29 agosto 2025 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Agosto 29, 2025
- All’ONU, l’ambasciatore algerino si commuove leggendo le parole di una giornalista uccisa a Gaza.
- Iran: l’ombra del “snapback.
- Libano: Unifil verso la fine.
- Taiwan: l’AI che diventa giornalista.
- Thailandia al bivio: il futuro della premier Shinawatra nelle mani della Corte.
Introduzione al notiziario: La memoria che salpa: Gabor Maté e la Global Sumud Flotilla
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Un sopravvissuto all’Olocausto, il medico ungherese-canadese Gabor Maté, prende oggi la parola per Gaza. Non è un politico, non è un militante: è un uomo che ha conosciuto l’annientamento, la persecuzione, la fame.
E con quella memoria ancora viva nel corpo e nell’anima, ha deciso di sostenere la Freedom Flotilla che domenica salperà da Barcellona.
“Vorrei essere con voi” – dice – “perché ciò che accade a Gaza sta spezzando i cuori di milioni di persone in tutto il mondo”. È la voce di chi ha visto la disumanità trasformarsi in sistema, e riconosce in quell’assedio le stesse ombre di allora.
Maté ricorda che Israele ha già fermato navi come queste: abbordate in acque internazionali, sequestrate, i passeggeri arrestati, gli aiuti negati.
Ma questa volta non ci sarà una sola barca: partiranno in molti, da più Paesi, con un solo messaggio che attraversa le onde — la solidarietà. Una solidarietà che non combatte nessuno, che non porta armi, che non odia: ma che si schiera, senza esitazione, dalla parte di un popolo schiacciato dalla fame, dalle bombe, dall’indifferenza.
Quando un sopravvissuto all’Olocausto sente il dovere di alzarsi e dire “non possiamo restare a guardare”, il silenzio dei governi diventa insopportabile.
E allora resta il mare: l’ultima frontiera di chi crede che la dignità non si deporta, che la speranza non si affonda, che la giustizia non può essere sequestrata.
Palestina e Israele
All’ONU, l’ambasciatore algerino si è commosso leggendo le ultime parole di Mariam Abu Dagga, giornalista palestinese uccisa a 33 anni in un raid israeliano sull’ospedale Nasser di Gaza.
Mariam, madre di un ragazzo di 13 anni, aveva lasciato un messaggio al figlio Gaith: “Quando morirò, prega per me, non piangere per me. E quando avrai una figlia, chiamala Mariam, come me”.
Il suo corpo, protetto solo da una telecamera e da un giubbotto stampa, si aggiunge a quello di 245 giornalisti già uccisi a Gaza.
Una generazione di testimoni ridotta al silenzio, mentre la carestia avanza e la popolazione vive in quello che è stato definito “un inferno in terra”.
Al Consiglio di Sicurezza, 14 Paesi hanno denunciato l’uso della fame come arma di guerra e chiesto un cessate il fuoco immediato e permanente. Solo gli Stati Uniti hanno scelto di non firmare la dichiarazione.
Le parole di Mariam pesano più di mille comunicati diplomatici: raccontano una verità che le istituzioni non riescono a difendere.
Gaza non è più solo una guerra, è un luogo in cui i giornalisti muoiono per mostrare la realtà, mentre la diplomazia si rifugia in lamenti senza conseguenze.
Come ha detto l’ambasciatore algerino: fermare un genocidio non è un’opzione, è un dovere.
■ OSTAGGI/CESSATE IL FUOCO: Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty e il suo omologo del Qatar, Mohammed al-Thani, hanno dichiarato che gli sforzi di mediazione “incontrano resistenza e ritardi da parte di Israele per quanto riguarda la proposta di cessate il fuoco”, aggiungendo che “il progetto di sfollamento palestinese non avverrà con nessun pretesto”.
Al-Thani ha anche invitato la comunità internazionale a “fare pressione su Israele affinché fermi la guerra”.
L’Egitto sta addestrando centinaia di palestinesi, per lo più appartenenti alle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, per garantire la sicurezza nella Gaza del dopoguerra, ha riferito il Wall Street Journal, citando funzionari egiziani.
■ GAZA: Il Ministero della Salute guidato da Hamas ha riferito che 71 palestinesi sono stati uccisi nelle ultime 24 ore negli attacchi delle IDF , 22 mentre attendevano aiuti e quattro persone sono morte per fame e malnutrizione, tra cui due bambini.
Secondo il Ministero, dall’inizio della guerra nella Striscia sono state uccise 62.966 persone.
La Difesa Civile di Gaza ha riferito che oltre 1.500 edifici residenziali ad Al-Zaytoun sono stati completamente distrutti dall’inizio dell’operazione di terra israeliana il 6 agosto, lasciando l’area completamente rasa al suolo.
Il portavoce Mahmoud Basal ha affermato che una devastazione simile si sta verificando a Jabaliya, con l’esercito che utilizza macchinari pesanti, esplosivi e droni per accelerare le demolizioni. Circa l’80% dei residenti di Al-Zaytoun è stato sfollato in altre zone di Gaza City.
Secondo una lettera visionata dalla Reuters, oltre 500 membri dello staff delle Nazioni Unite presso l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani (OHCHR) hanno chiesto a Volker Turk di descrivere esplicitamente la guerra di Gaza come un genocidio in atto.
La CNN ha riferito che le riprese video hanno mostrato che il secondo attacco delle IDF all’ospedale Nasser di Khan Yunis a Gaza, avvenuto lunedì, è stato in realtà costituito da due attacchi consecutivi, che hanno colpito un gruppo di soccorritori e altri giornalisti giunti sul posto dopo il primo attacco.
Un’inchiesta di Sky News ha scoperto che, delle sei persone che Israele ha definito “terroristi” uccise nell’attacco all’ospedale Nasser, solo una è stata identificata come combattente, ed è stata uccisa altrove due giorni prima dell’attacco all’ospedale.
A parte gli Stati Uniti, tutti i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno affermato che la carestia a Gaza è una “crisi provocata dall’uomo”.
In una dichiarazione congiunta, 14 dei 15 Stati membri del Consiglio hanno chiesto un cessate il fuoco immediato, incondizionato e permanente, il rilascio di tutti gli ostaggi tenuti da Hamas e altri gruppi, un’importante ondata di aiuti in tutta Gaza e la revoca immediata e incondizionata da parte di Israele di tutte le restrizioni alla distribuzione degli aiuti.
Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ambasciatrice statunitense Dorothy Shea ha respinto la dichiarazione di carestia a Gaza del Comitato Penale Internazionale, accusandone gli autori di parzialità e sostenendo che il rapporto mancava di credibilità, senza fornire prove per confutarne le conclusioni.
Papa Leone XIV chiese un cessate il fuoco immediato a Gaza e chiese a Israele di porre fine alla “punizione collettiva” e allo sfollamento forzato dei palestinesi a Gaza.
■ CISGIORDANIA: I coloni israeliani hanno installato quattro case mobili prefabbricate vicino al villaggio palestinese di Umm al-Kheir, dove un colono israeliano ha sparato e ucciso l’attivista palestinese Awdah Hathaleen il mese scorso .
Secondo il piano generale dell’area, il sito è considerato parte del vicino insediamento di Carmel, ma si trova oltre la recinzione perimetrale dell’insediamento e non è vicino alle altre case dell’insediamento.
Tariq Hathaleen, un residente di Umm al-Kheir che è stato attivo nello sforzo di impedire ai coloni di prendere il controllo del sito, ha detto che il terreno è stato sgomberato lì per l’installazione di quattro roulotte aggiuntive e che gli abitanti del villaggio palestinese si aspettano che le case vengano occupate a breve.
■ ISRAELE: Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha chiesto l’approvazione del procuratore generale israeliano per un “documento politico” da lui redatto, volto a limitare significativamente il diritto di manifestare , chiedendo alla polizia di non consentire ai manifestanti di bloccare le strade durante le dimostrazioni, comprese “le vie di accesso agli ospedali, le vie di emergenza, le vie per l’aeroporto Ben Gurion e le strade principali, nazionali, regionali o autostrade”.
Ben-Gvir ha avvertito che se il procuratore generale non gli avesse risposto sulla questione “entro cinque giorni, la politica sarebbe entrata in vigore”, il che coincide con le manifestazioni di massa che chiedono un accordo sugli ostaggi e un cessate il fuoco, previste per mercoledì prossimo nei pressi della residenza del Primo Ministro a Gerusalemme.
SIRIA: I media statali siriani riferiscono che gli attacchi israeliani a Damasco hanno ucciso almeno otto soldati dopo che le truppe siriane hanno scoperto dispositivi di sorveglianza israeliani vicino al Monte al-Manea.
L’escalation ha incluso molteplici raid aerei, attacchi con droni e un lancio di elicotteri contro siti militari, spingendo Damasco a condannare gli attacchi come una grave violazione della sovranità.
■ HOUTHI: Le IDF hanno dichiarato di aver colpito un “obiettivo militare” Houthi nella capitale yemenita di Sanaa.
Il notiziario qatariota Al Araby ha affermato che gli attacchi israeliani hanno preso di mira alti funzionari Houthi.
Giovedì mattina, un drone lanciato dallo Yemen è stato intercettato dall’aeronautica militare israeliana prima di entrare in territorio israeliano, secondo le IDF.
Libano
L’inviato statunitense Tom Barrack ha interrotto la sua visita nel Libano meridionale a causa delle proteste contro la spinta di Washington a disarmare Hezbollah e dell’indignazione per le sue dichiarazioni in cui invitava i giornalisti a “comportarsi civilmente”.
Sono scoppiate manifestazioni a Khiam e Tiro, con i sostenitori di Hezbollah che hanno denunciato le politiche statunitensi, mentre il Libano prevede di presentare un piano di disarmo nonostante Hezbollah insista sul fatto che Israele debba prima ritirarsi dal territorio libanese.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato all’unanimità per terminare, alla fine del 2026, la missione UNIFIL in Libano, dopo quasi cinquant’anni di presenza.
Si tratta della forza multinazionale creata nel 1978 per monitorare il ritiro israeliano dal sud del Libano e ampliata dopo la guerra del 2006.
La decisione arriva su forte pressione degli Stati Uniti e di Israele, che da tempo considerano la missione un costo inutile e un ostacolo al pieno controllo del confine da parte delle forze armate libanesi.
Washington aveva già ridotto drasticamente i finanziamenti.
L’Europa, in particolare Francia e Italia, si è opposta a un ritiro troppo rapido, avvertendo che le capacità dell’esercito libanese non sono sufficienti a garantire la sicurezza lungo la “Blue Line”.
Il compromesso prevede un mandato finale di 16 mesi e un ritiro graduale di 10.800 militari e civili, con compiti limitati: protezione dei civili, assistenza umanitaria e sicurezza del personale ONU.
La chiusura di UNIFIL segna la fine di una delle più longeve operazioni di peacekeeping dell’ONU, ma lascia interrogativi pesanti.
Da un lato, il Libano affronta una crisi politica ed economica senza precedenti, e il suo esercito fatica a mantenere stabilità. Dall’altro, Israele continua a mantenere truppe oltre la Blue Line.
Il rischio è che il vuoto lasciato dalla missione ONU diventi terreno fertile per nuove tensioni tra Hezbollah e Israele, in una regione già sull’orlo dell’escalation.
Rwanda
Sette migranti sono stati trasferiti dagli Stati Uniti in Rwanda ad agosto, nel quadro di un accordo bilaterale che prevede l’accoglienza fino a 250 persone. Secondo Kigali, i deportati sono stati ospitati da un’organizzazione internazionale, con assistenza sociale e sanitaria: tre hanno chiesto di rientrare nei Paesi d’origine, quattro invece di restare e costruirsi una vita in Rwanda.
Il Rwanda non è il solo: anche Uganda, Eswatini e Sud Sudan hanno firmato intese con Washington. Alcuni casi hanno sollevato polemiche: in Eswatini, ad esempio, cinque migranti sono stati rinchiusi in isolamento senza limiti di tempo.
Questi accordi mostrano una nuova geografia dei rimpatri forzati: gli Stati Uniti, come già il Regno Unito con il Rwanda, esternalizzano la gestione dei migranti, trasformando Paesi africani in terminali di politiche restrittive.
Se da un lato Kigali presenta il piano come un’opportunità di reinsediamento con formazione e assistenza, dall’altro restano seri dubbi sulla trasparenza, sulle condizioni dei deportati e sulla legalità internazionale di tali intese.
La questione non riguarda solo il destino di poche decine di persone, ma apre interrogativi più ampi: fino a che punto le democrazie occidentali sono disposte a spostare altrove la “responsabilità umanitaria” pur di ridurre l’impatto politico interno della migrazione?
Europa e Iran
Francia, Germania e Regno Unito hanno avviato la procedura di “snapback” per reintrodurre le sanzioni ONU contro l’Iran, sospese dopo l’accordo nucleare del 2015.
La decisione arriva dopo la guerra di 12 giorni con Israele, che ha colpito anche siti nucleari iraniani.
Il ritorno delle sanzioni significherebbe congelare gli asset di Teheran all’estero, bloccare accordi militari e limitare ancora lo sviluppo del programma missilistico. Per l’Europa è uno strumento di pressione per riportare l’Iran al tavolo dei negoziati.
Per Teheran, invece, è un atto “illegale e ingiustificato”, che rischia di far saltare del tutto la cooperazione con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Dietro lo scontro, la realtà è che l’Iran ha continuato ad arricchire uranio vicino ai livelli da bomba atomica, accumulando scorte sufficienti per diversi ordigni.
L’economia intanto crolla: il rial ha superato la soglia di un milione per un dollaro, un tracollo che pesa sulla popolazione.
Lo “snapback” non è solo diplomazia: è l’ennesima escalation in una regione già destabilizzata dalla guerra a Gaza, e rischia di spingere Teheran ancora più vicino a Mosca e Pechino, proprio mentre l’Occidente prova a contenerne l’influenza.
Restiamo ancora un momento in Iran, A Teheran le autorità hanno chiuso forzatamente gli uffici dell’Associazione dei Giornalisti, sostenendo che il contratto d’affitto fosse scaduto e che l’edificio rientrasse in un progetto di ampliamento stradale.
Ma l’associazione denuncia pressioni politiche e parla di un “attacco diretto all’indipendenza sindacale e alla libertà professionale dei giornalisti”.
Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha chiesto un’immediata revoca della decisione, o almeno una sede alternativa gratuita.
Non è un caso isolato: nelle ultime settimane anche altre organizzazioni civili, come l’Associazione Sociologica Iraniana, sono state sfrattate.
Dietro le motivazioni burocratiche, la realtà è una sola: in Iran la stampa indipendente è sempre più sotto assedio.
Dopo la guerra di 12 giorni con Israele, la repressione si è inasprita. Giornalisti vengono arrestati, intimiditi e persino chi lavora dall’estero subisce minacce.
la chiusura della sede non è solo un fatto amministrativo: è un colpo al pluralismo, alla possibilità di avere una voce critica e a quella fragile società civile che resiste in mezzo alla censura.
Una democrazia senza giornalisti liberi non è democrazia: e l’Iran sta cancellando gli spazi, uno alla volta.
Ukraina e Russia
La capitale ucraina Kiev e diverse altre regioni dell’Ucraina sono state colpite da un attacco combinato su larga scala con missili e droni nella notte tra giovedì e venerdì, secondo quanto riportato da funzionari ucraini.
Almeno 18 persone, tra cui quattro bambini, sono rimaste uccise nella capitale. Secondo quanto riportato, nell’attacco sono stati utilizzati droni ad alta velocità Geran-3 dotati di motori a reazione.
Danneggiata anche la sede della delegazione dell’Unione Europea. Nessun diplomatico ferito, ma il segnale è chiaro: Mosca non esita a colpire simboli politici oltre che civili.
La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha parlato con Donald Trump e Volodymyr Zelensky, chiedendo a Vladimir Putin di sedersi al tavolo dei negoziati.
Ma se l’Europa chiede dialogo, il Cremlino continua a pretendere che Kyiv rinunci al Donbas e all’adesione alla NATO. Condizioni che equivarrebbero a una resa.
Von der Leyen parla di trasformare l’Ucraina in un “istrice d’acciaio”, pronta a difendersi, e annuncia un tour nei Paesi del confine orientale per rafforzare la compattezza europea.
La realtà però è che mentre la diplomazia si muove tra dichiarazioni e viaggi lampo, i missili continuano a cadere, e la guerra si allontana sempre più da una soluzione politica.
Stati Uniti
Mercoledì l’amministrazione Trump ha licenziato Susan Monarez dal suo incarico di direttrice dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) a seguito delle pressioni esercitate sull’agenzia affinché modificasse la politica vaccinale statunitense.
Gli avvocati di Monarez affermano che Monarez si era rifiutata di dimettersi e, prima del suo licenziamento, i suoi legali avevano scritto in una dichiarazione pubblica che “Quando la direttrice del CDC Susan Monarez si è rifiutata di approvare direttive non scientifiche e sconsiderate e di licenziare esperti sanitari dedicati, ha scelto di proteggere il pubblico piuttosto che servire un’agenda politica.
Per questo motivo, è stata presa di mira”. In risposta, Monarez è stata immediatamente licenziata dalla Casa Bianca e altri alti funzionari del CDC si sono da allora dimessi per protesta.
Venezuela
Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino, ha annunciato il dispiegamento di navi militari e droni lungo la costa caraibica del Paese in risposta all’invio di navi da guerra e migliaia di truppe da parte degli Stati Uniti nella regione, citando preoccupazioni relative al traffico di droga e offrendo ricompense per la cattura del presidente Maduro e di altri funzionari.
Caracas ha condannato le azioni statunitensi come una minaccia alla pace regionale, ha mobilitato milizie e truppe lungo il confine colombiano e ha smantellato i cantieri navali dediti al narcotraffico, mentre gli analisti suggeriscono che il rafforzamento militare sia più una presa di posizione che un’imminente invasione.
Guyana
In Guyana, la campagna elettorale per le presidenziali e le legislative del 1° settembre è dominata da un tema che travalica i confini nazionali: la disputa con il Venezuela per la regione contesa dell’Esequibo, territorio ricchissimo di risorse petrolifere e minerarie.
Il presidente uscente Irfaan Ali e il vicepresidente Bharrat Jagdeo, candidati per il Partito Progressista del Popolo/Civico (Ppp/C), hanno accusato il miliardario Azruddin Mohamed — volto nuovo della politica con il partito Win (Investiamo nella Nazione) — di rapporti con l’ambasciata venezuelana a Georgetown.
Un’accusa che Mohamed respinge, ma che pesa sul dibattito pubblico, soprattutto dopo che gli Stati Uniti lo hanno sanzionato nel 2024 per contrabbando d’oro, definendolo un “candidato fantoccio” di Nicolás Maduro.
Il terzo sfidante è Aubrey Norton, 68 anni, leader della coalizione Alleanza per una Nuova Unità (Apnu), di formazione socialista e con esperienza internazionale a Cuba e nel Regno Unito.
Al di là delle polemiche, tutti e tre i candidati hanno promesso, con toni diversi, di difendere l’Esequibo dalle rivendicazioni venezuelane. Ma la crisi di confine rischia di trasformare queste elezioni in un referendum sull’identità nazionale e sulla capacità del Paese di resistere alle pressioni di Caracas.
In una Guyana oggi ricca di petrolio e in piena crescita economica, l’Esequibo diventa non solo terreno di contesa internazionale, ma anche la chiave per legittimare o delegittimare i futuri leader del Paese.
Colombia
In Colombia, 33 soldati sono stati liberati dopo tre giorni di prigionia in una comunità amazzonica della provincia di Guaviare, una zona dominata da coltivazioni di droga e gruppi guerriglieri dissidenti delle FARC.
La vicenda era cominciata con violenti scontri tra l’esercito e i ribelli guidati dal comandante Iván Mordisco, che hanno lasciato sul terreno almeno dieci morti.
Dopo i combattimenti, i soldati erano rimasti bloccati dagli abitanti, accusati dal governo di essere stati manipolati dai guerriglieri. Bogotá ha definito la situazione un vero e proprio sequestro.
La liberazione è stata ottenuta grazie alla mediazione di delegazioni governative, dell’Ufficio del Difensore Civico e delle Nazioni Unite.
Ma l’episodio conferma un fenomeno ormai “normalizzato”: il sequestro collettivo di militari in aree dove lo Stato è quasi assente e la popolazione resta ostaggio della guerriglia.
Solo pochi giorni fa, lo stesso gruppo armato ha rivendicato un attentato a Cali con un camion bomba che ha ucciso sei persone e ne ha ferite più di sessanta.
Per il presidente Gustavo Petro, che ha puntato la sua politica sulla “paz total”, l’ondata di violenza dei dissidenti segna uno dei passaggi più difficili del fragile processo di pacificazione iniziato con l’accordo del 2016.
Pakistan
In Pakistan, più di un milione di persone sono state evacuate questa settimana nella provincia del Punjab, colpita dalle peggiori inondazioni degli ultimi quarant’anni.
Piogge monsoniche torrenziali e il rilascio di acqua dalle dighe indiane hanno fatto esondare tre fiumi — Ravi, Sutlej e Chenab — sommergendo oltre 1.400 villaggi e devastando raccolti vitali come grano, riso e cotone.
Il governo è stato costretto a far saltare tratti di argini per evitare il collasso del grande sbarramento di Qadirabad. La misura ha salvato due città, ma al prezzo di sommergere vaste aree agricole.
Finora almeno 12 persone hanno perso la vita solo in Punjab, mentre il bilancio nazionale dall’inizio della stagione supera gli 800 morti.
Il premier Shehbaz Sharif e la nuova ministra regionale Maryam Nawaz hanno ribadito l’urgenza di costruire nuovi bacini per gestire un’emergenza che ormai non è più episodica. Nel 2022, piogge senza precedenti avevano già causato oltre mille vittime: oggi la storia si ripete, confermando che il Pakistan — tra i dieci Paesi più esposti al cambiamento climatico — vive una catastrofe strutturale.
Il ministro della Pianificazione Ahsan Iqbal ha detto chiaramente: “La crisi climatica è la nuova normalità”. Una normalità che mette in ginocchio una delle regioni agricole più cruciali dell’Asia e rischia di trasformare ogni monsonica in una tragedia annunciata.
Thailandia
In Thailandia, la Corte Costituzionale deciderà oggi il destino politico della premier Paetongtarn Shinawatra, figlia dell’ex leader miliardario Thaksin, a meno di un anno dal suo insediamento.
La giovane prima ministra è accusata di violazione etica per una telefonata trapelata a giugno con l’ex premier cambogiano Hun Sen, in cui avrebbe mostrato eccessiva deferenza mentre i due Paesi erano sull’orlo di un conflitto di confine.
La telefonata ha scatenato indignazione e proteste, incrinando la fragile coalizione di governo. Nonostante le scuse e la spiegazione — “volevo evitare spargimenti di sangue” —, la sua leadership appare compromessa.
Se la Corte dovesse destituirla, Paetongtarn sarebbe il quinto premier in 17 anni a cadere per decisione dei giudici, segno di come la magistratura costituzionale sia diventata un attore centrale nel lungo braccio di ferro che da decenni attraversa la politica thailandese, spesso intrecciata con i colpi di Stato militari.
Lo scenario successivo si annuncia caotico: il Parlamento dovrà scegliere un nuovo premier tra una rosa di candidati che va da Chaikasem Nitisiri, ex procuratore generale del Pheu Thai, ad Anutin Charnvirakul, ex vicepremier che ha già abbandonato la coalizione, fino a vecchie figure come Prayuth Chan-ocha, l’ex generale golpista oggi fuori dalla politica.
Ma anche in caso di sopravvivenza, il futuro della premier Shinawatra sembra appeso a un filo: la sua maggioranza è sottilissima e rischia di collassare sotto le pressioni di nazionalisti e opposizione, mentre il Paese resta sospeso tra crisi economica e instabilità politica cronica.
Corea del Sud
In Corea del Sud, Kim Keon Hee, moglie dell’ex presidente Yoon Suk Yeol, è stata incriminata per corruzione e frode finanziaria da un team di procuratori speciali. È la prima volta nella storia del Paese che una ex first lady finisce formalmente sotto processo.
La vicenda si inserisce nel più ampio scandalo che ha travolto la coppia presidenziale: Yoon, destituito ad aprile dopo un maldestro tentativo di imporre la legge marziale a fine 2024, è già sotto processo con accuse pesantissime, tra cui insurrezione. Entrambi sono attualmente detenuti.
Le imputazioni contro Kim vanno dallo scandalo delle azioni truccate alle mazzette, con un intreccio che coinvolge imprenditori, leader religiosi e un noto faccendiere politico.
Un accumulo di accuse e sospetti che ha segnato l’intera parabola della presidenza di Yoon, logorandone la legittimità e indebolendo il suo partito conservatore.
La crisi non riguarda solo la coppia: lo stesso giorno è stato incriminato anche l’ex premier Han Duck-soo, accusato di favoreggiamento dell’insurrezione e falsa testimonianza. Un quadro che mostra come il “governo marziale” tentato da Yoon stia ora disgregando a catena la vecchia classe dirigente.
La caduta di Yoon non si limita a un singolo scandalo, ma riflette una crisi istituzionale che sta ridisegnando i rapporti di potere a Seoul, aprendo scenari imprevedibili sulla stabilità politica del Paese.
Taiwan
A Taipei l’agenzia di stampa ufficiale CNA ha presentato “Chih Ming”, un agente di intelligenza artificiale pensato per affiancare i giornalisti nel loro lavoro quotidiano.
Il sistema è in grado di fare fact-checking, correggere refusi, proporre didascalie e persino ricostruire la cronologia di un evento attingendo dagli archivi dal 2022 in poi.
Secondo CNA, l’obiettivo non è sostituire i reporter, ma ottimizzare i flussi di lavoro: dall’elaborazione di bozze multilingue alla raccolta di dati, così da lasciare ai giornalisti più tempo per l’inchiesta e il lavoro sul campo.
Il progetto, sviluppato con il sostegno del fondo digitale di Google Taiwan, è il primo esperimento strutturato di “AI editor” in un’agenzia di stampa asiatica.
L’iniziativa di Taiwan si inserisce nel dibattito globale sul rapporto tra AI e giornalismo. Da una parte, l’intelligenza artificiale può alleggerire compiti tecnici, velocizzare verifiche e rafforzare la qualità del prodotto.
Dall’altra, resta il timore che strumenti del genere possano scivolare dal supporto alla sostituzione, con ricadute sull’indipendenza editoriale e sull’occupazione.
Taiwan sceglie un approccio “ibrido”, ma la linea tra assistente e sostituto sarà sempre più sottile.
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