9 luglio 2025 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Luglio 9, 2025
- La Corte penale Internazionale emette mandati di arresto contro leader talebani per la persecuzione delle donne e delle ragazze in Afghanistan.
- Gaza: decine di persone uccise, mentre Netanyahu chiacchiera con Trump.
- Messico, la presidente Claudia Sheinbaum: “Non possiamo costruire il futuro con le armi.
- Kenya in piazza tra rabbia e repressione: morti, arresti e richieste di giustizia.
- Nicaragua: la repressione oltreconfine. Dissidenti esiliati uccisi, comunità indigene nel mirino.
- Panama: il governo vuole chiudere il ministero delle Donne. Le femministe insorgono.
Introduzione al notiziario: Diplomazia delle Macerie
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Afghanistan
La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati d’arresto per due dei massimi leader dei Talebani, accusandoli di aver commesso crimini contro l’umanità attraverso la persecuzione sistematica di donne e ragazze in Afghanistan.
Nel mirino dell’Aja ci sono il leader supremo Haibatullah Akhundzada e il capo della giustizia Abdul Hakim Haqqani.
Secondo la corte, vi sono “fondati motivi” per ritenere che dal 2021 — anno della presa di Kabul — abbiano imposto restrizioni che configurano una violazione dei diritti fondamentali basata sul genere.
Tra i provvedimenti imposti dal regime: divieto di istruzione per le ragazze sopra i 12 anni, esclusione delle donne dal lavoro, imposizione del mahram (l’obbligo di un accompagnatore maschile per gli spostamenti), e persino restrizioni sull’uso della voce in pubblico.
La reazione del governo talebano è stata immediata: Kabul ha definito il mandato “un atto ostile” e “un insulto all’Islam”, riaffermando di rispettare i diritti delle donne “secondo la cultura afghana e la legge islamica”.
È la prima volta che un tribunale internazionale mette formalmente sotto accusa la leadership talebana per la guerra ideologica e strutturata contro le donne.
Un passo simbolico, certo — la CPI non ha una propria forza di polizia — ma carico di peso storico e giuridico.
Nel silenzio complice della comunità internazionale, le donne afghane sono state cancellate dalla sfera pubblica, rinchiuse, zittite, controllate. La CPI oggi rompe quel silenzio. Eppure, resta una domanda: chi li arresterà davvero?
I Talebani respingono le accuse e ricordano i crimini delle forze occidentali. Human Rights Watch rilancia: giustizia anche per le vittime dell’ISIS-K, degli ex servizi afghani e delle truppe americane.
Ma oggi, almeno per un attimo, il diritto internazionale ha ricordato al mondo che privare una donna della sua libertà è un crimine contro l’umanità. Anche se si fa nel nome della religione. Anche se si fa nel silenzio degli altri.
Israele e Palestina
■ OSTAGGI/CESTEDI’ FUOCO: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha incontrato per la seconda volta in due giorni il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per discutere di Gaza, mentre l’inviato di Trump in Medio Oriente ha affermato che Israele e Hamas stavano risolvendo le loro divergenze con un accordo di cessate il fuoco.
Un alto funzionario politico israeliano ha dichiarato ai giornalisti ieri mattina che l’80-90% dell’accordo di cessate il fuoco/presa degli ostaggi con Hamas è già stato concordato , ma che i negoziati potrebbero richiedere più di qualche giorno.
Il Ministero degli Esteri del Qatar ha affermato che “è troppo presto per parlare dei dettagli, ma ci sono sensazioni positive. Il processo richiede tempo e non è possibile stabilire un calendario chiaro per il raggiungimento dei risultati”.
Netanyahu ha incontrato il vicepresidente JD Vance e martedì ha visitato il Campidoglio degli Stati Uniti; mercoledì dovrebbe tornare al Congresso per incontrare i leader del Senato degli Stati Uniti.
■ ISRAELE: 5 soldati israeliani sono stati uccisi lunedì sera durante un’operazione nel nord di Gaza, aggiungendo che altri 14 soldati sono rimasti feriti nell’incidente.
■ GAZA: Nella sua apparizione congiunta con Trump, Netanyahu ha appoggiato il trasferimento di massa della popolazione palestinese da Gaza , affermando che “se le persone vogliono rimanere, possono rimanere, ma se vogliono andarsene, dovrebbero poterlo fare.
Netanyahu ha aggiunto che Israele sta lavorando con gli Stati Uniti per “trovare paesi che cercheranno di realizzare ciò che dicono sempre: vogliono dare ai palestinesi un futuro migliore.
Ieri, 60 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani , secondo quanto riportato dagli ospedali della Striscia. Secondo fonti palestinesi , 33 persone sono state uccise in attacchi contro campi di tende umanitari nella zona di Muwasi.
Il Ministero della Salute, guidato da Hamas, ha dichiarato che otto delle vittime sono state uccise vicino ai centri di distribuzione, mentre cercavano aiuti. Secondo il Ministero, dall’inizio della guerra sono state uccise 57.575 persone.
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha lanciato l’allarme: il sistema sanitario di Gaza rischia il collasso a seguito del forte aumento delle vittime nei centri di distribuzione degli aiuti.
Le IDF hanno emesso ordini di evacuazione per nove quartieri di Khan Yunis , nella striscia di Gaza meridionale, invitando i residenti, compresi quelli che vivono nei campi tendati, a evacuare immediatamente verso ovest perché le IDF stavano espandendo le loro operazioni a causa di “attività terroristiche nella zona”.
■ LIBANO: Le IDF hanno affermato di aver ucciso Ali Abd al-Hassan Haidar , un comandante della Forza d’élite Radwan di Hezbollah, nel sud del Libano lunedì.
Martedì, le IDF hanno dichiarato di aver preso di mira un “ terrorista chiave di Hamas ” nel nord del Libano.
■ IRAN: Il governo iraniano ha dichiarato che almeno 1.060 persone sono state uccise nella guerra con Israele, avvertendo che la cifra potrebbe aumentare.
Un funzionario delle IDF ha dichiarato alla Reuters che i missili iraniani hanno colpito alcuni siti militari israeliani durante il conflitto durato 12 giorni, si tratta della prima apparente ammissione pubblica che tali luoghi erano stati colpiti.
■ Regno Unito: Il ministro degli Esteri britannico David Lammy ha affermato che un cessate il fuoco a Gaza deve essere raggiunto nelle prossime settimane, aggiungendo che il Regno Unito “ andrà oltre nell’adottare misure contro Israele… se la situazione intollerabile continua “.
COLOMBIA: Il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ha annunciato la convocazione di una conferenza internazionale nella capitale Bogotà martedì 15 luglio per “introdurre misure giuridiche, diplomatiche ed economiche concrete che possano fermare la distruzione di Israele” a Gaza.
Kenya
La rabbia popolare continua a incendiare le strade del Kenya. Le proteste scoppiate lunedì in almeno 16 contee hanno causato almeno 10-11 morti, decine di feriti tra civili e poliziotti, e centinaia di arresti, secondo fonti ufficiali e della Commissione Nazionale per i Diritti Umani.
Le forze dell’ordine hanno usato proiettili veri, gas lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma contro i manifestanti, in un’escalation che ha fatto seguito alle manifestazioni del 25 giugno, durante le quali erano stati uccisi 15 manifestanti e ferite centinaia di persone.
Le proteste coincidono con il 35° anniversario delle Saba Saba, le storiche manifestazioni che portarono al multipartitismo in Kenya nel 1990. Ma il malcontento attuale affonda le radici anche nella repressione delle proteste anti-tasse dello scorso anno, che causarono almeno 60 morti e decine di sparizioni forzate.
La portavoce dell’Ufficio ONU per i Diritti Umani, Ravina Shamdasani, ha ribadito l’appello dell’Alto Commissario Volker Türk a condurre inchieste rapide, indipendenti e trasparenti su tutte le uccisioni e le violazioni dei diritti, in linea con il diritto internazionale.
Il Kenya, spesso celebrato come esempio di stabilità africana, sta mostrando il volto crudo di una democrazia che reprime invece di ascoltare.
Le piazze chiedono giustizia, riforme, dignità. Lo Stato risponde con manganelli, proiettili, e silenzi.
Ma la memoria è un’arma potente: quelle stesse strade oggi insanguinate sono le stesse dove, 35 anni fa, si lottava per il diritto di scegliere. Ora si lotta per non essere dimenticati.
Libia
Tensione diplomatica in Libia: il governo dell’Est, con sede a Bengasi e legato al generale Khalifa Haftar, ha respinto una delegazione di ministri europei appena atterrata in città.
Il gruppo, arrivato in volo da Tripoli, era composto dal commissario UE alle migrazioni, dai ministri dell’Interno di Grecia, Malta e dall’italiano Matteo Piantedosi, dopo un incontro con le autorità del governo di unità nazionale riconosciuto dall’ONU.
Nel comunicato ufficiale diffuso dalle autorità dell’Est si parla di un “mancato rispetto delle procedure diplomatiche” e della decisione di dichiarare i ministri “persone non grate“, notificando loro l’obbligo di lasciare il territorio.
Secondo fonti italiane, si sarebbe trattato di un’incomprensione protocollare non imputabile all’Italia. Nessun impatto, dunque, sui rapporti bilaterali tra Roma e Bengasi. Ma resta l’incidente.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che ne parlerà “appena possibile” con Piantedosi.
La Libia è sempre più lo specchio frantumato della politica estera europea: due governi, due agende, e un’Europa che cerca di dialogare con entrambi ma rischia di farsi respingere da entrambi.
L’incidente non è solo una questione protocollare: è il sintomo di un vuoto diplomatico profondo, in un Paese che resta diviso, instabile, e centrale nel dossier migrazioni che tanto ossessiona l’Unione Europea.
E mentre si parla di cooperazione, la realtà è fatta di veti incrociati, rivalità armate e figure politiche che si contendono legittimità a colpi di espulsioni simboliche.
L’Europa cerca interlocutori. La Libia ne ha troppi.
Francia
Un violento incendio boschivo ha colpito martedì l’area di Les Pennes-Mirabeau, vicino a Marsiglia, nel sud della Francia, costringendo le autorità a sospendere tutti i voli all’aeroporto di Marsiglia-Provenza.
https://twitter.com/mesyeuxtesyeux/status/1942568792321843262
Le fiamme, alimentate da settimane di ondate di calore e venti forti, hanno già bruciato oltre 350 ettari di vegetazione. In campo 168 pompieri, due elicotteri e 68 mezzi di soccorso per cercare di contenere l’avanzata del fuoco. Al momento non si registrano vittime.
Immagini e video diffusi online mostrano lingue di fuoco scendere dalle colline verso la città, con colonne di fumo denso e tossico che spingono le autorità a chiedere ai residenti del nord di Marsiglia di restare in casa, con porte e finestre chiuse.
Stati Uniti
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato martedì che i nuovi dazi commerciali entreranno in vigore il 1° agosto 2025 e che non ci saranno ulteriori proroghe.
Lo ha scritto direttamente sui social, precisando che le lettere inviate ai governi di 14 Paesi, tra cui Giappone, Corea del Sud, Sudafrica, Indonesia, Serbia, Bangladesh, Cambogia e Tunisia, indicano tariffe comprese tra il 25% e il 40%.
“In altre parole — ha scritto Trump — tutto il denaro sarà dovuto e pagabile a partire dal 1° agosto 2025. Nessuna estensione verrà concessa.”
Secondo il presidente, questi dazi sono una risposta a relazioni commerciali “lontane dall’essere reciproche” e sono pensati per spingere le aziende straniere a produrre negli Stati Uniti, evitando così le imposte.
Trump ha anche avvertito che se i Paesi colpiti risponderanno con contro-dazi, gli Stati Uniti potrebbero alzare ulteriormente le tariffe.
La nuova ondata di dazi targata Trump apre un fronte che rischia di infiammare nuovamente le guerre commerciali globali, con effetti a catena su catene di fornitura, inflazione e tensioni geopolitiche.
Non è solo una questione di economia: è una strategia politica muscolare.
Colpendo Paesi asiatici, africani e balcanici, Trump punta a rafforzare il messaggio “America First”, ma a pagarne il prezzo potrebbero essere, ancora una volta, i consumatori e le economie più fragili.
Dal 1° agosto, la diplomazia cede il passo al protezionismo. E il commercio globale entra in acque turbolente.
Haiti
A Port-au-Prince le gang armate hanno colpito ancora. Questa volta nel mirino è finito l’Hotel Oloffson, simbolo della capitale e pezzo di memoria collettiva haitiana, ridotto in cenere dopo un assalto armato che per fortuna non ha fatto vittime. E per chi se lo ricorda, anche il luogo dove era passato Gram Green per uno dei suoi romanzi.
Il governo ad interim guidato da Alix Didier Fils-Aimé ha condannato l’attacco definendolo “un atto criminale di indicibile violenza”, che distrugge “una parte dell’anima di Port-au-Prince, della nostra memoria, del nostro patrimonio”.
Il comunicato denuncia un’escalation nella strategia del terrore: “Non si limitano più a bruciare case. Ora attaccano la nostra cultura, la nostra identità, ciò che ci rende un popolo.”
Le autorità lanciano un appello all’unità nazionale, invitando la popolazione a resistere alla morsa del “banditismo che minaccia la nostra sopravvivenza collettiva”.
Secondo l’ONU, la guerra tra bande ha già causato oltre 2.600 morti e sfollato 1,3 milioni di persone.
Cuba
È morto dopo 51 giorni di sciopero della fame Yan Carlos González González, 45 anni, detenuto politico cubano condannato a 20 anni di carcere per “sabotaggio” e “danneggiamento di beni culturali e naturali”.
Secondo l’accusa, avrebbe incendiato un campo di canna da zucchero. Ma le prove, denunciano l’ong Cubalex e la famiglia, semplicemente non esistevano.
González si era cucito bocca e occhi a maggio, in un gesto disperato di protesta. Aveva cominciato a ridurre il cibo ad aprile, fino a smettere completamente di alimentarsi a metà maggio. È morto all’ospedale Arnaldo Milián Castro di Santa Clara, con gravi danni renali e in stato di estrema disidratazione.
La moglie accusa apertamente il sistema giudiziario cubano: “È stato lo Stato a renderlo un prigioniero politico. Lo hanno condannato senza alcuna prova”.
Panama
Le organizzazioni femministe di Panama lanciano l’allarme: il governo vuole sopprimere il ministero degli Affari Femminili, trasformandolo in un semplice dipartimento sotto il controllo del ministero dello Sviluppo Sociale.
La misura, annunciata dal presidente José Raúl Mulino durante il discorso alla nazione del 1° luglio, sarebbe parte di un piano per snellire lo Stato e “centralizzare le funzioni”.
Ma la reazione non si è fatta attendere. La Convergenza Nazionale delle Donne per Panama e la Difesa del Ministero degli Affari Femminili parlano apertamente di “battuta d’arresto istituzionale” e attacco ai diritti.
“Far scomparire questa entità equivale a zittire le donne sui grandi temi che condizionano le nostre vite: salute, lavoro, istruzione, giustizia, protezione dalla violenza”, si legge nel comunicato.
In un Paese con alti tassi di violenza di genere, disuguaglianze strutturali e scarsa rappresentanza femminile, l’idea di tagliare proprio il ministero che dovrebbe garantire l’equità appare più ideologica che economica.
E c’è di più: Panama ha ratificato la Convenzione ONU CEDAW, che impone agli Stati firmatari non solo di non smantellare, ma di rafforzare i meccanismi istituzionali per l’uguaglianza di genere.
Ridurre tutto a una voce di spesa è un atto che svela la gerarchia politica delle priorità: il diritto delle donne viene dopo.
Ma se c’è una cosa che la storia insegna, è che ogni volta che si tenta di cancellare la voce delle donne, la loro risposta diventa un coro più forte.
Nicaragua
Il regime di Daniel Ortega in Nicaragua sta portando avanti una repressione senza frontiere, colpendo non solo oppositori interni ma anche dissidenti in esilio. Lo denuncia l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, che parla di una pratica sistematica e transnazionale.
Il caso più recente è l’omicidio del maggiore in pensione Roberto Samcam, avvenuto il 19 giugno a San José, in Costa Rica, dove viveva in esilio dal 2018 dopo aver denunciato i crimini del governo nicaraguense. Le autorità locali sospettano gruppi legati al regime sandinista attivi oltreconfine.
Negli ultimi due anni, almeno 137 dissidenti nicaraguensi esiliati in Costa Rica sono stati uccisi o aggrediti.
Nel mirino della repressione anche difensori dei diritti umani, giornalisti, religiosi e leader di comunità indigene e afrodiscendenti.
Secondo l’ultimo rapporto della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, il Nicaragua ha perso ogni parvenza di stato di diritto: giustizia politicizzata, leggi ambigue per zittire il dissenso, statuti revocati, detenzioni arbitrarie e una crescente ondata di paura.
Brasile
La presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, ha rilanciato due proposte concrete per un nuovo paradigma di crescita economica globale, durante i recenti incontri internazionali, incluso il vertice dei Brics in Brasile.
“La manifattura bellica non può essere il motore dello sviluppo mondiale,” ha dichiarato, sottolineando l’urgenza di contrastare l’espansione dell’industria delle armi con una visione pacifista.
Sheinbaum ha ricordato la proposta già formulata al G20 nel novembre 2024, che prevede di destinare almeno l’1% della spesa militare globale a programmi di riforestazione e sostegno ai piccoli produttori agricoli, come strumento di cooperazione allo sviluppo.
Ha anche ribadito l’intenzione del suo governo di organizzare un vertice internazionale sullo sviluppo economico, sottolineando che “la crescita del PIL non basta se non si traduce in benessere per le persone.”
Nel cuore di un mondo che spende oltre 2.400 miliardi di dollari l’anno in armi, le parole di Claudia Sheinbaum rompono uno schema: non sviluppo a tutti i costi, ma sviluppo che cura.
In un sistema dove si misura la salute economica con il PIL, senza guardare chi resta indietro, chi respira aria tossica o chi lavora la terra con le mani nude, la proposta messicana è più che simbolica: è una sfida etica e politica.
Ma riuscirà il Messico a far breccia nel muro di interessi bellici e speculativi?
Per ora, è una voce dissonante. Ma necessaria.
India
Cresce in India l’adesione alla “Bharat bandh” lo sciopero generale indetto per oggi in tutto il Paese.
Accanto ai sindacati dei “colletti bianchi”, dipendenti di banca e delle agenzie assicurative, si asterranno dal lavoro anche le associazioni dei lavoratori delle poste, del trasporto pubblico, dei minatori e degli operai edili.
Secondo le previsioni di Amarjeet Kaur dell’All India Trade Union Congress saranno oltre 250 milioni i lavoratori in sciopero.
L’iniziativa sostiene le 17 richieste elencate nel libro bianco presentato al ministro del Lavoro Mansukh Mandaviya che non hanno avuto al momento alcuna risposta.
Nepal
Un fiume di montagna ingrossato dalle piogge monsoniche ha travolto martedì il ponte dell’Amicizia di Rasuwagadi, principale collegamento tra Nepal e Cina, lasciando 20 persone disperse, secondo le autorità nepalesi.
Tra i dispersi: 14 nepalesi e 6 cittadini cinesi, molti dei quali lavoravano a un progetto infrastrutturale finanziato da Pechino.
Le acque del fiume Bhotekoshi hanno spazzato via case, camion e centinaia di veicoli elettrici importati dalla Cina, parcheggiati al confine per le ispezioni doganali.
Finora sono stati salvati 55 civili, tra cui quattro cittadini indiani e uno cinese, grazie all’intervento dell’esercito e all’uso di elicotteri. Il primo ministro del Nepal, Khadga Prasad Oli, ha sorvolato l’area insieme a ministri e ufficiali per monitorare l’emergenza.
Il crollo del ponte di Rasuwagadi non è solo una tragedia umana, ma anche un colpo al cuore dell’economia nepalese: l’intero flusso commerciale dalla Cina è stato interrotto. Ora l’unica alternativa è passare per l’India, allungando tempi e costi.
Ma dietro la cronaca si cela un problema più ampio: i monsoni non sono più eventi ciclici imprevedibili, ma fenomeni sempre più estremi e devastanti, amplificati dai cambiamenti climatici e da infrastrutture fragili in aree montane ad alto rischio.
E mentre i governi parlano di sviluppo e cooperazione, la realtà del cambiamento climatico travolge i ponti — e le persone — ogni anno un po’ più violentemente.
Indonesia
Un cielo grigio, un odore acre nell’aria, strade e risaie trasformate in fango vulcanico. È il paesaggio che si sono trovati davanti martedì mattina gli abitanti di Flores, in Indonesia, dove il vulcano Lewotobi Laki Laki ha eruttato per il secondo giorno consecutivo, proiettando nubi di cenere e lava fino a 4 chilometri d’altezza.
Il giorno precedente, tre eruzioni violente avevano lanciato materiali vulcanici fino a 18 chilometri nel cielo, accompagnate da boati, scosse e una pioggia di lapilli grandi quanto un pollice.
Le immagini sui social mostrano residenti in fuga tra le nuvole di cenere, motociclisti disorientati, e paesi sommersi da una coltre grigia.
Finora nessuna vittima è stata segnalata, ma oltre 10.000 persone in 10 villaggi delle regioni di East Flores e Sikka sono state colpite. Scuole chiuse, aeroporti bloccati, e una distribuzione di emergenza di 50.000 mascherine per proteggere la popolazione da polveri e gas tossici.
Il rischio non è finito: le autorità temono che le piogge monsoniche possano causare colate di fango e lava nei prossimi giorni.
Il vulcano Lewotobi Laki Laki, già salito al massimo livello di allerta il 18 giugno, torna a ricordarci quanto la natura sia viva, imprevedibile, implacabile.
Eppure, mentre i gas riempiono i polmoni e la terra trema sotto i piedi, è proprio la popolazione locale a dimostrare resilienza: l’abitudine al pericolo non è rassegnazione, ma preparazione.
In Indonesia, dove 120 vulcani attivi segnano il paesaggio e la memoria, si convive con l’incertezza. Ma quando la terra parla — con fuoco, cenere e silenzio — tutto il resto si ferma. Compresi i voli, le scuole, e le parole.
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