Siria: cosa sta succedendo tra governo e forze curde
Scritto da Barbara Schiavulli in data Gennaio 29, 2026
Nel Nord-Est della Siria la guerra non è mai davvero finita. Ha solo cambiato forma, abbassato la voce, aspettato il momento giusto per riaffacciarsi.
Quel momento è arrivato nelle ultime settimane, quando le forze governative siriane hanno iniziato a stringere di nuovo il cerchio attorno alle aree controllate dalle Syrian Democratic Forces, l’alleanza a guida curda che per anni ha rappresentato uno degli equilibri più delicati del conflitto siriano.
Non si tratta di un’esplosione improvvisa di violenza, ma di una offensiva graduale, calcolata, militare e politica insieme. Damasco avanza sul terreno e, allo stesso tempo, impone negoziati che hanno il sapore di un ultimatum: integrazione totale nello Stato o marginalizzazione.
Per capire cosa sta succedendo oggi, bisogna tornare indietro.
Per oltre un decennio, mentre la Siria si frantumava sotto il peso della guerra civile, le regioni a maggioranza curda nel Nord-Est — da Hasakah a Raqqa, da Deir ez-Zor a Kobane — hanno costruito una forma di autogoverno di fatto. Un’autonomia nata dal vuoto di potere, rafforzata dalla lotta contro l’ISIS e resa possibile dal sostegno militare internazionale, in particolare statunitense.
Quelle stesse regioni, però, non sono solo simboliche. Sono strategiche. Contengono risorse energetiche, snodi logistici, infrastrutture chiave. E soprattutto rappresentano l’ultima grande area della Siria non pienamente sotto il controllo di Damasco.
Oggi il governo siriano vuole chiudere quella parentesi.
L’offensiva e la trattativa forzata
All’inizio di gennaio, le forze governative hanno avviato una serie di operazioni mirate nel Nord-Est. Avanzate rapide, pressione costante, controllo di punti strategici. Parallelamente, è iniziata una trattativa che più che un dialogo appare come una resa guidata.
Il punto centrale dell’accordo proposto da Damasco è semplice e, per le SDF, esplosivo: i combattenti curdi possono entrare nell’esercito siriano solo come individui, non come forza autonoma, non come struttura riconosciuta, non come interlocutore politico.
In altre parole: fine dell’autonomia, dissoluzione della catena di comando, assorbimento completo nello Stato centrale.
Per le leadership curde, accettare significherebbe rinunciare non solo al controllo militare, ma a qualsiasi leva politica futura. Rifiutare, però, significa esporsi a una pressione militare che oggi appare difficilmente sostenibile senza un forte sostegno esterno.
È in questo equilibrio instabile che è stata concordata una tregua temporanea, già prorogata. Ma sul terreno nulla suggerisce una vera de-escalation. Le linee del fronte restano presidiate, le armi vicine, la fiducia assente.
Civili intrappolati, ancora una volta
Come spesso accade in Siria, a pagare il prezzo più alto sono i civili. Secondo le Nazioni Unite e l’Associated Press, oltre 170.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie case nelle ultime settimane.
Intere comunità si sono spostate verso aree ritenute leggermente più sicure, mentre città simbolo come Kobane affrontano carenze croniche di acqua, elettricità, carburante e cibo.Un convoglio umanitario ONU è riuscito a entrare solo dopo settimane di stallo, segno di quanto l’accesso umanitario resti una variabile politica prima ancora che logistica.
Una crisi locale con effetti globali
Quello che accade nel Nord-Est siriano non è una questione interna. È un nodo geopolitico.
Per gli Stati Uniti, la crisi riapre una ferita mai rimarginata: le SDF sono state il principale alleato sul terreno nella lotta contro l’ISIS. Ridurre il loro ruolo senza una struttura di sicurezza alternativa significa mettere a rischio il controllo di migliaia di detenuti jihadisti e l’intero impianto anti-ISIS costruito negli anni.
Per la Turchia, invece, l’indebolimento delle forze curde lungo il confine è un obiettivo strategico di lungo periodo. Ogni passo indietro dell’autonomia curda viene letto ad Ankara come una vittoria preventiva sulla propria sicurezza nazionale.
La Russia, dal canto suo, sembra adottare un profilo più basso nel Nord-Est, riducendo la presenza diretta in alcune aree ma lasciando che Damasco faccia il lavoro di ricentralizzazione. Un riposizionamento tattico che non intacca i suoi interessi principali nel Paese.
Il vero significato di questa fase
Quello che sta accadendo oggi in Siria non è solo una disputa territoriale, è il tentativo finale di riscrivere l’assetto del paese dopo la guerra.
Damasco punta a dimostrare di essere tornata uno Stato sovrano e unitario. I curdi lottano per non scomparire politicamente dopo aver pagato un prezzo altissimo nella guerra contro l’ISIS. La comunità internazionale osserva, divisa tra realpolitik e timori per una nuova instabilità.
Se questo processo fallirà, il rischio non è solo una ripresa dei combattimenti, ma la nascita di una zona grigia: né guerra aperta, né pace, terreno ideale per nuove radicalizzazioni, vendette e conflitti a bassa intensità.
In Siria, ogni volta che qualcuno parla di “fine della guerra”, c’è sempre una regione che ricomincia a tremare.
Oggi è il Nord-Est. Ieri è stato Idlib. Domani potrebbe essere altrove.
Quello che si sta consumando tra Damasco e le forze curde non è solo un regolamento di conti interno, ma l’ennesima dimostrazione che la pace, quando non passa dai diritti, resta solo una pausa armata. Le armi tacciono a tratti, i comunicati parlano di integrazione e stabilità, ma sul terreno restano comunità sospese, civili in fuga, promesse senza garanzie.
La Siria prova a ricomporsi come Stato, ma rischia di farlo schiacciando chi, in questi anni, ha tenuto in piedi interi pezzi di paese mentre il mondo, al solito, guardava altrove. E la comunità internazionale, ancora una volta, sembra oscillare tra stanchezza e convenienza.
In Medio Oriente, la storia insegna che quando si chiudono le guerre senza ascoltare chi le ha vissute, non si costruisce ordine: si prepara il prossimo conflitto. E nel silenzio che oggi avvolge il Nord-Est siriano, quel rischio è più vicino di quanto si voglia ammettere.
Ti potrebbe interessare anche:
E se credete in un giornalismo indipendente, serio e che racconta recandosi sul posto, potete darci una mano cliccando su Sostienici
