27 marzo 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 27, 2026
- Trump estende al 6 aprile lo stop agli attacchi contro l’Iran.
- Nel sud del Libano, Israele manda nuove truppe per espandere l’invasione di terra.
- Ancora bombardamenti a Gaza.
- Riprendono gli scontri tra Pakistan e Afghanistan.
- Giappone: migliaia in piazza contro la guerra americana e israeliana in Iran.
- Maduro fa la sua prima apparizione in tribunale in tre mesi. Il Sudafrica escluso dal G7.
- Scomparse due imbarcazioni che portavano aiuti a Cuba
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Guerra all’Iran
Donald Trump prende tempo, ma non allenta la presa. Il presidente americano ha deciso di rinviare di dieci giorni gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, spostando la scadenza al 6 aprile, ufficialmente per lasciare spazio ai negoziati in corso.
Una pausa che arriva dopo settimane di minacce dirette, in cui Washington aveva chiesto a Teheran di riaprire lo stretto di Hormuz, cruciale per il traffico globale di petrolio, minacciando in caso contrario di colpire centrali e impianti energetici.
Trump parla di colloqui che “stanno andando molto bene”, mentre dall’altra parte l’Iran continua a porre condizioni pesanti, tra cui la fine degli attacchi e il riconoscimento del proprio controllo sullo stretto.
Più che una distensione, sembra una tregua tattica. Perché il messaggio resta lo stesso: la guerra può fermarsi. Ma solo alle condizioni di chi la conduce.
Nelle ultime ore, Stati Uniti e Israele hanno intensificato i bombardamenti su città simbolo come Teheran, Isfahan e Mashhad, colpendo infrastrutture militari ma anche aree densamente popolate.
Secondo il vice ministro della Sanità iraniano, i morti sono ormai almeno 1.937, tra cui centinaia di donne e oltre duecento bambini, con quasi 25 mila feriti. Numeri che raccontano una guerra che non resta più confinata agli obiettivi strategici, ma entra nelle vite.
Israele rivendica l’uccisione del comandante della marina dei Pasdaran, Alireza Tangsiri, figura chiave nel controllo dello stretto di Hormuz, mentre Washington parla apertamente di una campagna militare su scala massiccia: oltre 10 mila obiettivi colpiti dall’inizio del conflitto, con una capacità navale iraniana ridotta drasticamente, almeno secondo il comando americano. Dati impossibili da verificare in modo indipendente, ma che mostrano l’intensità dell’offensiva.
Eppure, mentre si bombarda, la guerra sfugge di mano anche a chi la conduce. Gli attacchi iraniani alle basi americane hanno costretto migliaia di soldati statunitensi ad abbandonare le strutture militari, disperdendosi tra hotel e edifici civili in tutta la regione. Una scelta che complica le operazioni e aumenta il rischio per i civili, trasformando ogni spazio in un potenziale bersaglio.
Sul terreno, le versioni si scontrano: Teheran sostiene di aver abbattuto un caccia americano sul Golfo dell’Oman, Washington smentisce. È il riflesso di una guerra che si combatte anche sul piano della narrativa, dove ogni vittoria dichiarata è parte dello scontro.
Nel frattempo, il conflitto si espande: missili iraniani colpiscono Israele, inclusi impianti strategici e siti industriali legati alla produzione militare, mentre i Paesi del Golfo attivano le difese aeree e iniziano a subire le conseguenze dirette, con vittime anche negli Emirati.
E poi c’è il nodo centrale, quello che tiene il mondo con il fiato sospeso: lo stretto di Hormuz. L’Iran rafforza le difese, minaccia di controllarne il traffico e persino di imporre pedaggi, mentre gli Stati Uniti valutano scenari estremi, compresa un’operazione terrestre per prenderne il controllo. Un passo che, secondo diversi alleati regionali, potrebbe incendiare definitivamente l’intera area.
E in questo scenario, la diplomazia appare più come un’ombra che una soluzione. Donald Trump insiste che Teheran stia “implorando” un accordo. L’Iran risponde: nessun negoziato in corso. Nel mezzo, messaggi che viaggiano attraverso Paesi terzi come il Pakistan, in una trattativa che esiste, ma che nessuno vuole davvero ammettere.
Perché questa guerra, ormai, non è più solo su chi vince. Ma su chi riesce a fermarsi prima che sia troppo tardi.
Libano
In Libano la guerra non fa più rumore solo quando esplode. È diventata una presenza costante, che si infiltra nelle scelte, nei tempi, perfino nei soccorsi.
Dal 2 marzo, secondo il ministero della Sanità libanese, almeno 1.094 persone sono state uccise e oltre 3.100 ferite. Numeri che continuano a salire mentre gli attacchi israeliani si susseguono senza pausa, colpendo villaggi, quartieri, strade che fino a poco tempo fa erano semplicemente luoghi di vita.
Nelle ultime ore, bombardamenti e raid aerei hanno colpito diverse aree del sud: a Kfarreman un edificio residenziale e commerciale è stato raso al suolo, uccidendo due persone; a Bint Jbeil altre tre vittime sotto le macerie.
Attacchi anche a Kounin, Touline e Harouf, con morti e feriti. E poi l’artiglieria, con proiettili al fosforo bianco su villaggi come Deir Siryan e Al-Taybeh. Un uso che continua a sollevare accuse di violazioni del diritto internazionale.
Ma c’è un dettaglio che racconta più di tutti cosa sta diventando questa guerra: i soccorritori iniziano ad arrivare in ritardo, volontariamente. Non per inefficienza, ma per sopravvivere. Dopo decine di operatori sanitari uccisi, molti temono i cosiddetti “double tap”, i secondi attacchi che colpiscono chi arriva ad aiutare. Così si aspetta. E quell’attesa, spesso, è la differenza tra la vita e la morte.
Sul fronte opposto, Hezbollah alza il livello dello scontro. In un solo giorno ha rivendicato 87 operazioni contro Israele, il numero più alto dall’inizio del conflitto. Razzi, droni, scontri diretti con mezzi corazzati lungo il confine, fino a colpire città israeliane come Nahariya e persino il centro del Paese. Più di 3.500 i lanci dall’inizio della guerra.
Israele, intanto, amplia l’offensiva. Dopo aver parlato apertamente di una “zona cuscinetto” più estesa, ha ordinato l’evacuazione di tutti i civili a sud del fiume Zahrani. Un ordine che, di fatto, svuota un’intera porzione di territorio, trasformandola in un’area di guerra permanente.
E mentre i combattimenti si intensificano, il Libano entra sempre più dentro la partita più grande. L’Iran, secondo fonti regionali, avrebbe chiarito che qualsiasi accordo con Stati Uniti e Israele dovrà includere anche la fine degli attacchi sul Libano. Un segnale chiaro: questo fronte non è secondario, ma parte integrante del conflitto.
Perché qui non si combatte solo una guerra parallela. Qui si decide quanto può allargarsi ancora. E quanto può resistere un Paese che, da anni, vive già sul limite.
Palestina e Israele
Nelle ultime 24 ore, due palestinesi sono stati uccisi e altri 17 feriti negli attacchi israeliani. Ma è il quadro complessivo che pesa come un macigno: oltre 72 mila morti e quasi 172 mila feriti dal 7 ottobre 2023, secondo il ministero della Sanità di Gaza.
E poi c’è quel dato che racconta più di qualsiasi dichiarazione diplomatica: dal cosiddetto cessate il fuoco, almeno 691 persone sono state uccise e quasi 1.900 ferite, mentre centinaia di corpi continuano a essere recuperati dalle macerie. La tregua, qui, ha un altro significato.
E mentre le bombe scandiscono il tempo, la vita quotidiana diventa una forma di resistenza sempre più fragile. L’elettricità, quando c’è, costa fino a dieci volte di più rispetto a prima della guerra. Il carburante entra con il contagocce: meno del 15% rispetto a quanto previsto dagli accordi umanitari. Il gas da cucina arriva ogni uno, tre mesi. Il resto è attesa, adattamento, sopravvivenza.
Spostandosi in Cisgiordania, la violenza assume un’altra forma, meno visibile ma altrettanto costante. Dal 2020, nessun soldato, poliziotto o colono israeliano è stato incriminato per l’uccisione di civili palestinesi, nonostante oltre 1.100 morti documentati, tra cui molti bambini.
I dati legali mostrano che meno dell’1% delle denunce contro l’esercito porta a incriminazioni, e ancora meno a condanne. Un sistema che, nei fatti, resta impunito.
Nel sud di Hebron, un uomo è stato ucciso e altri feriti durante un inseguimento armato tra soldati israeliani e civili palestinesi. Episodi che si ripetono, spesso senza spiegazioni ufficiali, e che si perdono nella normalità della violenza.
A Gerusalemme Est, invece, la guerra passa attraverso le case. Famiglie palestinesi vengono sfrattate e sostituite da organizzazioni di coloni, sulla base di leggi che permettono ai soli ebrei di reclamare proprietà precedenti al 1948, negando lo stesso diritto ai palestinesi. Solo a Silwan, decine di famiglie sono state costrette a lasciare le loro abitazioni. Per molte, è la seconda espulsione nella stessa vita.
E mentre tutto questo accade, il linguaggio si radicalizza. Un parlamentare israeliano ha dichiarato apertamente che non esistono civili innocenti, nemmeno tra i bambini. Parole che non restano solo parole, ma contribuiscono a definire il clima in cui queste operazioni avvengono.
Nel frattempo, la guerra si allarga anche altrove: nel Regno Unito si apre il ricorso legale di Hamas contro la sua messa al bando, mentre in Europa si discute di riconversioni industriali per sostenere sistemi di difesa israeliani.
Tutto si muove, tutto si collega. E Gaza resta lì, al centro, come un luogo dove la guerra non finisce mai davvero.
Repubblica Democratica del Congo
Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, raccontare la guerra può significare sparire.
Secondo Reporters Without Borders, il gruppo ribelle M23, sostenuto dal Rwanda, starebbe detenendo civili e almeno due giornalisti in container metallici, senza luce né ventilazione, nel complesso dell’assemblea provinciale di Goma.
Fino a 80 persone stipate in uno spazio chiuso, con cibo minimo, uscita una volta al giorno, pestaggi e temperature estreme: caldo soffocante di giorno, freddo di notte.
Il portavoce dei ribelli nega tutto, parla di disinformazione. Ma le prove raccolte – immagini satellitari, testimonianze, fotografie – raccontano un’altra storia. E ancora una volta, la prima cosa che si cerca di chiudere, in guerra, non sono le armi. Sono le voci.
Sudafrica
Il Sudafrica resta fuori dal prossimo G7, e dietro la decisione si apre uno scontro diplomatico.
Pretoria sostiene di essere stata esclusa dopo che gli Stati Uniti avrebbero minacciato di boicottare il vertice se il presidente Cyril Ramaphosa fosse stato invitato. Una versione confermata da fonti sudafricane, ma smentita ufficialmente dalla Francia, che parla invece di una scelta autonoma di invitare il Kenya.
Il risultato, però, non cambia: per la prima volta dopo anni, il Sudafrica – presenza abituale come ospite – resta fuori da uno dei tavoli più importanti del mondo.
La tensione con Washington non è nuova. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno già criticato apertamente Pretoria, arrivando anche a boicottare altri vertici internazionali nel Paese.
E così il G7, nato come spazio di cooperazione tra potenze, diventa sempre più un terreno di scontro. Dove le alleanze si ridefiniscono. E dove essere invitati, o esclusi, è già una presa di posizione politica.
Ucraina e Russia
In Ucraina si continua a morire su entrambi i lati del confine, in una guerra che non rallenta ma cambia forma.
Nelle ultime ore, attacchi russi hanno ucciso due persone nella regione di Kharkiv e colpito infrastrutture energetiche e portuali sul Danubio, mentre droni ucraini hanno causato vittime anche in territorio russo, nella regione di Belgorod, sempre più esposta al conflitto.
Ma il dato che pesa davvero è un altro: Kiev ha messo fuori uso circa il 40% della capacità di esportazione petrolifera russa, colpendo porti e oleodotti strategici. Un colpo diretto al cuore economico di Mosca.
E mentre il fronte militare resta aperto, quello diplomatico si complica: Al vertice dei ministri degli Esteri del G7, gli Stati Uniti hanno ribadito una posizione che preoccupa gli alleati: l’Ucraina non è “la guerra dell’America”.
Una frase che pesa, soprattutto mentre il conflitto entra in una fase sempre più incerta. Con Washington sempre più concentrata sul confronto con l’Iran, cresce il timore in Europa che il sostegno all’Ucraina possa ridursi.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti cambia qualcosa che sembrava intoccabile: il denaro.
Il Tesoro ha annunciato che la firma di Donald Trump apparirà sulle nuove banconote, per la prima volta nella storia di un presidente in carica. Una scelta legata anche alle celebrazioni dei 250 anni dell’indipendenza americana.
Per farlo, verrà eliminata la firma del Tesoriere, presente sulle banconote dal 1861. Un cambiamento simbolico ma significativo, che rompe una tradizione lunga oltre un secolo e mezzo.
Le prime banconote dovrebbero entrare in circolazione già nei prossimi mesi.
Non è solo una questione grafica. È un segnale politico: mettere il nome del presidente direttamente sul denaro significa imprimere il potere in uno degli oggetti più quotidiani e universali.
E forse anche questo racconta il momento che stanno vivendo gli Stati Uniti. Un Paese dove la linea tra istituzione e leadership personale diventa sempre più sottile.
Negli Stati Uniti, il caso di Nicolás Maduro resta aperto, e tutt’altro che risolto.
Nicolás Maduro è comparso per la prima volta in tribunale a New York dopo la sua cattura, e il processo si sta già trasformando in uno scontro politico oltre che giudiziario.
L’ex presidente venezuelano, detenuto insieme alla moglie Cilia Flores, ha ribadito la propria innocenza davanti al giudice federale Alvin Hellerstein, mentre affronta accuse pesanti, tra cui narcotraffico e “narco-terrorismo”.
Un giudice federale ha deciso di non archiviare, almeno per ora, le accuse contro l’ex presidente venezuelano, detenuto a New York dopo la sua cattura da parte delle forze americane”.
Il nodo centrale, però, non è solo il processo. È il denaro. La difesa sostiene che le sanzioni americane impediscono a Caracas di pagare gli avvocati, violando il diritto costituzionale a una difesa adeguata. Il giudice ha espresso dubbi su questa posizione, ma ha comunque deciso di non archiviare il caso.
Maduro e Flores restano detenuti a Brooklyn, senza data per il processo, mentre fuori dall’aula si scontrano sostenitori e oppositori, segno di una vicenda che divide ben oltre il Venezuela.
Perché questo non è solo un processo. È il punto in cui giustizia, geopolitica e rapporti di forza si intrecciano. E dove si decide anche chi ha il potere di giudicare chi. Ovvero dove finisce il diritto internazionale e dove inizia il rapporto di forza?
Caraibi
Nei Caraibi, gli Stati Uniti hanno condotto il loro 47esimo attacco contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga, uccidendo altre quattro persone. Dall’inizio dell’operazione, lo scorso settembre, il bilancio è salito a oltre 160 morti.
Washington parla di lotta ai cartelli, di “pressione sistemica” sulle rotte del narcotraffico. Ma resta una domanda che non trova risposta: chi erano le persone a bordo?
Nessun nome, nessuna identificazione, nessuna conferma indipendente. E così, mentre si combatte una guerra dichiarata contro la droga, si rischia di alimentarne un’altra, più silenziosa: quella in cui si colpisce senza sapere davvero chi si sta colpendo.
Cuba
Due imbarcazioni cariche di aiuti umanitari dirette a Cuba sono scomparse nel Mar dei Caraibi, e con loro nove persone di diverse nazionalità.
Erano partite dal Messico, da Isla Mujeres, e sarebbero dovute arrivare all’Avana tra il 24 e il 25 marzo. Ma da allora nessun contatto, nessun segnale, nessuna conferma dell’arrivo. La marina messicana ha avviato un’operazione di ricerca e soccorso, coinvolgendo anche centri internazionali.
Le barche facevano parte di un convoglio internazionale di solidarietà, nato per portare cibo, medicine e beni essenziali a un’isola che sta vivendo una crisi sempre più profonda, tra blackout, carenza di carburante e difficoltà economiche aggravate dalle sanzioni.
Un’altra imbarcazione dello stesso convoglio è arrivata a destinazione. Queste no.
E mentre le ricerche continuano, resta sospesa una domanda che pesa più del silenzio radio: cosa è successo nel mezzo del mare?
Perché quando anche gli aiuti iniziano a sparire, non è solo una tragedia. È il segno di una crisi che ormai non lascia più vie sicure.
Cile
In Cile, la protesta torna in strada, e la risposta è sempre la stessa.
A Santiago, la polizia ha disperso manifestazioni studentesche usando cannoni ad acqua contro i giovani scesi in piazza per contestare le politiche educative e il costo della vita.
Le immagini mostrano ragazzi e ragazze colpiti da getti ad alta pressione, in una scena che il Paese conosce bene: quella di un conflitto sociale che si riaccende ciclicamente, sempre sugli stessi temi – disuguaglianza, accesso all’istruzione, futuro.
Non è un episodio isolato, ma parte di una tensione più profonda che attraversa il Cile da anni, dove le proteste studentesche sono spesso il primo segnale di un disagio più ampio.
E ogni volta la dinamica si ripete: piazza, repressione, silenzio. Finché la prossima protesta non ricomincia.
Pakistan e Afghanistan
Tra Pakistan e Afghanistan il cessate il fuoco è già finito. Islamabad ha annunciato la ripresa delle operazioni militari oltre confine, dopo una breve pausa legata alle festività, spegnendo le speranze di una tregua duratura.
Si tratta di una campagna definita “mirata” contro gruppi militanti, ma che arriva dopo settimane di scontri tra i più violenti degli ultimi anni, con perdite pesanti su entrambi i lati e accuse reciproche: il Pakistan sostiene che i talebani afghani ospitino gruppi armati responsabili di attacchi sul proprio territorio, Kabul nega.
L’operazione, chiamata “Ghazab lil Haq”, continuerà finché non saranno raggiunti gli obiettivi militari, dicono da Islamabad.
Tradotto: non è una risposta temporanea, ma una strategia. E mentre il mondo guarda altrove, lungo questo confine si combatte una guerra vera, fatta di raid, sfollati e civili intrappolati, ma senza nome e senza attenzione.
Filippine
La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele non si combatte solo in Medio Oriente. Si vede anche a migliaia di chilometri di distanza, nelle strade vuote di Manila.
Nella capitale filippina, il traffico – uno dei peggiori al mondo – è improvvisamente scomparso. Non per un miracolo urbano, ma perché il prezzo del carburante è esploso, svuotando le strade e le tasche delle persone.
Il Paese, che importa quasi tutto il petrolio dal Medio Oriente, ha dichiarato lo stato di emergenza energetica mentre l’aumento dei prezzi minaccia lavoro, trasporti e accesso ai beni essenziali.
Chi lavorava dodici ore al giorno oggi guadagna la metà. Chi si muoveva in jeepney o autobus resta fermo. E la crisi rischia di trasformarsi in qualcosa di più profondo: inflazione, stagnazione, una nuova povertà.
Perché quando si blocca lo stretto di Hormuz, non si fermano solo le navi, si fermano le città.
Nepal
In Nepal sta per succedere qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa.
Balendra Shah, ex rapper e volto della protesta giovanile, sta per giurare come nuovo primo ministro, diventando uno dei leader più giovani al mondo.
La sua ascesa non è solo personale: è il risultato di una rivolta generazionale che ha travolto i partiti tradizionali, accusati di corruzione e immobilismo, portando il suo movimento a una vittoria schiacciante in Parlamento.
Shah arriva dalla musica, da testi contro il sistema, e da un’esperienza da sindaco di Kathmandu che lo ha reso popolare soprattutto tra i giovani. Ora però il passaggio è diverso: dalla protesta al governo.
Giappone
Anche a Tokyo la guerra arriva. Non con le bombe, ma con le persone in strada.
Circa 24 mila manifestanti si sono radunati davanti al Parlamento giapponese per protestare contro la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, in una delle mobilitazioni più grandi nel Paese dall’inizio del conflitto.
Cartelli, slogan, luci nella pioggia: “Non si crea la pace con la forza”, gridano. Ma la protesta non riguarda solo il Medio Oriente. Si intreccia con un dibattito interno sempre più acceso: quello sulla possibile revisione della Costituzione pacifista del Giappone, che da decenni limita l’uso della forza militare.
Per molti, questa guerra lontana è anche un rischio vicino: il timore che il Giappone cambi identità, passando da Paese pacifista a potenza più militarizzata.
E così la protesta diventa doppia. Contro una guerra fuori dai confini. E contro quella, possibile, dentro casa.
Australia
L’Australia chiude le porte, e lo fa in nome della guerra.
Per i prossimi sei mesi, ai cittadini iraniani con visto valido sarà vietato l’ingresso nel Paese. La decisione, annunciata dal ministro degli Interni Tony Burke, riguarda circa 6.800 persone e nasce dal timore che, a causa del conflitto, non possano rientrare in Iran allo scadere del visto.
Sono previste alcune eccezioni, come per familiari stretti di cittadini australiani, ma la misura segna comunque una linea netta.
E non senza critiche: parlamentari e attivisti parlano di “fallimento morale” e avvertono che si rischia di creare un precedente pericoloso. Perché quando la guerra restringe i confini, non lo fa solo sui campi di battaglia. Lo fa anche nei cieli, negli aeroporti, nelle vite sospese tra due Paesi.
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