Seconda pillola. Il “canto” delle sirene

Scritto da in data Novembre 27, 2020

A cura di Alessandra Chiricosta e Sara Pollice

Cosa cantano le sirene? La domanda che l’imperatore Tiberio poneva ai suoi grammatici rimane per sua natura senza risposta. Nessuno riesce ad ascoltarne il canto senza esserne irretito.

L’unico a poterlo descrivere è Ulisse, che però non lo fa. Per quale ragione? Forse il canto delle sirene non è dicibile nei termini del logos? Partendo dalla domanda di Tiberio, la seconda pillola ci aiuterà a trasformare la prospettiva logocentrica in cui siamo avvinti.

Come ricordano Horkheimer e Adorno, è nell’incontro tra Ulisse e le sirene, nei due dispositivi – uno per sé, l’altro per i marinai – con i quali l’uomo nuovo ne neutralizza il potere, che si manifestano le dinamiche violente che fondano la civiltà occidentale.

Il logos viene a coincidere qui con una ragione strumentale che naturalizza il conflitto contro la natura, contro l’alterità, contro il sé, condannando l’essere umano all’infelicità nell’illusione di una liberazione. Tuttavia, la narrazione dell’Odissea non è riuscita a spegnere il canto delle sirene che continua a risuonare in modi e tempi diversi.

Un canto non completamente addomesticabile, non dicibile nel nostro logos e neppure nell’arte, intesa come puro oggetto di contemplazione.

Come ricorda Agnese Grieco nel suo Atlante delle sirene, il canto delle sirene non sceglie la via del logos, pur conoscendolo benissimo. Di altra vibrazione, che non separi tra natura e cultura, tra specie, tra corpo e mente, necessita una filosofia realmente liberante.

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