22 maggio 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Maggio 22, 2026

  • Ebola tra guerra, fragilità sanitaria e paura globale
  • La battaglia delle parole: Ebola tra social e disinformazione
  • Clima, sfruttamento e nuove minacce alla salute in Africa
  • La sfida africana per conquistare la sovranità sanitaria

Questo e molto altro nel notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini 

Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme.

Scriveva così Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli Tutti. Quel tempo sembra lontano, dimenticato. Abbiamo dimenticato che i virus non conoscono confini, così come non li conosce la guerra, così come un diritto negato in un Paese distante è un diritto che un giorno potrebbe essere negato anche a noi – “privilegi”, se non sono di tutti, diceva Gino Strada, e un privilegio si può sempre revocare.

Non possiamo dimenticare di essere sulla stessa barca. Ce lo ricorda l’Africa dove è scoppiata, nella Repubblica democratica del Congo e in Uganda, l’ennesima epidemia di ebola.

Mentre è in corso l’Assemblea mondiale della sanità, faremo il punto su ciò che sappiamo e su come si sta rispondendo, ma vi racconteremo anche di quanto importante sia in questa risposta la narrazione sulle piattaforme social. Torneremo, quindi, indietro nel tempo, alla storia della scoperta di Ebola.

Sebbene il rischio che ebola diventi una minaccia globale, sia basso, ebola resta un problema globale. È un virus la cui diffusione e il cui contenimento sono strettamente legati alle condizioni sociali ed economiche dei Paesi in cui si sta diffondendo, alla fragilità dei sistemi sanitari, alle diseguaglianze. Queste condizioni sono responsabilità collettive.

E non è solo ebola a doverci preoccupare, deve preoccuparci sempre la negazione della salute come diritto universale. Ovunque accada.

Vi porteremo, dunque, anche nell’Africa la salute è a rischio per il cambiamento climatico e lo sfruttamento del suolo di cui l’Africa non è che in parte causa, e ancora, nell’Africa fragile che, in cambio di aiuti, rischia di perdere la sua sovranità sanitaria.

Sempre, infine, la musica, questa volta anche da guardare, che ci racconta un Congo di straordinaria bellezza attraverso la fragilità e il desiderio dei suoi corpi.

Oggi, 22 maggio 2026

Emergenza Ebola

 Quasi centosessanta decessi, oltre seicento casi sospetti. Mentre scriviamo, il numero di chi ha contratto Ebola cresce. “Prevediamo che questi numeri continueranno ad aumentare”, ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in questi giorni riunita in assemblea a Ginevra.

Causa dell’epidemia, il Bundibugyo, un ceppo più raro, meno letale di quello responsabile delle precedenti epidemie, per il quale però non ci sono terapie o vaccini.

Epicentro è la provincia dell’Ituri, Est della Repubblica Democratica del Congo, al confine con l’Uganda e il Sud Sudan. I casi però sono stati segnalati anche nel Nord e nel Sud Kivu, e in Uganda, dove c’è stato almeno un decesso.

L’Ituri è una zona mineraria, terra di confine, di transiti, commerci e di guerra, così come il Kivu. La situazione sul campo è difficile, le strutture sanitarie sono sottoposte a pressioni fortissime e la violenza armata rende la risposta estremamente complessa. Difficile anche solo la diagnosi, perché non tutti i laboratori del Paese sono in grado di individuare questa variante e perché i sintomi iniziali dell’infezione da Bundibugyo possono facilmente essere confusi con quelli del tifo o della malaria.

L’OMS ha dichiarato questa epidemia “emergenza di rilevanza internazionale”, anche se “non costituisce un’emergenza pandemica”, come ha spiegato Tedros nella conferenza stampa a Ginevra. Il rischio è invece elevato a livello nazionale e regionale.

Mentre si corre per produrre un vaccino, alcuni Paesi hanno deciso di limitare il transito attraverso le loro frontiere, sospendendo l’ingresso per gli stranieri che hanno visitato Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Uganda per trenta giorni, inclusi gli Stati Uniti. Alcuni Paesi hanno iniziato a prepararsi per una possibile quarantena, mentre il Ruanda ha chiuso le sue frontiere.

Un’epidemia di cui non si conosce esattamente la portata: difficile sapere quanti siano i casi, quanti i decessi, e ipotizzare quanto potrebbe durare. Un’epidemia sulla cui risposta si accendono immediate le polemiche, sia sull’OMS che sulle istituzioni sanitarie locali. “Per alcuni africani, l’ipotesi che i funzionari sanitari africani avessero già gestito male la crisi dell’Ebola ha riaperto una vecchia ferita: la convinzione che solo gli stranieri sappiano cosa sia meglio fare quando si tratta di epidemie mortali nel continente”, scrive Matthew Mpoke Bigg sul The New York Times.

I funzionari sanitari africani invece si difendono: “affermano di combattere le malattie nel continente da decenni, e in alcuni casi con grande successo. Tuttavia, sostengono, questi successi ricevono poca attenzione a livello globale, mentre gli operatori sanitari africani subiscono gravi conseguenze e compiono sacrifici che mettono a rischio la loro vita, per poi essere oggetto di critiche internazionali”, aggiunge Bigg. Sono stati oltre 500 gli operatori sanitari africani che hanno perso la vita combattendo l’epidemia del 2014.

Uno stereotipo è anche quello che vuole l’Africa sempre indietro nell’assistenza sanitaria. I sistemi sanitari africani sono poveri, fragili, e le condizioni sul terreno sono difficili, eppure l’Africa ha sempre risposto, imparato dal passato, sviluppato nuovi modelli.

Ha contribuito a salvarsi da sola, quando otto anni fa Ebola ha colpito ancora l’Est del Congo, e lo ha fatto in una zona di guerra. “Abbiamo vissuto questa esperienza tra il 2018 e il 2020, quando abbiamo gestito l’epidemia a Mangina, Beni e Butembo. È stata una vera sfida. La sfida più grande, posso dire, della mia vita, dover lavorare in un campo minato da gruppi armati. Ma siamo sempre riusciti a raggiungere un accordo, a trovare soluzioni affinché il lavoro potesse essere svolto nelle migliori condizioni possibili”, racconta a Radio France Internationale Jean-Jacques Muyembe, direttore dell’Institut National pour la Recherche Biomédicale e membro del team che ha scoperto Ebola nel 1976.

Secondo Muyembe, “per ora, è solo panico perché dicono che si tratta di un nuovo ceppo. In realtà, non è così nuovo. Non è il ceppo più letale. Anche le organizzazioni internazionali devono ridimensionare un po’ le cose, calmarsi e aspettare che le indagini iniziali ci dicano esattamente quando è iniziata questa malattia, quanti casi ci sono, chi sono i contatti e così via. Solo allora inizieremo a parlare della portata dell’epidemia”, dice a RFI.

Tra le lezioni apprese nel susseguirsi delle epidemie, quella per cui la risposta a Ebola inizia dalle comunità. “Ogni emergenza, ogni epidemia inizia in una comunità e finisce in una comunità”, ricorda Marie Roseline Belizaire, direttrice per le emergenze in Africa dell’OMS. “Se non abbiamo la fiducia della comunità, qualsiasi azione intraprendiamo, non verrà accettata”, spiega.

È nelle comunità la sfida più grande, come hanno insegnato le precedenti epidemie “in cui molte famiglie hanno esitato a segnalare i casi o a permettere ai propri cari di recarsi nei centri di cura”, scrive UN News. È nelle comunità, tra la gente, che inizia la lotta al virus con i gesti più semplici, eppure così difficili da compiere: “evitare qualsiasi contatto con i fluidi corporei di una persona malata o deceduta e applicare rigorosamente le norme igieniche, in particolare lavarsi regolarmente le mani”.

Ebola, le parole e i social media

Ebola si combatte non solo nelle strutture sanitarie, ma nello spazio delle conversazioni virtuali, sulle pagine dei social network, dove si costruiscono le narrazioni. È con le parole che si alimenta la paura, con le parole che il terrore di un virus può mutarsi persino in odio, ma è sempre con le parole, però, che si può nutrire la fiducia verso il lavoro degli operatori sanitari, verso le misure di contenimento.

Un rapporto di Insecurity Insight, organizzazione che fornisce dati, informazioni e analisi agli operatori umanitari che lavorano nelle più complesse aree del mondo, ha analizzato 819 post pubblici e migliaia di commenti su piattaforme social, principalmente X e Facebook, tra la mezzanotte del 14 maggio e il 18 maggio.

L’epidemia di Ebola è stata al centro delle conversazioni virtuali soprattutto nella capitale, Kinshasa, con oltre 400 post, e meno nelle aree direttamente colpite. I contenuti dei post analizzati non erano, per lo più, dannosi, bensì “informativi, operativi e dal tono neutrale”, spiega il rapporto. Informazioni diffuse da account di notizie, oltre che da giornalisti, da Medici Senza Frontiere, da istituzioni sanitarie congolesi o account collegati all’OMS. Due provenivano dal portavoce dell’M23 – il gruppo armato che occupa parte dell’Est del Paese.

Si alzano i toni, invece, nei commenti di risposta a questi post, che “mostrano una certa politicizzazione del focolaio”, scrive Insecurity Insight. Secondo il rapporto, circa il 35% contiene una narrazione dannosa o fuorviante, il 15% esprime apertamente discorsi d’odio o augura la morte a specifici gruppi etnici e il 12% nega l’esistenza dell’Ebola o accusa le autorità di aver inventato tutto. I commenti negazionisti, scrivono i ricercatori, “sono rimasti sporadici e non si sono trasformati in una narrazione coordinata o dominante di disinformazione dannosa”.

La politicizzazione è stata invece più forte, in particolare quando è stato chiuso il confine con il Ruanda, il Paese che sostiene l’M23. “I contenuti più gravi prendono di mira collettivamente ruandesi e tutsi, sfruttando la crisi Ebola per esprimere sentimenti genocidi e disumanizzanti”, scrivono i ricercatori.

Pericolosi, poi, i commenti che, pur non negando il virus, descrivono l’intera risposta come un mezzo per sottrarre denaro e risorse al Congo. E poi attacchi personali a Jean-Jacques Muyembe, “truffatore” che “crea epidemie” per arricchirsi, dicono i commenti; narrative anti-OMS e accuse contro gli operatori umanitari. Che sono però, allo stesso tempo, oggetto di commenti positivi: “nel dataset esiste anche un coinvolgimento positivo verso la risposta all’Ebola, ma è concentrato principalmente sugli attori più che sulle misure”, si legge nel rapporto.

Reazioni e commenti che offrono uno spaccato di ciò che una fetta della popolazione congolese pensa e crede, ma soprattutto di ciò che manca. In tanti chiedono, infatti, informazione, e non sembrano essere a conoscenza “delle innovazioni sviluppate nella risposta all’Ebola dal 2018” o esprimono incertezze. Commenti che, proseguono i ricercatori, suggeriscono quanto “il pubblico abbia ancora bisogno di risposte più chiare e accessibili sulle misure sanitarie adottate”.

Storia di un virus

La prima volta che Jean-Jacques Muyembe incontrò Ebola era il 1976, a Yambuku, un villaggio nella Repubblica Democratica del Congo, Provincia dell’Equatore. “Sentimmo che molte persone stavano morendo, persino le suore cattoliche”, raccontava Muyembe alla rivista The Lancet nel 2015, mentre l’Africa occidentale era sconvolta da una drammatica epidemia. Tra il  2014 e il 2016 si contarono oltre 28 mila casi e oltre 11 mila decessi.

“Cacciatore di Ebola”, titolava la rivista scientifica britannica.

Professore di microbiologia, cresciuto in una povera famiglia contadina di Bandundu, Muyembe è entrato nella storia il giorno in cui ha varcato la soglia dell’ospedale di Yambuku, un ospedale deserto. Se ne erano andati tutti, il personale, i pazienti. Tranne un bambino che morì nella notte.

“Il giorno dopo, [Muyembe] si svegliò e trovò l’ospedale pieno di abitanti del villaggio in preda all’ansia, molti dei quali febbricitavano: “Si era sparsa la voce che eravamo venuti da Kinshasa con delle medicine”. Pensai che si trattasse di tifo, così li misi in fila e prelevai il sangue. Rimasi subito colpito dal fatto che, quando rimuovevo la siringa dal braccio delle persone, il sito della puntura sanguinava copiosamente. Le mie dita e le mie mani erano sporche di sangue. Le lavai semplicemente con acqua e sapone”, racconta The Lancet.

Non c’erano dispositivi di protezione, allora. I medici erano inermi difronte a quella malattia ignota. Non era tifo, non era malaria, come credeva la madre del bimbo che non ce l’aveva fatta, non era niente di conosciuto. Un campione di sangue fu inviato all’Istituto di Medicina Tropicale di Anversa, in Belgio., dove un team internazionale di ricercatori, tra cui il virologo belga Peter Piot, individuò un nuovo filovirus.

Esistono diverse specie di virus che causano la febbre emorragica, tra cui il virus Ebola – un tempo chiamato Zaire –, il Sudan, il Bundibugyo, responsabile dell’attuale epidemia, e il virus della foresta di Taï, di cui è stato individuato solo un caso in Costa d’Avorio nel 1994.

Non è soltanto per quella scoperta che Muyembe ha fatto la storia, ma per il suo contributo al controllo delle epidemie, le tante successive che ha dovuto fronteggiare. Ha avuto il merito, scrive The Lancet, “di riconoscere la dimensione socioculturale dell’Ebola e di dimostrare che le epidemie possono essere fermate sul nascere se gli ospedali applicano rigorose misure di controllo delle infezioni e le autorità sanitarie danno priorità al coinvolgimento della comunità”.

La malattia – una zoonosi, ovvero che proviene da altre specie animali – si diffonde per contatto, prendendosi cura dei malati o occupandosi della sepoltura dei morti. È nelle comunità che inizia il controllo.

Parlava alle comunità, Muyembe. Sapeva che la lotta ad Ebola non era soltanto questione di farmaci. Lo sapeva anche Paul Farmer, antropologo medico dell’Università di Harvard, tra i più autorevoli, morto nel 2022, che ha raccontato la sua lotta al virus durante quell’epidemia del 2014 – 16 in un libro, Fevers, Feuds, and Diamonds. La risposta allora, raccontava Farmer in un’intervista a Democracy Now! ,“è stata ostacolata dal fatto che l’attenzione si è concentrata principalmente sul contenimento, non sulla cura”. Un approccio, sosteneva, “che ha generato echi molto dolorosi del dominio coloniale”.

Farmer raccontava che l’obiettivo, almeno per lui, era garantire che “le unità di trattamento per l’Ebola … non fossero solo luoghi di isolamento, ma luoghi di cura”. Le terapie per salvare la vita, spiegava, esistevano anche senza trattamenti specifici: bisognava reintegrare i liquidi, prima di tutto. “Ma neppure questo accadeva in tutta la regione”. Il motivo? “La gente aveva paura … Avremmo dovuto concentrarci maggiormente sulla qualità dell’assistenza”, proseguiva Farmer.

Il tasso di mortalità, spiegava il medico, non è soltanto colpa del virus, ma è una questione di diseguaglianza, una misura, della “qualità del sistema sanitario”. Un malato di Ebola negli Stati Uniti non rischia di morire come uno assistito in Africa. Esistono ancora disparità razziali e disparità sociali nel rischio di infezione, e in ciò che accade dopo aver contratto la malattia. Eppure, anche se questa è ancora oggi, la sfida che l’Africa ha davanti a sé, e non soltanto nella lotta al virus Ebola, è dalla storia delle epidemie di Ebola che l’Africa ha insegnato tanto al mondo come proteggersi.

Salute, ambiente e clima: il prezzo lo paga l’Africa

Lo sterco di animale brucia in un villaggio remoto del Lesotho, un bambino lo inala e sente i suoi occhi e i suoi polmoni bruciare. Un uomo muore per il troppo caldo, che priva il corpo dell’acqua.  Malattie infettive diventano epidemie. Sono tutte minacce alla salute dell’Africa e del mondo. Tutte hanno in comune una cosa: il rapporto, stravolto, tra l’uomo e l’ambiente.

L’Africa è dove l’impatto del cambiamento climatico e dello sfruttamento dissennato della natura mostrano con più violenza i loro effetti, indicando al resto del Pianeta il baratro su cui è affacciato.

L’hantavirus che ha causato la morte di tre passeggeri sulla nave da crociera Hondius è uno soltanto di questa grande famiglia che vive ospite dei roditori. Solo l’hantavirus Andes si trasmette da persona a persona. Studiare come si diffondono in Africa è cruciale per prevenire il contagio.

“(Nel continente) gli scienziati hanno scoperto diversi hantavirus, tra cui il virus Sangassou in Guinea, in piccole specie di mammiferi, come i roditori. Più recentemente, gli hantavirus sono stati trovati anche nei toporagni e nei pipistrelli, e non solo nei ratti e nei topi come si pensava in precedenza. Il fatto che gli hantavirus possano circolare in una gamma molto più ampia di animali e ambienti di quanto gli scienziati avessero inizialmente ipotizzato rende la loro ecologia e il potenziale rischio di trasmissione all’uomo più complessi”, scrive su The Conversation Africa un gruppo di ricercatori, tra l’Università di Stellenbosch e l’Università della Florida, che lavorano sulle malattie infettive emergenti.

Gli scienziati sotengono che “gli hantavirus potrebbero rappresentare una minaccia ben maggiore per i paesi africani di quanto si creda attualmente”. Non solo perché in Africa è limitata la capacità di effettuare test diagnostici ed esistono problemi di contenimento, ma soprattutto perché i cambiamenti climatici e la gestione dei suoli potrebbero condurre a un contatto sempre più ravvicinato con gli esseri umani.

“In Africa, i cambiamenti nell’uso del suolo probabilmente giocheranno un ruolo sempre più importante nell’ecologia e nell’emergere degli hantavirus, come è accaduto con la febbre di Lassa (un altro virus trasmesso dai roditori) in Nigeria e Guinea. La deforestazione, l’espansione agricola, le attività minerarie, la costruzione di strade e la crescita urbana stanno trasformando gli habitat naturali in molte regioni del continente. Questi cambiamenti ambientali possono costringere le popolazioni di roditori, toporagni e pipistrelli a spostarsi verso fattorie, villaggi, aree periurbane e fonti d’acqua utilizzate dall’uomo”, spiegano.

La cattiva gestione del suolo, e della fauna selvatica, lo sfruttamento e la distruzione di habitat e foreste non generano soltanto diffusione di virus, ma colpisce la salute degli esseri umani in molti modi.

“Nelle montagne che circondano Mokhotlong, nel Lesotho settentrionale … il paesaggio è incredibilmente brullo. Sono molte le ragioni della scarsità di alberi, ma la principale è la richiesta di legna da ardere per cucinare e riscaldarsi in inverno. Di conseguenza, vaste aree del paese sono state private della legna. Senza legna, le famiglie si sono rivolte a ciò che resta: sterco di mucca essiccato. Questo fuoco tiene al caldo i bambini, ma aumenta costantemente il rischio di polmonite, asma e morte prematura”, scrivono sul sudafricano The Daily Maverick, Mark Tomlinson, co-direttore dell’Istituto per lo sviluppo della salute nel corso della vita presso il Dipartimento di salute globale dell’Università di Stellenbosch, e co-responsabile del Gruppo di lavoro 3 del Centro regionale africano di Lancet Countdown, e Tafadzwanashe Mabhaudhi, docente di Cambiamenti climatici, Sistemi alimentari e Salute presso la London School of Hygiene & Tropical Medicine, direttrice del Lancet Countdown Africa Regional Centre all’Università di Pretoria.

In Africa c’è un problema energetico, si perdono foreste, il cambiamento climatico espone le popolazioni ad eventi estremi, caldo intenso, inverni rigidissimi, alluvioni, che finiscono in quella casa senza elettricità dove un bambino inala fumo. È un circolo vizioso che ha bisogno di scelte, per esempio investire in energia alternativa, dotare le famiglie di pannelli solari. Il Lancet Countdown on Health and Climate Change ha raccolto per 10 anni dati documentando “i conseguenti danni a cascata per la salute – percepiti come stress da calore, insicurezza alimentare, sistemi sanitari sovraccarichi e perdite di vite umane – soprattutto in luoghi che hanno avuto un ruolo marginale nel causare la crisi”, aggiungono gli studiosi.

Il rapporto di The Lancet mette nero su bianco una cifra allarmante: solo per il 2022, si stima che la mancata transizione verso energie alternative ai combustibili inquinanti sia costata la vita a 2,3 milioni di persone nel mondo solo per via di quell’aria inquinata. “La polmonite rimane la principale causa infettiva di morte nei bambini sotto i cinque anni e circa la metà di questi decessi è riconducibile all’inquinamento atmosferico. I neonati, con polmoni e sistema immunitario in via di sviluppo, sono particolarmente vulnerabili”.

“Quando un bambino in Lesotho inala il fumo derivante dalla combustione di sterco, non si tratta semplicemente di un problema domestico. È il risultato di una serie di fallimenti politici interconnessi, che riguardano la mitigazione dei cambiamenti climatici, l’accesso all’energia e la pianificazione sanitaria”, concludono gli scienziati.

Sovranità sanitaria

 Di fronte all’ennesima emergenza sanitaria, l’Africa è ancora una volta costretta a guardare in faccia la dipendenza dall’Occidente. Mancano vaccini, farmaci, i servizi sanitari regionali sono fragilissimi, mentre i donatori stringono i cordoni della borsa. Tagliano i fondi, gli Stati Uniti, disposti a ‘dare’ solo a condizione di ‘ottenere’: dati, per esempio, dati biomedici e campioni.

“Il sostegno internazionale è stato dimezzato negli ultimi cinque anni”, scrive Farai Mutsaka per l’agenzia di stampa Associated Press.

“Ogni volta che si verifica un’epidemia, molti Paesi iniziano a chiedere l’aiuto di partner perché non dispongono nei loro bilanci dei fondi necessari per rispondere, nemmeno per prepararsi a queste epidemie”, ha detto Jean Kaseya, direttore generale dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie, durante un incontro sulla nuova epidemia di Ebola, come riporta AP. L’Africa dipende dal resto del mondo per curare i suoi cittadini, importa il 90 per cento dei prodotti sanitari.

Nonostante le immense ricchezze, i governi africani non riescono a finanziare i loro sistemi sanitari. Un flusso ininterrotto di risorse abbandona il continente, percorre rotte illecite, raggiunge il resto del mondo, e poi ritorna sotto forma di aiuti, sempre di meno e sempre più vincolati all’accesso ad altre risorse, come dati sensibili o campioni di agenti patogeni. Gli Stati Uniti hanno firmato più di 20 protocolli d’intesa con i governi africani, per un totale di circa 20 miliardi di dollari, secondo la Kaiser Family Foundation.

Alcuni Paesi si sono rifiutati, come lo Zimbabwe, che ha detto no a un finanziamento da 367 milioni di dollari per un programma di lotta all’HIV/AIDS, la tubercolosi, la malaria e la preparazione alle epidemie, perché in cambio avrebbe dovuto cedere quei dati preziosi. “Harare ha definito la proposta uno “scambio ineguale”, avvertendo che lo Zimbabwe rischiava di fornire le “materie prime per la scoperta scientifica”, mentre i benefici derivanti sarebbero rimasti concentrati negli Stati Uniti e nelle grandi aziende farmaceutiche globali. I critici descrivono sempre più spesso questo schema come estrattivismo biomedico: una combinazione tossica di pratiche di ricerca basate sullo sfruttamento e mentalità coloniale che rafforza il dominio occidentale”, scrive Tafi Mhaka, editorialista di Al Jazeera.

Dubbi per accordi simili in Zambia e in Kenya. Secondo Mhaka, si tratta di un vero e proprio modello di relazione che vincola i Paesi beneficiari nei modi più diversi. In Nigeria, ad esempio, i finanziamenti sono subordinati all’impegno di “dare priorità alla protezione delle popolazioni cristiane dalla violenza”, aggiunge.

Dati e informazioni preziose, perché è a partire da questi dati che si sviluppano vaccini, si brevettano farmaci, ci si prepara alle pandemie: “I dati biologici sono diventati strategicamente preziosi quanto il petrolio, i minerali o le terre rare. I sistemi sanitari pubblici africani potrebbero diventare fornitori a monte di informazioni biologiche, mentre i benefici a valle – proprietà intellettuale, produzione farmaceutica e profitti commerciali – rimarrebbero concentrati nei paesi più ricchi”, spiega Mhaka.

“Sovranità sanitaria” è l’imperativo, adesso, per i tanti Paesi che combattono con malattie infettive, da Ebola alla malaria, al morbo di Marburg, alla malnutrizione. Sovranità che significa, prima di tutto, proteggere quei dati e quelle risorse che sono alla base dello sviluppo di vaccini e terapie. Obiettivo, ricorda AP, è quello a produrre in Africa almeno il 60 per cento dei vaccini che le sono necessario entro il 2040.

Invito all’ascolto. La peau de chagrin/Bleu de Nuit di Baloji

Baloji significa “uomo di scienza” in swahili. Fu la violenza culturale colonialista a mutarlo in “uomo delle scienze occulte”, lo stregone.

Quel sapere antico, invece, è il nome che ha scelto per sé l’artista congolese di cui vi invitiamo ad ascoltare un brano pubblicato nel 2018 e a guardarne il video con cui racconta la sua “musica a colori”, attingendo alle tradizioni nuziali dei Pigmei.

In “La peau de chagrin” / “Bleu de Nuit”, La pelle di zigrino / “Blu di mezzanotte”, dall’album 137 Avenue Kaniama, la strada dove Baloji è cresciuto nella città di Lubumbashi, c’è l’amore, la passione carnale al centro della narrazione, c’è il corpo.

Baloji, congolese che vive in Belgio, in quest’album fa sintesi tra la musica della sua terra, la rumba congolese, con afrobeat, rap francofono, jazz, musica elettronica europea.

Blu di mezzanotte, blu come i vidi sulla pelle. Pelle di zigrino, riferimento al romanzo di Balzac, che è la storia di un uomo che trova un talismano, una pelle di zigrino che si restringe ad ogni suo desiderio esaudito. Passione che consola, in questo brano dove il corpo è luogo del desiderio, ma anche della fragilità. Corpo come spazio anche politico, come in Balzac, dove la storia di un uomo diventa critica sociale. Album, quello di Baloji dove l’individuo è sempre nel mondo, nella società che lo circonda, con i suoi simboli e le sue storie identitarie.

https://www.youtube.com/watch?v=TzHM_JLgqO0&list=RDTzHM_JLgqO0&start_radio=1

Tutto torna lì, però, al corpo, oggi alla fine di questa nostra puntata, al corpo. Con la poetica di Baloji, con un Congo vitale, creativo, di sfolgorante bellezza, vi salutiamo e vi ringraziamo per essere stati con noi. Vi diamo appuntamento a lunedì con le notizie dal mondo.

Foto di copertina: Gani Nurhakim su Unsplash

Musica: King David – Ponds 5

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