17 dicembre 2025 – Notiziario Mondo
Scritto da Stefania Cingia in data Dicembre 17, 2025
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- Gaza, allagamenti, tende spazzate via dal maltempo e nuovi attacchi israeliani
- Ucraina, Zelensky dichiara che le proposte di pace potrebbero essere finalizzate entro pochi giorni
- Stati Uniti, Trump estende i divieti di ingresso per sette nuovi paesi
- Brasile, avviato il processo per revocare la concessione Enel a San Paolo
- Venezuela, Trump ordina il blocco delle petroliere e definisce il governo Maduro “terrorista”
- Congo, i ribelli accettano di ritirarsi da Uvira su richiesta degli Stati Uniti
- Nigeria, a novembre +700% di rapimenti rispetto a novembre 2024
- Pakistan, i figli dell’ex primo ministro Khan, imprigionato dal 2023, denunciano condizioni disumane
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets – a cura di Stefania Cingia
Gaza
La Striscia di Gaza affronta una crisi umanitaria aggravata da maltempo, crolli e attacchi militari.
Forti piogge e raffiche di vento hanno allagato le tende e i rifugi di fortuna delle migliaia di sfollati, distruggendo molte strutture temporanee e mettendo ulteriormente a rischio famiglie già vulnerabili.
Solo venerdì, due edifici gravemente danneggiati dalla guerra sono crollati, causando almeno 12 morti, tra cui adolescenti, mentre i soccorritori lottano per recuperare corpi ancora sotto le macerie.
La Protezione Civile di Gaza chiede abitazioni mobili e caravan, più sicure delle tende attuali, per proteggere gli sfollati.
Secondo l’ONU e le autorità palestinesi, servirebbero almeno 300.000 nuove tende per gli 1,5 milioni di sfollati ancora senza un riparo stabile.
Il commissario generale dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, ha denunciato che aiuti umanitari accumulati da mesi non riescono a entrare nella Striscia, esponendo centinaia di migliaia di persone al freddo e alle inondazioni.
A peggiorare la situazione, nelle ultime ore nuovi attacchi israeliani hanno colpito l’est della Striscia, tra Gaza City e il campo profughi di Bureij.
Testimoni riferiscono raid aerei intensi e fuoco di artiglieria, nonché spari indiscriminati di veicoli militari israeliani, in violazione del cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre.
Il maltempo e i danni preesistenti rendono queste violazioni ancora più pericolose.
Secondo il Ministero della Sanità palestinese, dall’ottobre 2023 le operazioni militari israeliane hanno causato oltre 70.600 morti e più di 171.000 feriti, in gran parte donne e bambini, anche dopo l’entrata in vigore della tregua.
Emergenza sanitaria
A Gaza, montagne di rifiuti stanno aggravando una gravissima emergenza sanitaria.
Con le principali discariche sotto controllo israeliano, circa 900.000 tonnellate di rifiuti si accumulano in siti temporanei e nelle strade, costringendo migliaia di sfollati a vivere accanto a spazzatura in decomposizione, tra odore insopportabile, ratti e insetti.
Bambini e famiglie, già vulnerabili, sono esposti a malattie respiratorie e infezioni, mentre le recenti piogge e alluvioni trascinano rifiuti e acque reflue sui rifugi. Molti vivono in tende inadeguate, come racconta Amin Sabri:
“Ogni giorno trovo 20 o 30 topi dentro la mia tenda. I nostri bambini si ammalano continuamente”.
Secondo l’ONU e il Comune di Gaza, solo 48 veicoli per la raccolta dei rifiuti sono operativi, contro i 261 prima della guerra, e i contenitori sono drasticamente diminuiti.
La distruzione quasi totale delle infrastrutture civili e dei sistemi fognari rende la situazione una bomba a orologeria, con grave rischio di epidemie e contaminazione delle acque.
L’emergenza rifiuti si somma così al maltempo e alla carenza di aiuti, creando una crisi quotidiana che minaccia la vita di centinaia di migliaia di persone nella Striscia di Gaza.
Corte penale internazionale, respinto il ricorso di Israele
La Corte penale internazionale ha respinto il ricorso presentato da Israele contro l’indagine sui presunti crimini commessi nella Striscia di Gaza, confermando la validità dei mandati di arresto emessi nel novembre 2024 nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
I due sono accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Israele contestava la competenza giurisdizionale della Corte, sostenendo di non essere vincolato all’indagine.
La decisione dei giudici dell’Aja, contenuta in un documento di 44 pagine, ha respinto questa tesi, riaffermando la legittimità dell’inchiesta iniziata nel 2021 sui territori palestinesi, prima dell’avvio della campagna militare a Gaza.
Con questa sentenza, la Corte potrà riprendere pienamente l’indagine, ribadendo la propria autorità a esaminare le accuse rivolte a Israele.
Il ministero degli Esteri israeliano, guidato da Gideon Sa’ar, ha criticato la decisione, definendola un esempio di politicizzazione della Corte e denunciando presunte violazioni dei diritti sovrani di Israele.
Secondo Tel Aviv, la Corte avrebbe negato allo Stato il diritto a un preavviso, come previsto dal principio di complementarità, e agirebbe “sotto le spoglie del diritto internazionale”.
Si tratta dell’ultimo tentativo israeliano di ostacolare il lavoro della CPI, dopo che a fine novembre Tel Aviv aveva chiesto la ricusazione del procuratore generale Karik Khan, accusandolo di conflitto d’interessi e di aver utilizzato la propria posizione per proteggersi da accuse personali.
Secondo Israele, se tale conflitto fosse confermato, i mandati nei confronti di Netanyahu e Gallant dovrebbero essere annullati.
La sentenza della Corte rappresenta un passo importante per l’indagine internazionale sui crimini commessi durante il conflitto a Gaza e sottolinea la determinazione della CPI a proseguire la propria azione nonostante le pressioni politiche.
Ucraina
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky afferma che le proposte negoziate con gli Stati Uniti per porre fine alla guerra in Ucraina potrebbero essere finalizzate entro pochi giorni.
Una volta pronte, saranno presentate alla Russia da emissari americani, prima di eventuali nuovi incontri previsti negli Stati Uniti il prossimo fine settimana.
Parlando con i giornalisti a Kyiv, dopo un incontro tenutosi lunedì a Berlino con funzionari statunitensi e europei, Zelensky ha definito la bozza di piano di pace “non perfetta, ma molto praticabile”.
Ha però precisato che alcune questioni cruciali restano irrisolte, in particolare il futuro dei territori ucraini attualmente occupati dalle forze russe.
Un funzionario di un Paese NATO, parlando in forma anonima, ha spiegato che il piano prevede un forte sostegno occidentale per mantenere robusto l’esercito ucraino.
In particolare, l’Europa guiderebbe una forza multinazionale e multidominio per garantire la sicurezza dell’Ucraina su terra, mare e aria, mentre gli Stati Uniti coordinerebbero un meccanismo internazionale di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco.
Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha ribadito che la Russia non è interessata a una tregua temporanea, ma solo a un accordo di pace globale. “Non vogliamo una pausa che permetta all’Ucraina di riorganizzarsi e continuare la guerra”, ha dichiarato, sottolineando che l’obiettivo di Mosca è garantire i propri interessi e una pace duratura in Europa.
Secondo funzionari statunitensi, Ucraina ed Europa sarebbero già d’accordo su circa il 90% del piano di pace redatto dagli Stati Uniti.
Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato: “Siamo più vicini alla pace di quanto non siamo mai stati.”
Restano però nodi delicati, primo fra tutti quello territoriale. Zelensky ha ribadito che Kyiv esclude qualsiasi riconoscimento del controllo russo sul Donbass, la regione orientale che comprende Luhansk e Donetsk.
Ha spiegato che l’ipotesi americana di una zona economica libera non implica in alcun modo la sovranità russa su quei territori.
La Russia, dal canto suo, chiede il riconoscimento delle aree occupate in quattro regioni ucraine, oltre alla Crimea, annessa illegalmente da Mosca nel 2014.
Zelensky ha avvertito che, in caso di rifiuto russo delle iniziative diplomatiche, l’Ucraina si aspetta una pressione occidentale ancora maggiore, con sanzioni più dure e ulteriore supporto militare, inclusi sistemi avanzati di difesa aerea e armi a lungo raggio.
“Vogliamo che la Russia sia chiamata a rispondere per questa guerra, per le uccisioni e per tutte le sofferenze causate”, ha detto il presidente ucraino.
Stati Uniti
Il presidente Donald Trump ha firmato una proclamazione che amplia le restrizioni di ingresso negli Stati Uniti, aggiungendo sette nuovi paesi alla lista dei divieti totali e imponendo nuove limitazioni su altri Stati, citando motivi di sicurezza nazionale, rischio per la pubblica sicurezza e alti tassi di permanenza irregolare delle persone entrate con i visti.
A partire dal 1° gennaio, saranno completamente sospesi gli ingressi da Burkina Faso, Mali, Niger, Sud Sudan, Siria e dai titolari di documenti di viaggio dell’Autorità Palestinese.
Laos e Sierra Leone, prima soggetti a restrizioni parziali, passano anch’essi alla sospensione totale. Le restrizioni continuano per i cittadini di Afghanistan, Birmania, Ciad, Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen.
Sono confermate restrizioni parziali per Burundi, Cuba, Togo e Venezuela, e ne vengono introdotte di nuove per 15 altri paesi, tra cui Nigeria, Angola, Senegal e Tanzania. L’unico allentamento riguarda Turkmenistan, per cui sono rimosse le limitazioni sui visti non immigranti.
La Casa Bianca ha difeso la misura come necessaria per evitare l’ingresso di persone non adeguatamente controllabili, citando terrorismo, conflitti interni, documenti civili inaffidabili e corruzione diffusa in diversi paesi.
Restano valide le eccezioni per residenti permanenti, titolari di visti già validi, diplomatici, atleti e casi di interesse nazionale, mentre alcune eccezioni familiari sono state ridotte per prevenire frodi.
Brasile
I governi federale, statale e comunale del Brasile hanno deciso di avviare formalmente il processo per revocare il contratto di concessione a Enel, la società responsabile della distribuzione di energia elettrica nella città di San Paolo e nell’area metropolitana.
La decisione è stata presa nel corso di una riunione tenutasi martedì al Palácio dos Bandeirantes, alla presenza del governatore dello Stato di San Paolo Tarcísio de Freitas, del sindaco Ricardo Nunes e del ministro delle Miniere e dell’Energia Alexandre Silveira, su mandato diretto del presidente Luiz Inácio Lula da Silva.
«Non esiste altra alternativa se non la misura più grave prevista dalla legge, ovvero la dichiarazione di decadenza della concessione», ha dichiarato il governatore Freitas. La documentazione sarà ora trasmessa al Ministero delle Miniere e dell’Energia e all’agenzia regolatoria Aneel, affinché venga avviato il procedimento.
La revoca del contratto è considerata una misura estrema e può essere adottata quando una concessionaria non rispetta gli obblighi contrattuali e non è più in grado di garantire un servizio essenziale alla popolazione.
Secondo il ministro Silveira, Enel «ha perso le condizioni per continuare a gestire il servizio elettrico» nella regione. «C’è piena unità tra governo federale, Stato e Comune per avviare un processo rigoroso, che dia risposte rapide alla popolazione di San Paolo», ha affermato.
La decisione arriva dopo l’ennesima emergenza energetica: un violento ciclone extratropicale ha colpito la città provocando blackout prolungati. Nel momento più critico, oltre 2,2 milioni di utenti sono rimasti senza elettricità. A distanza di giorni, decine di migliaia di abitazioni risultavano ancora senza corrente.
Il Procon municipale ha inflitto a Enel una multa di 14,2 milioni di reais per «gravi e strutturali carenze» nella gestione del servizio. Dal 2020, l’azienda ha accumulato 374 milioni di reais di sanzioni comminate dall’Aneel, oltre il 90% delle quali non è stato ancora pagato ed è oggetto di ricorsi giudiziari.
Enel, da parte sua, attribuisce i disservizi alla straordinarietà dell’evento climatico, sostenendo di aver mobilitato un numero record di squadre tecniche e di aver ripristinato il servizio entro pochi giorni.
Ora spetta all’agenzia regolatoria valutare se avviare formalmente la procedura di decadenza della concessione, una decisione che potrebbe segnare una svolta storica nella gestione dell’energia elettrica nella più grande metropoli del Brasile.
Venezuela
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un “blocco totale e completo” di tutte le petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela, definendo il governo di Nicolás Maduro una “organizzazione terroristica straniera”.
L’annuncio è arrivato martedì attraverso un messaggio pubblicato sulla piattaforma Truth Social. Trump ha dichiarato che il Venezuela è ora «completamente circondato dalla più grande armada mai assemblata nella storia del Sud America» e che il blocco resterà in vigore fino a quando Caracas non restituirà «tutto il petrolio, le terre e gli altri beni».
Il presidente statunitense accusa il regime di Maduro di utilizzare i proventi del petrolio per finanziare narcotraffico, terrorismo, tratta di esseri umani, omicidi e sequestri. Ha inoltre affermato che i cittadini venezuelani precedentemente inviati negli Stati Uniti vengono ora rimpatriati «a ritmo accelerato».
La decisione segna una nuova escalation nelle tensioni tra Washington e Caracas. Trump continua a chiedere le dimissioni di Maduro e ribadisce che tutte le opzioni restano sul tavolo, inclusa quella militare, mentre nella regione è in corso un massiccio rafforzamento delle forze statunitensi.
Secondo fonti ufficiali, dall’inizio di settembre gli Stati Uniti hanno condotto 22 attacchi contro imbarcazioni sospettate di far parte di una rete di “narco-terrorismo” nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico orientale, causando la morte di 87 persone.
Il governo venezuelano ha recentemente accusato Washington di “pirateria marittima”, denunciando una politica di coercizione e aggressione dopo il sequestro di una spedizione di petrolio venezuelano in acque internazionali. Gli Stati Uniti giustificano l’operazione sostenendo che le navi coinvolte fanno parte di una rete illegale che trasporta petrolio sanzionato proveniente da Venezuela e Iran, a sostegno di organizzazioni terroristiche.
L’amministrazione Trump afferma di agire per contrastare il narcotraffico nella regione. Caracas, invece, accusa gli Stati Uniti di voler appropriarsi delle vaste riserve petrolifere venezuelane attraverso l’uso della forza militare, sostenendo che la lotta alla droga sia solo un pretesto per rovesciare illegalmente il governo Maduro.
Congo
Il leader dei ribelli del Congo River Alliance, Corneille Nangaa, ha annunciato che le sue forze si ritireranno dalla città di Uvira, nel sud-est della Repubblica Democratica del Congo, in seguito a una richiesta degli Stati Uniti.
Secondo il segretario di Stato americano Marco Rubio, la conquista di Uvira da parte dei ribelli violava un accordo di pace già esistente, e gli Stati Uniti avrebbero preso provvedimenti per garantire che gli impegni presi con il Presidente Donald Trump fossero rispettati.
Nangaa ha definito il ritiro una “misura per costruire fiducia” e finalizzata a dare al processo di pace mediato dal Qatar le migliori possibilità di successo.
I ribelli, tra cui il gruppo M23, avevano precedentemente catturato Uvira, situata a circa 28 chilometri da Bujumbura, capitale economica del Burundi vicino al Lago Tanganica.
La forza armata congolese, sostenuta da truppe del Burundi, rimane attiva nella regione. Nangaa ha inoltre richiesto l’istituzione di una forza neutrale per monitorare il cessate il fuoco e impedire all’esercito congolese di riprendere il controllo della città.
La guerra nell’est del Congo ha già provocato lo sfollamento di circa 200.000 persone, secondo l’ONU, e almeno 74 morti, principalmente civili, con 83 feriti ricoverati negli ospedali locali.
Il conflitto si inserisce in un contesto di interessi strategici ed economici, poiché la Repubblica Democratica del Congo possiede enormi riserve di minerali come cobalto, rame, litio e manganese, fondamentali per l’elettronica, le batterie per veicoli elettrici e altre tecnologie ad alta intensità.
Nigeria
La National Human Rights Commission (NHRC) ha registrato a novembre un aumento senza precedenti dei rapimenti in Nigeria, con un incremento del 700% rispetto al periodo precedente.
Il segretario esecutivo dell’NHRC, Tony Ojukwu, ha riferito che il mese scorso sono stati documentati 815 rapimenti, tra cui oltre 55 agricoltori presi dalle loro fattorie, studenti sottratti dalle scuole e fedeli durante le preghiere.
Ojukwu ha definito la situazione “allarmante”, paragonandola agli eventi di Chibok, e ha sottolineato come la crescente insicurezza stia colpendo comunità intere, con donne e bambini tra le principali vittime.
Secondo la commissione, la violenza e l’impunità stanno peggiorando: molti autori di crimini agiscono convinti di rimanere impuniti.
Ojukwu ha chiesto un’azione collettiva di governo, leader tradizionali e religiosi, società civile e cittadini per invertire la tendenza e garantire responsabilità.
Nel frattempo, sempre a novembre, la NHRC ha documentato 217 omicidi, con una diminuzione del 15%, e ha completato 6.435 indagini, effettuando 87 visite in stazioni di polizia, carceri e strutture di detenzione per monitorare la situazione.
Pakistan
I figli dell’ex primo ministro pakistano Imran Khan temono di non rivedere mai più il padre, detenuto dal 2023 in condizioni che definiscono disumane e assimilabili a una vera e propria tortura psicologica.
In un’intervista a Sky News, nel programma The World with Yalda Hakim, Kasim e Sulaiman Khan hanno raccontato di non avere contatti con il padre da mesi. Imran Khan, che ha guidato il Pakistan dal 2018 al 2022, sarebbe rinchiuso in una cella di isolamento totale, descritta dai familiari come una “cella della morte”.
Secondo Kasim Khan, l’ex leader pakistano si troverebbe da oltre due anni in confinamento solitario, con accesso ad acqua sporca, circondato da detenuti gravemente malati e completamente isolato da ogni contatto umano.
“Sta diventando sempre più difficile intravedere una via d’uscita”, ha dichiarato Kasim. “Cerchiamo di mantenere la fede, ma le condizioni stanno peggiorando. Ora temiamo davvero di non rivederlo mai più.”
I due fratelli parlano apertamente di tattiche di tortura psicologica: persino le guardie carcerarie, riferiscono, non sarebbero autorizzate a comunicare con Imran Khan.
Sulaiman aggiunge che il padre trascorrerebbe 23 ore al giorno chiuso nella sua cella, in condizioni che non rispettano gli standard internazionali sul trattamento dei detenuti.
Nei giorni scorsi, anche una delle sorelle di Khan, Uzma Khanum, dopo una rara visita in carcere, aveva denunciato isolamento estremo e forte pressione psicologica.
Imran Khan è stato incarcerato dopo una serie di condanne per corruzione, accuse che lui ha sempre definito politicamente motivate, arrivate dopo la sua destituzione dal governo nel 2022 tramite un voto parlamentare.
Prima di entrare in politica, Khan era noto a livello internazionale come leggenda del cricket, avendo guidato il Pakistan alla vittoria della Coppa del Mondo del 1992.
Nonostante le condizioni, i figli affermano che il padre rifiuti qualsiasi accordo che comporti la sua liberazione a scapito degli altri membri del suo partito, ancora detenuti. “Non accetterà mai un patto che lasci gli altri a marcire in prigione”, ha detto Kasim.
“Preferisce restare lì, pur di non tradire il suo obiettivo: liberare il Pakistan dalla corruzione.”
Australia
Il Gran Mufti d’Australia, Ibrahim Abu Mohamed, ha espresso condanna decisa per la sparatoria di Sydney del 14 dicembre 2025, durante un evento di celebrazione della Hanukkah a Bondi Beach, in cui diverse persone sono state uccise e ferite.
L’attacco, considerato un atto di terrorismo con motivazioni antisemite, ha colpito profondamente la comunità australiana e internazionale.
Abu Mohamed, figura di rilievo nella comunità musulmana locale e membro di un consiglio che ha legami con organizzazioni finanziate dal Qatar, ha condannato senza ambiguità questo atto di violenza e si è unito alle voci che chiedono unità e coesione sociale.
La sua presa di posizione arriva nel contesto di numerose dichiarazioni di solidarietà da parte di leader religiosi, comunità interconfessionali e organizzazioni civiche in Australia.
La condanna del Gran Mufti riflette l’impegno di molte realtà della comunità musulmana australiana a distinguere chiaramente la fede islamica da atti di violenza, e a sostenere la pace e la convivenza in un momento di forte tensione sociale dopo l’attacco di Bondi Beach.
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