo gonfio. I medici hanno diagnosticato un edema, segno di malnutrizione acuta grave.
La loro storia, raccolta dall’Associated Press, racconta un’emergenza che riguarda quasi due milioni di bambini: secondo le stime delle agenzie umanitarie, avranno bisogno di cure contro la malnutrizione nell’anno che termina a giugno 2027. Per 433 mila è prevista la forma più pericolosa.
Malattie, mancanza d’acqua pulita e possibili inondazioni aggravano la crisi. E mentre aumentano i bisogni, diminuiscono i finanziamenti. Ad agosto, l’UNICEF denunciava già la chiusura di 205 strutture sanitarie e nutrizionali per i tagli agli aiuti.
Halima è riuscita ad arrivare. Ma nessuna madre dovrebbe dover misurare la possibilità di salvare una figlia in giorni di cammino.
Francia
In Francia, Raphaël Glucksmann vince le primarie socialdemocratiche al primo turno, con oltre il 66 per cento dei voti. Eurodeputato e fondatore di Place publique, sarà il candidato sostenuto dai socialisti e dai loro alleati alle presidenziali del 2027.
Una vittoria netta: il segretario socialista Olivier Faure si ferma intorno al 14 per cento. Hanno votato oltre centoventimila persone.
Attenzione, però: queste primarie non riuniscono tutta la sinistra. Il movimento di Jean-Luc Mélenchon non ha partecipato, e Glucksmann esclude un’alleanza con lui.
Si propone di rompere con il macronismo e battere l’estrema destra. Ora arriva la parte difficile: vincere una primaria significa convincere il proprio campo. Per conquistare l’Eliseo bisogna parlare anche a chi sta fuori.
Polonia
In Polonia, un uomo è stato arrestato perché sospettato di preparare un attacco contro il primo ministro Donald Tusk. Le minacce riguardavano anche il ministro della Difesa, Władysław Kosiniak-Kamysz.
L’allarme ha fatto scattare una riunione d’emergenza tra polizia, intelligence e servizi di protezione del governo. Secondo il portavoce dei servizi, c’era un’elevata probabilità che le minacce potessero tradursi in azioni concrete.
Tusk ha confermato l’arresto e ringraziato gli agenti. Ma restano sconosciuti l’identità del sospettato, il movente e i dettagli del presunto piano.
Un allarme serio, dunque. Attribuire responsabilità ulteriori, però, sarebbe prematuro: al momento le autorità non hanno reso pubblici elementi che indichino chi altro possa essere coinvolto.
Ucraina, Russia e USA
Trump annuncia una tregua energetica immediata tra Russia e Ucraina. Entrambe hanno accettato, scrive. Zelensky risponde: per me è una novità.
Kyiv si dice pronta a fermare gli attacchi alle raffinerie russe, purché Mosca smetta di colpire le infrastrutture energetiche ucraine. Ma mancano dettagli, garanzie e una conferma russa. Per ora, dunque, abbiamo un annuncio. Per parlare di tregua servono anche i fatti.
Intanto Washington difende l’accordo con Putin sulle forniture di diesel russo, pensato per abbassare i prezzi prima delle elezioni americane di novembre.
Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, assicura che utilizzerà tutti i poteri legali disponibili e respinge le obiezioni di chi considera l’intesa incompatibile con la legge sulle sanzioni.
Poi attacca l’Europa, definendola ipocrita: sostiene che abbia versato alla Russia più denaro di quanto ne abbia destinato all’Ucraina, continuando a finanziare Putin attraverso gli acquisti energetici.
La responsabile della diplomazia europea, Kaja Kallas, ribatte che allentare le sanzioni significa alimentare la guerra. Ricorda oltre ottanta civili ucraini uccisi in due giorni. Per oggi, 12 ottobre, sono previste nuove sanzioni europee.
E le critiche arrivano anche dai repubblicani: il senatore Thom Tillis mette in dubbio la legalità dell’accordo.
Trump, intanto, suggerisce agli ucraini di cambiare presidente. Zelensky risponde: decidono gli ucraini. A Washington si cerca una tregua sui prezzi. In Ucraina, sulle bombe. Non è proprio la stessa urgenza.
Stati Uniti
A New York, oggi, alla parata del Columbus Day mancherà il sindaco Zohran Mamdani. Una scelta che fa discutere: alcuni rappresentanti italoamericani la considerano un’offesa alla comunità.
Mamdani ha più volte contestato la celebrazione di Cristoforo Colombo per le violenze contro i popoli indigeni. Ma nel suo messaggio dedicato agli italoamericani ha ricordato gli immigrati che costruirono ponti e metropolitane, affrontando sfruttamento e discriminazioni.
E ha scelto un altro simbolo: Vito Marcantonio, deputato di origine italiana che si batté per i lavoratori e i diritti civili.
La discussione, dunque, va oltre una sfilata: celebrare gli italiani significa necessariamente celebrare Colombo? La nostra storia, per fortuna, offre anche altri nomi.
Gli spot celebravano Donald Trump. A pagarli erano i contribuenti, anche quelli che non lo voterebbero mai.
Ora la giudice federale Jennifer Rochon ha bloccato temporaneamente quelle pubblicità. Il ricorso dell’organizzazione civica Common Cause e di altri denunciava propaganda per favorire i repubblicani alle elezioni del 3 novembre, mascherata da comunicazione istituzionale.
L’amministrazione aveva già annunciato lo stop ai finanziamenti pubblici. Trump difende gli spot come promozione degli Stati Uniti; per quelli futuri pagherà il comitato politico che lo sostiene.
Ma la Casa Bianca esclude il rimborso dei soldi già spesi. Insomma: cambia chi paga le prossime pubblicità. Il conto delle precedenti resta ai cittadini.
Messico
L’uragano Simon costeggia il Messico sul Pacifico e minaccia Puerto Vallarta. Secondo il Centro nazionale uragani statunitense, resta di categoria tre, con venti fino a 205 chilometri orari.
L’occhio potrebbe rimanere al largo. Ma questo non mette al sicuro la costa: piogge torrenziali, mareggiate e frane possono colpire anche senza un impatto diretto.
Nel Jalisco sono scattate evacuazioni e sospensioni delle lezioni in ventidue comuni. La presidente Claudia Sheinbaum invita a restare al riparo e a evitare gli spostamenti.
Dietro gli alberghi di Puerto Vallarta ci sono quartieri con abitazioni fragili. Perché davanti allo stesso uragano, avere un posto sicuro dove aspettare può fare tutta la differenza.
Perù
Hitler Mussolini ha vinto le elezioni. Con il centrosinistra. Aspettate prima di cambiare stazione: siamo in Perù, e il nome è proprio quello.
Hitler Mussolini Simeón Flores, imprenditore di 45 anni, ha conquistato il municipio di Queropalca, sulle Ande: 229 voti, appena venticinque più del rivale. Correva per Ahora Nación, partito di centrosinistra. Il nome, evidentemente, non vale come programma elettorale.
E c’è un precedente. Nel 2018, un altro peruviano, Hitler Alba, si candidò a sindaco. Un cittadino cercò di farlo escludere. Si chiamava Lenin. Giuro, non sto improvvisando.
Alba si presentava come «l’Hitler buono»: diciamo che il suo addetto stampa aveva un compito impegnativo.
Ora Flores ha l’attenzione del mondo. Per mantenerla, magari provi con qualcosa di meno controverso: far funzionare il Comune.
Afghanistan
L’Europa non riconosce il governo talebano. Ma quando si tratta di rimandare gli afghani in Afghanistan, apre il tavolo delle trattative.
Anche la Francia ha avviato colloqui con i rappresentanti del regime. Parigi parla di cittadini senza diritto di soggiorno considerati una minaccia all’ordine pubblico. Precisa che il dialogo è tecnico e non equivale a un riconoscimento diplomatico.
A giugno, la Commissione europea e quindici paesi membri avevano già incontrato una delegazione talebana a Bruxelles. Germania e Austria hanno ripreso le espulsioni.
Le organizzazioni per i diritti umani contestano questa cooperazione: temono per la sicurezza delle persone rimpatriate e denunciano il rischio di legittimare il regime.
La distinzione tra contatti tecnici e riconoscimento esiste. Ma esiste anche una contraddizione politica: l’Europa condanna chi cancella i diritti delle donne e, contemporaneamente, ne cerca la collaborazione sui migranti.
Chiamarlo dialogo tecnico non elimina la domanda: quali garanzie concrete attendono chi viene rimandato indietro?
Pakistan
In Pakistan, la lotta al terrorismo diventa anche uno scontro sul potere. Il presidente Asif Ali Zardari ha sospeso il governo della provincia nordoccidentale del Khyber Pakhtunkhwa, guidato dal partito dell’ex premier Imran Khan, in carcere dal 2023.
Il governo centrale accusa l’amministrazione locale di aver trascurato il contrasto ai gruppi armati. I poteri passano al governatore.
Ma la decisione arriva mentre l’opposizione prepara una marcia sulla capitale Islamabad per chiedere la liberazione di Khan. Diversi sostenitori sono stati fermati.
Il portavoce dell’ex premier parla di «colpo di Stato mascherato».
La motivazione dichiarata è la sicurezza. L’effetto politico è concreto: un governo dell’opposizione viene messo fuori gioco proprio mentre organizza la protesta.
India
Li chiamano gli “scarafaggi”: sono i giovani di un movimento indiano nato dalla satira online e arrivato a sfidare il governo di Narendra Modi.
Il fondatore Abhijeet Dipke e altri due dirigenti sono stati liberati domenica, dopo essere stati fermati appena atterrati a Delhi. Ma la polizia ha fermato altre centinaia di manifestanti, dopo i 2.400 di sabato. Tra le persone fermate anche giornalisti.
Al centro della protesta, oltre 130 milioni di nomi rimossi dalle liste elettorali. Le opposizioni denunciano esclusioni che colpirebbero soprattutto musulmani e altre minoranze, favorendo Modi. La Commissione elettorale nega: parla di persone decedute, trasferite, irreperibili o registrazioni duplicate.
I manifestanti chiedono le dimissioni del suo presidente, Gyanesh Kumar. L’ONU richiama al rispetto del diritto di manifestare; Delhi risponde accusandola d’ingerenza.
Intanto il movimento promette nuove proteste. Perché come si difende la democrazia, se chi contesta le regole del voto viene portato via dalla polizia?
Bangladesh
In Bangladesh, quasi duemiladuecento ricoveri per dengue in ventiquattr’ore. Una malattia trasmessa dalle zanzare che, secondo le autorità sanitarie, dall’inizio dell’anno ha provocato 303 morti e quasi centomila ricoveri.
E il paese affronta anche l’epidemia di morbillo. Da metà marzo, i decessi segnalati tra casi sospetti e confermati sono 1.162. Attenzione alla distinzione: quelli confermati come morbillo sono 104; gli altri riguardano persone con sintomi compatibili.
Le campagne di vaccinazione cercano di fermare il contagio. Ma i nuovi ricoveri continuano, e con loro l’attesa delle famiglie.
Sono due emergenze diverse, che chiedono la stessa cosa: prevenzione e cure accessibili, prima che un’infezione diventi una condanna.
Nepal
In Nepal si torna a scappare dall’acqua. Nel distretto di Gorkha, una frana ha bloccato un corso d’acqua: quando quella diga naturale ha ceduto, fango e detriti si sono riversati a valle.
Secondo l’ultimo aggiornamento riportato dall’agenzia France-Presse, cinque persone risultano disperse. Ottantadue sono state soccorse, tra cui nove cittadini stranieri.
Circa quarantacinque case sono state spazzate via. Danneggiati anche quattro ponti e tre impianti idroelettrici in costruzione.
Le autorità hanno chiesto agli abitanti lungo il fiume di raggiungere luoghi sicuri. Quattro elicotteri assistono i soccorsi. E quando l’acqua scenderà, per molte famiglie resterà la domanda più difficile: dove torniamo, se casa non c’è più?
Corea del Nord
La Corea del Nord ha lanciato questa mattina diversi missili balistici verso il Mar del Giappone. Secondo l’esercito sudcoreano, almeno uno ha percorso oltre novecento chilometri. Tokyo riferisce che due missili sono caduti fuori dalla propria zona economica esclusiva.
I lanci arrivano dopo un test sudcoreano di un’arma ipersonica. Seul interpreta la mossa come una dimostrazione di forza e denuncia la violazione delle risoluzioni ONU.
Il messaggio passa ancora una volta attraverso le armi. E nella penisola coreana aumenta la tensione, senza che riparta il dialogo.
La copertina è un’immagine generata con l’IA