6 febbraio 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Febbraio 6, 2026
- Tra accordi di pace e droni: l’Est della Repubblica democratica del Congo continua a bruciare
- Minerali “critici”, vite sacrificabili: la guerra che alimenta il mondo
- Donne, giornaliste, artisti: le voci che resistono al silenzio
- Italia e società civile: reti di pace che non si arrendono
Mia cara moglie, ti scrivo queste parole senza sapere se ti arriveranno mai, o se sarò vivo quando le leggerai.
Patrice Lumumba scrive dal carcere di Thysville. È il 1961.
Il primo Primo Ministro di quella che oggi è la Repubblica Democratica del Congo sarà assassinato poco tempo dopo. Con lui verrà assassinata anche la speranza di un Congo libero e in pace.
L’unica cosa che volevamo per il nostro Paese era il diritto a una vita degna, a una dignità senza compromessi, a un’indipendenza senza restrizioni
Scrive Lumumba.
È lo stesso diritto che il Congo ancora oggi attende e per cui continua a lottare.
«Popolo infelice, la cui indipendenza viene calpestata», aggiungeva.
Eppure credeva nel «futuro splendido» del suo Paese.
Senza dignità non c’è libertà, senza giustizia non c’è dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi. L’Africa scriverà la sua storia e, sia a nord che a sud, sarà una storia di gloria e dignità. Non piangete per me. So che il mio Paese martoriato saprà difendere la sua libertà e la sua indipendenza. Lunga vita al Congo! Lunga vita all’Africa!
È alla Repubblica Democratica del Congo che ha diritto ad “un futuro splendido” che dedichiamo il Notiziario Africa di oggi, con gli aggiornamenti da quello che, da trent’anni e nel silenzio generale, è un fronte di guerra permanente.
Andremo poi alle radici del conflitto, nelle profondità della sua terra, dove la ricchezza mineraria di cui tutti beneficiamo si trasforma in sangue, nelle miniere dove si muore, passando però per Washington, dove si è tenuta una riunione sui minerali critici a cui ha partecipato anche il Governo italiano.
Ma racconteremo anche altro: donne che danno voce ad altre donne; la società civile che in Italia e in Africa si mobilita per la pace; la musica e la poesia che diventano resistenza.
Oggi, 6 febbraio 2026.
Pace solo sulla carta
Il dialogo per mettere fine alla guerra, da una parte. La violenza armata, dall’altra. Nell’Est del Congo non c’è giorno in cui ad ogni passo avanti verso la pace non corrisponda un arretramento. In mezzo, come sempre, restano i civili.
Un attacco di droni all’aeroporto di Kisangani è arrivato come una minaccia, quasi in parallelo alla mano tesa a Doha, in Qatar, dove governo di Kinshasa e ribelli del Movimento 23 Marzo – milizia sostenuta dal vicino Ruanda, che con una imponente offensiva lo scorso anno ha occupato le capitali del Nord e del Sud Kivu, Goma e Bukavu – hanno raggiunto un accordo per il dispiegamento di una missione delle Nazioni Unite. L’obiettivo è monitorare il cessate il fuoco nella città strategica di Uvira, prima occupata dall’M23 e poi tornata sotto il controllo dell’esercito e delle milizie alleate.
L’attacco a Kisangani, a centinaia di chilometri dai principali fronti di combattimento, ha il sapore di un avvertimento. “L’uso di Kisangani come piattaforma per proiettare il terrore contro i nostri territori è ora proibito. Il santuario di questa base di retrovia è finito”, ha affermato Corneille Nangaa, leader degli M23. Nangaa parla di superiorità militare e definisce “nostro” il territorio occupato. Il Movimento accusa il governo congolese di continuare a operare con i suoi aerei da guerra mentre si discute di una possibile pace.
A Doha i colloqui avrebbero prodotto un primo risultato, dentro una guerra che è in realtà solo l’ennesima fase di un conflitto armato che dura da oltre trent’anni, con attori che cambiano nome e sigla, ma pure sempre lo stesso.
Mentre a nord i combattimenti si fanno più intensi, l’accordo di Doha sembra una buona notizia, un segnale di progresso. “Il ministero degli Esteri del Qatar ha dichiarato lunedì che il Congo e l’M23 hanno concordato termini di riferimento dettagliati per il meccanismo di monitoraggio del cessate il fuoco”, scrive l’agenzia Reuters.
Passi avanti, sulla carta, verso una pace che resta ancora una promessa, rinnovata di accordo in accordo. “Gli accordi di Washington, firmati nel dicembre 2025 tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda sotto la mediazione degli Stati Uniti, promettevano la fine del devastante conflitto armato nel Congo orientale attraverso il ritiro delle truppe, il cessate il fuoco e la cooperazione economica sui minerali essenziali. Mesi dopo, l’accordo ha mantenuto poco più di promesse sulla carta, con i combattimenti in corso e i civili a farne le spese. I colloqui paralleli di Doha con l’M23, appena ripresi, procedono lentamente”, scrive in questi giorni l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch.
Ad Uvira, un reportage di The New Humanitarian racconta la distanza tra quella promessa e la realtà quotidiana di chi vive sotto minaccia costante. “Sulla carta, la pace era tornata nella mia regione, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. I presidenti si erano stretti la mano, le macchine fotografiche avevano scattato flash e Donald Trump aveva dichiarato che un’altra guerra era stata risolta”, scrive Ladi Ludo, giornalista congolese che lavora sotto pseudonimo, partito in viaggio poco dopo la firma degli accordi.
Quello che trova è atroce: “I segni dei combattimenti erano ovunque. Cartucce e frammenti di proiettili erano sparsi sul terreno. Ho superato i resti di postazioni militari abbandonate, veicoli bruciati e case distrutte. Corpi in decomposizione di soldati e civili giacevano abbandonati”. Le voci che raccoglie raccontano sempre gli stessi orrori. Faticano perfino a parlare, eppure ripetono sempre a stessa verità: “Stiamo soffrendo e il mondo sta affrontando solo superficialmente i problemi che ci stanno logorando”; “I decisori politici mondiali non sanno nulla di ciò che sta accadendo”.
La guerra dei minerali
A Washington, mercoledì, oltre cinquanta paesi, tra cui l’Italia, si sono seduti allo stesso tavolo per stabilire come approvvigionarsi di quelli che sono definiti “minerali critici”. Una bella fetta di questi minerali, indispensabili alla nostra vita quotidiana, alle nostre automobili, alla tecnologia che usiamo tutti i giorni, con cui stiamo scrivendo queste parole, registrando questo podcast, vengono dalla Repubblica Democratica del Congo, che possiede tra le più grandi riserve di cobalto e coltan, ma non mancano litio, oro, stagno e ogni genere di risorsa rara.
“Scandalo geologico”. È così che si racconta il Congo, tanto ricco e prezioso è il suo sottosuolo. È per il controllo di quei minerali che si combatte nell’Est, ma è anche grazie a quei minerali che si combatte. Origine e allo stesso tempo strumento di guerra, le terre rare legano inesorabilmente il Congo e la sua sofferenza al resto del mondo.
Mentre si discute di pace, l’M23 continua ad espandere il controllo su oro, stagno e coltan, minerali che, ricorda Human Rights Watch, vengono contrabbandati verso il Ruanda. Da lì vanno in giro per il mondo.
Nella miniera di Rubaya, il 28 gennaio, dopo forti piogge, il crollo dei tunnel ha causato la morte di oltre 200 persone, anche se il numero reale non si saprà mai. “Vedere i nostri colleghi morire è molto doloroso… ma siamo costretti a tornare alla miniera”, ha raccontato un sopravvissuto, come riporta l’Australian Broadcasting Corporation. Intorno a quella miniera, i ribelli dell’M23 impongono tasse per circa 800 mila dollari al mese, finanziando così il conflitto, scrive l’Agenzia Reuters.
Miniere dove le condizioni di vita sono un inferno, miniere artigianali dove si va a scavare sin da bambini. Ma anche grandi concessioni, che i Paesi capaci di esercitare pressioni su Kinshasa cercano di accaparrarsi.
Minerali, merce di scambio anche nel processo di pace. Quando a dicembre gli Stati Uniti hanno aiutato il Congo a raggiungere l’accordo con il Ruanda, hanno ottenuto dal Congo la firma su un altro accordo, lo Strategic Partnership Agreement, che garantirebbe a Washington un accesso stabile e privilegiato ai minerali congolesi.
Negli Stati Uniti, in questi giorni, all’incontro sui minerali critici, c’era anche Félix Tshisekedi, il presidente della Repubblica Democratica del Congo.
La riunione ministeriale, nata con lo scopo di ridurre la dipendenza dalla Cina e gestire le filiere di approvvigionamento, si è tradotta, di fatto, in una coalizione guidata dagli Stati Uniti, per ridisegnare gli equilibri sul mercato globale. Ha partecipato anche il ministro Antonio Tajani, con l’obiettivo, spiega la Farnesina, di rafforzare la cooperazione internazionale.
Durante la visita del presidente Tshisekedi negli Stati Uniti sono stati anche annunciati nuovi accordi su miniere, trasporto e logistica, per aumentare la presenza americana nella filiera estrattiva congolese. Un memorandum d’intesa prevede l’acquisto del 40% delle attività minerarie congolesi del colosso Glencore da parte dell’Orion Critical Mineral Consortium, fondo sostenuto dal governo statunitense, in un’operazione stimata attorno ai 9 miliardi di dollari. .
Eppure, mentre a Washington si discute su come organizzare il mercato dei minerali essenziali, nell’Est del Congo, chi in quelle terre preziose vive teme che il Paese “ne trarrà ben poco vantaggio”, racconta Al Jazeera. “Ci sono investitori che ci fanno lavorare; a volte ci cacciano dalle nostre terre e ci costringono a lavorare per loro nelle loro miniere per i loro interessi egoistici. Non vogliamo più essere sfruttati”, racconta Gerard Buunda, studente di economia a Goma. Teme il popolo congolese che i nuovi accordi favoriscano le multinazionali, reiterando forme di sfruttamento e accendendo guerre e conflitti.
Avvocati e difensori dei diritti umani hanno presentato un’azione legale contro l’accordo USA-RDC, firmato contestualmente agli accordi di pace, come spiega il think tank Oakland Institute, sostenendo che il partenariato rischia di aggirare il Parlamento e compromettere la sovranità nazionale sulle risorse naturali, denunciando scarsa trasparenza e benefici incerti per la popolazione locale.
Voci di donne, giornalismo di pace
I corpi delle donne sono campi di battaglia, terre da saccheggiare, devastare, piegare. Donne e bambine, vittime di violenza, stuprate, sfruttate e umiliate, discriminate. E costrette al silenzio. A dare voce alle donne soffocate nell’orrore della guerra che si combatte da decenni nell’Est del Congo, si dedicano attiviste e giornaliste, in un Paese dove raccontare è difficile e rischioso.
Tra loro c’è Sifa Munyaka Angèle. Lavora per Radio Notre Dame de Tanganyika (RNDT) a Uvira, nel Sud Kivu, città che è stata occupata dai ribelli M23.
A lei, alla sua rubrica “Donne e pace”, l’Association des Femmes des Médias, ha attribuito il premio ProPaix «Jinsiya Kwa Amani», nato per “incoraggiare i giornalisti a impegnarsi nella diffusione di argomenti sulla promozione di genere, l’uguaglianza di genere, la salute sessuale e riproduttiva e la prevenzione delle violenze sessuali e sessiste per un cambiamento positivo nelle comunità”.
Nel suo magazine radiofonico Sifa racconta come “la situazione della sicurezza a Uvira si sia deteriorata e abbia impatti drammatici sulle donne e le ragazze, in particolare in materia di violenze sessuali e di violazioni dei diritti umani”, scrive RNDT.
La presenza di gruppi armati ha reso ancora più difficile la vita delle donne, costrette in un clima di paura permanente, in una Paese dove la violenza di genere è già radicata e diffusa. Nel 2024, un rapporto di Medici senza Frontiere segnalava che “più di 2 vittime di violenza sessuale vengono curate ogni ora in Repubblica Democratica del Congo, con il dato più alto mai registrato e il 98 % delle vittime sono donne e ragazze”, soprattutto nelle province orientali tra cui il Sud Kivu.
Un mestiere difficile, quello di Sifa. A portare alla luce storie di guerra, violenza, discriminazione e violazioni dei diritti umani, in Congo, si rischia in prima persona.
“Dall’inizio del 2025, l’Ufficio di assistenza di Reporters Senza Frontiere ha ricevuto decine di richieste di aiuto da parte di giornalisti congolesi che hanno abbandonato urgentemente le zone di combattimento nell’est del Paese, intrappolati tra la violenza del gruppo armato M23 e quella dell’esercito del governo congolese. RSF è riuscita a rispondere a 40 di queste richieste, fornendo assistenza diretta ai giornalisti presi di mira per il loro lavoro”, scrive l’organizzazione.
Le donne giornaliste sono tra le più vulnerabili. Gorette (nome fittizio per motivi di sicurezza), giornalista specializzata in diritti umani e violenza contro le donne, è una delle persone costrette a fuggire. Di Bukavu, racconta di aver ricevuto minacce esplicite dopo la pubblicazione di diversi reportage che davano voce alle sopravvissute alla violenza. “Mi è stato detto chiaramente che ero su una lista. Ho lasciato la città il giorno prima dell’ingresso dei ribelli”, confida. Ora rifugiata a Nairobi con alcuni dei suoi figli, sta cercando di ricostruirsi una vita, senza un lavoro stabile né prospettive chiare”, racconta l’Ukweli Coalition Media Hub.
Le iniziative in Italia
Pace, verità, impegno, in Italia, la società civile si mobilita, mantiene alta l’attenzione su una guerra solo in apparenza lontana da noi.
Oggi pomeriggio, alle 17.30, a Massa, si terrà un incontro pubblico nella Sala della Resistenza di Palazzo Ducale, “Il Congo martoriato – Sfide per la pace e l’impegno di Luca Attanasio”. Intervengono Salvatore Attanasio, padre dell’ambasciatore ucciso nel 2021 in Nord Kivu, lungo la strada che collega Goma a Rutshuru, e John Mpaliza, attivista per i diritti umani e portavoce della rete Insieme per la Pace in Congo, una rete di persone e associazioni che si impegnano ogni giorno con iniziative, informazione e mobilitazione per non lasciar cadere il silenzio su uno dei più drammatici conflitti armati del nostro tempo.
Un secondo incontro il 12 febbraio, invece, a Como, al Cinema Astra, alle 20,45. Una serata in ricordo dell’ambasciatore Luca Attanasio, con gli interventi del padre, Salvatore, di John Mpaliza e della giornalista Giusy Baioni.
Ed è grazie alla voce di un’attivista che oggi vive in Italia, Micheline Mwendike, congolese nata e cresciuta a Goma, tra i fondatori del movimento cittadino apartitico e non violento Lucha (Lutte pour le Changement), che arriva la richiesta di sostegno alla Panafrican Caravan for Peace in D.R. Congo, una mobilitazione panafricana, una carovana che unirà simbolicamente l’Oceano Atlantico al Lago Tanganica.
Da Banana a Kalemie, “otto cittadini congolesi, senegalesi, kenioti e tanzaniani percorreranno oltre 3.000 km in 60 giorni, viaggiando a piedi, in moto o con i mezzi pubblici”. Promossa da Mwendike, John Anipenda, Happyness Binja, Benediction Murhabazi, la carovana partirà il 24 marzo portando con sé tre messaggi popolari: «Queste guerre non ci appartengono», «No al silenzio di fronte ai drammi congolesi» e «Il Congo è uno e indivisibile».
È attivo un crowdfunding per sostenerla, ma sono previste attività a cui si potrà partecipare anche a distanza.
Sul versante istituzionale italiano, invece, c’è la proposta di un gruppo di parlamentari, depositata in Senato, per chiedere l’istituzione di “una Commissione parlamentare d’inchiesta” che faccia luce sulle morti dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci, ma anche del cooperante Mario Paciolla, ucciso in Colombia. Il testo è consultabile integralmente sul sito del Senato: https://www.senato.it/leg/19/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/59435.pdf
Invito all’ascolto. Musica, poesia e resistenza
“Chi è il coraggioso? Chi è la speranza? Quando le cose si fanno difficili, incerte, la luce sono io”. Con queste parole, Ombeni canta la resistenza del popolo congolese di fronte alla guerra e all’oppressione.
https://www.youtube.com/watch?v=OCdX6m1-tQc
È uno dei poeti slam, degli attivisti e dei musicisti che “continuano a comporre e a esibirsi: alcuni nelle città di Goma e Bukavu, controllate dai ribelli, cuore della scena poetica slam della regione; altri dall’esilio”, scrive The New Humanitarian. “La poesia di Ombeni – che non usa il suo vero nome – ci ricorda che gli artisti di Goma continuano a lottare e che la speranza è una forma di resistenza”, si legge ancora nell’articolo della testata indipendente con sede a Ginevra, che a settembre ha dedicato agli artisti slam un ampio progetto raccogliendone le voci.
“Mentre molti distolgono lo sguardo… [loro continuano ad] usare la poesia per dire la verità al potere e mostrare cosa si prova a vivere la guerra e lo sfollamento in una delle crisi umanitarie più lunghe del mondo”, scrive The New Humanitarian, sottolineando quanto sia potente l’arte come strumento di resistenza.
Partendo da qui vi invitiamo ad ascoltare, oggi, il Congo che resite, attraverso queste pagine e un documentario, quello realizzato da Arte sul gruppo di artisti di cui Ombeni fa parte, Goma Slam Session.
https://www.youtube.com/watch?v=_-CD1kF3dqk
E poi, un omaggio a Delphin Katembo Vinyasiki, in arte Delcat Idengo, artista ucciso a colpi di arma da fuoco lo scorso febbraio a Goma mentre girava il suo ultimo videoclip musicale Bundukiza Kwetu ,“Le nostre armi”, in cui condannava M23 e ADF come forze di occupazione: “M23 e ADF sono la stessa cosa: una politica di occupazione della terra nel Kivu”, cantava Delcat Idengo.
https://www.youtube.com/watch?v=WaoKX8AaXb4
“Promettono il paradiso, ma ci danno l’inferno”, diceva in Politiciens Escrocs. “Il nostro paese è una prigione senza muri”, aggiungeva in Pays des Prisonniers.
https://www.youtube.com/watch?v=tc2xzykJ6rg&list=RDtc2xzykJ6rg&start_radio=1
Poi è stato ammazzato. Hanno creduto di poterlo zittire. La sua musica, invece, continua a risuonare e ad ispirare.
Con le voci di chi non si arrende alla guerra, chiudiamo oggi il nostro notiziario, ricordandovi di esplorare nel testo, le musiche, i video di cui vi abbiamo raccontato di cui vi lasciamo i link. Grazie per essere stati con noi: vi aspettiamo lunedì con il Notiziario Mondo.
Foto di copertina: Miniera di Coltan di Luwowo vicino Rubaya, North Kivu. MONUSCO/Sylvain Liechti da Wikimedia Commons
Musica: King David – Pond5
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