Il tentato femminicidio di Imperia

Scritto da in data Gennaio 16, 2026

Una donna si getta dal balcone per sfuggire alle forbici del marito e finisce in prognosi riservata, con gravi fratture alla colonna vertebrale.

Il giudice per le indagini preliminari di Imperia, invece di riconoscere il tentato femminicidio, sceglie di giustificare l’aggressione con un’argomentazione arcaica e violenta.

“Si prostituiva”.

Questa non è neutralità giudiziaria, scrive Lucha y Siesta in una nota.

”È complicità culturale”.

È complicità culturale

È il ritorno esplicito di una logica patriarcale che trasforma la libertà sessuale delle donne in una provocazione e la violenza maschile in una reazione “comprensibile”.

Secondo il gip, dato che – stando alla versione dell’imputato – la donna si prostituiva, l’aggressione non può essere qualificata come tentato femminicidio ma soltanto come tentato omicidio.

Le motivazioni espresse dal giudice sono agghiaccianti: l’aggressione  non sarebbe stata “determinata dall’odio discriminatorio nei confronti della moglie o da un’ossessiva volontà di dominio” poiché “i coniugi sono tenuti ad obblighi di fedeltà reciproci”.

Ma il femminicidio non dipende da ciò che una donna fa o non fa: dipende dall’intento di chi vuole annientarla.

Quando il sistema giudiziario nega l’odio di genere perché la persona offesa non corrisponde a un ideale di “donna rispettabile”, non applica il diritto: legittima la violenza.

Possesso

Ancora una volta si confonde la fedeltà coniugale con il possesso.

Ancora una volta, si punisce la disobbedienza femminile.

E ancora una volta si ignora che la Convenzione di Istanbul vieta espressamente di considerare il comportamento della persona offesa come attenuante o giustificazione della violenza subita.

Non si tratta di un semplice errore interpretativo.

La decisione del GIP rende evidente una realtà diffusa: i tribunali sono spesso luoghi in cui la violenza patriarcale viene riprodotta contro chi la subisce e la denuncia.

La vittimizzazione secondaria è un fenomeno endemico.

I percorsi di fuoriuscita dalla violenza che passano attraverso procedimenti giudiziari – civili, penali o relativi ai minori – sono ancora profondamente orientati da uno sguardo patriarcale che influenza iter e decisioni.

L’impegno e la determinazione trasformativa dei centri antiviolenza e della marea  transfemminista ha già incrinato le strutture del potere patriarcale.

La scompostezza delle reazioni dimostra il tentativo disperato di puntellare un palazzo che sta crollando.

Ma tanto più occorre adesso vigilare, non arretrare, far sentire la nostra voce unita, potente e libera.

Smascherare ogni tentativo di riaffermare per incompetenza, connivenza o volontà la legittimazione del predominio e della rabbia maschile di fronte alla sfida della libertà e della rottura dei ruoli di genere.

Non tolleriamo la violenza che colpisce lз nostrз sorellз che denunciano, che rischiano la vita, che dovrebbero essere riconosciute, credute e garantite. 

Invitiamo pertanto centri antiviolenza e movimenti femministi e transfemministi a inondare le aule dei tribunali per far sentire sotto osservazione chi opera nei tribunali e sostenere chi denuncia, chi si sottrae alla violenza, chi lotta per ottenere giustizia.

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