13 aprile 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Aprile 13, 2026
- Ungheria: Il populista Victor Orban perde le elezioni.
- Stretta sull’Iran: gli Stati Uniti annunciano il blocco dei porti.
- Israele–Libano: negoziati sotto le bombe.
- Verso Gaza: riparte la flotilla civile contro il blocco.
- Haiti, strage alla Cittadella: almeno 30 morti in una calca.
- Perù al voto: 9 presidenti in 10 anni.
- Nigeria, raid aereo su un mercato: centinaia di vittime.
- Afghanistan, alluvioni devastanti: 179 morti.
- Australia, per la prima volta una donna alla guida dell’esercito
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Guerra contro l’Iran
Gli Stati Uniti alzano ancora il livello dello scontro con l’Iran e annunciano una mossa che può avere conseguenze globali: il blocco di tutti i porti iraniani.
Dopo il fallimento dei colloqui in Pakistan, durati oltre venti ore e conclusi senza accordo, il comando centrale americano ha confermato che da lunedì la misura entrerà in vigore, colpendo le navi dirette o in partenza dall’Iran, indipendentemente dalla loro bandiera.
Una decisione che arriva dopo le minacce iniziali di chiudere completamente lo Stretto di Hormuz, poi ridimensionate. Le navi tra porti non iraniani potranno continuare a transitare, ma il segnale resta chiaro: Washington vuole esercitare una pressione economica diretta su Teheran.
Donald Trump parla apertamente di fallimento dei negoziati sul nucleare, definito “l’unico punto che conta”, mentre il vicepresidente JD Vance insiste sulla necessità di un impegno esplicito da parte iraniana a non sviluppare armi atomiche.
L’Iran, però, non arretra. Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf risponde con un messaggio diretto: “Se combattete, combatteremo”. E i Guardiani della Rivoluzione rivendicano il controllo dello Stretto di Hormuz, minacciando una risposta militare contro eventuali interferenze.
Intanto i mercati reagiscono: il traffico nello stretto è già rallentato e il prezzo del petrolio torna a salire, segnale di una tensione che non resta confinata alla regione.
Sul fondo resta una tregua fragile, con scadenza il 22 aprile, e una diplomazia che prova a restare in piedi mentre tutto intorno si prepara al peggio. Perché quando il commercio diventa arma e i porti diventano bersagli, il conflitto smette di essere locale. E diventa globale.
C’è un passaggio, in questa crisi tra Stati Uniti e Iran, che rischia di cambiare le regole del gioco più di qualsiasi bombardamento. Non è la tregua dell’8 aprile. È quello che è successo prima.
Donald Trump ha minacciato di colpire ponti, centrali elettriche e infrastrutture civili se Teheran non avesse ceduto sullo Stretto di Hormuz. L’Iran ha risposto nello stesso linguaggio, evocando attacchi a sistemi energetici e idrici nel Golfo. Non più solo obiettivi militari, ma la vita quotidiana trasformata in leva negoziale.
È questo lo scarto: non il danno collaterale, ma l’uso dichiarato delle infrastrutture come strumento di pressione politica. Elettricità, acqua, trasporti diventano così moneta di scambio, non conseguenza della guerra ma parte integrante della trattativa.
Un passaggio che, come ha avvertito il Comitato Internazionale della Croce Rossa, rischia di normalizzare una deriva pericolosa: quella in cui la sopravvivenza dei civili entra direttamente nel calcolo strategico.
Perché quando una guerra inizia a parlare questo linguaggio, non resta più confinata ai fronti. Entra nelle case, negli ospedali, nei sistemi che tengono in vita intere città. E a quel punto, anche la diplomazia smette di essere un’alternativa alla violenza — e comincia ad assomigliarle.
Intanto, sono almeno 3.375 le persone uccise nei raid aerei condotti da Stati Uniti e Israele in Iran tra fine febbraio e inizio aprile.
Lo ha reso noto Abbas Masjedi Arani, capo dell’Organizzazione di medicina legale iraniana, spiegando che le vittime sono state identificate attraverso procedure forensi avanzate. Tra loro anche cittadini stranieri provenienti da diversi Paesi della regione e non solo.
L’offensiva, iniziata il 28 febbraio, ha colpito anche vertici militari iraniani, in un’escalation che ha portato Teheran a rispondere con droni e missili contro Israele e obiettivi legati agli Stati Uniti nell’area.
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran si combatte anche online, e sempre più con strumenti inediti. Negli ultimi giorni sono diventati virali video realizzati con intelligenza artificiale che mostrano leader come Donald Trump e Benjamin Netanyahu trasformati in personaggi Lego, in narrazioni satiriche e propagandistiche.
Dietro questi contenuti c’è un gruppo di creator, noto come Explosive Media, che ha ammesso che parte dei video è commissionata dal governo iraniano, con l’obiettivo di influenzare l’opinione pubblica internazionale.
I video, spesso ironici e visivamente semplici, raccontano la guerra dal punto di vista iraniano, cercando di ribaltare la narrazione occidentale e di raggiungere soprattutto un pubblico giovane sui social.
Secondo diversi analisti, questa strategia segna un cambio di paradigma: non più solo propaganda tradizionale, ma contenuti virali, emotivi e condivisibili, capaci di entrare nel dibattito globale.
Una guerra che non si combatte solo con missili e droni, ma anche con meme, video e algoritmi. E dove la battaglia per il consenso passa sempre più dagli schermi.
Libano e Israele
Si preparano a sedersi allo stesso tavolo, per la prima volta apertamente dagli anni Ottanta, mentre continuano a colpirsi. È questa l’immagine più nitida del Medio Oriente di oggi: Israele e Libano pronti a negoziare, ma senza smettere di farsi la guerra.
Il governo di Benjamin Netanyahu, secondo quanto riportato da Haaretz, sta definendo la propria posizione in vista di colloqui che dovrebbero aprirsi a breve, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a un accordo diplomatico. Ma la realtà è molto meno lineare di quanto suggerisca la parola “negoziato”.
Israele vorrebbe trattare senza interrompere le operazioni militari, mantenendo quella che considera libertà d’azione sul territorio libanese. Una richiesta che si scontra con le pressioni degli Stati Uniti, preoccupati che un’escalation possa compromettere non solo questi colloqui, ma anche quelli paralleli con l’Iran.
Sul tavolo, le richieste israeliane sono pesanti: non solo il contenimento di Hezbollah nel sud del Libano, ma il suo smantellamento militare su scala nazionale, insieme alla riduzione della sua influenza politica ed economica. Una posizione che, di fatto, tocca l’equilibrio interno libanese.
La delegazione libanese, secondo fonti citate da Haaretz, non ha alcun mandato reale per discutere il disarmo di Hezbollah. Qualsiasi apertura in questo senso, spiegano fonti locali, potrebbe arrivare solo in cambio di risultati concreti da mostrare alla popolazione, a partire da un ritiro israeliano.
Ha sette anni, il volto coperto di bende e una famiglia distrutta. Aline è sopravvissuta a un attacco israeliano nel sud del Libano, ma in quello stesso raid ha perso la sorellina di meno di due anni e altri parenti.
Era tornata nel villaggio di Srifa per seppellire il padre, convinta — come molti — che la tregua tra Stati Uniti e Iran potesse fermare anche la guerra lì. Invece, proprio il primo giorno del cessate il fuoco, una nuova bomba ha colpito la casa.
“Sembrava una tempesta sopra di noi”, racconta il nonno. Tra le vittime anche la piccola Taleen, “nata in guerra e morta in guerra”.
L’esercito israeliano ha dichiarato di non avere abbastanza elementi per indagare sull’episodio.
Intanto i bombardamenti continuano e, negli ospedali del sud del Libano, arrivano feriti a decine, spesso bambini.
E in mezzo ai numeri, sono 2055 i morti dal 2 marzo, resta una domanda che non trova risposta: quante tregue servono, prima che lo siano davvero?
Almeno 18 persone sono state uccise in nuovi attacchi aerei israeliani nel sud del Libano, mentre continua l’escalation con Hezbollah.
Secondo il ministero della Salute libanese, i raid hanno colpito diverse aree, tra cui villaggi vicino Sidone e il distretto di Nabatieh, causando anche feriti tra la popolazione civile.
Il bilancio complessivo del conflitto supera ormai i duemila morti dall’inizio dell’escalation di marzo.
Tensione nel sud del Libano, dove le forze UNIFIL denunciano che un carro armato israeliano ha speronato due loro veicoli.
Secondo l’ONU, gli episodi sono avvenuti nei pressi di Bayada, causando danni significativi e bloccando l’accesso alle postazioni della missione.
Un incidente grave che rischia di aumentare ulteriormente la tensione tra Israele e le forze internazionali presenti sul terreno.
Così il paradosso resta intatto: si negozia la pace mentre si alimenta il conflitto, e ogni bomba che cade rende quel tavolo un po’ più fragile. Perché trattare sotto il fuoco non è solo difficile. È, forse, il modo più rapido per far saltare tutto.
Palestina e Israele
Nella Striscia di Gaza, anche quando si parla di tregua, i numeri continuano a salire.
Secondo il Ministero della Salute locale, il bilancio complessivo dell’offensiva israeliana dall’ottobre 2023 ha raggiunto almeno 72.329 morti e oltre 172 mila feriti. Solo nelle ultime 24 ore sono arrivati negli ospedali due corpi e otto feriti, tra cui una vittima recuperata dalle macerie.
Nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025, le autorità di Gaza denunciano violazioni continue, tra bombardamenti e spari che avrebbero causato centinaia di nuove vittime. Si parla di almeno 750 morti anche dopo la tregua.
Una guerra che, secondo le Nazioni Unite, ha devastato circa il 90% delle infrastrutture civili, con costi di ricostruzione stimati intorno ai 70 miliardi di dollari.
E mentre i numeri crescono, resta sempre più difficile distinguere tra guerra finita e guerra che continua sotto un altro nome.
CISGIORDANIA: Un uomo palestinese è stato ucciso dalle forze israeliane in Cisgiordania occupata, nei pressi di Ramallah.
Secondo il ministero della Salute palestinese, la vittima è stata colpita mentre si trovava alla guida di un veicolo, ma non ci sono ancora dettagli chiari sulle circostanze dell’uccisione.
Da parte israeliana non è arrivato un commento immediato sull’episodio.
L’uccisione si inserisce in un contesto di crescente violenza nella Cisgiordania, dove raid militari, scontri e attacchi continuano a colpire la popolazione civile, mentre l’attenzione internazionale resta concentrata su altri fronti del conflitto.
Mentre il governo israeliano continua a muoversi su più fronti militari, dentro il Paese cresce una voce diversa. Non unanime, non dominante, ma sempre più visibile: quella di chi chiede la fine della guerra.
Migliaia di persone sono scese in piazza sabato in diverse città israeliane, con il cuore delle proteste a Tel Aviv. Qui i manifestanti hanno gridato slogan chiari, diretti, senza ambiguità: “Occupare il sud del Libano è una ricetta per il disastro” e “non avremo sicurezza finché non faremo la pace”. Parole che rompono la narrazione dominante della sicurezza costruita solo attraverso la forza.
A differenza delle settimane precedenti, segnate da interventi duri della polizia, questa volta la protesta a Tel Aviv non è stata dispersa con la forza. Nessun arresto, nonostante la partecipazione abbia superato il limite autorizzato. Un cambiamento che non passa inosservato, anche se resta isolato.
Perché altrove la risposta è stata molto diversa. A Umm al-Fahm, città araba nel nord di Israele, la polizia ha definito “illegale” una manifestazione contro la guerra e ha arrestato sette persone.
Secondo le autorità, i manifestanti avrebbero “condannato lo Stato di Israele e le sue azioni”, oltre a chiedere la liberazione dei prigionieri palestinesi, elementi considerati potenzialmente destabilizzanti per l’ordine pubblico.
Due piazze, due risposte. Da una parte Tel Aviv, dove il dissenso ebraico israeliano trova uno spazio, seppur fragile. Dall’altra Umm al-Fahm, dove lo stesso dissenso, espresso da cittadini arabi israeliani, viene represso.
E in mezzo resta una frattura che non è solo politica, ma anche sociale e identitaria. Perché anche dentro Israele, oggi, la guerra non è raccontata allo stesso modo da tutti. E non pesa allo stesso modo su tutti.
Nuovo rinvio nei processi per corruzione a carico del premier israeliano Benjamin Netanyahu.
La procura ha approvato la richiesta di cancellare le udienze previste questa settimana, accogliendo le motivazioni legate a “circostanze eccezionali” di sicurezza e politica, presentate dal primo ministro.
Il rinvio riguarda solo tre sessioni, mentre eventuali richieste per le prossime settimane saranno valutate caso per caso.
Netanyahu, sotto processo per corruzione, frode e abuso di fiducia, punta da tempo a rallentare il procedimento, in un momento in cui la guerra e la crisi regionale continuano a pesare anche sul fronte giudiziario.
Nuova escalation a Gerusalemme Est. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir è entrato nel complesso della moschea di Al-Aqsa accompagnato da coloni e protetto dalla polizia israeliana.
Secondo l’agenzia palestinese WAFA, durante l’incursione sono state recitate preghiere talmudiche, in quella che viene definita una provocazione per cambiare lo status quo del sito sacro. In un video, Ben Gvir ha dichiarato: “Oggi mi sento il padrone di questo posto”.
Dura la condanna della Giordania Ministero degli Esteri, che parla di violazione grave e provocazione inaccettabile. Intanto cresce il timore di nuove tensioni religiose in una città già al limite.
Global Sumud Flotilla
Riparte dal Mediterraneo una sfida simbolica e politica: la Global Sumud Flotilla torna a salpare per Gaza con numeri quasi raddoppiati rispetto allo scorso anno.
Partita da Barcellona e da altri porti europei, la missione coinvolge circa 70 imbarcazioni e quasi mille volontari provenienti da oltre 70 Paesi. L’obiettivo dichiarato è rompere il blocco israeliano sulla Striscia, consegnare aiuti umanitari e riportare l’attenzione internazionale su Gaza, oggi oscurata da altre crisi regionali.
Tra i partecipanti anche organizzazioni come Greenpeace e Open Arms, mentre gli organizzatori parlano apertamente di responsabilità internazionale e chiedono l’apertura di corridoi umanitari.
Non è la prima volta. Lo scorso settembre, la flotilla fu intercettata dalla marina israeliana a decine di miglia dalla costa: imbarcazioni bloccate, comunicazioni interrotte, volontari fermati.
E anche questa volta il rischio è lo stesso. Perché più che una missione umanitaria, questa flotilla è diventata un test politico: capire fin dove può arrivare la società civile quando gli Stati scelgono di restare fermi.
Nigeria
Strage nel nord-est della Nigeria, dove un attacco aereo dell’esercito ha colpito un mercato affollato durante un’operazione contro i miliziani di Boko Haram.
Secondo testimoni e autorità locali, si temono oltre 200 morti, anche se il bilancio resta incerto. L’aviazione nigeriana ha confermato un raid nella zona, parlando però solo di obiettivi militari e senza menzionare il mercato.
L’attacco è avvenuto tra gli stati di Yobe e Borno, epicentro di un’insurrezione jihadista che dura da anni e ha già causato migliaia di vittime e milioni di sfollati.
I feriti sono stati trasportati negli ospedali della regione, mentre le autorità locali parlano di una tragedia devastante. Un episodio che riapre, ancora una volta, il tema dei civili intrappolati tra operazioni militari e conflitti senza fine.
Libia
Dopo anni di divisioni politiche e istituzionali, la Libia compie un passo significativo verso l’unità: approvato il primo bilancio statale unificato da oltre dieci anni.
L’accordo è stato raggiunto tra le due autorità rivali, est e ovest, che dal 2014 si contendono il controllo del Paese dopo la guerra civile. Il budget, da circa 190 miliardi di dinari, è stato definito dalla banca centrale un passaggio chiave per ristabilire stabilità economica e coordinamento finanziario.
Il bilancio prevede fondi per salari, sussidi e sviluppo, in un Paese dove l’economia dipende quasi interamente dal petrolio.
Un segnale politico importante, ma ancora fragile. Perché se sulla carta la Libia prova a riunirsi, sul terreno restano divisioni profonde che nessun bilancio, da solo, può risolvere.
Ungheria
In Ungheria si chiude un’era politica lunga sedici anni. Il primo ministro Viktor Orbán è stato sconfitto alle urne, in un risultato che cambia non solo il volto del Paese, ma anche gli equilibri europei.
A vincere è Péter Magyar, ex alleato di Orbán diventato suo principale oppositore, che con il partito Tisza ottiene oltre il 53% dei voti e una maggioranza qualificata in Parlamento. Un risultato netto, che gli consente di intervenire direttamente sulle leggi e sull’assetto istituzionale.
Orbán, alleato di Donald Trump e vicino alla Russia di Vladimir Putin, ha ammesso la sconfitta parlando di un risultato “doloroso”. Per anni è stato il simbolo di una “democrazia illiberale”, criticata da Unione Europea per violazioni dello stato di diritto, controllo dei media e limitazioni alle libertà civili.
Magyar promette ora una svolta: ricucire i rapporti con Bruxelles e la NATO, rilanciare l’economia e affrontare corruzione e servizi pubblici in crisi. Un cambio di rotta che potrebbe isolare meno Budapest all’interno dell’Europa, dove Orbán aveva spesso bloccato decisioni cruciali, come gli aiuti all’Ucraina.
Il voto, con un’affluenza record vicina all’80%, è stato percepito da molti come un referendum sul futuro del Paese: continuare sulla strada nazionalista o tornare verso un modello europeo più integrato.
E mentre a Budapest si festeggia, il segnale arriva ben oltre i confini ungheresi. Perché la sconfitta di Orbán non è solo nazionale: è un colpo a quel modello politico che, negli ultimi anni, aveva trovato in lui uno dei suoi principali punti di riferimento nel mondo.
Ucraina e Russia
Doveva essere una pausa simbolica per la Pasqua ortodossa, ma anche questa tregua è durata poco. Russia e Ucraina si accusano a vicenda di aver violato il cessate il fuoco di circa 36 ore.
Secondo Kiev, le forze russe avrebbero infranto la tregua migliaia di volte, con attacchi, bombardamenti e droni, mentre Mosca parla di centinaia di violazioni da parte ucraina.
Il cessate il fuoco, annunciato da Vladimir Putin e accettato da Volodymyr Zelensky, avrebbe dovuto coprire le celebrazioni religiose, ma i combattimenti non si sono mai fermati davvero.
Ancora una volta, anche le tregue più brevi si rivelano fragili. E ogni violazione conferma quanto la distanza tra guerra e pace resti, in questo conflitto, praticamente intatta.
Stati Uniti
Nuovo avvertimento di Donald Trump alla Cina: gli Stati Uniti imporranno dazi fino al 50% se Pechino invierà armi all’Iran. È il secondo monito in pochi giorni, mentre cresce la tensione tra Washington e Teheran dopo il fallimento dei negoziati.
Secondo quanto riportato da fonti ufficiali, la minaccia rientra in una strategia più ampia: usare la leva economica per dissuadere eventuali forniture militari a Teheran e contenere l’influenza cinese nella regione.
Una pressione che non è solo commerciale, ma geopolitica. Perché dietro i dazi si gioca un equilibrio più grande, quello tra Stati Uniti, Iran e Cina, sempre più intrecciato tra guerra, diplomazia e commercio globale.
Scontro aperto tra Donald Trump e Papa Leone XIV, con toni durissimi che segnano una frattura rara tra politica e Chiesa.
Il presidente americano ha definito il Papa “debole sul crimine” e “terribile in politica estera”, dopo che il pontefice aveva criticato la guerra contro l’Iran e definito “inaccettabili” le minacce di distruzione rivolte al Paese.
Le parole del Papa, sempre più esplicite contro il conflitto e a favore di una soluzione diplomatica, hanno irritato la Casa Bianca, che accusa il Vaticano di interferire nel dibattito politico.
Non è solo uno scontro personale: è il riflesso di due visioni opposte. Da una parte la logica della forza, dall’altra quella della mediazione.
E quando anche il linguaggio si rompe, la distanza tra politica e morale diventa parte del conflitto stesso.
Haiti
Almeno trenta persone sono morte in una calca nel nord di Haiti, durante una celebrazione alla storica Cittadella Laferrière, uno dei simboli del Paese e sito patrimonio UNESCO.
Secondo le autorità, centinaia di studenti e visitatori si erano radunati per l’evento annuale quando, all’ingresso del sito, si è scatenato il panico. La pioggia avrebbe aggravato la situazione, rendendo ancora più difficile il controllo della folla.
Il primo ministro Alix Didier Fils-Aime ha espresso cordoglio per le vittime, sottolineando la presenza di molti giovani tra i partecipanti, anche se il bilancio potrebbe salire.
La tragedia arriva in un Paese già allo stremo, tra violenza diffusa delle gang e una lunga serie di disastri che continuano a segnare Haiti, rendendo ogni emergenza ancora più difficile da gestire.
Perù
In Perù il risultato delle elezioni presidenziali si fa attendere. Problemi logistici e organizzativi hanno impedito a migliaia di persone di votare, costringendo le autorità a estendere le operazioni anche a lunedì.
La decisione riguarda oltre 63 mila elettori a Lima e cittadini peruviani all’estero, tra Stati Uniti e altri Paesi. Un rinvio che complica ulteriormente un voto già segnato da frammentazione e sfiducia.
Sono più di 35 i candidati in corsa, in un sistema dove nessuno sembra in grado di superare il 50%, rendendo quasi certo un ballottaggio. Intanto tra gli elettori cresce la disillusione: criminalità, corruzione e instabilità politica restano le principali preoccupazioni.
Negli ultimi anni il Paese ha visto un turnover continuo al vertice, con nove presidenti in meno di un decennio.
E anche questa volta, più che scegliere una direzione chiara, il Perù sembra ancora alla ricerca di una stabilità che continua a sfuggire.
Afghanistan
Sale ad almeno 179 morti il bilancio delle alluvioni che hanno colpito l’Afghanistan nelle ultime settimane.
Secondo le autorità, piogge torrenziali e inondazioni hanno colpito diverse province, causando centinaia di feriti e migliaia di sfollati, con intere comunità isolate e infrastrutture distrutte.
Solo nelle ultime 24 ore si contano decine di nuove vittime, mentre il bilancio continua a salire. Un’emergenza che si inserisce in un contesto già fragile, dove cambiamenti climatici, povertà e infrastrutture deboli rendono ogni disastro ancora più devastante.
Spagna e Cina
Il premier spagnolo Pedro Sánchez è in visita in Cina, la quarta negli ultimi anni, segnando una scelta politica sempre più autonoma rispetto agli Stati Uniti.
A Pechino incontrerà il presidente Xi Jinping, con l’obiettivo di rafforzare i rapporti economici e strategici, mentre Madrid continua a vedere la Cina più come partner che come rivale.
Una linea che irrita Donald Trump, che ha già criticato la Spagna per il basso impegno militare e per alcune scelte legate alla guerra con l’Iran.
Sul piano economico, gli investimenti cinesi in Spagna sono in forte crescita, ma resta il timore di tensioni con Washington, primo investitore nel Paese.
Una partita delicata: tra interessi economici e equilibri geopolitici, la Spagna prova a ritagliarsi uno spazio proprio. Ma farlo, oggi, significa camminare su una linea sempre più sottile.
Australia
Svolta storica in Australia: per la prima volta una donna guiderà l’esercito.
La tenente generale Susan Coyle, 55 anni, diventerà capo dell’esercito a partire da luglio, segnando un passaggio simbolico in una forza armata che esiste da 125 anni. Lo ha annunciato il governo guidato da Anthony Albanese.
La nomina arriva in un momento delicato, mentre le forze armate australiane affrontano accuse di molestie e discriminazioni sistemiche e cercano di aumentare la presenza femminile nei ranghi, oggi ferma intorno al 21%.
Un cambiamento che ha un valore concreto ma anche simbolico: dimostrare che certi ruoli possono essere occupati da chi, fino a oggi, ne è stato escluso. Ma resta la sfida più difficile: trasformare davvero la cultura interna delle istituzioni militari.
Ti potrebbe interessare anche:
- Israele e Palestina: La guerra delle parole
- Trump: l’Iran non avrà mai armi nucleari
- Iran, la guerra entra nella terza settimana
- Iran, negate cure a Mohammadi per infarto
E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici