4 febbraio 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Febbraio 4, 2026

  • Palestinesi tornano a Gaza per la prima volta dopo due anni.
  • Drone iraniano abbattuto vicino a una portaerei USA.
  • Libia: ucciso Saif Islam Gheddafi.
  • Congo tra droni, oro e diplomazia ONU.
  • Afghanistan: il nuovo codice penale dei talebani e la normalizzazione della violenza.
  • Venezuela, un mese dopo le bombe: paura, propaganda e un paese spaccato.
  • Cina, arrestati due giornalisti d’inchiesta

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Aiuti e Bambini

Tagliare gli aiuti internazionali potrebbe causare oltre 22 milioni di morti evitabili entro il 2030, di cui 5,4 milioni di bambini sotto i cinque anni. È la stima più ampia mai realizzata, pubblicata su The Lancet Global Health.

Negli ultimi vent’anni i decessi infantili per malattie infettive sono crollati grazie ai programmi finanziati dai donatori. Ma secondo i ricercatori, i tagli improvvisi agli aiuti di Paesi come Stati Uniti e Regno Unito rischiano di cancellare questi progressi.

Il team ha analizzato i dati dal 2002 al 2021 e simulato tre scenari. In quello più duro, con aiuti dimezzati, si arriverebbe a 22,6 milioni di morti in più. Anche lo scenario “moderato” parla di 9,4 milioni di decessi aggiuntivi.

Per il coordinatore dello studio, Davide Rasella dell’ISGlobal, questo scenario è tutt’altro che teorico: Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Svezia hanno già annunciato forti riduzioni.

Meno aiuti significa più morti. E i primi a pagare sono i bambini.

Palestina e Israele

■ GAZA: Lunedì Israele ed Egitto hanno impedito a 38 dei 50 abitanti di Gaza autorizzati a transitare attraverso il valico di Rafah .

Fonti hanno riferito che anche i residenti hanno incontrato difficoltà a lasciare Gaza, con solo 15 pazienti su 50 che cercavano di lasciare la Striscia per cure mediche autorizzati a farlo.

Un funzionario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato martedì che oltre 18.000 pazienti sono in attesa di evacuazione dopo la guerra durata due anni.

Dopo quasi due anni, dodici palestinesi sono potuti rientrare nella Striscia di Gaza, con la riapertura del valico di Rafah tra Israele ed Egitto. Un numero simbolico, ma carico di significato: tornare è diventato un gesto politico, una risposta diretta all’idea che Gaza possa essere svuotata dei suoi abitanti.

No all’espulsione”, ha detto Huda Abu Abed, rientrata dopo cure mediche all’estero.

Il passaggio è avvenuto nell’ambito del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, dopo la restituzione degli ultimi ostaggi israeliani. Ma il rientro è stato tutt’altro che semplice: controlli, interrogatori, beni confiscati, e il passaggio sotto milizie locali sostenute da Israele.

Mentre migliaia di persone restano bloccate fuori — e oltre 20 mila necessitano evacuazione medica — la riapertura di Rafah mostra una cosa sola: Gaza è distrutta, ma non vuota. E chi torna lo fa per restare.

Una fonte di sicurezza israeliana ha confermato ad Haaretz che membri della milizia Abu Shabab hanno scortato civili da Rafah al punto di ispezione israeliano.

Una donna, Sabah al-Raqab, ha dichiarato che gli uomini armati di Abu Shabab hanno picchiato, umiliato, perquisito a nudo, ammanettato e minacciato di arresto e morte le donne.

Intanto, almeno tre palestinesi sono stati uccisi e 15 sono rimasti feriti negli attacchi israeliani nelle ultime 24 ore, secondo il Ministero della Salute di Gaza.

Il bilancio totale registrato dal 7 ottobre 2023 è ora di 71.803 morti, con 171.570 feriti.

Dall’11 ottobre, il primo giorno completo del cessate il fuoco, Israele ha ucciso almeno 529 palestinesi a Gaza e ne ha feriti 1.462, mentre 717 corpi sono stati recuperati da sotto le macerie, secondo il Ministero della Salute.

L’ufficio del primo ministro Netanyahu ha criticato il logo del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, dopo che il comitato ha iniziato a utilizzare un nuovo logo quasi identico all’emblema dell’Autorità Nazionale Palestinese. 

CISGIORDANIA: un uomo palestinese è in condizioni critiche dopo essere stato colpito dalle forze israeliane nella città di Qalqilya ed essere stato trasferito all’ospedale governativo Darwish Nazzal, secondo Wafa, che ha affermato che le circostanze della sparatoria rimangono poco chiare.

Le forze israeliane hanno anche fatto irruzione nei villaggi a nord-est di Ramallah, tra cui Al-Mughayir, Kafr Malik e Burqa, lanciando bombe assordanti durante le incursioni.

Un giovane è stato brevemente trattenuto ad Al-Mughayir e successivamente rilasciato, senza feriti o arresti segnalati altrove, ha affermato Wafa.

Il prigioniero palestinese rilasciato Khaled Al-Sayfi, del campo profughi di Dheisheh, è ​​morto una settimana dopo il suo rilascio dalle prigioni israeliane in condizioni critiche, secondo Shehab News.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha recentemente documentato abusi sistematici ai danni dei prigionieri palestinesi in queste strutture, attraverso la fame, la negazione delle cure mediche, il sovraffollamento estremo, l’incatenamento prolungato, la violenza fisica e psicologica e gli abusi sessuali.

B’Tselem ha riferito che 84 palestinesi, tra cui un minorenne, sono morti sotto custodia israeliana dall’ottobre 2023, e la maggior parte dei corpi è ancora sequestrata dalle autorità israeliane.

■ ISRAELE: La polizia israeliana ha dichiarato di aver concluso l’indagine sull’ex procuratore generale delle IDF Yifat Tomer-Yerushalmi in merito alla fuga di notizie di filmati che mostrano guardie israeliane che abusano di un detenuto palestinese e che trasferirà il caso a un consulente legale vicino al ministro della Giustizia Yariv Levin anziché al procuratore generale .

Le forze dell’ordine israeliane hanno duramente criticato la decisione, citando lo stretto rapporto tra Levin e la consigliera, Yael Kotick. Kotick ha nascosto i legami tra suo fratello, un attivista chiave del partito Likud di Netanyahu, e suo marito, amico d’infanzia di Levin, e ha firmato una dichiarazione giurata in cui dichiarava che lei e i suoi parenti non avevano alcuna affiliazione con alcun ministro, ha rivelato Haaretz a novembre .

Un uomo di 26 anni è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nella città araba di Ibillin, nel nord di Israele, nella notte tra martedì e domenica, segnando il secondo omicidio nella città in 24 ore .

La polizia ha dichiarato di aver arrestato 14 sospettati, aggiungendo di sospettare che l’uomo sia stato assassinato nell’ambito di una guerra tra bande. Secondo il conteggio di Haaretz, dall’inizio dell’anno i crimini violenti hanno causato la morte di 29 persone, 25 delle quali appartenenti alla comunità araba israeliana.

■ LIBANO: Le IDF hanno sganciato una sostanza chimica vicino al confine tra Israele e Libano, ha affermato l’UNIFIL, aggiungendo che le IDF avevano dato preavviso prima del lancio di domenica, che l’UNIFIL ha definito “inaccettabile e contrario” all’accordo che pose fine alla seconda guerra del Libano nel 2006.

Siria

Le forze governative siriane sono entrate nella città di Qamishli, nel nord-est del Paese, per assumere il controllo della sicurezza in base a un accordo di cessate il fuoco con le forze curde.

L’intesa prevede l’integrazione delle Forze Democratiche Siriane nelle istituzioni dello Stato siriano, dopo settimane di scontri.

Il passaggio arriva mentre il nuovo governo del presidente Ahmed al-Sharaa cerca di consolidare il potere dopo la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024.
Sul terreno è una tregua. Politicamente, è la lenta riscrittura della Siria del dopo-Assad.

Siria: cosa sta succedendo tra governo e forze curde

Iran

Stati Uniti e Iran preparano i primi colloqui diretti dalla guerra della scorsa estate. Venerdì a Istanbul dovrebbero incontrarsi l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con la mediazione di Turchia, Egitto e Qatar.
L’obiettivo è riaprire il dossier nucleare, mentre il presidente Donald Trump spinge per un accordo rapido, sullo sfondo di un massiccio rafforzamento militare USA nel Golfo.
Il nodo resta però intatto: Washington vuole includere missili e alleati regionali di Teheran. L’Iran risponde no. Dialogo sì, concessioni zero.

Intanto, un drone iraniano è stato abbattuto nel Mar Arabico dopo essersi avvicinato in modo “aggressivo” alla portaerei USS Abraham Lincoln. A colpirlo è stato un F-35 decollato dalla nave, “per autodifesa”, secondo il comando militare statunitense.

La portaerei si trovava a circa 500 miglia dalle coste iraniane. Nessun danno né feriti tra i militari USA.

L’episodio arriva mentre Washington rafforza la presenza militare nella regione e le tensioni con Teheran restano alte. Il presidente Donald Trump minaccia azioni militari se non ci sarà un accordo sul nucleare, ma la Casa Bianca insiste: i colloqui con l’Iran sono ancora previsti nei prossimi giorni. Diplomazia annunciata, muscoli già in campo.

Repubblica democratica del Congo

Nella Repubblica Democratica del Congo la guerra si allarga anche nei cieli. Otto droni esplosivi hanno preso di mira l’aeroporto di Kisangani: secondo le autorità locali sarebbero stati lanciati dai ribelli AFC/M23, con il sostegno del Rwanda, accusa che Kigali non commenta. I droni sono stati abbattuti prima di colpire: nessuna vittima, ma è l’attacco più occidentale finora dell’offensiva ribelle.

Intanto, il presidente Félix Tshisekedi è ad Abu Dhabi per firmare un accordo economico definito “storico” con gli Emirati Arabi Uniti, centrato sull’oro congolese: 750 tonnellate di riserve stimate, gran parte oggi fuori controllo e contrabbandate.

Sul fronte diplomatico, l’ONU invierà i primi osservatori per monitorare il cessate il fuoco nell’est del Paese, dopo i colloqui mediati dal Qatar. Segnali di tregua, mentre il conflitto continua a ridisegnare potere e risorse.

Marocco

Nel nord del Marocco oltre 50 mila persone sono state sfollate per gravi inondazioni, soprattutto nella regione di Tangeri-Tetouan-Al Hoceima. In alcuni casi sono caduti più di 600 millimetri di pioggia, ribaltando anni di siccità.

A Ksar El Kebir quasi metà della popolazione è costretta a lasciare casa: scuole chiuse, elettricità a intermittenza.

La situazione è peggiorata dopo il rilascio controllato della diga di Oued Makhazine, ora al massimo della capacità. L’esercito è sul campo, altre evacuazioni in corso. Nessuna vittima finora, ma l’emergenza resta aperta.

Libia

Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, è stato ucciso nella città occidentale di Zintan. La notizia arriva dal suo avvocato e da un consigliere, ma le autorità libiche non hanno ancora confermato ufficialmente.

Secondo media locali, l’omicidio sarebbe avvenuto nella sua residenza, con telecamere di sorveglianza disattivate prima dell’attacco. La Procura ha aperto un’indagine.

Un ex portavoce del regime parla di “assassinio della speranza” e accusa interessi stranieri di voler mantenere il Paese diviso.

Una brigata legata al governo di Tripoli nega ogni coinvolgimento.
Saif al-Islam, figura controversa ma centrale nel dibattito politico, era tornato sulla scena come possibile candidato alle elezioni mai celebrate.

In una Libia ancora spaccata tra governi rivali, anche la sua morte  rischia di riaccendere tensioni mai sopite.

Mediterraneo

Almeno 14 migranti sono morti dopo la collisione tra un motoscafo e una motovedetta della Guardia Costiera greca al largo dell’isola di Chios.
Tra i feriti ci sono sette bambini e due donne incinte, alcuni in condizioni critiche. Ricoverati anche due membri della Guardia Costiera.
È scattata un’operazione di soccorso su larga scala, con imbarcazioni civili e un elicottero militare.
Un altro dramma nel Mediterraneo, dove il confine continua a uccidere.

Francia

Giudici francesi hanno emesso mandati d’arresto contro due donne franco-israeliane residenti in Israele, accusate di ostacolo agli aiuti umanitari a Gaza e di complicità e istigazione al genocidio, secondo Le Monde.

Nel mirino Nili Kupfer-Naouri, presidente dell’organizzazione sionista Israel Is Forever, e Rachel Tuito, ritenute coinvolte nel blocco dei camion di aiuti ai valichi di Kerem Shalom e Nitzana tra il 2024 e il 2025.

Le accuse parlano di incitamento pubblico a fermare cibo, medicine e carburante durante condizioni di carestia. Kupfer-Naouri respinge tutto come “persecuzione antisemita” e dice che non si consegnerà. Un caso che apre un fronte giudiziario esplosivo.

Russia e Ucraina

La Russia ha lanciato uno dei più pesanti attacchi notturni sull’Ucraina, alla vigilia dei colloqui mediati dagli Stati Uniti. Il presidente Volodymyr Zelenskyy parla di 450 droni e 70 missili, inclusi 32 balistici, con almeno dieci feriti in cinque regioni.

Nel mirino, ancora una volta, la rete elettrica, mentre il Paese affronta il freddo più duro dell’inverno, con temperature fino a meno venti gradi. “Per Mosca terrorizzare i civili è più importante della diplomazia”, accusa Zelenskyy.

A Kyiv è arrivato il segretario generale della NATO, Mark Rutte, che promette sostegno duraturo e più difesa aerea.
Intanto i colloqui continuano, ma tra bombe e gelo, la pace resta lontana.

Stati uniti

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump rilancia una vecchia ossessione: “nazionalizzare” le elezioni americane. Lo ha detto in un podcast, tornando a sostenere — senza prove — che nel 2020 ci siano stati brogli diffusi e che lui avrebbe vinto “a valanga”.

Le dichiarazioni arrivano pochi giorni dopo un blitz dell’FBI in un ufficio elettorale vicino Atlanta, citato da Trump come ulteriore “indizio”. Peccato che audit, riconteggi e tribunali abbiano già smentito quelle accuse.

Il punto politico è questo: negli Stati Uniti le elezioni sono competenza degli Stati, non di Washington. Federalizzarle significherebbe forzare la Costituzione. Tradotto: più che una riforma, è un messaggio alla base. La democrazia come slogan, non come regola.

Alla Casa Bianca è andato in scena l’incontro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente colombiano Gustavo Petro, poche settimane dopo minacce, accuse di narcotraffico e persino ipotesi di intervento militare.

Accoglienza cordiale, ma a basso profilo: niente cerimoniale, colloqui a porte chiuse nello Studio Ovale, con il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio.

Trump dice che Petro “è diventato più collaborativo” dopo il blitz in Venezuela.

Petro, però, continua a criticarlo duramente su Gaza e sul sequestro di Maduro.
Ideologicamente opposti, retoricamente esplosivi: più che un disgelo, sembra una tregua armata.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dice che Washington è “piuttosto vicina” a un accordo con Cuba. Peccato che dall’Avana il tono sia molto più freddo.
Il vice ministro degli Esteri cubano Carlos Fernández de Cossío parla solo di scambi di messaggi diplomatici, non di veri negoziati.

Cuba dice di essere pronta a colloqui seri e responsabili. Traduzione: per ora, più annunci che diplomazia.

E restiamo a Cuba, dove l’Istituto di meteorologia cubano (Insmet), ha annunciato il rilevamento per la prima volta nell’isola della temperatura che segna “il raggiungimento del punto di congelamento”. Un’ondata di freddo a zero gradi, mai registrata.

Venezuela

Il 3 gennaio Caracas si è svegliata sotto le bombe ordinate da Donald Trump. All’inizio incredulità, poi la realtà: distruzione, morti e l’arresto del presidente Nicolás Maduro.

Nei giorni successivi, in città ha regnato una calma tesa: negozi chiusi, file per cibo e carburante, posti di blocco e paura di nuovi attacchi. Col tempo la vita quotidiana è ripartita, ma tra ansia e incertezza.

Mentre migliaia scendono in piazza chiedendo la liberazione di Maduro, mobilitati dal Partido Socialista Unido de Venezuela, all’estero molti venezuelani celebrano la sua caduta come inevitabile.

Il Paese resta diviso, ma su un punto c’è una convergenza rara: l’intervento militare USA è rifiutato da gran parte della popolazione, anche da chi non è chavista.

Con 7,9 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari secondo l’OCHA, oggi in Venezuela domina una sola certezza: il futuro è appeso alla diplomazia, non alle bombe.

Argentina

Il presidente ultraliberista argentino Javier Milei ha tagliato oltre 63 mila posti nel settore pubblico in due anni. Lo certifica il Centro de Economía Política Argentina: un calo del 18,4%, pari a 80 licenziamenti al giorno, il più profondo degli ultimi decenni.

I colpi più duri hanno riguardato agenzie decentrate, potere esecutivo e strutture statali centrali, con effetti anche sulle aziende pubbliche di trasporti, energia e servizi.

Obiettivo dichiarato: ridurre la spesa, “liberare” l’economia e rassicurare FMI e Banca Mondiale.

Il risultato, avvertono gli osservatori, è uno Stato più debole, servizi pubblici ridotti e più disoccupazione e povertà.

Afghanistan

Il nuovo codice penale dei Talebani segna un ulteriore passo verso uno Stato fondato su repressione e paura. Pubblicato a gennaio, il testo reintroduce di fatto la schiavitù e riduce ulteriormente diritti e autonomia di donne e minoranze in Afghanistan.

Un dato dice tutto: picchiare una moglie può costare quindici giorni di carcere, far combattere animali cinque mesi. Per il Georgetown Institute for Women, Peace and Security, il messaggio è chiaro: nella gerarchia talebana, una donna vale meno di un animale.

L’attivista afghana Mursal Sayas parla di donne trasformate in “schiave domestiche” e di un sistema che alimenta la violenza familiare, aggravata da povertà estrema e dal blocco dell’accesso alla contraccezione.

L’ONU avverte di conseguenze “estremamente preoccupanti”: con l’85% della popolazione sotto il dollaro al giorno e milioni di ragazze escluse dall’istruzione, il futuro del Paese è già ipotecato.
Non è solo oppressione: è ingegneria sociale della violenza, con effetti destinati a durare ben oltre l’Afghanistan.

Cina

Allarme sulla libertà di stampa in Cina. Due giornalisti investigativi, Liu Hu e Wu Yingjiao, sono stati fermati dalla polizia dopo aver pubblicato un’inchiesta su presunti casi di corruzione nella provincia del Sichuan.

Le autorità parlano di “false accuse” e “attività economiche illegali”, mentre le organizzazioni per i diritti umani denunciano l’ennesimo caso di repressione contro il giornalismo indipendente.

Secondo Reporters Without Borders, la Cina resta la più grande prigione al mondo per i giornalisti, con oltre 120 reporter detenuti. Qui investigare il potere non è un
diritto: è un reato.

Giappone

Tetsuya Yamagami, l’uomo che nel 2022 uccise l’ex premier giapponese Shinzo Abe, ha presentato ricorso contro la condanna all’ergastolo. Lo riferiscono i media locali.

Yamagami ha ammesso l’omicidio, compiuto con un’arma artigianale durante un comizio a Nara, e ha detto di aver agito per rancore verso la Chiesa dell’Unificazione, ritenuta responsabile del dissesto economico della sua famiglia.

I giudici hanno però stabilito che la gravità dell’attacco giustifica il carcere a vita. Un caso che ha già cambiato la politica giapponese sui culti religiosi, ma che ora torna nelle aule di giustizia.

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