12 dicembre 2025 -Notiziario Africa

Scritto da in data Dicembre 12, 2025

  • Nella Repubblica democratica del Congo, i ribelli dell’M23 avanzano nel Sud Kivu.
  • In RDC la peggiore epidemia di colera degli ultimi 25 anni.
  • La Costa d’Avorio chiede a Washington il dispiegamento di aerei spia.
  • Crescono le violenze digitali sulle giornaliste africane.

Questo e molto altro nel Notiziario Africa, a cura di Elena L. Pasquini

“Penso che la guerra abbia già fallito, perché uccide tutto. Uccide anche le rivendicazioni – perché i movimenti che avevano richieste giuste usano mezzi sbagliati, le armi, la violenza. E la guerra uccide tutti i protagonisti e gli attori, a tutti i livelli. Ecco perché non ne usciremo mai, finché non sarà chiaro che la violenza non può risolvere nulla”.

Sono le parole di Micheline Mwendike, attivista congolese, tra le promotrici del movimento non-violento Lucha, Lutte pour le Changement, di fronte al dolore della sua terra, quell’Est della Repubblica Democratica del Congo che da tre decenni non conosce pace. E dove, a dispetto della firma di un accordo, si continua a combattere.

Ed è dal dal Congo che iniziamo, dal suo Est in guerra. In Congo resteremo per aggiornarvi sull’epidemia di colera, la peggiore degli ultimi 25 anni.  Poi andremo in Costa d’Avorio, dove arrivano gli aerei spia statunitensi. Ma vi racconteremo anche della violenza che colpisce le giornaliste africane sulla rete e, infine, andremo in Nigeria, a Lagos, che celebra l’arte e la lotta di Fela Kuti, il padre dell’afrobeat.

Oggi 12 dicembre 2025

 

Repubblica democratica del Congo

 

Non basta una firma in calce a un accordo per portare la pace nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. Il Movimento M23, i ribelli sostenuti dal Ruanda che occupano parte delle regioni orientali del Paese, continua la sua avanzata nel Sud Kivu. Dopo una rapida offensiva, la città di Uvira, una città strategica sul lago Tanganica, è caduta nelle mani dei ribelli mercoledì. Sarebbero oltre 400 i civili uccisi nell’ultima ondata di combattimenti, secondo fonti governative citate da Al Jazeera. Combattimenti che non cessano, nonostante l’accordo mediato dagli Stati Uniti e firmato la scorsa settimana da Félix Tshisekedi, presidente della RDC, e Paul Kagame, presidente del Ruanda.

Un accordo fragile, che non include l’M23, coinvolto in un negoziato parallelo con Kinshasa, ma che imporrebbe al Ruanda di interrompere ogni sostegno alle milizie attive in Congo; sostegno, quello all’M23, che Kigali ha sempre negato nonostante numerosi rapporti, inclusi quelli degli esperti dell’ONU, indichino il contrario. Le Nazioni Unite, come riporta Al Jazeera, ritengono che nella RDC sarebbero presenti circa 4.000 soldati ruandesi e 6.500 combattenti dell’M23.

“Secondo le informazioni raccolte, le forze presenti nella città [di Uvira] sono composte da forze speciali ruandesi e da alcuni loro mercenari stranieri, che operano in palese violazione del cessate il fuoco e degli accordi di Washington e di Doha, in totale disprezzo degli impegni assunti”, si legge in una nota diffusa dal portavoce del governo sul Sud Kivu, che parla di 413 civili uccisi, tra cui ci sarebbero donne e bambini. Ieri mattina, a Uvira, “la vita è ripresa, ma con molta cautela: i mercati hanno riaperto, anche se l’attività resta lenta, e le scuole restano chiuse. In città circolano ancora veicoli dell’AFC/M23: le loro truppe pattugliano diversi quartieri”, scrive Radio France Internationale. Alcuni residenti raggiunti dalla testata francese riferivano di aver sentito ancora alcuni spari, ma in qualche modo sembra essere tornata la calma.

L’escalation è allarmante secondo il il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e “aumenta il rischio di una più ampia conflagrazione regionale “, ha affermato il portavoce aggiunto Farhan Haq in una dichiarazione. Secondo l’ufficio di coordinamento degli aiuti delle Nazioni Unite in poco più di una settimana sarebbero sfollate oltre 500.000 persone. “Mentre alcune famiglie sono tornate nelle zone in cui i combattimenti si sono momentaneamente placati, la maggior parte rimane in luoghi sovraffollati dove il rischio di epidemie di colera, mpox e altre malattie è in rapido aumento”, scrive UN News.  Dall’8 dicembre, più di 27.000 persone sono fuggite nella provincia di Tanganica, al confine con il Sud Kivu, arrivando a Kisongo, Kabimba e lungo le rive del lago.

 

Colera nella RDC

 

È la peggiore epidemia di colera degli ultimi venticinque anni quella che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo, con un impatto devastante sui bambini: un caso su quattro riguarda proprio loro.

Dall’inizio dell’anno sono stati rilevati 64.427 casi, che hanno causato la morte di 1.888 persone, tra cui 340 bambini, secondo l’UNICEF. “L’epidemia ha interrotto l’istruzione dei bambini, esponendoli alle malattie e costringendoli ad assistere alla sofferenza e alla perdita dei familiari. In uno dei casi più tragici, 16 dei 62 bambini che vivevano in una casa-famiglia di Kinshasa sono morti pochi giorni dopo che la malattia aveva devastato l’orfanotrofio”, scrive l’Agenzia dell’ONU.

Si tratta di morti dovute a una malattia totalmente prevenibile, che colpisce 17 delle 26 province del Paese e si diffonde dove l’acqua è sporca e i servizi igienico-sanitari sono insufficienti. Una condizione ulteriormente aggravata dalla guerra e dall’insicurezza nelle regioni dell’Est.

Nella RDC solo il 43 percento della popolazione ha accesso ai servizi idrici di base, il dato più basso di tutto il continente, e solo il 15 percento a quelli igienico-sanitari. La diffusione del colera è favorita anche dalla crescente frequenza di eventi climatici acuti, come forti piogge e inondazioni, che danneggiano le infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, e dalla rapida urbanizzazione incontrollata, che ha portato a città sovraffollate e al sovraccarico dei sistemi idrici e sanitari. Nelle aree con scarsa esposizione al colera, come Kinshasa, la scarsa consapevolezza della malattia e i ritardi nell’accesso alle cure contribuiscono a tassi di mortalità eccezionalmente elevati”, afferma l’UNICEF.

 

Costa d’Avorio

 

La Costa d’Avorio chiede aiuto a Washington nella lotta contro i movimenti di matrice islamista legati ad Al Qaeda, che stanno intensificando operazioni e attacchi nel Sahel. Secondo quanto riporta in esclusiva l’agenzia Reuters, Abidjan avrebbe richiesto all’amministrazione Trump l’invio di aerei spia per operazioni transfrontaliere. A raccontarlo sono fonti ivoriane, tra cui un funzionario dell’antiterrorismo, secondo il quale “Abidjan e Washington hanno concordato sulle esigenze di sicurezza regionale e che l’unica questione ancora da definire è la tempistica”, scrive Reuters. Nessuna conferma, per ora, dalla Casa Bianca alle richieste di commento dell’agenzia di stampa.

Se la presenza degli aerei spia americani in Costa d’Avorio è ancora avvolta da mistero, non lo è il ruolo cruciale che la regione riveste nella visione geopolitica dell’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti, insieme all’Europa – in particolare alla Francia, ex potenza coloniale – hanno progressivamente perso accesso ai territori, spazi e influenza in Africa Occidentale, riducendo anche la capacità di raccogliere informazioni. Solo lo scorso anno, ricorda Reuters, gli USA sono stati allontanati da una base di droni in Niger quando il governo “si è rivolto alla Russia per assistenza in materia di sicurezza”, scrive l’agenzia, che aggiunge: “Il rapimento, avvenuto a ottobre, di un pilota americano che lavorava per un’agenzia missionaria cristiana evangelica nella capitale del Niger, da parte di presunti jihadisti, ha evidenziato la mancanza di intelligence statunitense nella regione …”.

Un vuoto che sembra essere stato colmato dalla Russia. Secondo quanto affermato da funzionari ivoriani e da un ex alto funzionario statunitense che ha chiesto di rimanere anonimo, già “l’amministrazione dell’ex presidente americano Joe Biden aveva brevemente dispiegato due aerei di sorveglianza BE-350 in una base in Costa d’Avorio, che confina con Mali e Burkina Faso, per fornire informazioni di intelligence sulla regione”. A motivare la decisione c’era proprio la scelta di quei Paesi del Sahel di non consentire l’accesso al loro territorio per la raccolta di informazioni.

Secondo Reuters, ci sarebbero però segnali di un possibile disgelo tra gli USA e i Paesi che avevano chiuso le porte all’Occidente poiché la strategia di prendere le distanze dagli alleati occidentali e rivolgersi invece alla Russia per ottenere supporto militare sembrerebbe non aver portato i risultati sperati.

Secondo i dati del Global Peace Index, gli attacchi dello scorso anno avrebbero causato circa 3.800 morti in Sahel, pari alla metà di tutti i decessi per terrorismo nel mondo.

 

Donne, giornalismo, violenza digitale

 

Lo spazio digitale è sempre più insicuro per le donne africane, soprattutto per chi prova a far sentire la propria voce e a raccontare. Il corpo delle donne è spesso il primo bersaglio della violenza virtuale, che cerca di zittirle.

“Secondo uno storico studio globale dell’UNESCO, il 73% delle giornaliste (tre su quattro) ha subito violenza online, e una su quattro ha ricevuto minacce di violenza fisica, comprese minacce di morte. Per le giornaliste dell’Africa orientale e meridionale, questi attacchi non sono solo statistiche: sono una realtà quotidiana che determina come, quando e se possono svolgere il loro lavoro”, scrive UN Women.

La scorsa settimana, ad Addis Abeba, alla conferenza African Women in Media, è emerso un quadro allarmante: minacce crescenti, molestie sessualmente esplicite, body shaming, campagne coordinate di molestie, doxxing, cyberstalking e furto di identità. Uno scenario reso ancora più inquietante dall’uso dell’intelligenza artificiale.

“Lo spazio online è diventato ingovernabile”, ha affermato Noor Ahmed, attivista intersezionale e femminista impegnata in questioni giovanili, giustizia climatica, democrazia e libertà di stampa, come scrive Aline Nyampinga su Pure African News.

Troppe le storie di ordinaria violenza, come quella di Kgomotso Modise, giornalista sudafricana che si occupa di cronaca giudiziaria e giustizia penale. Modise racconta a UN Women il suo calvario: insulti a sfondo sessuale, furto delle fotografie della sua infanzia e minacce di violenza sessuale a lei e a sua nipote adolescente.

“L’impatto di un abuso digitale prolungato è profondo. Molte giornaliste iniziano ad autocensurarsi, temendo reazioni negative. Modise ammette di aver ridotto i commenti su casi delicati. A volte pensi: ‘Forse non dovrei twittare questo’, anche se è un’opinione che potrebbe informare gli altri. Alcune disattivano gli account”, scrive UN Women.

Nel 2023, African Women in Media ha adottato una dichiarazione definita storica, un impegno a lottare contro la violenza sulle donne, inclusa quella virtuale che a volte poi diventa anche reale.

Resta però il nodo del potere delle piattaforme, all’apparenza inscalfibile. Per Ivy Gikonyo, sostenitrice della giustizia digitale in Kenya, si legge su Pure Africa, “la sfida più grande è che le aziende tecnologiche vogliono ‘definire da sole l’agenda’ … Le normative esistono, ma senza obblighi esecutivi le piattaforme possono ignorarle. Quando gli obblighi sono vincolanti, tutto cambia”.

 

Nigeria

 

“Rubano tutto il denaro/uccidono tanti studenti/bruciano molte case/bruciano anche la mia casa/uccidono mia madre … Così io porto la bara”, cantava Fela Kuti nella Nigeria del 1981. Non sembra così lontana, la Nigeria di Fela, da quella della Generazione Z.

Chi è nato dalla seconda metà degli anni Novanta – quei giovani che hanno acceso le piazze nigeriane nell’agosto del 2024 e che non smettono di protestare e di chiedere cambiamenti nonostante la repressione – non ha memoria dell’artista, padre dell’afrobeat, intellettuale e attivista morto nel 1997. Eppure sono gli eredi di Fela, ed è a loro che Lagos racconta la vita, le idee e la lotta dell’artista, accogliendo e rivisitando la mostra Afrobeat Rebellion, che si chiuderà a fine dicembre all’Ecobank Pan African Centre.

Immaginata in Francia dalla Philharmonie de Paris, l’esposizione è un percorso nella vita di Fela Kuti fatto di oggetti, memorie, incontri ed esperienze, arricchito di nuovi contenuti per continuare a parlare alla Nigeria di oggi.

“L’eredità di nostro padre ha viaggiato per il mondo, ma Lagos ne è sempre stata il cuore pulsante. Afrobeat Rebellion porta alla sua gente di Lagos cose inedite: la sua musica e tutto ciò che Fela rappresentava. Gli archivi. Non solo per ricordare Fela, ma per ispirare una nuova generazione a usare l’arte come forma di resistenza e libertà…”, dice la famiglia di Kuti, come racconta Deeds Magazine.

“Al momento stiamo vivendo una sorta di rinascita di Fela perché sono in corso molte ricerche e c’è molto interesse da parte dei giovani. Vogliono davvero sapere chi è questa icona”, afferma il curatore principale Seun Alli, a The Africa Report. “Alla domanda su cosa la Generazione Z dovrebbe sentirsi dire da Fela, Alli risponde: ‘Penso che si tratti semplicemente di continuare a essere coraggiosi e di continuare ad aspirare al livello di eccellenza che Fela ha raggiunto nella sua vita’”, si legge ancora su The Africa Report.

Fela Kuti, artista venerato in tutto il mondo, ha usato la musica come strumento di lotta contro l’oppressione dei governi e per la liberazione dei popoli africani. Per quella musica di rivolta ha pagato un prezzo altissimo: violenza, saccheggi, sua madre gettata dalla finestra.

Un prezzo che continuano a pagare ancora oggi quanti provano a sfidare il potere. “La Nigeria è cambiata, ma non è cambiata davvero”, aggiunge il direttore creativo Papa Omotayo. “Molti dei problemi di cui la Generazione Z sta parlando a gran voce sono gli stessi di cui Fela parlava più di 40 anni fa”.

 

Foto di copertina: Congo Rebels, Steve Evans – Flickr – Licenza

Musica: King David – Pond5

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