Fare o non fare

Scritto da in data Gennaio 10, 2019

 
Io scendo, ripeto tre volte a Tosha, rigida e determinata. Lui cerca di convincermi a restare. Sono sdraiata nella mia tenda, ho sonno e mi sento annebbiata. Lui mi misura la saturazione e mi parla: 70. È normale a queste altitudini, mi dice. Facciamo una cosa: resti qui, mangi un po’ e riposi: sicuramente migliorerai. Tosha mi stava dicendo di darmi un’opportunità e di non essere precipitosa. Lui ci mette due ore a salire sul picco come se stesse andando su e giù per le scale di un condominio: come tutte le guide deve dimostrare di saper fare il suo mestiere. Eleonora Viganò su Radio Bullets

Io torno giù. Ascoltami: forse dovresti solo riposare un po’.  Rimani qui calma e dormi tutta notte. Domani scendi con noi.

Io scendo. Scendo ora.

Mi sono alzata in piedi con la forza che avevo, anche se avrei solo voluto dormire. Il malessere che sentivo era strano: a distanza di due anni, mi sembra quasi di aver vissuto una situazione onirica. Cosa avevo? Non saprei dirlo con esattezza. Non mi reggevo in piedi, ero annebbiata, infreddolita, non avevo fame e volevo solo dormire. Inutile dire che camminavo a fatica. Il mal di testa, invece, lo ricordo più tenue e meno pulsante rispetto ai giorni precedenti.

Ero partita da Karanga Camp a 3995 metri abbastanza agitata: avrei di nuovo sofferto di mal di testa?

I 4600 metri mi facevano un po’ paura e – quasi di sicuro – non sarei riuscita ad andare oltre. Quella mattina, fatta di quattro chilometri di sassi e terra e piste abbastanza larghe come tutto lo spazio intorno, la ricordo come un continuo fermarmi, un passo lento in fila indiana, un reggermi ai bastoncini e bere, bere in continuazione. Moira e Natasha procedevano senza problemi ed ero io a rallentare la carovana.

Le guide erano di nuovo tre: Tosha era tornato subito da noi, dopo aver portato a valle Paul e Tiffany. France e la terza guida – di cui purtroppo, nonostante la bravura, non ricordo il nome – erano invece rimasti. Ricordo gli applausi e l’abbraccio a Tosha per quel continuo su e giù dalla montagna, come se stesse andando dal vicino di casa. Ricordo i complimenti e la gratificazione. Ci ha guardato stanco, si è messo in tenda a dormire un po’, ha sorriso per metà e ci ha abbracciato. Ha risposto a tutte le nostre domande che da qualche giorno – è tutto così diluito, il tempo – facevamo, incuriosite dal loro lavoro.

Ci spiegarono che per diventare guida esiste una scuola dedicata, diversa per chi accompagna i turisti sul Kilimanjaro rispetto a chi invece svolge il suo lavoro nei Safari, nelle città oppure per i drivers, autisti che hanno la possibilità di accompagnare per tutto il viaggio un gruppo più o meno numeroso di persone, solitamente utilizzando una 4×4 o un furgoncino.

A Pagani ho incontrato uno di questi autisti: si dedicava a una famiglia inglese con due bambine. A loro era piaciuta la Tanzania e ci tornavano ogni anno, sempre spostandosi con auto a noleggio e autista. In quella stessa spiaggia avevo incontrato una famiglia sudafricana in viaggio da quasi un anno, anche loro con figlie piccole, senza drivers né guide.

Syia, invece, è stato un ottimo compagno di viaggio: un misto tra guida e autista, durante il mio tentativo fallito di provare un mezzo Safari. Ho resistito un giorno e mezzo e uno dei momenti che ricordo con più piacere ha i contorni di un chiosco e una birra serale – Kilimanjaro ovviamente – chiacchierando del suo lavoro. Mi diceva di essere freelance e di preferire questo tipo di organizzazione poiché lavorava solo quando qualche agenzia aveva bisogno di lui. Il suo bene più prezioso, per poter essere libero, era l’auto.

La sua licenza e l’auto: poteva fare quello che voleva con quegli strumenti.

Se un giorno volessi farmi i fatti miei, posso dire: no grazie. Capisci? Mi dice, sorseggiando la sua birra.

Per quel tour – ma credo per tutti – veniva pagato dal titolare del tour operator 150 dollari al giorno, spese incluse.

I portatori del Kilimanjaro – quelli che si accollano 15 kg di roba nostra, esclusa la loro – sembra che siano pagati 10 dollari al giorno. Le guide non si sono sbilanciate sui loro stipendi, ma ho visto come attendevano il responso sulle loro mance, alla fine del viaggio. Loro erano fuori, seduti su un gradino, mentre noi – Moira, Natasha, Paul e Tiffany e io – stavamo compilando il foglio con i nomi e le cifre. Poteva essere una scelta individuale o di squadra. Io ho dato di più a Tosha e a France: il primo perché è stato un buon leader attento alla nostra sicurezza; il secondo perché mi ha portata giù quando stavo male, mi ha rimediato una cena e un posto caldo, in attesa che arrivasse la mia tenda. Poi c’era la lista dei portatori per mansione (cuoco, wc portatile) e la dicitura “porters” per quelli generici. Quando sono uscita mi ricordo di essermi sentita come un chirurgo atteso dai parenti: sono scattati in piedi, per salutarmi, speranzosi di aver ricevuto una buona mancia dalla sarebbe dipeso moltissimo il loro stipendio effettivo.

Per fare il portatore non servono scuole né corsi: sono ragazzi che hanno sempre vissuto lì, che fin da piccoli hanno portato pesi, abituando il corpo e la mente a questa incombenza. Hanno iniziato portando ciò che può arrivare in cima più tardi, che non è urgente. Le prime volte sono più lenti e spesso male equipaggiati. Alcuni indossano scarpe rotte e vestiti poco adeguati a quelle altitudini e allo sforzo fisico. Portano acqua, tende, la cucina, il water, le uova, il cibo, i nostri “bagagli”, tutto ciò che serve per sopravvivere e forse anche di più. Si portano quello che serve a loro per stare con noi. Se si fanno male, come è capitato a me di vedere mentre scendevo in anticipo da Barafu Camp, tutti circondano il malcapitato e lo sistemano in qualche modo, fai da te. Tiravano, muovevano e lui gridava. Le sue gambe sono il suo pane: non può perderle.

Le guide, invece, frequentano una scuola di due anni.

Diventano prima assistenti delle guide e poi guide. Tosha ci misurava ogni mattina la saturazione (ossia la percentuale di ossigeno nel sangue) e ci faceva una serie di domande su sonno, urine, mal di testa, vertigini. Sapeva l’inglese e soprattutto sapeva andare su e giù molto velocemente. Devono arrivare in cima in un due ore, per superare l’esame finale. Per loro deve essere come salire e scendere dai piani di un condominio. Su 200 guide, 2 sono donne.

Ci sono agenzie che sfruttano i portatori e le guide, ci sono agenzie che fanno prezzi esorbitanti per un servizio di lusso, ci sono agenzie piccole, ci sono solitari: guide che hanno – devono avere, mi auguro – qualche permesso, prendono con sé qualche portatore e organizzano a prezzi stracciati.

Stavo per partire con un’agenzia o una singola guida che aveva un nome di agenzia, ovviamente finto: ho chiesto se avesse la licenza TALA. Mi ha risposto di organizzare il mio viaggio con qualcun altro: se io non mi fido di loro, loro non si fidano di me. Non ha mai dato risposta sulla licenza e io ho deciso di riporre la mia fiducia in Gladys, anche se non saprò mai (in termini di sfruttamento) se siano davvero onesti oppure no.

So che mi ha accolto una donna: Glady, fondatrice e amministratore delegato della compagnia. Si aggirava intorno a noi anche un uomo, bianco, se non erro europeo, di cui tuttavia non ho capito il ruolo. Glady è considerata, parlando con altri abitanti di Moshi, una donna forte, che “si è fatta da sé”, iniziando noleggiando l’attrezzatura a chi ne era sprovvisto (il negozio esiste ancora ed è lì che ho preso ciò che mi mancava). Raccoglie ancora oggi tutto ciò che al turista non serve più o preferisce scartare per donarlo ai portatori.

Tornando a quella mattina, Tosha era di nuovo con noi: in quattro ore siamo arrivati all’ultimo step prima del picco. Avremmo mangiato a pranzo lì, dormito nel pomeriggio, cena leggera e salita a mezzanotte. La ridiscesa sarebbe avvenuta poco tempo dopo l’arrivo: giù fino a 3100 metri.

Io mi sono fermata.

Voglio scendere, ho detto, senza nemmeno un istante di esitazione. Saturavo 70 – ossia non stavo molto in forma – e non avrei nemmeno potuto apprezzare ciò che stavo facendo. Era inutile oltre che rischioso fermarmi lì e impossibile salire in cima, anche se mi fossi ristabilita.

Se poi fossi peggiorata nella notte? Se non fossi più riuscita a camminare?

Io scendo. in quella frase, in quella determinazione mi sono sentita quanto mai vittoriosa.

Durante la discesa, accompagnata da France che mi portava lo zaino e reggeva pure me, ai lati dell’ampio sentiero c’erano delle portantine in metallo, con le ruote: per portare giù chi sta male. Dopo solo 500 metri di dislivello stavo già meglio. A 3100 metri ero piena di energie: saltavo, ridevo, parlavo ancora. Si era solo attardato il mio portatore: avevo freddo e non avevo vestiti più pesanti. Non avevo nemmeno una tenda. Una compagnia concorrente mi ha offerto la cena, ospitandomi insieme ai portatori e alle guide.

Ero felice senza picco. Ho visto le stelle riflettersi nel tappeto di nuvole ai miei piedi, ho visto paesaggi e persone che non avrei mai incontrato altrimenti e ho conosciuto le mie montagne dietro casa grazie all’allenamento fatto prima di partire.

“Fare, o non fare! Non c’è provare!”

E io ho fatto.

 

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