Stringimi forte

Scritto da in data Luglio 4, 2018

La nanotecnologia applicata ai tessuti per regolare alla perfezione la pressione esercitata sul corpo quando si indossano alcuni indumenti o si utilizzano bendaggi. Dagli Stati Uniti un’idea basata tutta sui colori. Raffaella Quadri per Radio Bullets. Musica di Walter Sguazzin.

Photo credits: Mit

Che l’uso sia per motivi di salute o per agevolare durante lo sport il flusso sanguigno negli arti, regolare la giusta pressione dei bendaggio a compressione graduale non è affatto facile ed ecco che per evitare problemi e agevolare il lavoro di massaggiatori, infermieri ma anche dei semplici utilizzatori, arriva in soccorso un’idea sviluppata negli Stati Uniti, al Massachusetts institute of technologyMit.

Tutto nasce dalla considerazione che non esista un modo semplice e chiaro per valutare se una benda stia esercitando una pressione ottimale in base al motivo per cui è stata applicata ed è per questo che gli ingegneri del politecnico americano hanno pensato di creare una metodologia oggettiva che aiuti a valutare, con assoluta certezza, la compressione da esercitare.

Ciò è stato possibile con il ricorso a fibre fotoniche, sensibili, ovviamente, alla pressione che vi si esercita quando le si pone in tensione. Queste fibre vengono intrecciate nel tessuto della benda e – come spiegano i ricercatori americani guidati da Mathias Kolle, assistente professore di ingegneria meccanica dell’Istituto di tecnologia – il loro colore non deriva da una pigmentazione intrinseca delle fibre stesse, bensì da come Kolle e compagni hanno progettato e appositamente configurato la loro struttura.

Hanno utilizzato, infatti, strati ultrasottili di materiali in gomma trasparente dello spessore di poche centinaia di nanometri, che sono poi stati arrotolati per creare una struttura più grande ma, comunque, sempre di dimensioni minuscole – hanno calcolato che ogni singola fibra è circa dieci volte il diametro di un capello umano.

Ed è proprio questa loro configurazione arrotolata a essere la chiave del sistema: la luce, infatti, si riflette su ogni faccia che si viene a creare tra i singoli strati e, di conseguenza, in base alla geometria di tali strati e alla loro composizione, la diversa riflessione della luce che se ne ottiene produce un colore diverso dello spettro visibile. Hanno sfruttato, in pratica, il fenomeno dell’interferenza ottica.

Ovviamente, i colori così prodotti persistono fintanto che la struttura viene mantenuta. Una volta stabilito il grado di deformazione della fibra – e quindi la pressione dovuta al suo allungamento – e il corrisponde colore che se ne ottiene, i ricercatori hanno creato una tabella dei colori, nella quale ogni colore della fibra corrispondere a una precisa pressione generata sulla benda.

Allungando la benda e confrontando il colore che si ottiene con i dati della tabella si può capire facilmente quale pressione si stia esercitando e regolarla con la massima precisione.

Le fibre fotoniche, quindi, possono essere inserite nella trama e ordito di bende o di tessuti, per esempio nell’abbigliamento sportivo, ma il loro potenziale impiego, sottolinea Kolle, riguarda ogni applicazione che possa trarre vantaggio da un controllo visivo e immediato della pressione.

Unico neo del progetto, al momento, è la fase di produzione. Come spiega Kolle a costare non sono tanto i materiali di cui le fibre sono composte, quanto la complessa lavorazione che necessitano. Il prossimo passo, quindi, sarà arrivare a un metodo produttivo più rapido ed economico, in grado di realizzare non più pochi centimetri di fibra, come attualmente avviene, ma addirittura chilometri. In sostanza l’indispensabile passaggio dal laboratorio alla fabbrica.


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