15 aprile 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Aprile 15, 2026
- Per la prima volta in 40 anni, Israele e Libano si parlano, sotto le bombe.
- Hormuz, negoziati e guerra che non si ferma.
- Filippine–Cina, accuse di sabotaggio chimico nel Mar Cinese Meridionale.
- Storica sentenza in Francia: l’azienda del cemento Lafarge condannata per aver finanziato militanti in Siria.
- Russia, Le vedove dei soldati uccisi in Ucraina usano l’intelligenza artificiale per “resuscitare” i loro mariti.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Guerra contro l’Iran
C’è una linea sottile, quasi invisibile, che separa la diplomazia dalla guerra aperta. E in questo momento passa dritta nello Stretto di Hormuz.
Da una parte, il Pakistan si propone come mediatore. Islamabad ha offerto di ospitare un secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, dopo il primo incontro già avvenuto. Fonti governative parlano di un impegno “per tutte le tornate necessarie” pur di arrivare a un accordo. È un segnale chiaro: qualcuno, nella regione, sta tentando di impedire che il conflitto diventi ingestibile.
Dall’altra parte, però, la realtà si muove in direzione opposta.
Gli Stati Uniti hanno avviato il blocco dei porti iraniani e delle coste nel Golfo Persico e nel Golfo dell’Oman. Una misura pesantissima, annunciata da Donald Trump, che punta a strangolare economicamente Teheran.
Eppure, già nelle prime ore, emergono crepe: almeno tre petroliere legate all’Iran hanno attraversato lo Stretto di Hormuz senza violare formalmente il blocco, perché dirette altrove. Altre due, invece, hanno invertito la rotta, segno che il traffico marittimo è già entrato in una fase di incertezza e paura.
Washington alza la posta anche sul tavolo negoziale. Il vicepresidente JD Vance ha chiarito che l’arricchimento dell’uranio è una linea rossa non negoziabile.
Gli Stati Uniti chiedono uno stop di almeno vent’anni e la rimozione completa dell’uranio altamente arricchito dal territorio iraniano.
Teheran risponde proponendo tempi molto più brevi e un processo controllato di riduzione del materiale. Tradotto: le posizioni restano lontane.
E intanto il mare diventa un campo di pressione politica. Gli Stati Uniti pretendono che lo Stretto di Hormuz resti completamente aperto. Ma sono gli stessi Stati Uniti ad aver imposto un blocco che, di fatto, lo rende instabile. Una contraddizione che rischia di far saltare tutto.
Nel frattempo, l’Europa prova a smarcarsi. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha rifiutato di aderire al blocco americano, insistendo sulla necessità di mantenere libero il traffico marittimo. Insieme alla Francia, Londra sta lavorando a una missione multinazionale “pacifica” per garantire la navigazione.
Non solo: Starmer ha definito “sbagliati” i bombardamenti israeliani in Libano e ha chiesto che anche Beirut venga inclusa nel fragile cessate il fuoco regionale. Una posizione che segna una distanza politica sempre più evidente dagli Stati Uniti.
Sul terreno, però, le guerre lasciano tracce concrete. In Iran, le infrastrutture ferroviarie colpite nei raid americani e israeliani sono state in gran parte ripristinate, alcune in tempi record.
Ma il bilancio civile è pesante: oltre 40 mila abitazioni danneggiate solo a Teheran. Segno che anche quando le bombe si fermano, la distruzione resta.
E mentre si parla di tregua, arrivano accuse pesanti. Human Rights Watch sostiene che gli attacchi israeliani contro depositi petroliferi vicino a Teheran possano configurarsi come crimini di guerra, per l’impatto ambientale e sanitario a lungo termine.
Non è una dichiarazione politica: è una valutazione giuridica che potrebbe avere conseguenze internazionali.
Teheran, intanto, passa al contrattacco diplomatico. All’ONU ha chiesto formalmente riparazioni di guerra a cinque Paesi – tra cui Arabia Saudita, Emirati e Qatar – accusandoli di aver facilitato o partecipato agli attacchi.
Una mossa che allarga ulteriormente il conflitto, trasformandolo in una rete di responsabilità regionali.
E la tensione si sposta anche altrove. Il Bahrain ha convocato l’inviato iracheno dopo una serie di attacchi con droni partiti dal territorio iracheno. Parallelamente, gruppi hacker filo-iraniani rivendicano cyberattacchi contro industrie strategiche saudite e bahreinite. La guerra, ormai, si combatte anche nei server.
Infine, uno sguardo all’opinione pubblica israeliana: secondo un sondaggio dell’Università Ebraica di Gerusalemme, quasi due terzi degli israeliani non sostengono il cessate il fuoco con l’Iran. E oltre il 60% non vuole che venga esteso al Libano. Un dato che pesa, perché racconta quanto sia fragile qualsiasi tregua quando la società resta divisa.
Iran
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran continua a lasciare un bilancio sempre più pesante: almeno 3.000 morti in Iran, oltre 2.000 in Libano, decine in Israele e nei Paesi del Golfo. Numeri che raccontano un conflitto ormai regionale, con effetti che attraversano confini e società.
In questo scenario, arrivano i primi aiuti umanitari internazionali. La Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa ha fatto entrare in Iran un primo convoglio di forniture mediche, partito da Ankara. Si tratta di kit d’emergenza pensati per salvare vite nelle prime ore dopo traumi e ferite.
Anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha inviato 14 camion con oltre 170 tonnellate di aiuti: coperte, tende, kit da cucina, lampade solari. Materiale essenziale per più di 25.000 persone.
Ma il problema è più profondo. Le catene di approvvigionamento sono state gravemente compromesse dalla guerra, rendendo sempre più difficile far arrivare assistenza dove serve. E anche chi aiuta paga il prezzo: quattro operatori della Mezzaluna Rossa iraniana sono già stati uccisi mentre cercavano di soccorrere i civili.
Nel frattempo, il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz continua a bloccare flussi energetici globali, facendo salire i prezzi e allargando l’impatto del conflitto ben oltre la regione.
Gli aiuti arrivano, ma la guerra corre più veloce.
Libano
Per la prima volta in oltre quarant’anni, Israele e Libano si siedono allo stesso tavolo per colloqui diretti. Succede a Washington, con gli ambasciatori Yechiel Leiter e Nada Hamadeh Moawad, affiancati dal segretario di Stato Marco Rubio e sotto la mediazione americana.
Un incontro definito storico. Ma il contesto racconta tutta un’altra storia.
Lo stesso Rubio ha chiarito subito i limiti del negoziato: non servirà a risolvere il conflitto, ma a ridurre – se possibile – il ruolo di Hezbollah nella regione. Non una pace complessiva, ma un tentativo di riequilibrio strategico.
E mentre le delegazioni parlano, sul terreno si continua a combattere. Razzi di Hezbollah colpiscono il nord di Israele proprio durante l’apertura dei colloqui. Nel sud del Libano, l’esercito israeliano registra nuove perdite: un soldato morto in un incidente durante le operazioni e diversi paracadutisti feriti, alcuni in modo grave, in un raid a Bint Jbeil.
Due piani che scorrono paralleli senza incontrarsi.
Fonti citate da Haaretz parlano apertamente di scetticismo. Per il governo di Benjamin Netanyahu, questi negoziati potrebbero essere soprattutto uno strumento per guadagnare tempo: continuare le operazioni militari, mostrando allo stesso tempo disponibilità verso Washington e verso Donald Trump.
Dal lato libanese, la posizione è diversa. Il vicepremier Tarek Mitri insiste su un punto preciso: prima serve un cessate il fuoco, solo dopo si può parlare davvero di negoziati. Perché – dice – non si costruisce alcun dialogo mentre cadono le bombe.
Un tavolo aperto dopo decenni. Ma una guerra che non si ferma nemmeno mentre si prova a parlarne.
Secondo il Ministero della Salute libanese, dall’inizio dell’offensiva israeliana del 2 marzo, i morti hanno superato quota 2.000: almeno 2.089 persone uccise, oltre 6.700 feriti. Tra loro più di 160 bambini e decine di operatori sanitari. Sono la misura di un conflitto che colpisce in profondità la società civile, non solo le infrastrutture o le linee militari.
E infatti gli attacchi continuano.
Nelle ultime ore almeno sei persone sono state uccise nei raid israeliani. A Sahmar, nella valle occidentale della Bekaa, un’intera famiglia è stata cancellata: tre morti sotto le macerie dopo una serie di bombardamenti che hanno distrutto più di dieci abitazioni. Altri tre morti nel distretto di Sidone, nel sud del Paese. Case, non basi militari. Quartieri, non fronti dichiarati.
Sul terreno, però, la guerra resta simmetrica solo sulla carta. Hezbollah rivendica una serie di attacchi contro postazioni israeliane e truppe presenti nel sud del Libano.
Colpite posizioni di artiglieria, lanciati droni contro avamposti, razzi verso insediamenti nel nord di Israele. L’esercito israeliano conferma: un soldato ucciso, tre feriti gravi. È il segno che il conflitto resta aperto e attivo su entrambi i lati del confine.
Ma c’è un altro fronte, più silenzioso e forse ancora più grave.
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha parlato apertamente di una situazione “gravemente preoccupante” dopo l’ennesimo attacco che ha colpito personale medico in Libano.
Un raid ha centrato una struttura della Croce Rossa nel sud, uccidendo una persona e danneggiando i mezzi di soccorso. E pochi giorni prima, un paramedico – Hassan Badawi – è stato ucciso mentre era impegnato in una missione di salvataggio. Dall’inizio della guerra, almeno 88 operatori sanitari sono morti sotto attacco.
Palestina e Israele
Nelle ultime ore, un bombardamento israeliano ha colpito un veicolo della polizia a Gaza City, uccidendo quattro palestinesi e ferendone almeno nove. Non è un episodio isolato: già il giorno prima, un attacco a Beit Lahia aveva causato un’altra vittima.
E nella stessa Gaza City, un raid ha centrato un caffè nei pressi della Dawood Tower, lasciando un morto e diversi feriti. Spari sono stati segnalati anche nei quartieri di Shujaiyya e Zeitoun, dove almeno due persone sono rimaste ferite.
E mentre la violenza prosegue, emergono testimonianze che raccontano cosa accade lontano dalle telecamere, nei luoghi dove la popolazione cerca semplicemente di sopravvivere.
Un ex contractor britannico, David McIntosh, con un passato nei Royal Marines, ha deciso di parlare pubblicamente dopo aver lavorato per mesi in un sito di distribuzione aiuti della Gaza Humanitarian Foundation.
Il suo racconto è diretto, senza filtri, e – va detto chiaramente – non è possibile verificare in modo indipendente ogni singolo episodio descritto. Ma le accuse sono così precise da non poter essere ignorate.
McIntosh sostiene che soldati israeliani aprivano il fuoco in modo regolare e indiscriminato su civili disarmati in attesa di cibo. Racconta di folle costrette a sdraiarsi in un letto di fiume asciutto prima dell’alba, e di colpi sparati da cecchini, mitragliatrici e persino carri armati contro chiunque si muovesse.
Parla della morte di un ragazzo di circa dodici anni, definendola senza esitazioni: “un omicidio”.
Secondo la sua testimonianza, ogni episodio veniva documentato e inviato in rapporti dettagliati alla società per cui lavorava. Rapporti che, dice, non hanno mai ricevuto risposta.
Se confermate, sarebbero accuse gravissime. Ma anche senza una verifica completa, si inseriscono in un quadro più ampio già denunciato da diverse organizzazioni internazionali: quello di un accesso agli aiuti sempre più pericoloso, dove il rischio di morire mentre si cerca cibo non è un’eccezione, ma una possibilità concreta.
E allora Gaza resta sospesa in una contraddizione brutale.
Da una parte, la narrativa diplomatica di una tregua. Dall’altra, una realtà fatta di bombardamenti, spari e testimonianze che parlano di civili presi di mira proprio nei luoghi dove dovrebbero essere protetti.
In mezzo, una popolazione che continua a vivere – e a morire – senza che quella tregua riesca mai davvero a diventare reale.
CISGIORDANIA: In Cisgiordania continua l’ondata di arresti. Le forze israeliane hanno fermato a Hebron l’ex ministro palestinese del Waqf, Hatem al-Bekri, durante un raid notturno nella sua abitazione. Secondo fonti locali, è stato portato via bendato e ammanettato.
Durante l’operazione è stato arrestato anche un giornalista dell’agenzia ufficiale WAFA, insieme ad altri civili. Al momento non ci sono informazioni sulle accuse né sul luogo di detenzione.
Il caso si inserisce in un quadro più ampio: nelle ultime settimane raid e arresti si sono intensificati in tutta la Cisgiordania occupata.
Le autorità palestinesi parlano di violazioni del diritto internazionale. Ma, ancora una volta, le operazioni vanno avanti senza spiegazioni ufficiali.
E quando le persone spariscono senza risposte, la tensione non fa che crescere.
Turchia
Sparatoria in una scuola superiore nel sud-est della Turchia, dove un ex studente di 18 anni ha aperto il fuoco ferendo almeno 16 persone prima di togliersi la vita.
L’attacco è avvenuto in un istituto professionale di Siverek, nella provincia di Sanliurfa. Tra i feriti ci sono studenti, insegnanti, un dipendente della mensa e anche un agente di polizia. Alcuni sono stati trasferiti in condizioni gravi.
Secondo le autorità, il giovane non aveva precedenti penali e il movente resta sconosciuto, anche se media locali parlano di minacce pubblicate sui social prima dell’attacco. Testimoni raccontano di colpi sparati senza alcun avvertimento, mentre gli studenti cercavano di fuggire, anche saltando dalle finestre.
Le sparatorie nelle scuole sono rare in Turchia. Proprio per questo, l’episodio scuote ancora di più.
Perché dimostra che anche dove certi scenari sembrano lontani, basta un attimo perché diventino reali.
Camerun
In Camerun, una tregua di tre giorni interrompe temporaneamente un conflitto che dura da anni. I gruppi separatisti anglofoni hanno annunciato la sospensione dei combattimenti per permettere un passaggio sicuro durante la visita di Papa Leone XIV.
Una pausa definita “spirituale”, pensata per consentire a civili, pellegrini e delegazioni di muoversi senza rischio, mentre il pontefice è atteso nella capitale Yaoundé e poi a Bamenda, cuore del conflitto.
Qui, dal 2017, le regioni anglofone combattono contro il governo centrale a maggioranza francofona. Una guerra poco raccontata, ma che ha già causato oltre 6.000 morti e più di 600.000 sfollati, secondo l’International Crisis Group.
Il Papa guiderà un incontro per la pace, ma il contesto resta fragile: i negoziati sono fermi e le accuse reciproche continuano.
Una tregua breve, quindi.
Che dice molto: anche nei conflitti più duri, la guerra può fermarsi. Ma solo quando decide di farlo.
Italia
Non è solo una sospensione tecnica. È un segnale politico.
Giorgia Meloni ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare con Israele, un’intesa attiva da anni e considerata uno dei pilastri dei rapporti tra i due Paesi.
La scelta arriva dopo settimane di tensione, in particolare per gli attacchi israeliani in Libano e per un episodio che ha coinvolto direttamente l’Italia: colpi di avvertimento sparati contro militari italiani impegnati nella missione ONU nel sud del Paese.
Meloni ha rivendicato la decisione con una frase semplice: quando non siamo d’accordo, agiamo di conseguenza. Ma dietro c’è un cambio di rotta più ampio. Il suo governo, storicamente tra i più vicini a Israele in Europa, prende distanza proprio mentre cresce la pressione interna e internazionale sulla guerra in Medio Oriente.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Difesa Guido Crosetto hanno condiviso la scelta, insieme al vicepremier Matteo Salvini.
Da Israele minimizzano, parlando di un accordo poco sostanziale. Ma il dato resta: Roma ha deciso di muoversi.
E quando anche gli alleati più solidi iniziano a cambiare posizione, significa che qualcosa si sta incrinando davvero.
E come se non bastasse, si incrina il rapporto tra Italia e Stati Uniti sul piano politico. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha risposto alle critiche del presidente americano Donald Trump contro Giorgia Meloni, ribadendo che il governo “difenderà sempre e solo l’interesse nazionale italiano”.
Tajani ha sottolineato che l’Italia resta un alleato solido dell’Occidente e degli Stati Uniti, ma ha anche rivendicato autonomia e franchezza nelle posizioni. Parole che arrivano dopo dichiarazioni dure di Trump, che ha detto di essere “scioccato” dall’atteggiamento di Meloni su NATO e Iran, accusandola di non collaborare.
La tensione si inserisce anche nello scontro tra la Casa Bianca e il Vaticano, dopo gli attacchi di Trump a Papa Leone XIV, difeso apertamente dalla premier italiana.
Un equilibrio delicato: alleanza strategica da una parte, crescente distanza politica dall’altra.
Francia
Una sentenza storica arriva da Parigi e riguarda una delle più grandi aziende del cemento al mondo, Lafarge. Un tribunale francese l’ha dichiarata colpevole di aver finanziato gruppi jihadisti in Siria pur di continuare a far funzionare il proprio stabilimento durante la guerra civile.
Secondo la corte, tra il 2013 e il 2014 sarebbero stati versati circa 5,6 milioni di euro a gruppi armati, inclusi lo Stato Islamico e il Fronte al-Nusra. Non solo per garantire il passaggio sicuro dei dipendenti, ma anche per mantenere attiva la produzione acquistando materiali da cave controllate dai jihadisti.
Otto ex dirigenti sono stati condannati, tra cui l’ex amministratore delegato Bruno Lafont, a sei anni di carcere. Per i giudici non ci sono dubbi: si è trattato di una “vera e propria partnership commerciale” con organizzazioni terroristiche, guidata esclusivamente dal profitto.
È la prima volta che in Francia una multinazionale viene condannata per finanziamento al terrorismo. E non è finita: resta aperta un’indagine separata per possibile complicità in crimini contro l’umanità.
Un caso che costringe a guardare dentro uno dei lati più oscuri dei conflitti: quando la guerra diventa un affare, e qualcuno decide che conviene comunque restare aperti.
La vicenda è al centro del libro L’impresa. Un gruppo di giuriste contro l’impunità di una multinazionale di Justine Augier, pubblicato in Italia da Magdalena Edizioni nel 2025. Edizione italiana del volume francese, il libro è stato riconosciuto da «Le Monde» come uno dei migliori dell’anno 2024.
Russia
Dalla Russia arriva una storia che racconta la guerra in modo diverso, ma forse ancora più inquietante. Vedove e familiari di soldati uccisi in Ucraina stanno usando l’intelligenza artificiale per “riportarli in vita”, almeno per pochi secondi.
Secondo Meduza, a partire da semplici fotografie, video o messaggi vocali, vengono creati brevi filmati in cui i soldati sorridono, si muovono, parlano. A volte salutano i figli, ringraziano le mogli, promettono di restare sempre accanto a loro. In alcuni casi, salgono simbolicamente verso il cielo, trasformati in figure quasi religiose.
Attorno a questo fenomeno è nato un vero mercato: creator digitali offrono “video di addio” personalizzati, con prezzi accessibili e una domanda in forte crescita. Molti di loro sono donne che, come le clienti, hanno perso qualcuno nella guerra.
Non è possibile verificare ogni singola storia individuale, ma il fenomeno è documentato e si inserisce in una realtà più ampia: quella di un lutto spesso senza corpo, senza funerale, senza un momento di chiusura.
E allora la tecnologia diventa un surrogato dell’ultimo saluto.
Ma apre anche domande profonde:
dove finisce la memoria e dove inizia la manipolazione?
E cosa succede quando la guerra non lascia solo morti… ma nemmeno la possibilità di dirgli addio?
Stati Uniti
Negli Stati Uniti, Donald Trump finisce al centro di una nuova polemica, ma questa volta non per una decisione politica. Il presidente ha pubblicato sui social un’immagine generata con l’intelligenza artificiale in cui appare vestito di bianco, in una scena che ricorda una guarigione miracolosa. In molti l’hanno interpretata come una rappresentazione di sé stesso in versione messianica.
Trump ha provato a ridimensionare, parlando di un semplice “medico” o di un operatore della Croce Rossa. Ma la reazione è stata immediata e trasversale: critiche dure sono arrivate anche da ambienti conservatori e religiosi, che hanno parlato apertamente di blasfemia.
Il senatore progressista Bernie Sanders ha definito il gesto “offensivo” e “megalomane”, accusando Trump di attaccare il Papa mentre si rappresenta come una figura salvifica.
Segno che, anche in un’America abituata a tutto, ci sono immagini che continuano a spostare il limite.
Donald Trump torna a parlare di politica estera, e lo fa con una frase che pesa più del contesto in cui viene pronunciata. Durante un incontro con i giornalisti alla Casa Bianca, il presidente ha detto che, una volta “finita questa guerra” – riferendosi all’Iran – gli Stati Uniti “potrebbero passare da Cuba”.
Parole informali, quasi buttate lì, mentre faceva arrivare cibo da McDonald’s. Ma il contenuto è tutt’altro che leggero. Trump ha definito Cuba “una nazione fallita”, accusando il governo di repressione e violenze contro i propri cittadini.
Non è la prima volta che alza i toni contro L’Avana. Ma inserirla, anche solo retoricamente, nello stesso discorso di un conflitto armato in corso, cambia il peso di quelle parole.
Perché quando un presidente parla di guerra come se fosse una tappa successiva, il confine tra provocazione e intenzione diventa molto più sottile.
Negli Stati Uniti, la guerra torna anche nelle strade. A New York, quasi cento persone sono state arrestate durante una protesta contro il conflitto con l’Iran e le forniture di armi americane a Israele.
Centinaia di manifestanti hanno cercato di occupare gli uffici dei senatori democratici Chuck Schumer e Kirsten Gillibrand a Manhattan. Bloccati all’ingresso, hanno continuato il sit-in in strada, trasformando la protesta in un segnale visibile di frattura politica interna.
Tra gli arrestati, secondo gli organizzatori di Jewish Voice for Peace, anche la whistleblower Chelsea Manning e la consigliera comunale Alexa Aviles.
Un dato che racconta qualcosa di più di una semplice manifestazione: negli Stati Uniti cresce il dissenso, anche dentro quelle comunità e istituzioni che storicamente sono state più vicine a Israele.
Negli Stati Uniti è stato fermato in Florida Alexandre Ramagem, ex capo dell’intelligence brasiliana durante la presidenza di Jair Bolsonaro.
Secondo quanto riportato da Reuters, Ramagem era fuggito dal Brasile dopo essere stato condannato a oltre 16 anni di carcere per il suo coinvolgimento nel tentativo di sovvertire le elezioni del 2022, vinte da Luiz Inácio Lula da Silva.
Le autorità brasiliane avevano già richiesto l’estradizione, ma al momento gli Stati Uniti lo trattengono per motivi legati all’immigrazione, non direttamente per la condanna.
Sul suo nome pesano anche accuse pesanti: avrebbe utilizzato l’apparato di intelligence per sorvegliare oppositori politici e giudici.
Un caso che riporta al centro una dinamica ormai familiare: quando la politica perde le elezioni, in alcuni Paesi prova a riscriverle. Anche dopo.
Pacifico
Nel Pacifico orientale, gli Stati Uniti continuano una campagna militare contro il narcotraffico che solleva sempre più critiche. L’ultimo attacco ha ucciso quattro persone a bordo di un’imbarcazione, il quarto strike letale in pochi giorni.
Il comando militare americano parla di “narco-terroristi”, ma senza fornire prove pubbliche. Dall’inizio dell’operazione, il bilancio supera i 170 morti.
Organizzazioni per i diritti umani e giuristi parlano di possibili esecuzioni extragiudiziali: anche chi traffica droga, sottolineano, dovrebbe essere arrestato e processato, non colpito in mare aperto.
E mentre Washington giustifica l’operazione con la lotta al fentanyl, resta un dato: gran parte di quella droga entra negli Stati Uniti via terra.
Venezuela
In Venezuela cresce la tensione sociale. I sindacati hanno convocato una marcia verso l’ambasciata degli Stati Uniti a Caracas per chiedere elezioni, trasparenza e una gestione più chiara delle entrate petrolifere.
La protesta punta anche ad accelerare un processo di transizione politica, perché – dicono i rappresentanti dei lavoratori – con l’attuale governo non è possibile migliorare le condizioni della popolazione.
Al centro delle critiche c’è il nodo del petrolio: Washington ha trasferito circa 500 milioni di dollari di entrate, ma secondo Caracas solo una parte è stata usata per pagare stipendi, mentre i cittadini denunciano di non vedere benefici concreti.
Una protesta che colpisce per un motivo preciso: nel mirino non c’è solo il governo venezuelano, ma anche il ruolo degli Stati Uniti.
Perù
In Perù si vota, ma il risultato resta sospeso. Nessuno dei 35 candidati ha ottenuto la maggioranza assoluta, e il Paese va verso un ballottaggio a giugno… ma i nomi dei due sfidanti non sono ancora definiti.
Con il 75% delle schede scrutinate, in testa c’è Keiko Fujimori con poco più del 16%, seguita da Rafael López Aliaga. Ma il terzo candidato, Jorge Nieto Montesinos, resta abbastanza vicino da poter ancora ribaltare la corsa.
Il conteggio procede lentamente, complicato da problemi logistici che hanno costretto a prolungare il voto anche al giorno successivo, coinvolgendo elettori in patria e all’estero.
È un’elezione che riflette un malessere profondo: criminalità in aumento, corruzione diffusa e una classe politica percepita come inaffidabile. Non a caso, il prossimo presidente sarà il nono in dieci anni.
Eppure l’economia tiene, grazie soprattutto alle esportazioni di rame e alla stabilità della banca centrale.
Un paradosso sempre più evidente: un Paese che cresce nei numeri, ma resta fragile nella politica.
India
In India, la protesta degli operai entra nel quarto giorno e si trasforma in scontro aperto. A Noida, alle porte di Nuova Delhi, la polizia ha usato lacrimogeni e reparti antisommossa per contenere le manifestazioni davanti alle fabbriche.
I lavoratori chiedono condizioni di base: orari fissi, straordinari pagati e rispetto delle normative federali. Rivendicazioni che diventano più urgenti con l’aumento del costo della vita, aggravato anche dalle tensioni globali e dalla crisi energetica legata alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Le proteste non sono isolate. Solo pochi giorni fa, nello stato industriale di Haryana, mobilitazioni simili hanno portato il governo ad aumentare del 35% il salario minimo.
Segno che il conflitto globale non resta mai confinato: prima o poi arriva nelle fabbriche, nelle buste paga, nella vita quotidiana.
Malesia
Un’altra tragedia nel silenzio. Un’imbarcazione carica di rifugiati Rohingya è affondata nel Mare delle Andamane, al largo della Malesia. Secondo le Nazioni Unite, circa 250 persone – tra cui molti bambini – sarebbero morte.
La barca era partita dal Bangladesh, diretta verso le coste malesi, una delle rotte più battute da chi tenta di fuggire da una persecuzione che dura da anni. I Rohingya, minoranza musulmana in Myanmar, sono stati costretti a lasciare il Paese e oggi vivono in condizioni precarie, soprattutto nei campi profughi di Cox’s Bazar, dove si concentra circa un milione di persone.
Secondo l’UNHCR, il naufragio sarebbe stato causato da mare agitato, vento forte e sovraffollamento. Tre elementi che si ripetono, ogni volta.
E allora il punto non è solo la tempesta.
Il punto è che queste persone continuano a salire su barche fragili perché restare è impossibile, e partire è l’unica alternativa. Anche quando significa rischiare di non arrivare mai.
Filippine e Cina
Tensione crescente nel Mar Cinese Meridionale. Le Filippine accusano la Cina di aver usato cianuro per danneggiare deliberatamente un’area contesa nelle isole Spratly.
Secondo Manila, test di laboratorio avrebbero confermato la presenza della sostanza in contenitori sequestrati dalla marina filippina a imbarcazioni cinesi nei pressi del Second Thomas Shoal. L’ipotesi è pesante: uccidere la fauna marina e compromettere la barriera corallina, colpendo anche le risorse alimentari dei militari filippini presenti nell’area.
Per le autorità filippine si tratterebbe di una forma di sabotaggio. Pechino respinge tutto, parlando di una messa in scena.
Ma al di là delle versioni contrapposte, resta un dato: il confronto tra Cina e Filippine si sta spostando sempre più su un terreno dove ambiente, sicurezza e controllo strategico coincidono.
Ti potrebbe interessare anche:
- Israele e Palestina: La guerra delle parole
- Trump: l’Iran non avrà mai armi nucleari
- Iran, la guerra entra nella terza settimana
E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici