Mutilazioni genitali femminili, il tempo è ora
Scritto da Angela Gennaro in data Febbraio 5, 2026
Mentre il mondo celebra la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili (MGF), i dati raccontano una storia di progressi fragili e sfide crescenti.
Nonostante decenni di attivismo, la pratica non solo persiste, ma in termini assoluti aumenta, alimentata dalla crescita demografica e da nuove, insidiose forme di clandestinità.
Uno sguardo globale: i numeri della crisi

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Unicef del 2024, oltre 230 milioni di ragazze e donne nel mondo hanno subito una qualche forma di mutilazione.
Si tratta di un incremento del 15% rispetto a otto anni fa: circa 30 milioni di persone in più.
Sebbene la pratica sia concentrata in Africa (144 milioni di casi), Asia (80 milioni) e Medio Oriente (6 milioni), è ormai un fenomeno globale che riguarda anche le diaspore in Europa e nelle Americhe.
L’obiettivo dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile di eliminare le MGF appare oggi lontano: per raggiungerlo, il ritmo del cambiamento dovrebbe essere 27 volte più veloce di quello registrato nell’ultimo decennio.
Oltre al costo in termini di diritti umani e sofferenza fisica, il peso economico è enorme: l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il trattamento delle complicanze sanitarie costi globalmente 1,4 miliardi di dollari l’anno.
La voce dal campo: Samuel Francis Ononge e il caso Uganda

Samuel Francis Ononge, ActionAid Uganda FGM Project Officer, Namutumba, Uganda. Radio Bullets/Angela Gennaro
In Uganda, la lotta alle MGF vive una fase di profonda trasformazione.
Samuel Francis Ononge, che lavora per ActionAid International Uganda nelle regioni di Sebei e Karamoja, descrive un quadro di luci e ombre.
“La prevalenza nazionale è scesa dallo 0,6% allo 0,3% grazie a un massiccio impegno comunitario e alla partnership con leader religiosi e culturali” spiega Ononge.
Tuttavia, il calo dei numeri nasconde una realtà più complessa: la pratica è diventata sotterranea per sfuggire alla legge del 2010.
Ononge riferisce che, per timore di arresti, le cerimonie non sono più pubbliche. “Ora si rifugiano nelle caverne, nelle foreste o nelle case private“.
Un fenomeno allarmante è la commercializzazione transfrontaliera: nel 2024, ragazze vengono portate in Kenya per essere mutilate, pagando circa 100mila scellini per il trasporto, spesso con la complicità dei conducenti di boda-boda.
In Uganda, la mutilazione rimane un potente strumento di legittimazione culturale.
Non riguarda solo le bambine; Ononge cita casi di donne fino a 45 anni che scelgono di essere mutilate per poter partecipare alle cerimonie di circoncisione dei figli o per non essere segregate ed etichettate come “sporche” dalla comunità.
Il legame con l’analfabetismo è netto: tra le persone istruite la prevalenza crolla allo 0,1%, mentre resta alta nelle aree rurali dove le bambine sono considerate “proprietà” e la mutilazione è il rito di passaggio che precede il matrimonio precoce.
Italia: una legge ferma al palo
In Italia, la situazione è speculare ma altrettanto critica.
Le stime più recenti (2025) indicano che nel nostro Paese vivono circa 88.500 donne over 15 che hanno subito MGF, con un incremento dell’1% rispetto al 2019.
Le comunità più colpite sono quella egiziana, nigeriana ed etiope, con picchi tra le donne somale (97,8%) e le sudanesi (90,8%).
Il dato più allarmante riguarda il futuro: si stima che 16mila bambine sotto i 15 anni siano potenzialmente a rischio in Italia, di cui ben 9.000 nate qui.
Nonostante l’Italia disponga di una legge d’avanguardia (la 7/2006), l’attuazione resta “opaca e frammentata”, come denunciato da ActionAid.
Tra il 2011 e il 2025, sono stati assegnati al Dipartimento per le Pari Opportunità 14,6 milioni di euro, ma oltre 9,1 milioni non risultano utilizzati.
Il numero verde nazionale (800.300558) in 16 anni ha registrato solo 228 chiamate e appena 9 segnalazioni di casi reali, a fronte di costi di gestione per 5 milioni di euro.
“Gli interventi sono sporadici e l’emersione dei casi avviene spesso per caso”, afferma Isabella Orfano di ActionAid.
Tra identità e controllo

Katakwi, Uganda., Radio Bullets/Angela Gennaro
Il confronto tra Uganda e Italia rivela radici comuni e sfide diverse.
In Uganda, la lotta è contro una norma sociale che vede nella MGF una condizione di cittadinanza culturale e politica; senza la “scure”, una donna non può ereditare proprietà o aspirare a ruoli pubblici.
In Italia, la sfida è istituzionale: il passaggio dalla norma alla pratica si arena in una mancanza di monitoraggio e trasparenza nell’uso dei fondi.
Tuttavia, in entrambi i contesti, l’istruzione e il protagonismo giovanile emergono come gli unici veri antidoti.
Progetti come Y-ACT in Italia mostrano come il dialogo tra pari nei bar e nelle università possa rompere il silenzio, trasformando il dolore in “potere”.
In Uganda, l’integrazione di uomini come “agenti di cambiamento” sta iniziando a incrinare il sistema patriarcale.
Le MGF non sono un problema di “altri” o di paesi lontani; sono una realtà presente nelle nostre città, nei nostri ospedali e nei nostri quartieri.
Senza un sistema coordinato che integri la prevenzione nel sistema antiviolenza nazionale e senza un impegno reale a spendere i fondi stanziati, la legge continuerà a rimanere un guscio vuoto, lasciando migliaia di bambine nell’ombra.
Il tempo per agire, come recita il titolo dell’ultimo rapporto globale, è adesso.
In copertina Mbale, Monte Elgon, Uganda. Radio Bullets/Angela Gennaro
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