15 ottobre 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Ottobre 15, 2026
- Afghanistan, i talebani spengono la BBC in FM.
- Iran, condannata a morte per un post.
- Gaza e Cisgiordania, morire sotto le bombe e durante il raccolto.
- Yemen e Arabia Saudita, missili in cielo e ospedali al limite.
- Etiopia ed Eritrea, la guerra si avvicina al confine.
- India, cinque giorni in carcere per due leader della protesta.
- Trump, il domatore artificiale e il dolore vero.
- Guatemala: creduta morta, si risveglia nella bara.
- Trinidad, un anno senza ritorno e senza giustizia.
- Mauritius, seconda notte di coprifuoco.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli
Israele e Palestina
Mercoledì a Gaza una donna è stata uccisa in un attacco israeliano contro un appartamento nel quartiere Rimal. Lo riferisce l’agenzia palestinese WAFA. Un’abitazione, ancora una volta, diventa il luogo dove si muore.
Nel bollettino diffuso mercoledì, il bilancio delle ventiquattro ore precedenti è di tre morti, uno dei quali per ferite riportate in precedenza, e diciassette feriti. Il totale registrato dall’ottobre 2023 sale a 74.392 morti. Dal primo giorno completo della tregua, l’11 ottobre 2025, i morti sono almeno 1.501. Una tregua dovrebbe interrompere questo conto. Qui continua ad allungarlo.
E non si muore soltanto sotto le bombe. Mercoledì Mohammed Abu Afash, direttore dell’organizzazione Medical Relief a Gaza, ha denunciato oltre duemila pazienti morti aspettando cure o un’evacuazione sanitaria. Altri ventunomila, secondo il suo resoconto, hanno bisogno di essere trasferiti fuori dalla Striscia.
In Cisgiordania occupata, intanto, raccogliere olive significa esporsi alla violenza. A Kafr Malik, vicino a Ramallah, le forze israeliane hanno sradicato centinaia di alberi produttivi.
A Beita, vicino a Nablus, la Mezzaluna Rossa palestinese riferisce di un diciassettenne ferito dopo essere stato picchiato da coloni durante il raccolto. A Mikhmas, a nord-est di Gerusalemme, secondo le autorità palestinesi, coloni hanno incendiato una moschea, un’auto e un ulivo.
Sempre mercoledì, in Israele, Ronen Bar, ex capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, ha fatto causa a Netanyahu per diffamazione. Contesta l’accusa di aver nascosto informazioni prima del 7 ottobre.
Bar riconosce il fallimento dell’intelligence, ma sostiene di aver trasmesso gli allarmi attraverso i canali ufficiali. Netanyahu replica che avrebbe potuto telefonargli direttamente.
Il tribunale non si è ancora pronunciato. E gli avvertimenti generali sul rischio di guerra non equivalgono alla conoscenza del piano dell’attacco. Accertare le responsabilità richiede documenti e indagini. Il rimpallo delle colpe non basta.
Libano
Mercoledì, secondo l’agenzia nazionale libanese, nuovi raid israeliani hanno colpito il sud, nelle zone di Bint Jbeil e Nabatieh. Segnalati anche bombardamenti d’artiglieria.
L’Ufficio ONU per i diritti umani denuncia distruzioni di case, scuole, strutture sanitarie e reti idriche nelle aree ancora occupate da Israele. Interi paesi quasi cancellati, migliaia di sfollati senza una casa dove tornare. Alcune di queste violazioni, avverte, potrebbero costituire crimini di guerra.
Secondo il ministero della Salute libanese, dal 2 marzo all’11 ottobre sono state uccise 4.387 persone. Per chi vive lì, la tregua deve ancora arrivare.
Yemen e Arabia Saudita
Mercoledì gli Houthi, il movimento yemenita chiamato anche Ansarallah, hanno rivendicato attacchi con missili e droni contro impianti Aramco e l’aeroporto di Riyadh. Hanno minacciato altre incursioni, sostenendo di rispondere ai bombardamenti sauditi in Yemen. I danni rivendicati non sono tutti verificati.
La coalizione guidata dai sauditi ha annunciato l’intercettazione di un missile diretto sulla capitale, dove è scattato l’allarme aereo. Intanto, Reuters riferisce danni ai piani superiori della sede Aramco, colpita martedì: il ministero dell’Energia parla di un incendio limitato, senza vittime.
Ma mercoledì arriva anche l’allarme umanitario: in Yemen alcuni ospedali hanno ricevuto oltre settecento feriti in una settimana, denuncia il Comitato internazionale della Croce Rossa. Combattimenti e strade chiuse impediscono agli aiuti di raggiungere circa ottocentomila persone.
Mancano medicinali, ossigeno, anestetici. I missili arrivano. Le cure, sempre meno.
Iran
Mercoledì, al largo dell’Iran meridionale, tre pescatori sono rimasti gravemente feriti. Secondo le autorità locali, citate dall’agenzia Mehr, la loro barca è stata colpita da un “drone nemico”. Chi abbia lanciato l’attacco non è confermato.
Intanto, i Guardiani della rivoluzione annunciano l’affondamento di una portacontainer dopo l’urto con una mina vicino allo Stretto di Hormuz. Ma attenzione: è la versione iraniana. Reuters riferisce invece che la GFS Pride è affondata dopo essere stata colpita da un proiettile. Tutti i ventuno membri dell’equipaggio sono stati evacuati. Non è chiarito se i due resoconti riguardino la stessa nave.
Sempre mercoledì, Teheran ha giustiziato Ali-Sina Mostafavi. Secondo la magistratura, era stato condannato per attacchi armati a Kerman. L’organizzazione Iran Human Rights lo identifica come prigioniero politico.
Sul mare si moltiplicano gli attacchi. A terra, lo Stato continua a mettere a morte.
Najmeh Amini ha 23 anni, studia contabilità ed è detenuta a Mashhad, in Iran. Secondo l’organizzazione Iran Human Rights, è stata condannata a morte per un post sui social giudicato offensivo verso il profeta Maometto. La sentenza non è definitiva: resta soggetta a ricorso.
Arrestata durante le proteste di gennaio, in un altro processo ha ricevuto oltre dodici anni di carcere per accuse legate alla sicurezza nazionale e alla propaganda contro il regime.
In un audio attribuito a lei, diffuso dal carcere, chiede aiuto internazionale: «Non voglio fare l’eroina. Voglio solo una cosa: che la mia voce sia ascoltata». theguardian.com
Ventitré anni, una famiglia che l’aspetta. Nessuna parola pubblicata online dovrebbe costare una vita.
Kenya
Il Kenya conferma un secondo caso di Ebola. È un uomo di 39 anni, familiare del primo paziente, morto dopo essere rientrato dalla Repubblica Democratica del Congo.
Come riporta Reuters, era già in quarantena: alla comparsa dei sintomi è stato subito isolato e ora riceve cure.
Il ministero della Salute precisa che non ci sono prove di diffusione nella comunità. Ma restano quindici contatti del primo paziente da rintracciare. È questo il lavoro decisivo: trovare le persone esposte, prima che il virus trovi altre strade
Etiopia ed Eritrea
Le truppe etiopi hanno raggiunto Zalambessa, nel Tigray, al confine con l’Eritrea: lo riferisce Reuters, citando sei fonti. La cittadina era controllata dai ribelli tigrini. E l’osservatorio indipendente ACLED segnala anche carri armati e armi pesanti in movimento verso la frontiera.
Il rischio è che il conflitto interno diventi una guerra tra Stati. Addis Abeba accusa l’Eritrea di aver invaso il suo territorio e sostenuto i ribelli. Asmara nega e denuncia una dichiarazione di guerra etiope. Entrambi i governi si sono rivolti al Consiglio di sicurezza dell’ONU.
Erano alleati nella guerra del Tigray del 2020–2022. Ora si accusano a vicenda. Per i civili, già stremati, cambia il fronte. La paura resta.
Albania
A Tirana, in Albania, la protesta degli studenti è degenerata in ore di scontri. Chiedono università e alloggi migliori, sostegno economico e prospettive di lavoro.
Secondo Reuters, sono stati incendiati il ministero dell’Istruzione e due banche. Danneggiati anche negozi; la polizia ha risposto con lacrimogeni e idranti.
Si segnalano decine di feriti e fermati. L’Unione europea chiede di fermare l’escalation e indagare sulle accuse di forza eccessiva contro manifestanti e giornalisti.
Il presidente Bajram Begaj invita al dialogo e ricorda che anche la polizia deve rispettare la legge. Perché il diritto di protestare non autorizza a incendiare una città. E gli incendi non autorizzano lo Stato a colpire senza limiti.
Francia
In Francia i licei restano bloccati in diverse città. I sindacati studenteschi chiamano a una nuova mobilitazione sabato 17 ottobre, insieme agli altri movimenti di protesta.
Come riporta Euronews, i blocchi sono in maggioranza pacifici, ma ci sono stati anche episodi di violenza. Dall’inizio della contestazione, oltre 6.800 persone sono state poste in custodia di polizia: l’86 per cento è minorenne. L’IGPN, l’organismo che indaga sull’operato degli agenti, ha aperto 36 inchieste.
Il governo annuncia tremila insegnanti supplenti. Per gli studenti non basta. Macron riconosce preoccupazioni legittime, ma denuncia strumentalizzazioni politiche.
Riconoscere il disagio è un primo passo. Rispondere, però, richiede qualcosa di più di un avvertimento.
Germania
A Bochum, in Germania, tre giovani sono morti nell’incendio di una palazzina: due donne di 25 e 27 anni e un uomo di 26, tutti cittadini indiani. Altre cinque persone sono rimaste ferite.
Il fuoco è scoppiato martedì, prima dell’alba. Le fiamme hanno invaso le scale, ostacolando i soccorsi: alcuni residenti sono stati salvati dalle finestre, ma per i tre giovani non c’è stato nulla da fare.
Un residente di 41 anni, sospettato di omicidio, è ora in custodia cautelare, secondo polizia e procura. Gli investigatori escludono un guasto tecnico. Resta da chiarire se l’incendio sia stato provocato volontariamente o accidentalmente. Tre vite spezzate, e una responsabilità ancora da accertare.
Ucraina e Russia
Mercoledì gli attacchi russi hanno ucciso tre persone a Kyiv. Secondo il presidente ucraino Zelensky, trenta impianti energetici sono stati danneggiati e almeno seicentomila persone sono rimaste senza elettricità. L’inverno si avvicina, e Mosca colpisce ciò che permette di affrontarlo.
In serata, l’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov ha annunciato un recupero della connessione Starlink sui terminali in movimento fino a 160 chilometri orari. Resta però da eliminare il limite che ostacola l’impiego dei droni militari.
Nel Mar Nero, intanto, segnalato un incendio su una nave nelle acque territoriali romene, vicino a Sulina. Equipaggio al sicuro. I media parlano di un drone, ma la Guardia costiera non conferma la causa: non possiamo ancora attribuire l’attacco.
E al Senato Giorgia Meloni ha definito molto rischiosa l’intesa di Trump sul gasolio russo: potrebbe legittimare Mosca, finanziare la guerra e indebolire le sanzioni. Contenere i prezzi, alimentando le entrate di chi bombarda: una contraddizione che pesa sulle case ucraine rimaste al buio.
Stati Uniti
A Donald Trump mancava giusto il numero con la tigre. Ora abbiamo anche quello.
Il presidente americano ha condiviso su Truth Social le immagini dell’attacco a William Chapman, il ragazzo di 23 anni morto sabato dopo essere entrato nel recinto di una tigre allo Yorkshire Wildlife Park, in Inghilterra. Commento presidenziale: «Non scherzate mai con la natura».
Poi, come racconta ITV, arriva il video generato con l’intelligenza artificiale: Trump lotta con una tigre, la conquista, l’abbraccia. Sotto, “The Lion Sleeps Tonight”. Evidentemente, anche una tragedia aveva bisogno di lui come protagonista.
La famiglia aveva chiesto di smettere di diffondere quelle immagini: stanno aggravando il suo dolore.
La tigre digitale si lascia addomesticare. Il rispetto per chi piange, invece, richiederebbe qualcosa che nessun software può aggiungere.
Intanto, l’ICE, l’agenzia per il controllo dell’immigrazione, cerca un sistema d’intelligenza artificiale per analizzare telefonate, video e movimenti nei centri di detenzione. Riconoscimento vocale, profili individuali e monitoraggio continuo. È una richiesta di informazioni ai fornitori, non un sistema già operativo. Ma la direzione è chiara: trasformare conversazioni e relazioni in dati investigativi.
Intanto Trump, martedì in Alaska, ha firmato sul palco la grazia per Zachary Czubak e Patrick Fleming, due meccanici che avevano ammesso violazioni delle norme antinquinamento. Uno dei graziati ha poi invitato il pubblico a rieleggere i rappresentanti repubblicani dello Stato. La clemenza presidenziale, con comizio incorporato. Alaska News
E secondo CBS, almeno 52 dei cento principali candidati alla cena della criptovaluta di Trump hanno usato piattaforme vietate ai clienti statunitensi: indizio di provenienza estera.
Per qualcuno, il potere è una telecamera sempre accesa. Per altri, una firma sul palco o un posto a tavola.
Trinidad n Tobago
Avevano chiamato casa: stavano tornando. Poi, più niente.
Chad Joseph e Rishi Samaroo, cittadini di Trinidad e Tobago, secondo le loro famiglie sono stati uccisi nel bombardamento americano di una barca il 14 ottobre 2025. Un anno dopo, i parenti chiedono ancora risposte.
Come racconta Al Jazeera, sostengono che lavorassero nella pesca e nell’agricoltura in Venezuela. Hanno fatto causa agli Stati Uniti a Boston, assistiti da organizzazioni per i diritti civili.
Washington presenta gli attacchi come una campagna contro i “narcoterroristi”, ma ha reso pubbliche poche prove sul presunto traffico di droga. Il bilancio riportato da Al Jazeera è di almeno 239 morti dal settembre 2025.
Un’etichetta non è una prova. E un missile non è un processo. Quelle famiglie chiedono che qualcuno risponda delle vite portate via.
Colombia
In Colombia, mercoledì, bandiere palestinesi nelle piazze contro la guerra a Gaza e la svolta diplomatica del presidente Abelardo de la Espriella. Le proteste facevano parte della mobilitazione nazionale contro il governo e il suo avvicinamento a Israele e agli Stati Uniti.
Nelle stesse ore, Bogotá inaugurava l’ambasciata a Gerusalemme, dopo aver ristabilito le relazioni interrotte da Gustavo Petro nel 2024 per la guerra a Gaza.
Il ministro degli Esteri Omar Bula definisce Israele un partner strategico. Ma scegliere Gerusalemme significa prendere posizione su una città dal futuro conteso: i palestinesi rivendicano Gerusalemme Est come capitale del loro Stato. La maggior parte dei paesi mantiene le ambasciate a Tel Aviv.
Non è soltanto un cambio d’indirizzo. È una scelta politica. E nelle strade colombiane viene contestata.
Guatemala
In Guatemala una quindicenne ha interrotto la propria veglia funebre nel modo più efficace: riprendendo conoscenza nella bara.
È successo sabato a Sacapulas. Come racconta El Heraldo, Yuleidy Ixcotoyac aveva perso conoscenza dopo un forte dolore al petto. Il padre, convinto di non sentirle il polso né il respiro, aveva rinunciato a raggiungere l’ospedale e comprato una bara.
Durante la veglia, la ragazza ha cominciato a muoversi. I presenti l’hanno aiutata a uscire.
Il padre parla di miracolo. Ma nessun medico ne aveva certificato la morte e la causa del malore resta sconosciuta. Prima di annunciare una resurrezione, insomma, mancava un passaggio fondamentale: una visita medica.
Ecuador
In Ecuador il presidente Daniel Noboa annuncia un nuovo coprifuoco nelle province costiere, dal primo al dieci novembre, per accompagnare operazioni speciali contro la criminalità organizzata.
Come riferisce EFE, sarebbe il quarto dell’anno. Noboa sostiene che quello di settembre abbia ridotto i reati del quaranta per cento: è il bilancio dichiarato dal presidente, non una verifica indipendente dell’efficacia della misura.
Restano da conoscere province, orari ed eccezioni: nelle fonti consultate il decreto non risulta ancora pubblicato. Le restrizioni coinciderebbero con le festività di inizio novembre.
Il governo promette di indebolire le bande. Per i cittadini, la domanda è concreta: quando potranno sentirsi sicuri anche senza dover restare chiusi in casa?
Brasile
In Brasile il Senato ha approvato mercoledì la riduzione della settimana lavorativa da 44 a 40 ore, senza tagli allo stipendio e con due giorni di riposo retribuito. Settantacinque voti favorevoli, uno contrario, in entrambe le votazioni.
Come precisa il Senato brasiliano, la transizione avverrà in due passaggi: 42 ore dopo due mesi dalla promulgazione, 40 dopo quattordici mesi. Il testo passa ora alla promulgazione del Congresso: non serve la firma di Lula.
È una vittoria politica per il presidente, che sostiene la riforma. Ma per chi lavora significa soprattutto tempo: per riposare, stare con i figli, occuparsi di sé. Perché guadagnarsi da vivere dovrebbe lasciare anche la possibilità di vivere.
Afghanistan
In Afghanistan i talebani hanno spento le frequenze FM della BBC in tutto il paese. La sospensione riguarda le trasmissioni in dari, pashtu e inglese. Il ministero dell’Informazione accusa l’emittente di “ripetute violazioni”. Quali? Non lo dice. E non indica quando i programmi potranno riprendere.
La BBC conferma lo stop e dice di essere al lavoro per risolvere la situazione. Restano disponibili le onde corte e medie, il satellite e i servizi online. È una distinzione importante: la BBC non scompare dall’Afghanistan, ma perde uno dei canali con cui raggiunge milioni di persone.
Il Comitato per la protezione dei giornalisti chiede di ripristinare immediatamente le trasmissioni e fermare la repressione dell’informazione indipendente. Già nel 2022 i talebani avevano vietato la diffusione locale di Voice of America e Radio Free Europe/Radio Liberty. Ora viene colpita un’altra voce internazionale.
Perché una radio non è soltanto un apparecchio acceso. È qualcuno che racconta cosa succede oltre la tua strada. Che fa domande a chi comanda. Che ti permette di confrontare la versione ufficiale con un’altra.
Spegnere una frequenza non cancella quello che accade. Riduce le possibilità di saperlo. E lascia chi ascolta un po’ più solo, chi governa un po’ meno disturbato.
India
In India, cinque giorni di custodia in carcere per Ashutosh Ranka e Saurav Das, due leader del Cockroach Janta Party, il movimento giovanile degli “scarafaggi”.
Secondo Reuters, avevano scavalcato le transenne del Jantar Mantar, storico luogo di protesta a Delhi, appena vietato alle manifestazioni. La polizia contesta anche la violazione degli impegni presi dopo un precedente fermo.
Chiedevano le dimissioni di Gyanesh Kumar, capo della Commissione elettorale, per la revisione delle liste degli elettori: secondo i contestatori favorisce il partito del premier Narendra Modi. La Commissione nega.
Si chiude uno spazio di protesta, si arresta chi ci torna. Difficile chiamarlo un invito al dialogo.
Mauritius
A Mauritius, nell’Oceano Indiano, seconda notte di coprifuoco in diverse zone, dopo giorni di proteste e scontri. Come riporta Anadolu, le scuole resteranno chiuse fino alla fine della settimana, salvo gli esami internazionali.
La mobilitazione è partita dalla scarsità d’acqua e dal caro vita. Poi un agente ha sparato e ferito una donna, facendo esplodere la rabbia. Il poliziotto è stato arrestato; altri tre sono stati sospesi per non averla soccorsa.
Il premier Navin Ramgoolam condanna le violenze e promette conseguenze pesanti. Ma dietro le spiagge da catalogo ci sono persone che chiedono acqua, condizioni di vita sostenibili e risposte. Il coprifuoco può svuotare le strade. Non risolve quello che le ha riempite.
Bangladesh
La polizia lo aveva salvato dalla folla. Ma nemmeno un letto d’ospedale è bastato a proteggerlo.
In Bangladesh, a Debhata, nel sud-ovest del paese, Wahiduzzaman Shamim è morto dopo due pestaggi. Era accusato di aver offeso il profeta Maometto in registrazioni diffuse sui social.
Secondo Prothom Alo, dopo la prima aggressione gli agenti lo avevano portato in ospedale. La sera, una folla ha forzato una porta e lo ha picchiato ancora, nonostante l’opposizione di poliziotti e medici. È morto durante il trasferimento.
Il responsabile della polizia locale dice che procederà se arriverà una denuncia. Un uomo è morto, aggredito persino sotto protezione. Che altro serve perché lo Stato intervenga?
Giappone
Il Giappone valuterà seriamente se dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare. Lo ha dichiarato mercoledì in Parlamento la premier Sanae Takaichi, che considera urgente rafforzare la sorveglianza nel Pacifico davanti alla crescente attività militare dei paesi vicini.
Attenzione: parliamo del sistema che alimenta i sommergibili, non di armi atomiche.
Resta però un ostacolo: la legge giapponese limita il nucleare agli usi pacifici e i governi precedenti avevano escluso questa applicazione militare.
Nessun acquisto è stato deciso. L’opzione potrebbe entrare nei documenti strategici attesi entro l’anno. Per Tokyo, dunque, si apre una discussione che riguarda tecnologia, sicurezza e i limiti del proprio riarmo.