La forza di cambiare, Radio Bullets ha un nuovo sito
Scritto da Barbara Schiavulli in data Agosto 26, 2018
Cominciava tre anni fa la nostra avventura di Radio Bullets. All’inizio è stato un modo per far vedere che nel panorama giornalistico qualcosa mancava, che si parlava poco e male di Esteri. Quelle notizie che ci raccontano il mondo, che lo sommergono, che lo fanno andare avanti o indietro. Che a volte lo fermano e che altre lo scavalcano. Barbara Schiavulli per Radio Bullets
Photo Credits: Barbara Schiavulli
Inizialmente era un modo per aggirare la nostra frustrazione di giornalisti che si sono occupati di cose al di là dei confini, persone a cui le scrivanie stavano strette, reporter senza mai un contratto, senza una sicurezza se non quella di amare questo mestiere.
Sapevamo che raccontare il mondo necessitava di un posto, di un contenitore e noi volevamo trovarglielo, volevamo essere parte di questo cambiamento. Abbiamo scoperto due cose importanti che forse sapevamo ma non volevamo vedere: la prima è che là fuori c’è un mare di buoni giornalisti pronti ad impegnare il loro tempo per qualcosa in cui credono e la seconda è che senza soldi tutto è più difficile. Anche perché come per ogni altra professione, che piaccia o no, i soldi servono.
Le notizie gratis, sono la più grande fakenews di tutti tempi. E in Italia il giornalismo è diventato un mestiere di élite, dove spesso si è costretti a svendersi per due lire, a lavorare non in sicurezza per contenere i costi o a farlo gratis sperando che un giorno le cose cambino. Ma niente cambia in meglio senza la determinazione e l’impegno delle persone. La qualità costa, che si parli di cibo, di macchine, di tecnologia o di sanità. E così vale anche per il giornalismo. Siamo partite da zero in due. Ora siamo in 15. Tante persone, tanti colleghi sono passati e hanno portato il loro contributo. Non sapevamo neanche cosa fosse un podcast e ora facciamo un notiziario quotidiano, produciamo rubriche, spingiamo perché non ci si dimentichi che al di là della porta di casa c’è un mondo intero da raccontare. Abbiamo creato una squadra, coi suoi pregi e i suoi difetti, dove si discute molto, a volte animatamente, ma poi si continua, senza sosta, inesorabili come le notizie. Perché le idee fluttuano e non si fermano.
Se siamo arrivati fin qui, con microfoni, un sito nuovo, due reportage – uno dall’Afghanistan e l’altro dal Venezuela – non è solo perché ci siamo messi di impegno ogni giorno, ma perché un manipolo di amici e ascoltatori ha creduto in noi. Ce ne servirebbero tanti per garantire la sostenibilità di questo piccolo sogno, ma per ora siamo già grati per quello che da soli e con l’aiuto di chi ci conosce siamo riusciti ad ottenere.
Questo dimostra che a qualcuno importa, che qualcuno crede che sia necessario, che non ci si può limitare al monopolio di chi strizza gli Esteri in qualche pagina a volte intrisa di ideologia, altre che riempiono gli spazi pubblicitari, altri ancora che li mettono solo perché lo fanno tutti.
Quante volte, tutti noi indipendenti che facciamo questo mestiere, abbiamo pensato di mollare, che non si poteva andare avanti così, a pochi euro a pezzo magari dopo aver lavorato per ore, per giorni, per settimane. O dopo aver discusso con un’amministrazione che si dimentica di pagare, o aver parlato con un caporedattore che non distingue Fregene da Kandahar. Quante volte ci è stato suggerito di mollare, detto che si può fare anche altro, che la nostra testardaggine è un difetto e non un pregio, e che non cambieremo mai una mentalità o un modo di fare dove il giornalismo invece di migliorare si ripiega su se stesso, dove internet diventa una fonte, dove le dichiarazioni stupide dei politici si trasformano titoli, dove si smette di domandare ma si danno risposte che la gente vuole sentire o almeno così credono quelli dentro le redazioni che non sanno più cosa significa consumare le scarpe.
Oh, se avessimo 50 centesimi per ogni volta che ci siamo sentiti dire: provate a fare qualcos’altro…probabilmente quest’anno non avremmo passato il ferragosto davanti al computer a sistemare il sito, non avremmo chiesto a tutti i nostri amici di investire in noi, non avremmo dedicato ogni pensiero a come preparare il prossimo passo per far andare Radio Bullets un pochino più avanti. Ma se non lo avessimo fatto, non ci sentiremmo così emozionati nel lanciare il nostro sito, non sapremmo cosa significa sapere di avere qualcosa di importante per le mani, sentiremmo di aver tradito il nostro mestiere, quello che ci fa dare una notizia qualche ora dopo con tutte le conferme del caso piuttosto che darla prima come fanno altri e sbagliare.
Questo non significa che non commettiamo errori, ne facciamo in continuazione ma quando lo capiamo, cerchiamo di correggere, di chiedere scusa, di essere in buona fede. Crediamo che questo i nostri ascoltatori si aspettino da noi: giornalisti seri, forse a volte un po’ bizzarri, perbene, dediti e soprattutto di parte. Sì, il nostro giornalismo crede nella sua funzione più intrinseca, quella di essere al servizio delle gente, di un popolo, di una democrazia che potrà solo essere consapevole se bene informata. Non difenderemo i muri, ma spalancheremo le porte. Non lasceremo che vengano dimenticate le storie di persone senza nome , non fingeremo di non vedere o di non sentire se fa comodo a qualcuno.
E’ stato detto che con la cultura non si mangia, figuriamoci se è necessario sapere che se c’è un alluvione nello stato di Kerala in India, o se in Afghanistan i talebani hanno riconquistato mezzo Paese. Niente di tutto quello che facciamo è necessario per chi pensa che la gente dovrebbe restare dentro ai propri confini, che le vittime delle guerre siano poveretti, che le donne musulmane siano sottomesse e i bianchi siano ricchi. Ma c’è una nicchia di persone che noi vogliamo raggiungere che non la pensa così: c’è chi vuole sapere perché si combatte in Yemen e si bombardano gli autobus di bambini, esattamente come vuole sapere perché crolla un ponte dopo 50 anni. Ci sono persone che credono che salvare una vita – che sia sul ciglio di una strada o in mezzo al mare – salvi loro ma anche la nostra umanità.
Perché ci sono persone che pensano che sparare a un medico che soccorre manifestanti al di là di una recinzione sia vigliacco. Perché ci sono politici che pensano di fare e dire cose senza che nessuno si arrabbi. Perché ci sono persone che non vogliono solo sapere perché un ragazzo straniero va in un Paese e viene ucciso, ma perché quel Paese è pieno di dissidenti in quelle prigioni, perché si muore e si scompare solo per avere scritto un post in cui si criticava. Ogni giorno ci sono persone che rischiano la vita solo per essere se stessi, come gli omosessuali in Russia, o i Rohingya in Birmania, o gli indigeni in Brasile. Sapere protegge, sapere indigna, sapere può fare la differenza.
Noi non ci occupiamo di politica italiana, ma ne respiriamo l’aria strana di questo periodo dove tutto sembra rarefatto, dove i valori stanno cambiando, dove quello che una volta valeva per tutti, ora sembra sia così solo per alcuni. Più che idee minacce, più che aiuto sopraffazione, più che ospitalità proiettili di gomma che colpiscono solo alcuni colori della pelle. Questa non è la nostra eredità e raccontare il mondo ci permette di contestualizzarlo, di esserne parte.
Se siete d’accordo, e anche se non lo siete ma pensate che la varietà porti sempre qualcosa di buono, potete sostenerci con un contributo, entrare a far parte della nostra squadra. Basta andare sul nostro nuovo sito alla pagina sostienici e provare a cambiare insieme a noi. Se poi, dopo tutta questa tiritera, non vi abbiamo ancora convinto, allora potete riascoltare tutto da capo
E da parte mia è tutto.