4 maggio 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Maggio 4, 2026
- Global Sumud Flotilla: Israele prolunga la detenzione degli attivisti spagnolo Saif Abu Keshek e del brasiliano Thiago.
- Palestina: giornalisti in carcere colpevoli di raccontare e Gaza: una sposa colpita da un cecchino israeliano.
- Libano: bombe israeliane sulla tregua.
- Trump mette in dubbio l’accettazione dell’ultima proposta di pace con l’Iran.
- Il vertice dell’Avana denuncia Washington come la più grande minaccia alla pace mondiale.
- Iran – Esecuzioni dopo le proteste, cresce l’allarme diritti umani.
- Bangladesh: morbillo fuori controllo, centinaia di morti.
- Mali: Avvocato critico della giunta militare rapito durante la notte
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Iran e il cessate il fuoco
Il dialogo tra Washington e Teheran resta fermo, sospeso tra nuove proposte diplomatiche e la concreta possibilità di un ritorno alla forza. Donald Trump ha dichiarato di non essere soddisfatto dell’ultima offerta iraniana, pur ribadendo di preferire una soluzione diplomatica “per ragioni umane”, ma senza escludere un intervento militare.
Secondo fonti iraniane, Teheran ha inviato un nuovo piano in 14 punti, attraverso la mediazione del Pakistan. Ma da Washington il tono resta duro: l’Iran, secondo Trump, “non ha ancora pagato un prezzo sufficiente”. Le trattative, già fragili, sono ferme da settimane, mentre il cessate il fuoco regge senza trasformarsi in accordo.
Intanto, lo scontro si è spostato sul mare. Gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale sui porti iraniani, coordinato dal US Central Command, respingendo decine di navi e colpendo il commercio di Teheran. L’Iran ha risposto limitando il traffico nello Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, facendo impennare la tensione sui mercati energetici.
Ora Washington rilancia con quella che Trump ha definito “Project Freedom”: un’operazione per scortare centinaia di navi e circa 20.000 marittimi bloccati nel Golfo Persico. Una missione che dovrebbe coinvolgere cacciatorpediniere, oltre 100 aerei e migliaia di soldati, presentata come iniziativa umanitaria ma accompagnata da un avvertimento chiaro: ogni interferenza sarà affrontata “con forza”.
Nel frattempo, attacchi e incidenti continuano nello stretto, tra imbarcazioni fermate, droni intercettati e navi sotto minaccia. Teheran rivendica il controllo dell’area e rifiuta qualsiasi ritorno alle condizioni precedenti alla guerra.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian parla apertamente di escalation.
E così, mentre la diplomazia resta appesa a proposte e diffidenze, il mare diventa il nuovo campo di battaglia. E il rischio è sempre lo stesso: che basti un incidente, una scintilla, per trasformare questa guerra congelata in un conflitto aperto.
Iran
Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace e simbolo della lotta per i diritti delle donne in Iran, è ricoverata in condizioni critiche in un’unità cardiologica nel nord-ovest del Paese. Secondo la fondazione che porta il suo nome, la sua pressione sanguigna resta instabile e le cure finora si limitano a tentativi di stabilizzazione con ossigenoterapia.
La giornalista e attivista, detenuta da anni, è stata trasferita d’urgenza dal carcere di Zanjan dopo un improvviso e grave peggioramento: due episodi di perdita totale di coscienza e una crisi cardiaca severa. Già a fine marzo aveva avuto un sospetto infarto.
La famiglia chiede il trasferimento immediato a Teheran, dove potrebbe ricevere cure adeguate dal suo team medico. Ma al momento resta sotto custodia, nonostante le condizioni.
Mohammadi, condannata a oltre sette anni di carcere, è stata premiata con il Nobel proprio mentre era detenuta, per il suo impegno contro la pena di morte e per i diritti delle donne.
Da oltre 50 giorni l’artista iraniano Hossein Afrasiab è detenuto senza accuse chiare e senza accesso ai diritti fondamentali dei prigionieri. Secondo Hengaw Organization for Human Rights, si trova nel carcere di Dastgerd, a Isfahan, ma le autorità non forniscono informazioni ufficiali né sulle condizioni di salute né sullo status legale.
L’arresto, avvenuto all’ingresso di Shahin Shahr, sarebbe stato violento: agenti in borghese lo avrebbero fermato senza mandato, perquisendo l’auto e portandolo via in un luogo sconosciuto.
La famiglia denuncia anche pressioni psicologiche continue: visite promesse e poi annullate all’ultimo momento, lasciando i familiari davanti al carcere senza spiegazioni.
Un caso che riflette una pratica ormai ricorrente: isolamento, opacità e diritti sospesi.
Nuova esecuzione in Iran legata alle proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà” scoppiate nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini. Le autorità giudiziarie hanno annunciato l’impiccagione di Mehrab Abdollahzadeh, 29 anni, arrestato durante le manifestazioni a Urmia e condannato per “corruzione sulla terra”, una delle accuse più gravi nel sistema penale iraniano.
Secondo organizzazioni per i diritti umani, l’uomo sarebbe stato torturato per estorcere una confessione, nonostante prove video lo collocherebbero lontano dalla scena del crimine per cui era stato condannato. Lui stesso aveva sempre negato ogni coinvolgimento.
L’esecuzione arriva dopo altre condanne a morte nei giorni precedenti, tra cui quelle di manifestanti e persone accusate di collaborare con Israele. Un’escalation che, secondo le Nazioni Unite e l’Alto Commissario Volker Türk, rappresenta una grave violazione dei diritti fondamentali.
Dall’inizio della recente fase di tensione regionale, almeno 21 persone sono state giustiziate e oltre 4.000 arrestate per accuse legate alla sicurezza nazionale.
Un uso sempre più sistematico della pena di morte, che trasforma la repressione in un messaggio politico.
Libano
Almeno 41 persone uccise in Libano in una sola giornata. Raid aerei a raffica, interi villaggi svuotati con ordini di evacuazione, dodici tra città e paesi costretti a fuggire. È il bilancio di una nuova escalation israeliana che, nei fatti, svuota di senso il cessate il fuoco concordato il 16 aprile con Hezbollah.
Secondo fonti locali, gli attacchi hanno colpito soprattutto il sud del Paese, dove non si tratta più solo di bombardamenti: come già visto a Gaza, entrano in scena anche bulldozer militari che radono al suolo case e infrastrutture, impedendo il ritorno degli abitanti. Una strategia che molti libanesi leggono come un tentativo deliberato di cambiare la geografia umana dell’area a sud del Litani.
A Yaroun, la distruzione parziale di un convento cattolico ha sollevato proteste. Israele sostiene si trattasse di una struttura utilizzata da Hezbollah, ma le autorità religiose negano qualsiasi uso militare. Intanto, video diffusi dalle stesse Israel Defense Forces mostrano soldati tra le macerie, anche nello stadio di Bint Jbeil, simbolo di una vita civile che sembra cancellata pezzo dopo pezzo.
Sul piano politico, pesa la dichiarazione del ministro della Difesa Israel Katz, secondo cui i civili non potranno tornare a sud del Litani. Una frase che, più delle bombe, racconta l’orizzonte di lungo periodo.
Palestina e Israele
Sono almeno 45 i giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, in condizioni definite “difficili” e segnate da violazioni sistematiche dei diritti fondamentali. A denunciarlo è il Centro palestinese per la difesa dei prigionieri, che parla apertamente di un attacco diretto alla libertà di stampa.
Secondo il report, dall’ottobre 2023 oltre 220 giornalisti sono stati arrestati: molti di loro senza accuse formali, trattenuti in regime di detenzione amministrativa, quindi senza processo e con proroghe indefinite della custodia.
Le condizioni denunciate includono isolamento, mancanza di cure mediche, negazione delle visite familiari e privazione dei diritti basilari previsti dal diritto internazionale. Tra i detenuti ci sono anche reporter arrestati direttamente sul campo, mentre documentavano la guerra a Gaza.
Una situazione che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, non colpisce solo le persone ma l’intero flusso dell’informazione: meno giornalisti significa meno testimonianze, meno immagini, meno verità che riescono a uscire da un conflitto già opaco.
Israele non ha commentato direttamente questo caso specifico, ma in passato ha respinto accuse simili, sostenendo che le detenzioni avvengono nel rispetto della legge.
Intanto, mentre si celebra la libertà di stampa nel mondo, in queste celle resta sospesa una domanda semplice: chi racconta la guerra, può diventare il bersaglio?
Doveva essere l’inizio di una vita insieme. Invece è diventata una corsa contro il tempo. Hala Salem Darwish, 19 anni, è in terapia intensiva dopo che un proiettile sparato da un cecchino israeliano ha attraversato la finestra di casa colpendola alla testa, a soli dieci giorni dal matrimonio.
Il proiettile è ancora conficcato nel cranio e ha causato gravi danni cerebrali. I medici, per ora, non possono operare. La giovane è in condizioni critiche e instabili.
Il suo fidanzato ha lanciato un appello alla International Committee of the Red Cross e alle organizzazioni umanitarie perché intervengano, mentre la famiglia racconta un momento improvviso e devastante: una preparazione domestica trasformata in tragedia in pochi secondi.
Il caso di Hala riflette una realtà più ampia: a Gaza migliaia di feriti non possono essere curati adeguatamente, e almeno 22.000 persone avrebbero bisogno di essere evacuate per ricevere assistenza.
Intanto, secondo le autorità sanitarie locali, le violazioni del cessate il fuoco continuano, con centinaia di morti e migliaia di feriti negli ultimi mesi.
CISGIORDANIA: Cinque persone sono state uccise a Nablus durante un’operazione militare israeliana, secondo la Palestinian Red Crescent. L’intervento è avvenuto in un’area densamente popolata, proprio mentre le scuole stavano chiudendo.
Tra le vittime, un uomo di 26 anni: la moglie era in ospedale pronta a partorire quando ha ricevuto la notizia della sua morte, riferisce il ministero della Sanità palestinese.
Israele sostiene di aver aperto il fuoco dopo il lancio di pietre contro i soldati, parlando di “terroristi”. Ma le organizzazioni per i diritti umani denunciano un’escalation di violenza in Cisgiordania, dove almeno 42 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio dell’anno, secondo dati delle Nazioni Unite, alcuni anche per mano di coloni.
Global Sumud Flotilla
Un tribunale israeliano ha prorogato di due giorni la detenzione di due attivisti fermati durante l’intercettazione della seconda Global Sumud Flotilla, diretta a Gaza con aiuti umanitari. Si tratta dello spagnolo Saif Abu Keshek e del brasiliano Thiago Avila, arrestati dopo il blitz delle forze israeliane in acque internazionali, al largo della Grecia.
Mentre oltre cento attivisti sono stati trasferiti sull’isola di Creta, i due sono stati portati in Israele e restano in custodia almeno fino al 5 maggio. I governi di Spagna e Brasile hanno definito la detenzione illegale, contestando la giurisdizione israeliana su un’operazione avvenuta fuori dalle sue acque territoriali.
Secondo l’organizzazione legale Adalah, le accuse sono pesanti: sostegno al nemico in tempo di guerra, contatti con agenti stranieri e perfino legami con organizzazioni terroristiche. Accuse respinte dai due attivisti e dalla loro legale, che sostiene come la missione fosse esclusivamente umanitaria.
La stessa avvocata denuncia inoltre che i due sarebbero stati sottoposti a violenze durante il trasferimento, tenuti ammanettati e bendati per ore.
Da parte sua, Israele difende l’operazione: il ministero degli Esteri ha definito gli organizzatori “provocatori professionisti” e ribadito che il blocco navale su Gaza resta legittimo e non verrà violato.
Intanto, ancora una volta, il diritto internazionale resta sospeso tra mare aperto e interessi di guerra.
Kenya
È salito ad almeno 18 morti il bilancio delle alluvioni e delle frane che stanno colpendo il Kenya dopo giorni di piogge intense. A confermarlo è la National Police Service, che parla di una situazione ancora in evoluzione e altamente pericolosa.
Le frane hanno interessato diverse contee, tra cui Tharaka Nithi, Elgeyo-Marakwet e Kiambu, mentre le precipitazioni continuano a colpire il Paese nel pieno della stagione delle piogge, tra marzo e maggio.
Oltre alle vittime, si registrano danni alle infrastrutture e numerosi sfollati.
Un’emergenza che si ripete ogni anno, ma che diventa sempre più grave, mentre il clima cambia e il territorio resta vulnerabile.
Mali
Il Mali scivola sempre più nel caos. Me Mountaga Tall, avvocato e figura politica critica verso la giunta, è scomparso dopo essere stato prelevato da uomini incappucciati davanti alla sua famiglia. Ex alleato dei militari saliti al potere nel 2020, Tall era diventato una voce scomoda, impegnata anche nella difesa di ufficiali arrestati e nel contestare lo scioglimento dei partiti.
La sua sparizione arriva mentre il Paese affronta una crisi di sicurezza sempre più grave: attacchi coordinati di gruppi jihadisti legati ad al-Qaeda e ribelli tuareg hanno colpito posizioni strategiche, causando decine di morti, tra cui civili e bambini, secondo UNICEF.
Sul terreno, l’esercito maliano e i suoi alleati russi hanno abbandonato la base di Tessalit, nel nord, un punto chiave nel controllo del territorio sahariano. Un segnale di arretramento che rafforza l’offensiva dei gruppi armati, ora uniti contro la giunta.
Intanto la magistratura parla di possibili complicità interne all’esercito negli attacchi recenti, mentre gli oppositori vengono messi a tacere.
E nel vuoto che si allarga tra istituzioni e sicurezza, il Mali sembra avvicinarsi a un punto di rottura sempre più difficile da contenere.
Mozambico
Nel nord del Mozambico, nella provincia di Cabo Delgado, un attacco dei miliziani di Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, gruppo affiliato allo Stato islamico, ha devastato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe.
Secondo quanto raccontato da suor Laura Malnati ad Avvenire, sono stati incendiati la chiesa, la casa dei padri scolopi e l’asilo. I missionari sono riusciti a fuggire in tempo, ma la comunità è stata colpita duramente.
Il vescovo di Pemba, António Juliasse, ha riferito che i miliziani hanno ridotto tutto in macerie e radunato i civili per diffondere messaggi di propaganda e odio.
Un attacco che colpisce non solo edifici, ma un intero tessuto sociale già fragile, in una regione da anni segnata dall’insurrezione jihadista.
Sudafrica
Tre persone sono morte e almeno altre tre sono state contagiate da un sospetto focolaio di hantavirus su una nave da crociera nell’Atlantico. A confermarlo è il World Health Organization, che ha avviato un’indagine mentre uno dei pazienti è ricoverato in terapia intensiva in Sudafrica.
La nave, gestita dalla compagnia Oceanwide Expeditions, si trova al largo di Capo Verde con circa 150 passeggeri a bordo. Le autorità locali hanno impedito lo sbarco mentre si valutano le condizioni sanitarie. Due membri dell’equipaggio necessitano cure urgenti.
L’hantavirus è una rara infezione trasmessa principalmente attraverso roditori, ma in casi eccezionali può diffondersi anche tra esseri umani. Non esiste una cura specifica, e le forme più gravi possono colpire polmoni o reni.
L’World Health Organization sta coordinando test, tracciamenti e analisi del virus, mentre prosegue la gestione sanitaria a bordo.
Marocco
Due militari statunitensi risultano dispersi nel sud-ovest del Marocco dopo aver partecipato alla African Lion, la più grande esercitazione militare congiunta degli Stati Uniti nel continente africano. Secondo United States Africa Command, i soldati – appartenenti all’esercito – non erano impegnati in attività operative al momento della scomparsa, ma si trovavano in un’escursione ricreativa dopo la fine delle esercitazioni giornaliere.
L’incidente è avvenuto nella zona di Cap Draa, vicino a Tan-Tan, un’area impervia tra scogliere sull’oceano Atlantico, montagne e distese semi-desertiche. Le ricerche sono scattate immediatamente e coinvolgono forze statunitensi e marocchine con elicotteri, unità navali, squadre di soccorso alpino e sommozzatori.
L’esercitazione African Lion, in corso da aprile e distribuita tra Marocco, Tunisia, Ghana e Senegal, coinvolge oltre 7.000 militari di più di 30 Paesi. È un appuntamento chiave per Washington, che lo utilizza per rafforzare la cooperazione militare in una regione sempre più instabile, segnata negli ultimi anni da colpi di Stato e da un progressivo allontanamento di alcuni Paesi africani dall’influenza occidentale.
Le cause della scomparsa restano al momento sconosciute, e le operazioni di ricerca sono ancora in corso.
Austria
Un uomo di 39 anni è stato arrestato in Austria dopo il ritrovamento di veleno per topi in alcuni vasetti di alimenti per bambini sugli scaffali dei supermercati. L’indagine, avviata dopo una segnalazione nella città di Eisenstadt, è coordinata dalla polizia criminale del Burgenland e dalla procura, che ipotizza il reato di messa in pericolo intenzionale della popolazione.
La società HiPP ha richiamato in via precauzionale diversi prodotti venduti in Austria, Slovacchia e Repubblica Ceca, sottolineando che i vasetti erano usciti dagli stabilimenti in condizioni perfette.
Cinque confezioni manomesse sono state sequestrate prima di essere consumate, evitando conseguenze potenzialmente gravi. Secondo gli inquirenti, dietro il gesto ci sarebbe anche un tentativo di estorsione ai danni dell’azienda.
Il sospetto è stato fermato nel Land di Salisburgo e resta sotto interrogatorio, mentre proseguono le verifiche sulla pericolosità della sostanza utilizzata.
Germania
Donald Trump annuncia un nuovo taglio della presenza militare americana in Europa, promettendo una riduzione “ben oltre i 5.000 soldati” già previsti dal Pentagono in Germania, principale hub militare statunitense nel continente.
La decisione arriva in un clima di tensione crescente tra Washington e gli alleati europei, aggravato dalle divergenze sulla guerra in Iran e sulle politiche commerciali. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha criticato apertamente gli Stati Uniti, accusandoli di non avere una strategia chiara e di mostrarsi deboli nei negoziati con Teheran.
Il Pentagono ha confermato il ritiro iniziale di circa 5.000 militari, ma le parole di Trump indicano un ridimensionamento ancora più profondo della presenza americana in Europa. Una scelta che preoccupa anche parte del Congresso: esponenti chiave delle commissioni Difesa di Camera e Senato hanno espresso forti riserve, temendo un indebolimento della sicurezza transatlantica.
Un segnale politico, prima ancora che militare, che rischia di ridefinire gli equilibri tra Stati Uniti ed Europa.
Cuba
Oltre 700 delegati da 36 Paesi si sono riuniti all’Avana per denunciare quella che definiscono aggressione statunitense contro Cuba, durante il summit “100 Years With Fidel”. Un incontro che arriva nel pieno delle celebrazioni del Primo Maggio, con centinaia di migliaia di persone in piazza accanto al presidente Miguel Díaz-Canel e all’ex leader Raúl Castro.
Nel mirino, le nuove sanzioni annunciate da Donald Trump, che colpiscono energia e settore minerario, estendendosi anche alle aziende straniere che collaborano con l’isola. Misure definite “illegali” e “extraterritoriali” dal documento finale del summit, che accusa Washington di violare il diritto internazionale per mantenere la propria influenza globale.
Trump ha spinto oltre, arrivando a minacciare un possibile “controllo” su Cuba una volta risolta la crisi con l’Iran.
Intanto, il blocco economico – in vigore da oltre 60 anni – continua a pesare su farmaci, tecnologia e approvvigionamenti energetici, aggravando una crisi già profonda.
E mentre la pressione aumenta, da L’Avana arriva una risposta chiara: resistenza politica e appello a una mobilitazione internazionale contro le sanzioni.
Venezuela
Migliaia di persone sono scese in piazza in oltre 120 città del mondo, dall’Europa all’America Latina, rispondendo all’appello dell’oppositrice María Corina Machado per chiedere la liberazione immediata dei detenuti politici.
Una mobilitazione che ha coinvolto soprattutto la diaspora venezuelana, con cortei, sit-in e manifestazioni davanti a sedi diplomatiche, dove sono stati esposti nomi e volti dei prigionieri ancora in carcere. Il messaggio è uno solo: la libertà non può essere parziale.
Nonostante le recenti aperture e una legge di amnistia, restano detenuti circa 500 dissidenti, secondo organizzazioni indipendenti.
Nei cortei si è ripetuto uno slogan semplice e netto: finché anche una sola persona resta in prigione per le proprie idee, non si può parlare di giustizia.
E così, mentre la politica prova a normalizzarsi, la piazza ricorda che la libertà – se è selettiva – smette di essere libertà.
Bangladesh
È un’epidemia che corre più veloce delle risposte sanitarie: in Bangladesh i morti per morbillo sfiorano quota 300, con almeno 294 decessi registrati da metà marzo, in gran parte bambini.
I casi hanno ormai superato i 45.000, mentre il contagio si è diffuso a livello nazionale, alimentato anche dalla carenza di vaccini e dalle difficoltà nel sistema sanitario.
Le autorità parlano di una situazione critica, aggravata dal fatto che molti contagi non vengono nemmeno confermati ufficialmente per mancanza di test adeguati.
Il Bangladesh sta affrontando una delle peggiori epidemie di morbillo degli ultimi anni, con i bambini sotto i cinque anni tra i più colpiti.
Una malattia prevenibile che torna a uccidere, dove la prevenzione non riesce più a tenere il passo.
Myanmar
Aung San Suu Kyi torna al centro della crisi birmana, ma questa volta attraverso la voce del figlio, Kim Aris, che lancia un appello semplice e disperato: poterla rivedere. L’ex leader, oggi 80enne, è detenuta dal colpo di Stato militare del 2021 ed è stata condannata a 27 anni di carcere in processi definiti da più parti ingiusti.
Aris racconta di non avere contatti reali con la madre da anni: una sola lettera, censurata, ricevuta quasi tre anni fa. E oggi nemmeno l’annuncio della giunta di un presunto trasferimento agli arresti domiciliari riesce a rassicurarlo. La famiglia, come osservatori indipendenti, non ha alcuna prova che sia vero, né sa dove si trovi.
Il timore riguarda anche la salute: negli ultimi anni sono emerse notizie preoccupanti, tra cui possibili problemi cardiaci, senza garanzie su cure adeguate.
Intanto, secondo il governo parallelo di opposizione, la giunta starebbe usando Suu Kyi come una pedina politica, quasi un ostaggio, per ottenere legittimità internazionale dopo elezioni considerate una farsa.
Una storia che si ripete: anni di prigionia, isolamento e silenzio, quanto può durare una democrazia quando la sua voce più simbolica viene tenuta lontana dal mondo?
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