30 marzo 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 30, 2026
- Il Libano piange i suoi giornalisti uccisi.
- L’Iran avverte che le truppe di terra statunitensi verranno “date alle fiamme”.
- Il Pakistan pronto ad ospitare negoziati tra USA e Iran.
- Giappone: la memoria atomica contro un nuovo conflitto.
- Israele vieta la messa al Santo Sepolcro. Il Papa: “Nessuno può usare Dio per fare la guerra”.
- Nepal: arrestato l’ex premier, la rivolta arriva nelle istituzioni.
- Afghanistan: 17 morti tra frane e alluvioni. Australia: il cielo rosso come su Marte.
Libano
Nel sud del Libano, il dolore si è trasformato in corteo. Centinaia di persone si sono riunite per i funerali dei giornalisti Ali Shoeib, Fatima Ftouni e Mohammed Ftouni, uccisi da un raid israeliano mentre erano in strada a raccontare la guerra.
Israele ha rivendicato l’attacco, sostenendo che uno di loro fosse legato a un gruppo militante, ma in Libano la reazione è stata immediata: le autorità parlano di una violazione chiara del diritto internazionale.
Secondo il Committee to Protect Journalists, con queste morti salgono a undici i giornalisti uccisi nel Paese dall’inizio del conflitto. Non sono numeri. Sono voci che si spengono.
E ogni volta che un giornalista viene colpito, non muore solo una persona: si perde un pezzo di realtà, un frammento di verità che qualcuno ha deciso non dovesse essere raccontato.
In Libano, i numeri continuano a crescere, e raccontano una guerra che non si ferma. Il Ministero della Salute libanese ha annunciato che cinque persone sono rimaste uccise in un raid aereo israeliano che ha preso di mira la città di Shaqra .
E L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato domenica la morte di un altro operatore sanitario nel Libano meridionale.
Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus,
ha spiegato in un post sulla piattaforma X che un paramedico è stato ucciso dopo che un’ambulanza è stata presa di mira nella città di Bint Jbeil,
Anche un magazzino di materiale medico nella stessa città è stato danneggiato a seguito dei bombardamenti. Ghebreyesus ha osservato che l’OMS ha verificato la morte di 51 operatori sanitari in Libano dal 2 marzo,
compresi nove paramedici uccisi sabato, sottolineando che gli attacchi in corso contro il personale medico e tali strutture costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale umanitario.
Dall’inizio del conflitto tra Israele e Hezbollah, il 2 marzo, i raid israeliani hanno ucciso 1.238 persone, tra cui 124 bambini, secondo il ministero della Salute libanese.
Solo nelle ultime 24 ore si contano 49 morti. Tra loro anche dieci soccorritori e tre giornalisti. Ma il dato forse più devastante è un altro: oltre un milione di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, tra bombardamenti continui e ordini di evacuazione.
È un Paese che si svuota, mentre la guerra si intensifica. E quando a fuggire sono intere famiglie, quando a morire sono anche chi soccorre e chi racconta, allora il conflitto non è più solo una linea del fronte.
È una frattura che attraversa tutta la società.
E Israele alza ancora il livello dello scontro nel sud del Libano. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’espansione della cosiddetta “zona di sicurezza” controllata dall’esercito israeliano, con l’obiettivo dichiarato di prevenire attacchi missilistici e respingere ogni minaccia dal confine.
Una decisione che, nei fatti, significa avanzare ulteriormente nel territorio libanese.
È un passaggio chiave: perché allargare la zona di sicurezza non è solo una misura difensiva, ma un segnale politico e militare che indica la volontà di consolidare una presenza più profonda e duratura. E questo rende ancora più difficile immaginare una de-escalation nel breve periodo.
Un peacekeeper indonesiano della missione UNIFIL è stato ucciso e un altro è rimasto gravemente ferito dopo l’esplosione di un proiettile vicino a una postazione ONU nel sud del Paese.
Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha condannato duramente l’episodio, parlando di una crescente minaccia alla sicurezza dei caschi blu e chiedendo il rispetto del diritto internazionale.
Non è ancora chiaro da dove sia partito il colpo, e un’indagine è in corso.
In Libano si apre un nuovo fronte, questa volta diplomatico. Il governo ha dichiarato persona non grata l’ambasciatore iraniano designato, Mohammad Reza Sheibani, chiedendone l’espulsione immediata.
Ma secondo fonti diplomatiche, l’ambasciatore non lascerà il Paese, sostenuto sia da Hezbollah sia dal presidente del Parlamento Nabih Berri.
La decisione ha già provocato una crisi interna: i partiti sciiti hanno boicottato le sessioni parlamentari, mostrando ancora una volta quanto il Libano sia diviso anche sulla politica estera.
È una tensione che va oltre la diplomazia: riflette il peso dell’Iran nel Paese e la fragilità di uno Stato che, mentre è sotto attacco, deve fare i conti anche con le proprie fratture interne.
Guerra all’Iran
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran continua a colpire non solo obiettivi militari, ma anche nodi economici strategici.
Nelle ultime ore, raid congiunti americano-israeliani hanno colpito una città portuale iraniana vicino allo Stretto di Hormuz, causando almeno cinque morti e diversi feriti.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere: attacchi contro impianti industriali nel Golfo, tra cui stabilimenti di alluminio in Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti.
È una dinamica sempre più chiara: la guerra si sta spostando su infrastrutture chiave, energia, industria, trasporti. Non solo per colpire il nemico, ma per indebolirne la capacità economica.
Mentre la guerra si allarga e il numero delle vittime supera ormai le tremila persone tra Iran, Israele e la regione, si affaccia un nuovo tentativo diplomatico, ma con tutta l’ambiguità che accompagna ogni negoziato in tempo di guerra.
Il Pakistan ha annunciato che ospiterà a breve colloqui tra Stati Uniti e Iran, proponendosi come mediatore dopo settimane di diplomazia silenziosa.
Il ministro degli Esteri Ishaq Dar ha parlato di fiducia da entrambe le parti, ma al momento non ci sono conferme ufficiali né da Washington né da Teheran, e non è chiaro se si tratterà di un confronto diretto o ancora una volta indiretto, come già accaduto in passato.
E proprio su questo punto si apre la frattura: da Teheran, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf ha liquidato l’ipotesi di dialogo come una copertura, accusando gli Stati Uniti di preparare invece un’escalation militare, mentre migliaia di marines vengono posizionati nella regione.
Le sue parole sono tutt’altro che diplomatiche: l’Iran, dice, è pronto a colpire le truppe americane se entreranno sul terreno.
Nel frattempo, anche Israele alza il livello dello scontro. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di espandere ulteriormente l’operazione nel sud del Libano, ampliando la cosiddetta “zona di sicurezza” contro Hezbollah.
Un segnale che indica chiaramente come il conflitto non solo non si stia contenendo, ma stia cercando nuovi spazi.
Sul terreno, intanto, la guerra si combatte su più livelli. A Teheran si registrano nuovi bombardamenti, mentre l’Iran minaccia di colpire università israeliane e sedi accademiche statunitensi nella regione, dopo che diversi atenei iraniani sono stati presi di mira da raid israeliani.
Un passaggio che segna un’ulteriore escalation: quando anche i luoghi della conoscenza diventano obiettivi militari, il confine tra guerra e violazione del diritto internazionale si fa ancora più sottile.
E poi c’è il fronte economico, spesso meno visibile ma altrettanto determinante. Il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz continua a mettere sotto pressione i mercati globali di petrolio e gas, mentre l’ingresso degli Houthi nel conflitto rischia di compromettere anche il traffico nel Mar Rosso, attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb.
In altre parole, non è più solo una guerra regionale: è una crisi che tocca le rotte globali, l’energia, i prezzi, e quindi la vita quotidiana ben oltre il Medio Oriente.
In questo scenario, i tentativi di mediazione appaiono fragili, quasi sospesi tra la necessità di fermare il conflitto e la realtà di una escalation che, giorno dopo giorno, sembra prendere il sopravvento.
C’è un passaggio in questa guerra che segna un salto ulteriore, ed è quello che riguarda le università.
Dopo i raid israeliani su diversi atenei iraniani, tra cui l’Iran University of Science and Technology e l’Isfahan University of Technology, accusati di essere coinvolti in programmi legati alla ricerca nucleare, Teheran ha risposto minacciando di considerare “obiettivi legittimi” le università israeliane e persino le sedi di atenei statunitensi presenti nella regione.
Una dichiarazione che apre uno scenario inquietante: colpire luoghi di studio, ricerca e formazione significa spostare ancora più avanti il confine della guerra, trasformando spazi civili in potenziali bersagli militari.
Alcune università, come l’American University of Beirut, hanno già spostato le lezioni online per precauzione.
Il rischio, denunciato da diverse organizzazioni internazionali, è quello di una deriva che potrebbe configurare violazioni del diritto internazionale umanitario, perché quando anche l’istruzione diventa un campo di battaglia, non è più solo una guerra tra eserciti, ma contro ciò che tiene insieme una società.
Palestina e Israele
Due palestinesi sono stati uccisi lunedì mattina in un attacco di droni israeliani a Gaza City, nell’ennesima violazione del cessate il fuoco da parte di Israele, secondo quanto riferito da fonti mediche all’agenzia Anadolu.
Secondo fonti locali e testimoni, l’attacco ha preso di mira un gruppo di palestinesi vicino all’incrocio di Asqoula, nel quartiere di Zeitoun, nella zona sud della città.
L’artiglieria israeliana ha bombardato anche aree a est di Deir al-Balah e Khan Younis, nella Striscia di Gaza centrale e meridionale.
Con quest’ultimo attacco, il numero di palestinesi uccisi negli attacchi israeliani a Gaza dall’inizio di ieri è salito a 11.
Il Parlamento israeliano ha approvato il bilancio 2026 con una spesa record per la difesa: oltre 143 miliardi di shekel, circa 35 miliardi di euro, la più alta nella storia del Paese.
Il voto, passato per pochi numeri alla Knesset, arriva in piena escalation regionale. Durissima l’opposizione: Yair Lapid parla di “più grande furto nella storia dello Stato”.
Quando la guerra cresce, crescono anche i bilanci. E a pagarli, spesso, sono i cittadini.
Mentre i cieli sopra Israele continuano a riempirsi di missili balistici, droni e razzi lanciati da Iran e Hezbollah, qualcosa si incrina sul fronte interno, ed è forse uno degli indicatori più delicati da osservare quando una guerra si prolunga: il consenso.
Secondo i dati diffusi dall’Israel Democracy Institute, il sostegno alla guerra di Israele sta calando in modo significativo. Se a fine febbraio l’81% degli israeliani era favorevole a proseguire le operazioni, oggi la percentuale scende al 68%. Ancora più netto il calo tra chi sostiene la guerra “con convinzione”: dal 68% di metà marzo al 50%.
Non è solo una questione di numeri, ma di clima. Sabato, circa mille persone si sono radunate a Tel Aviv, in piazza Habima, in una protesta che segna un passaggio politico importante: per la prima volta dall’inizio del conflitto, i movimenti contro la riforma giudiziaria del governo Netanyahu si sono uniti alle manifestazioni contro la guerra. Alcune proteste sono state disperse con la forza dalla polizia, con 22 arresti.
Nel frattempo, il bilancio umano continua ad aggiornarsi ogni giorno. Nelle ultime 24 ore, 148 feriti sono arrivati negli ospedali israeliani. Dall’inizio del conflitto, i feriti sono quasi 6.000.
E mentre i numeri si accumulano, si sommano anche episodi che raccontano una tensione diffusa: due cittadini arabi israeliani sono stati uccisi a Rahat, nel sud del Paese, in quella che appare come una spirale di violenza interna che negli ultimi anni è cresciuta in modo costante. Secondo i dati di Haaretz, nel 2025 un cittadino arabo in Israele è stato ucciso in media ogni 36 ore.
La guerra, insomma, non resta confinata ai confini. Si riflette dentro, nelle piazze, nelle divisioni politiche, nelle comunità. E mentre il governo parla di espandere ulteriormente la “zona di sicurezza” nel sud del Libano, il Paese si ritrova a fare i conti con quanto a lungo si può sostenere tutto questo?
A Gerusalemme, la guerra arriva anche nei luoghi più sacri. Per la prima volta in secoli, la polizia israeliana ha impedito ai leader cattolici di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro per celebrare una messa privata nella Domenica delle Palme, uno dei momenti più importanti del calendario cristiano.
Tra loro anche il Patriarca latino Pierbattista Pizzaballa, a cui è stato negato l’accesso per motivi di sicurezza: la città è sotto minaccia costante di missili iraniani e le autorità parlano di difficoltà logistiche, tra vicoli stretti e mancanza di rifugi adeguati.
Ma il Patriarcato latino contesta la decisione, definendola sproporzionata e ingiustificata, soprattutto perché negli ultimi giorni si erano già svolte celebrazioni a porte chiuse e con numeri limitati.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere: dagli Stati Uniti alla Francia, fino all’Italia con Giorgia Meloni, che ha parlato di una violazione della libertà religiosa.
Intanto, anche il Muro del Pianto resta in gran parte chiuso, con accessi limitati. In tarda serata, Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che ripristinerà l’accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro
È un segnale potente: quando anche i luoghi della fede vengono svuotati o blindati, significa che la guerra non sta solo ridisegnando i confini, ma sta entrando nel cuore delle identità, delle tradizioni, della possibilità stessa di vivere ciò in cui si crede.
Yemen
Il conflitto si allarga ancora, e questa volta da sud. I ribelli Houthi dello Yemen, alleati dell’Iran, hanno lanciato missili contro Israele, segnando il loro ingresso diretto nella guerra. Gli attacchi, secondo fonti militari israeliane, sono stati intercettati, ma il segnale è chiaro: il conflitto non è più limitato a pochi attori, sta diventando sempre più regionale.
E non è solo una questione militare. Gli Houthi controllano un punto strategico fondamentale, lo stretto di Bab el-Mandeb, attraverso cui passa una parte cruciale del commercio globale. La loro entrata in campo apre il rischio concreto di attacchi alle rotte marittime, con effetti immediati su energia, prezzi e trasporti.
Tutto questo avviene mentre gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza militare nella regione, alimentando il timore di un’escalation ancora più ampia.
È il segnale più evidente che questa guerra non sta solo continuando: sta cambiando forma, moltiplicando i fronti e rendendo ogni via d’uscita sempre più stretta.
Vaticano
Dal Vaticano arriva una condanna netta, senza ambiguità. Durante la messa della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro, Papa Leone XIV ha lanciato un messaggio diretto: nessuno può usare Gesù per giustificare la guerra.
“Gesù è il re della pace, rifiuta la guerra, e non ascolta le preghiere di chi la combatte”, ha detto, invitando a deporre le armi e a ricordare che “siamo tutti fratelli e sorelle”.
Parole che arrivano mentre il conflitto si allarga e colpisce sempre più civili, e che riportano il discorso su un piano essenziale: quello umano.
Il Papa ha poi pregato per le vittime, evocando un tempo in cui le ingiustizie finiranno e la guerra sarà solo un’eco lontana. Un richiamo semplice, ma potente. E forse proprio per questo, il più difficile da ascoltare.
Francia
La guerra in Medio Oriente inizia a proiettare le sue ombre anche in Europa. A Parigi, tre persone sono state arrestate per un presunto attentato sventato contro la sede della Bank of America, a pochi passi dagli Champs-Élysées.
Secondo le autorità francesi, un sospetto – un minorenne – aveva posizionato un dispositivo contenente circa cinque litri di liquido infiammabile con un sistema di innesco. Altri due individui sono stati fermati nelle ore successive.
Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha parlato di un possibile collegamento con la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, ipotizzando azioni indirette attraverso reti o intermediari, anche se al momento non ci sono conferme definitive.
Le indagini sono in corso con l’antiterrorismo francese, mentre le autorità invitano a rafforzare la vigilanza.
È un segnale chiaro: questo conflitto non resta confinato al Medio Oriente. Si riflette anche nelle città europee, dove il rischio non è più solo politico o economico, ma anche di sicurezza diretta.
Ucraina
La guerra in Ucraina continua a produrre effetti anche oltre i suoi confini.
In Finlandia, due droni sono precipitati vicino al confine russo, in quello che le autorità definiscono un possibile sconfinamento dello spazio aereo. Il primo ministro Petteri Orpo ha spiegato che si tratterebbe probabilmente di droni ucraini deviati da interferenze elettroniche russe, ma le indagini sono ancora in corso.
Helsinki ha chiarito di non averli abbattuti: sarebbero semplicemente caduti.
È un episodio che mostra quanto il conflitto sia ormai tecnologico e imprevedibile, dove anche la guerra elettronica può spostare armi e incidenti oltre i confini, coinvolgendo Paesi che ufficialmente non sono parte del conflitto.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti, mentre l’amministrazione di Donald Trump valuta scenari sempre più aggressivi sul fronte iraniano, la risposta nelle strade è stata massiccia.
Sabato, milioni di persone hanno partecipato alle manifestazioni “No Kings” in tutti i 50 stati, una mobilitazione che unisce più fronti di opposizione: dalla guerra in Iran alla stretta sull’immigrazione, fino alla riduzione dei diritti civili, in particolare per la comunità transgender.
Il cuore simbolico della protesta è stato il Minnesota, dove migliaia di persone si sono radunate per denunciare le politiche migratorie dell’amministrazione, considerate sempre più aggressive, e dove figure pubbliche come Bruce Springsteen hanno parlato apertamente di una deriva autoritaria.
“Questa è ancora l’America”, ha detto dal palco, mentre attori come Robert De Niro hanno definito la situazione politica “deprimente”, sottolineando però la forza di una mobilitazione così ampia.
A Washington, centinaia di persone hanno marciato fino al National Mall con slogan diretti: “Il cambiamento di regime inizia da casa”. Un messaggio che va oltre la politica estera e punta al cuore della leadership americana.
Gli organizzatori parlano di numeri in crescita costante: dalle cinque milioni di presenze di giugno ai sette milioni di ottobre, fino a una stima di nove milioni per questa ultima ondata, anche se il dato non è ancora confermato.
Più che una protesta singola, sembra l’emergere di un fronte interno sempre più strutturato.
E mentre la Casa Bianca insiste sul fatto che ogni opzione militare resta sul tavolo, nelle piazze americane si fa strada un’altra narrativa: quella di un Paese che non vuole un’altra guerra, e che inizia a dirlo ad alta voce.
Cuba
A Cuba, mentre la crisi economica ed energetica continua a stringere il Paese, arrivano aiuti dall’estero, nel porto de L’Avana è sbarcato un carico di 15 mila tonnellate di riso proveniente dalla Cina, parte di un programma più ampio di cooperazione che prevede forniture per un totale di 30 mila tonnellate.
Gli aiuti sono destinati a sostenere l’approvvigionamento alimentare in un momento particolarmente difficile, segnato da carenze diffuse e da una crisi aggravata anche dalle restrizioni e dalle sanzioni statunitensi.
Negli stessi giorni, sull’isola sono arrivati anche altri rifornimenti attraverso iniziative internazionali di solidarietà.
Una petroliera russa carica di greggio è entrata nelle acque cubane, rompendo di fatto il blocco energetico imposto dagli Stati Uniti.
Si tratta della nave Anatoly Kolodkin, sotto sanzioni internazionali, che trasporta centinaia di migliaia di barili di petrolio destinati a un’isola in piena crisi energetica, tra blackout e razionamenti.
A sorprendere è la posizione di Donald Trump, che ha lasciato passare la nave, parlando apertamente della necessità per Cuba di “sopravvivere”.
Cile
In Cile, la memoria torna a essere terreno di scontro politico.
Il governo del presidente José Antonio Kast ha annunciato che annullerà l’espropriazione di Colonia Dignidad, luogo simbolo degli abusi durante la dittatura di Augusto Pinochet.
Il progetto del precedente governo di Gabriel Boric prevedeva di trasformarlo in un museo della memoria. Ma l’attuale esecutivo lo ha definito una spesa ingiustificata, decidendo di fermarlo.
Colonia Dignidad non è un luogo qualsiasi: fondata dal gerarca nazista Paul Schäfer, è stata teatro di abusi su minori e gravi violazioni dei diritti umani, anche durante il regime militare.
Annullare quel progetto non è solo una scelta amministrativa. È una decisione che riapre una ferita mai chiusa, e pone una domanda che torna sempre: cosa succede a un Paese quando smette di fare i conti con il proprio passato?
Afghanistan
In Afghanistan, non è la guerra a fare notizia oggi, ma il clima.
Nelle ultime 24 ore, alluvioni, frane e temporali hanno causato almeno 17 morti e 26 feriti, colpendo 13 province tra ovest, centro e nord del Paese.
Oltre 500 famiglie sono state coinvolte, con case distrutte, strade spazzate via e terreni agricoli devastati. E il bilancio potrebbe salire: nuove piogge intense sono previste nelle prossime ore.
Ma il punto è più profondo. L’Afghanistan è uno dei Paesi più vulnerabili agli eventi climatici estremi, e decenni di guerra, infrastrutture fragili e povertà rendono ogni disastro ancora più devastante.
Qui basta una pioggia più forte del normale per trasformarsi in tragedia.
Nepal
In Nepal, la crisi politica entra in una nuova fase. L’ex primo ministro Khadga Prasad Oli è stato arrestato con l’accusa di responsabilità nella repressione delle proteste di settembre, che hanno causato decine di morti e portato alla caduta del governo.
Con lui fermato anche l’ex ministro dell’Interno Ramesh Lekhak, accusato di aver ordinato di sparare sui manifestanti.
Gli arresti arrivano subito dopo l’insediamento del nuovo esecutivo guidato da Balendra Shah, ex rapper diventato simbolo delle proteste anti-corruzione.
Ma il Paese resta diviso: centinaia di sostenitori di Oli sono scesi in piazza, con scontri e tensioni. È il segno di una transizione fragile, nata da una protesta guidata soprattutto dai giovani, che ora prova a trasformarsi in giustizia.
Giappone
Dal Giappone arriva una voce che pesa più di molte dichiarazioni politiche.
I sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki hanno inviato una lettera alle ambasciate di Stati Uniti e Israele per condannare gli attacchi contro l’Iran e chiedere un cessate il fuoco immediato. Una richiesta che nasce da chi la guerra nucleare l’ha vissuta sulla propria pelle.
Ma l’ambasciata israeliana a Tokyo ha rifiutato di accettare il documento, senza nemmeno leggerlo, secondo quanto riportato dal quotidiano Mainichi.
Intanto, nella capitale giapponese, centinaia di persone sono scese in piazza contro la guerra, mentre davanti all’ambasciata iraniana si è tenuta una commemorazione per oltre 160 studentesse uccise in un raid aereo all’inizio del conflitto.
Australia
In Australia si chiude una delle più lunghe e imponenti cacce all’uomo degli ultimi anni.
La polizia ha ucciso il latitante Desmond Freeman, accusato di aver assassinato due agenti nell’agosto scorso nello stato di Victoria, dando il via a una ricerca durata sette mesi tra aree boschive e terreno impervio.
Oltre 450 agenti erano stati mobilitati per trovarlo, in un’operazione che aveva coinvolto anche comunità locali, sospettate di averlo aiutato a nascondersi.
Freeman, descritto come vicino ai movimenti dei cosiddetti “sovereign citizens”, era considerato armato e altamente pericoloso.
La sua fuga era iniziata dopo aver aperto il fuoco durante un’operazione di polizia, uccidendo due agenti e ferendone un terzo.
Con la sua morte si chiude un caso che ha segnato profondamente l’opinione pubblica australiana. E che riporta al centro un tema sempre più presente: quello della radicalizzazione individuale, difficile da intercettare e ancora più difficile da fermare.
Restiamo in Australia, dove il cielo si è tinto di rosso, trasformando il paesaggio in qualcosa di surreale. È successo nella zona di Shark Bay, dove una tempesta di polvere, spinta dal ciclone Narelle, ha riempito l’aria di particelle ricche di ferro, dando al cielo un colore quasi marziano.
Uno spettacolo affascinante, ma anche inquietante. Perché dietro quelle immagini spettacolari c’è un fenomeno climatico estremo sempre più frequente.
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