Voragini – Il nuovo libro di Barbara Schiavulli
Scritto da Barbara Schiavulli in data Aprile 18, 2026
Quest’anno, sono trent’anni che scrivo, che viaggio e racconto il mondo. Non saprei neanche dire quante valigie ho preparato, persone ho incontrato, quante voci ho ascoltato, quante storie ho scritto. Storie che ho raccontato per anni, con la convinzione ostinata che bastasse portarle alla luce per incrinare qualcosa.
Non ho mai creduto nelle rivoluzioni improvvise, ma nella pressione lenta delle parole, nella loro capacità di lavorare sotto la superficie fino a farla cedere. Come la Pace. Contro la guerra. La guerra, più la raccontavo, più la detestavo. Più mi ci mettevo dentro con tutto il corpo, più ne venivo intrappolata come nelle sabbie mobili.
Ho pensato che raccontare fosse una forma di giustizia, non perfetta, non immediata, ma necessaria. Poi qualcosa si è incrinato.
Non perché la verità sia diventata meno chiara, ma perché ho iniziato a vedere cosa succede dopo. Cosa succede qui. Le persone leggono, si indignano, si fermano un istante, e poi continuano.
La parola “inaudito” è ovunque, la parola “inaccettabile” anche. Eppure tutto si ripete, si aggiusta, si aggiorna, si rimette in moto. Come se la consapevolezza fosse diventata una forma di assoluzione, un gesto sufficiente a sentirsi dalla parte giusta senza modificare davvero nulla.
È da qui che nasce Voragini: dalla necessità di non restare più in superficie, di non limitarmi a raccontare quello che accade e quello che ho visto, ma provare a capire perché, anche quando lo vediamo e non riusciamo a fermarlo. Perché la violenza non si nutre solo di silenzio, ma anche di abitudine. E l’abitudine è molto più difficile da spezzare.
Ho scritto questo libro perché non credo più che basti sapere, perché, in tanti anni e mezzo mondo, ho visto quanto facilmente la verità possa essere assorbita, digerita, trasformata in una delle tante cose che scorrono davanti ai nostri occhi. E perché, nonostante questo, so che smettere di raccontare significherebbe lasciare che tutto accada senza nemmeno la fatica di essere nominato.
Scrivere, allora, è diventato qualcosa di diverso. Non più solo un modo per spiegare, ma un modo per restare. Restare dentro le contraddizioni, dentro le crepe, dentro quella zona in cui non esistono risposte ordinate. Restare anche quando sarebbe più semplice prendere distanza, costruire una narrazione più pulita, più rassicurante.
Non volevo più farlo.
Perché questo libro era necessario
E’ il mio settimo libro. Ognuno di loro per quanto diverso, ha due fili conduttori, la guerra all’interno della quale vago, e la mia ostinata domanda su come sia possibile che ci siano esseri umani siano capaci di qualunque nelle giuste condizioni. E di altri che siano anche capaci di qualunque cosa pur di sopravvivere.
Nasci da una parte e sei una vittima, nasci dall’altra e sei il carnefice, ruoli che a volte si scambiano se guardati da punti di vista diversi. Da persone diverse. Da storie diverse.
Tanti anni fa mi accusarono di riuscire a trovare l’anima nei terroristi. Ancora me lo ricordo. Quel terrorista per me era un resistente, ma chi mi assicurava che avessi ragione? Quel ragazzo con la faccia butterata perché gli era esploso un ordigno mentre lo stava costruendo, mi ha insegnato che la verità cambia a seconda degli occhi che la guardano.
Ma nonostante, l’imperfezione della verità ci sono dei criteri ai quali possiamo e dobbiamo afferrarci come se fossero delle scialuppe di salvataggio. Uno è il diritto internazionale. Freddo, ma forse una delle cose più umane che sia stata creata e che ci definisce come persone.
Le leggi, il diritto sono la corda a cui ognuno di noi dovrebbe attaccarsi se vuole stare dalla parte della pace e dell’umanità. Non ci sono altre possibilità. Non ci sono complicazioni, attenuanti, non è vero che il diritto vale fino ad un certo punto. Vale o non vale. Conta o non conta.
Dentro a questo nuovo libro ci sono storie che non si lasciano mettere in fila, che non accettano di essere ordinate per essere capite. C’è un uomo che resta attaccato alla sua terra come a un corpo che non può abbandonare senza smettere di esistere, e dall’altra parte c’è chi quella stessa terra la attraversa convinto che gli appartenga, senza più sentire il rumore di quello che spezza. Ci sono vite addestrate a non vedere, a non nominare, a trasformare i volti in bersagli e i gesti in automatismi, e altre che continuano a guardare fino a quando guardare diventa insopportabile.
Ci sono bambini che non dovrebbero trovarsi dove si trovano, madri che stringono la vita troppo forte perché sanno che non avranno una seconda occasione, mani che salvano e mani che non riescono più a distinguere tra difesa e distruzione.
E in mezzo, uno sguardo che prova a tenere insieme tutto questo, finché capisce che tenere insieme non basta, che raccontare non basta, che esiste un punto in cui anche la parola rischia di diventare parte della stessa continuità che vorrebbe interrompere.
Queste storie non cercano di spiegare chi ha ragione, cercano di toglierti la possibilità di dirlo troppo in fretta.
Voragini non è un libro che spiega, è un libro che mette in difficoltà. Non costruisce una distanza tra chi legge e quello che viene raccontato, la riduce fino quasi a cancellarla. Dentro ci sono vite che si muovono nello stesso spazio spezzato, persone che portano addosso storie incompatibili e allo stesso tempo inseparabili, traiettorie che non si incontrano davvero ma che continuano a sfiorarsi, a ferirsi, a riflettersi.
Non ho voluto entrare nel dettaglio per dare risposte, ma per restare dentro le domande, perché ogni volta che semplifichiamo, ogni volta che scegliamo una versione più comoda della realtà, stiamo già partecipando a quella continuità che diciamo di voler interrompere. E questa continuità non è astratta, non è lontana: è fatta di gesti ripetuti, di parole accettate, di spiegazioni che diventano abitudini.
Ho imparato che non esiste una posizione neutra, che restare fuori è un’illusione. Che anche raccontare può diventare parte del paesaggio se non mette davvero in discussione quello che mostra . E allora ho provato a scrivere senza offrire appigli, senza costruire un punto sicuro da cui osservare, senza permettere a chi legge di uscire intatto.
Perché io sono cambiata in questi anni e soprattutto, l’ho fatto nel conflitto israelo- palestinese, dove ho iniziato e imparato a raccontare. Non ci sarebbe stato l’Afghanistan, l’Iraq, lo Yemen, la Libia, la Siria e tutto il resto, se 30 anni fa non avessi deciso di raccontare il Medio Oriente partendo dalla Palestina.
Non è stato un percorso facile, né felice, ma è stato un privilegio raccontare i buoni e i cattivi di questa storia. Entrare nelle loro paure, nei loro pensieri, nei loro odi.
Questo libro rifiuta la consolazione. Non chiude, non pacifica, non distribuisce colpe che permettano di sentirsi dalla parte giusta. Non offre una via d’uscita morale, perché quella via d’uscita spesso è solo un altro modo per non guardare fino in fondo.
Ti lascia dentro qualcosa che non si sistema, che non torna, che continua a lavorare anche quando smetti di leggere. Ti costringe a restare un po’ più a lungo in quel vuoto che normalmente cerchiamo di riempire subito con spiegazioni, con schieramenti, con risposte rapide.
Scrivere, per me, non è più un gesto che salva, è un gesto che espone. Che impedisce di voltarsi dall’altra parte anche quando sarebbe più facile farlo . È un modo per non accettare che la parola “inevitabile” continui a giustificare quello che inevitabile non è.
Leggere questo libro significa accettare di stare dentro questa esposizione. Significa rinunciare, almeno per un momento, alla comodità di una posizione chiara, di una distanza sicura. Significa accettare che alcune cose non si risolvono, ma si attraversano.
Per questo Voragini era necessario. Almeno per me. Se lo è anche per voi, avete tutto il tempo per dirmelo. Non perché cambi il mondo da solo, ma perché prova a incrinare il modo in cui lo guardiamo. Perché mette in discussione la nostra capacità di abituarci. Perché ci ricorda che la continuità non si spezza da sola, e che ogni volta che accettiamo quello che vediamo come inevitabile, contribuiamo a mantenerla intatta.
E forse è proprio in questo, in questa mancanza di appigli, che il libro trova il suo senso più profondo: non nel dare risposte, ma nel togliere la possibilità di rifugiarsi in quelle che ci raccontiamo per andare avanti senza davvero vedere.
E ora non vi resta che lasciarvi andare e farvi travolgere da Voragini.
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