6 aprile 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Aprile 6, 2026
- Usa, Israele contro Iran: ultimatum di Trump sullo stretto.
- Libano: la zona di sicurezza che sa di occupazione.
- Congo: in base a un nuovo accordo, accoglierà i deportati dagli Stati Uniti provenienti da paesi terzi.
- Il Nepal accorcia la settimana lavorativa per la crisi di carburante.
- Bangladesh: il morbillo torna a uccidere i bambini.
- Durante il festival della fertilità in Giappone, la folla sfila con falli giganti.
- Haiti: decine di uccisi, un massacro con la forza internazionale avanza lentamente.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Guerra all’Iran
C’è un momento, nelle guerre, in cui le parole smettono di essere diplomazia e diventano minaccia pura, quasi brutale, e quello è esattamente il punto in cui siamo arrivati adesso tra Stati Uniti, Israele e Iran: una guerra che colpisce infrastrutture, lancia ultimatum e gioca con uno degli snodi energetici più importanti del mondo, lo Stretto di Hormuz, mentre sullo sfondo la diplomazia prova a sopravvivere, quasi a fatica, tra telefonate, mediazioni e dichiarazioni che sembrano più tentativi disperati che strategie reali.
Dopo i raid israeliani contro i siti petrolchimici iraniani, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha parlato senza mezzi termini, promettendo che l’Iran pagherà un prezzo crescente, capace di colpire non solo obiettivi militari ma l’intera infrastruttura del Paese, cioè la sua capacità stessa di funzionare.
Secondo fonti di sicurezza israeliane citate da Haaretz, Tel Aviv sarebbe pronta a colpire direttamente le infrastrutture energetiche iraniane, ma starebbe aspettando un via libera dagli Stati Uniti. Un dettaglio che dice molto: questa non è solo una guerra regionale, è un equilibrio fragile che passa inevitabilmente da Washington.
E infatti il nodo vero è lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti dell’intelligence americana riportate da Reuters, per Teheran tenere chiuso quel passaggio è l’unica leva reale contro gli Stati Uniti, ed è improbabile che lo riapra a breve. Tradotto: il petrolio mondiale resta ostaggio della guerra.
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ha scelto un linguaggio che rompe completamente con qualsiasi forma di diplomazia tradizionale. Su Truth Social ha intimato all’Iran di riaprire lo stretto con parole esplicite e aggressive, minacciando che “si scatenerà l’inferno” entro 48 ore e arrivando a evocare nuovi attacchi contro centrali elettriche e ponti.
Eppure, nello stesso tempo, racconta un’altra storia. In un’intervista a Fox News ha detto che un accordo potrebbe arrivare “anche domani”, mentre al Wall Street Journal ha fissato una scadenza precisa: l’Iran ha tempo fino a martedì sera. Una doppia linea, tra minaccia e negoziato, che rende tutto ancora più instabile.
L’ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e premio Nobel per la pace Mohamed ElBaradei lancia un appello durissimo alla comunità internazionale: fermare Donald Trump prima che il Medio Oriente diventi, parole sue, “una palla di fuoco”.
In un messaggio pubblico, ElBaradei critica gli ultimatum americani all’Iran sullo Stretto di Hormuz e chiede un intervento urgente di ONU, Unione Europea, Cina e Russia.
Non è una voce qualunque: è uno degli uomini che per anni ha negoziato proprio con Teheran sul nucleare.
Nel frattempo, l’Egitto prova a riaprire uno spazio diplomatico. Il ministro degli Esteri Badr Abdelatty ha avviato consultazioni intense con l’inviato statunitense Steve Witkoff e con diversi Paesi arabi per tentare un cessate il fuoco tra Washington e Teheran.
Ma mentre si parla, si continua a bombardare. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito oltre 120 obiettivi in Iran nelle ultime 24 ore.
Secondo l’agenzia Human Rights Activists in Iran, almeno nove civili sono stati uccisi nei raid. E in Israele, una ragazza ferita gravemente da un missile iraniano resta in condizioni serie.
Intanto, nel pieno della guerra, gli Stati Uniti portano a casa un’operazione ad alto rischio: il recupero di un membro dell’equipaggio di un caccia F-15 abbattuto in territorio iraniano. Un’azione condotta dalle forze speciali, sotto il fuoco nemico, che secondo fonti ufficiali si è conclusa senza perdite americane.
Il presidente Donald Trump ha definito il salvataggio “una delle operazioni più audaci della storia americana”, trasformandolo immediatamente in un simbolo di forza e superiorità militare.
Ma dietro la narrazione eroica resta un dato più scomodo: quel pilota era lì perché un aereo statunitense è stato abbattuto in Iran, segno che il conflitto è ormai entrato in una fase in cui anche la superiorità aerea non è più garantita.
E mentre Washington celebra, Teheran mostra i resti dei velivoli colpiti. Due versioni della stessa storia. E in mezzo, una guerra che continua ad alzare la posta.
Libano e Israele
Mentre lo sguardo del mondo resta incollato allo Stretto di Hormuz, il Libano rischia di scivolare ancora una volta in quella zona grigia dove la guerra non viene mai dichiarata davvero, ma si impone centimetro dopo centimetro, villaggio dopo villaggio.
L’esercito israeliano si prepara infatti a presentare al governo un piano per creare una cosiddetta “zona di sicurezza” nel sud del Libano, larga tra i due e i tre chilometri lungo il confine. Ufficialmente, non si parla di avamposti militari permanenti. Ma si parla di evacuazioni. E quando si parla di evacuazioni, significa una cosa sola: togliere i civili per lasciare spazio alla guerra.
Secondo fonti militari, gran parte della popolazione dei villaggi coinvolti verrebbe spostata proprio per evitare contatti diretti con le truppe israeliane. È una formulazione tecnica, quasi neutra, ma nella realtà significa svuotare territori, creare vuoti umani, trasformare intere comunità in linee di confine.
E c’è di più. Diciassette parlamentari della coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu chiedono apertamente qualcosa di molto più esteso: l’occupazione di tutta l’area fino al fiume Litani, circa trenta chilometri dentro il Libano. Non una fascia di sicurezza, ma una profondità strategica. Non contenimento, ma pressione politica, con l’obiettivo dichiarato di costringere il governo libanese a liberarsi dell’influenza iraniana e di Hezbollah.
È una proposta che, se attuata, cambierebbe completamente la natura del conflitto. Perché non sarebbe più solo una risposta militare. Sarebbe una ridefinizione del territorio.
Nel frattempo, la guerra continua a colpire persone, non mappe. A Haifa, nel nord di Israele, un uomo di 82 anni è rimasto gravemente ferito durante un attacco missilistico iraniano, mentre altre persone, tra cui un neonato, hanno riportato ferite lievi. Nello stesso giorno, razzi lanciati da Hezbollah hanno ferito sei persone nel nord del Paese.
E dall’altra parte del confine, nel sud del Libano, un raid israeliano ha colpito un villaggio uccidendo sette persone, tra cui un bambino di quattro anni, secondo il ministero della Salute libanese.
A Beirut, nella periferia sud di Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah, l’esercito israeliano ha colpito infrastrutture dopo aver ordinato ai civili di evacuare. Un copione ormai noto: avviso, fuga, attacco.
E sempre nel sud, un soldato dell’esercito libanese è stato ucciso in un altro raid israeliano. Un dettaglio che pesa più di quanto sembri, perché ogni volta che viene colpito un militare regolare, il rischio è quello di trascinare lo Stato libanese ancora più direttamente dentro il conflitto.
Quello che sta accadendo non è solo un’escalation. È un allargamento silenzioso della guerra, dove le parole – sicurezza, evacuazione, deterrenza – provano a rendere accettabile qualcosa che sul terreno ha un nome molto più semplice: avanzata.
E ancora, secondo quanto riportato da France 24 e confermato da diverse fonti internazionali, i raid israeliani hanno preso di mira anche l’area del principale valico di frontiera tra Libano e Siria, quello di Masnaa, costringendo di fatto alla chiusura del passaggio.
Un punto cruciale: è la via più importante che collega Beirut a Damasco, usata per il commercio, per gli sfollati, per gli aiuti. Colpirla significa isolare ancora di più un Paese già piegato.
Israele sostiene che il valico venga utilizzato da Hezbollah per il trasferimento di armi. Ma nella realtà, quando si colpiscono queste arterie, a fermarsi non sono solo i rifornimenti militari: si fermano anche le persone.
Palestina e Israele
A Gaza, la Pasqua non è festa, è sopravvivenza. Nelle chiese rimaste in piedi, piccole comunità cristiane si sono raccolte in silenzio, tra preghiere e gesti minimi, mentre fuori continua una guerra che non lascia spazio nemmeno ai simboli. Secondo quanto racconta Al Jazeera, molti hanno scelto di non celebrare davvero, rifiutando ogni forma di festa in un contesto che definiscono segnato da distruzione e morte.
Le tradizioni più semplici – il cibo, le uova, la condivisione – sono diventate impossibili: mancano elettricità, acqua, cibo. E manca soprattutto la normalità.
Quella di Gaza è una delle comunità cristiane più antiche al mondo. Oggi è ridotta a poche centinaia di persone, molte delle quali sono fuggite o vivono rifugiate nelle chiese.
E allora questa Pasqua non parla di resurrezione, parla di resistenza.
Intanto, Hamas alza il muro sul tema del disarmo. In un messaggio televisivo, il portavoce delle Brigate al-Qassam, Abu Ubaida, ha dichiarato che discutere la consegna delle armi prima che Israele completi il ritiro da Gaza è inaccettabile.
Secondo il gruppo, la richiesta di disarmo farebbe parte di un tentativo di continuare la guerra sotto un’altra forma.
Il punto è centrale nei negoziati sul piano di pace sostenuto dagli Stati Uniti, ma resta uno degli ostacoli principali. Hamas chiede garanzie: prima il ritiro completo israeliano, poi qualsiasi discussione sul futuro militare.
Intanto, secondo il ministero della Salute palestinese, le violazioni della tregua avrebbero già causato centinaia di morti.
E così il cessate il fuoco resta sospeso, più fragile che mai.
Mentre i missili viaggiano tra Iran, Libano e Israele, un’altra linea di frattura si apre all’interno dello stesso Israele: quella tra sicurezza e diritto di dissentire.
A Tel Aviv, in piazza Habima, circa mille persone sono scese in strada per protestare contro la guerra con l’Iran. Non un numero enorme, ma significativo in un contesto in cui il dissenso, in tempo di guerra, diventa automaticamente sospetto. Altre centinaia di manifestanti si sono riunite in diverse città del Paese.
La risposta della polizia è stata immediata e dura. Diciassette persone sono state arrestate a Tel Aviv e le immagini mostrano agenti che disperdono con la forza la manifestazione. Ma il punto non è solo la violenza. È il modo in cui viene giustificata.
Durante l’intervento, mentre gli agenti stavano fermando i manifestanti, è scattato un allarme per un missile lanciato dagli Houthi dallo Yemen.
Una situazione reale di pericolo. Eppure, secondo i presenti, quando i manifestanti hanno chiesto alla polizia di accompagnare i fermati in un rifugio antiaereo, gli agenti hanno rifiutato, portandoli invece nell’atrio di un edificio vicino.
È un dettaglio che pesa, perché racconta una gerarchia implicita: prima il controllo, poi la sicurezza.
Ma la frattura più interessante è quella interna alle stesse istituzioni. Ufficiali dell’esercito israeliano, le IDF, parlando con Haaretz, hanno smentito la versione della polizia secondo cui lo sgombero fosse stato approvato dal Comando del Fronte Interno.
Secondo queste fonti, la decisione sarebbe stata presa autonomamente dalla polizia, che avrebbe persino cercato di convincere la rappresentante militare presente nella sala operativa a sostenere lo scioglimento della protesta. Lei avrebbe rifiutato.
E qui emerge un altro elemento ancora più politico: l’applicazione selettiva delle regole. Le stesse fonti militari ritengono che le restrizioni sui raduni pubblici – giustificate dalla guerra – vengano applicate con severità contro le proteste, ma molto meno in altri contesti.
Spiagge affollate, centri commerciali, eventi di massa nelle comunità ultra-ortodosse: lì le stesse limitazioni sembrano improvvisamente meno urgenti.
Formalmente, il limite fissato dal Comando del Fronte Interno è di 150 persone. Ma la Corte Suprema israeliana, il giorno prima della protesta, aveva stabilito che almeno 600 manifestanti dovessero essere autorizzati a partecipare alla manifestazione di Tel Aviv.
E nella sua decisione, la Corte ha detto qualcosa di molto chiaro: la polizia sta applicando queste restrizioni alle proteste, ma non ad altri eventi pubblici.
E allora il punto non è più solo la sicurezza, è capire se, in tempo di guerra, il dissenso diventa un rischio da contenere più dei missili.
Perché quando le regole cambiano a seconda di chi le viola, non siamo più nel campo della sicurezza. Siamo già in quello del controllo.
Siria
La guerra in Ucraina diventa esperienza da esportare. Il presidente Volodymyr Zelenskyy, in visita a Damasco, ha incontrato il leader siriano Ahmed al-Sharaa proponendo cooperazione militare e sicurezza, in un Medio Oriente sempre più instabile dopo l’escalation con l’Iran.
Kiev offre quello che ha imparato in quattro anni di guerra contro la Russia: difesa da droni e missili, tecnologie e strategie che oggi molti Paesi della regione non hanno.
Ma non solo sicurezza. Zelenskyy ha parlato anche di grano e approvvigionamenti, presentando l’Ucraina come partner chiave per la sicurezza alimentare regionale.
È una mossa che ridisegna il ruolo di Kiev: non più solo Paese in guerra, ma attore attivo nello scacchiere globale.
Perché in questo nuovo equilibrio, chi sopravvive alla guerra…impara anche a venderla.
Repubblica Democratica Del Congo
La Repubblica Democratica del Congo accetterà migranti espulsi dagli Stati Uniti nell’ambito del programma di “paesi terzi” voluto dall’amministrazione Trump. I primi arrivi sono previsti già questo mese, con costi interamente coperti da Washington.
Kinshasa parla di un accordo temporaneo, legato alla “solidarietà internazionale”. Ma il quadro è più ampio: gli Stati Uniti hanno già stretto intese simili con almeno altri sette Paesi africani.
Secondo un report del Senato americano, oltre 40 milioni di dollari sono stati spesi per deportare circa 300 migranti verso Stati che non sono i loro.
E le critiche crescono: molti di questi Paesi hanno gravi problemi di diritti umani, e tra i deportati ci sono anche persone che non possono essere rimpatriate nei loro Paesi d’origine per motivi di sicurezza.
Non è solo immigrazione. È spostare il problema altrove.
Nigeria
In Nigeria, la violenza colpisce anche i luoghi di culto. Nello stato di Kaduna, uomini armati hanno attaccato due chiese durante le celebrazioni di Pasqua, uccidendo almeno cinque persone e rapendo decine di fedeli.
L’esercito ha dichiarato di aver liberato 31 ostaggi dopo uno scontro a fuoco con gli assalitori, ma il bilancio resta incerto e potrebbe essere più alto secondo fonti locali.
L’attacco è avvenuto nonostante il rafforzamento delle misure di sicurezza ordinato dalle autorità.
La regione è da anni teatro di violenze da parte di gruppi armati, spesso legati a sequestri e, sempre più, a reti jihadiste.
Mediterraneo
Un’altra barca, un altro rovesciamento, un altro pezzo di mare che diventa tomba. Nel Mediterraneo centrale, un’imbarcazione partita dalla Libia con circa 105 persone a bordo si è capovolta: 32 i sopravvissuti, due i corpi recuperati, almeno 70 i dispersi, secondo le ONG Mediterranea Saving Humans e Sea-Watch.
I superstiti sono stati salvati da due navi mercantili e portati a Lampedusa, uno dei principali approdi per chi tenta la traversata verso l’Europa.
Le organizzazioni parlano apertamente di una tragedia annunciata, conseguenza diretta delle politiche europee che continuano a chiudere le vie legali e sicure per i migranti.
Dall’inizio del 2026, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, almeno 683 persone sono morte o risultano disperse lungo questa rotta.
E allora la verità è semplice, anche se scomoda: non è un’emergenza, è un sistema.
Serbia e Ungheria
Un presunto attentato a un gasdotto rischia di diventare un caso politico internazionale. Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha parlato del ritrovamento di un ordigno “di potenza devastante” vicino a una pipeline che collega Serbia e Ungheria.
Il premier ungherese Viktor Orbán ha immediatamente convocato un consiglio di difesa e rafforzato la sicurezza delle infrastrutture energetiche, parlando di minaccia alla sovranità nazionale.
Ma l’opposizione solleva dubbi pesanti. Il leader Péter Magyar accusa apertamente Orbán e Vučić di poter usare l’incidente come operazione costruita ad hoc, una “false flag”, a pochi giorni dalle elezioni ungheresi.
Il gasdotto TurkStream, che porta gas russo in Europa, è al centro di una partita che non è solo energetica ma geopolitica.
Haiti
Ad Haiti la violenza non è più solo cronaca, è quotidianità. Nella regione agricola dell’Artibonite, un attacco coordinato della gang Gran Grif ha colpito almeno otto comunità, lasciando sul terreno tra 40 e 70 morti.
Tra loro, i familiari di Ilres Théophile, contadino: tre fratelli e suo figlio. “Mio figlio è morto con gli occhi aperti”, ha raccontato.
L’assalto è durato ore. Le persone sono state trascinate fuori dalle case, radunate e uccise. Poi gli incendi. Poi il ritorno della gang, dopo il ritiro della polizia.
È successo a pochi giorni dall’arrivo di una nuova forza internazionale sostenuta dall’ONU, chiamata a fermare la violenza che nel 2025 ha ucciso quasi 6.000 persone e costretto oltre un milione a fuggire.
Ma lo Stato resta assente. Le forze di sicurezza sono poche, male equipaggiate, spesso incapaci di intervenire.
E mentre si parla di missioni e strategie, la realtà è un’altra.
Intere comunità lasciate sole in una guerra che non ha fronti, ma solo vittime.
Colombia
In Colombia, a meno di due mesi dalle elezioni presidenziali, lo scontro politico si trasforma in crisi istituzionale.
Il candidato dell’opposizione Abelardo de la Espriella ha annunciato un’azione legale contro il presidente Gustavo Petro, accusandolo di intercettazioni illegali.
La tensione è esplosa dopo che Petro ha dichiarato di avere informazioni riservate su presunti contatti tra l’oppositore e l’azienda incaricata del conteggio dei voti, parlando apertamente di rischio di frode elettorale.
Accuse gravi, respinte con forza da de la Espriella, che denuncia una persecuzione politica e chiede l’intervento della magistratura e di organismi internazionali.
Il risultato è un clima sempre più teso, in cui il voto si avvicina sotto il peso di sospetti reciproci.
Afghanistan
L’India invia nuovi aiuti umanitari in Afghanistan dopo le recenti alluvioni e il terremoto che ha colpito il nord del Paese, causando vittime e danni diffusi.
Secondo il ministero degli Esteri indiano, il carico include beni essenziali: kit da cucina, materiali igienici, teloni, coperte e sacchi a pelo.
Il sisma, di magnitudo 5.8, ha colpito il 3 aprile, provocando almeno 12 morti e facendo tremare anche alcune regioni dell’India.
L’intervento di Nuova Delhi è anche un segnale politico: mantenere un canale aperto con Kabul in una fase delicata.
Bangladesh
In Bangladesh, una malattia che dovrebbe essere sotto controllo torna a uccidere. Almeno 98 bambini sarebbero morti nelle ultime tre settimane per sospetto morbillo, mentre i casi continuano a crescere rapidamente.
Secondo i dati ufficiali, oltre 6.400 bambini tra i sei mesi e i cinque anni presentano sintomi compatibili con la malattia, una delle più contagiose al mondo.
Le autorità parlano apertamente di carenza di vaccini e ritardi nei programmi di immunizzazione, aggravati dalle crisi politiche degli ultimi anni.
Il risultato è quello che si temeva: un sistema fragile che non regge.
Il morbillo non ha una cura specifica. Si previene.
E quando la prevenzione si ferma, tornano anche le morti che pensavamo di aver lasciato nel passato.
Nepal
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran arriva fino all’Himalaya. Il Nepal ha deciso di ridurre la settimana lavorativa da sei a cinque giorni per affrontare la crisi energetica causata dall’aumento dei prezzi del carburante.
Il governo ha introdotto il weekend anche la domenica, chiudendo uffici pubblici e scuole due giorni a settimana per limitare i consumi. Una misura d’emergenza che racconta quanto il conflitto stia colpendo anche Paesi lontani dal fronte.
Il Nepal non ha risorse energetiche proprie e dipende quasi completamente dalle importazioni, soprattutto dall’India. E ora paga il prezzo di una guerra che non combatte.
Tra carburante razionato, prezzi in aumento e turismo a rischio, la crisi si allarga ben oltre il Medio Oriente.
Cina
La Cina, leader globale nella produzione di droni civili, sta introducendo alcune delle restrizioni più severe al mondo sul loro utilizzo.
Dal 2026, i droni devono essere registrati con identità reale e collegati a un numero di telefono o documento ufficiale, mentre i dati di volo vengono trasmessi in tempo reale alle autorità. Nelle aree urbane, che coprono gran parte del Paese, è necessario richiedere un permesso almeno 24 ore prima del decollo.
A Pechino, le nuove norme vanno ancora oltre: è previsto un quasi divieto totale, con controlli anche sui componenti e limiti al numero di droni posseduti per nucleo familiare.
Il Ministero della Sicurezza pubblica giustifica la stretta con rischi per l’aviazione civile e la sicurezza nazionale, citando incidenti recenti e il potenziale uso militare dei droni nei conflitti contemporanei.
Ma per molti utenti e operatori del settore, le nuove regole stanno già paralizzando l’uso civile.
Perché mentre la Cina guida il mercato globale, in patria il cielo diventa sempre più regolato.
La Cina ha confermato l’esecuzione di un cittadino con doppia nazionalità cinese e francese, condannato per traffico di droga. Pechino difende la decisione parlando di applicazione rigorosa della legge e di uguaglianza di trattamento per tutti gli imputati.
Ma la Francia protesta. Il ministero degli Esteri ha denunciato la mancata concessione della grazia e l’impossibilità per la difesa di partecipare all’udienza finale, parlando di violazione dei diritti fondamentali.
Il caso riaccende uno scontro che va oltre il singolo processo: quello sulla pena di morte.
Parigi ne chiede l’abolizione universale. Pechino la rivendica come strumento legittimo.
Giappone
In Giappone, tra crisi demografica e tabù culturali, c’è chi prova a ribaltare il racconto partendo da una festa. È il Kanamara Matsuri, il festival della fertilità che ogni primavera anima le strade vicino a Tokyo con simboli espliciti, ironici, quasi provocatori.
Tra santuari portatili a forma fallica, dolci colorati e cortei festosi, la celebrazione affonda le radici in una leggenda dell’epoca Edo e nei culti shintoisti legati alla fertilità, alla protezione e alla salute sessuale.
Ma oggi è diventata qualcosa di più: un evento inclusivo, partecipato da famiglie, turisti e comunità LGBTQ+, che prova a togliere stigma a tutto ciò che riguarda il corpo e la sessualità.
E il contesto conta. Il Giappone registra un calo delle nascite da dieci anni consecutivi, con poco più di 700 mila nuovi nati nel 2025.
Così, tra ironia e tradizione, questa festa dice qualcosa di molto serio:
quando una società smette di parlare di sesso,prima o poi smette anche di fare figli.
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