16 gennaio 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Gennaio 16, 2026
- Elezioni tese in Uganda, la pop star Bobi Wine sfida Museveni al potere da quarant’anni
- Musica e protesta: dai freedom songs sudafricani all’hip hop del Gambia
- All Africa Music Awards 2026: Burna Boy, Rema e Shallipopi tra i grandi vincitori
- Tendenze musicali 2026: amapiano, afrobeat e nuovi generi africani conquistano il mondo
Ciò che trovo estremamente emozionante è la collisione tra la musica vernacolare occidentale e quella africana. Molte delle cose che amo della musica derivano da questa collisione. La musica africana è alla base di praticamente tutto ciò che faccio, persino dell’ambient.
Diceva così Brian Eno, nel 1995, in un’intervista su Wired. Non c’è modo di leggere la storia della musica occidentale senza quella africana, e non solo perché c’è Africa nel blues, nel jazz, nel rock. Tutto ciò che ascoltiamo oggi ha dentro l’Africa. E non c’è modo di leggere, o capire, l’Africa senza la musica. E senza l’Africa non si capisce il mondo.
La musica in Africa spesso contiene messaggi. La musica in Senegal, e in Africa, non è mai musica fine a se stessa o puramente per intrattenimento. È sempre un veicolo di relazioni sociali, discussioni e idee.
Così spiegava al Time Youssou N’Dour, forse il più noto cantante africano.
È di musica che parliamo oggi, perché da oggi ci sarà sempre un po’ di musica nel Notiziario Africa. Inizieremo, però, dall’Uganda, che ieri è andata al voto. A sfidare il presidente Yoweri Museveni, al potere da quarant’anni, è Robert Kyagulanyi Ssentamu, in arte Bobi Wine, musicista, pop star. Ed è l’Uganda che ci condurrà dentro la relazione tra musica e potere, musica e politica, musica e movimenti sociali.
Poi, però, andremo dritti nel cuore della scena musicale africana contemporanea, raccontandovi chi sono i vincitori degli All Africa Music Awards e quali sono i generi musicali emergenti da tenere d’occhio quest’anno. E concluderemo, come faremo sempre d’ora in poi, con un invito all’ascolto, che questa volta ci porta in Nigeria. Un invito che oggi, 16 gennaio 2026, è anche quello di lasciarvi ispirare e andare a scoprire le voci di cui abbiamo scelto di parlarvi.
Uganda
È in un clima estremamente teso che gli ugandesi sono andati a votare ieri per scegliere il presidente. Scontata sembrerebbe, ancora una volta, la rielezione di Yoweri Museveni, che guida il Paese da quarant’anni.
«Le votazioni si sono svolte in mezzo a una massiccia presenza di polizia e militari», scrive l’agenzia Reuters. Prima del voto, le autorità «hanno tagliato l’accesso a internet in tutto il Paese… per frenare quella che hanno definito disinformazione sulle elezioni», una misura che, secondo le forze di opposizione, serve invece a limitare il monitoraggio elettorale e dunque la trasparenza del voto. Elezioni segnate, secondo le organizzazioni per i diritti umani, da repressioni, arresti e intimidazioni.
Nel momento in cui scriviamo, non si hanno ancora notizie sull’esito del voto, che è andato avanti nonostante macchine biometriche non funzionanti, ritardi nell’apertura dei seggi e la conseguente estensione degli orari di voto, spiega ancora Reuters.
«Le elezioni sono ampiamente viste come una prova della forza politica del leader ottantunenne e della sua capacità di evitare il tipo di agitazione che ha scosso i vicini Tanzania e Kenya, mentre aumentano le speculazioni sulla sua eventuale successione», si legge ancora.
A sfidare Museveni, che ha cambiato la Costituzione per poter correre ancora, ci sono diversi candidati, ma l’unico a minacciare davvero il potere dell’ottuagenario presidente, in Paese in cui l’età media è circa 17 anni, è Robert Kyagulanyi Ssentamu, in arte Bobi Wine: ex pop star entrato in politica nel 2017, quando fu eletto membro del Parlamento.
Cresciuto nei quartieri poveri di Kampala, ha usato la sua musica per veicolare messaggi dal forte contenuto sociale. Le sue prime opere, come Ebibuuzo, parlavano di corruzione, violenza, dell’aumento del costo della vita e di tragedie pubbliche, scrive Lucy Ilado su Music in Africa. È attraverso la musica che Bobi Wine ha dato voce ai giovani e agli ultimi.
«Con la crescente influenza di Bobi Wine, la risposta dello Stato cambiò. I concerti furono cancellati, le esibizioni limitate e i simboli culturali associati al suo movimento vennero riformulati come questioni di sicurezza. Il basco rosso adottato dai suoi sostenitori fu classificato come abbigliamento militare», scrive ancora Ilado. A preoccupare il potere era soprattutto la capacità di mobilitazione della musica di Wine «La svolta arrivò durante le elezioni suppletive di Arua del 2018, quando Bobi Wine fu arrestato e picchiato. Il suo autista, Yasin Kawuma, venne ucciso a colpi d’arma da fuoco. Questi eventi rimodellarono la percezione pubblica: non era più visto semplicemente come un artista che sperimentava lo spazio politico, ma come uno sfidante diretto al potere statale», si legga ancora su Music in Africa.
Fondatore del movimento National Unity Platform, Bobi Wine ha visto anche in questa tornata elettorale la sua campagna oggetto di repressioni e attacchi, con circa 500 attivisti del partito arrestati. In un post sui social media ha denunciato una «massiccia manipolazione delle schede elettorali» e ha invitato gli ugandesi a «cogliere l’occasione e rifiutare il regime criminale».
Musica, potere e politica
C’era la luna piena sulla città d’oro
Alla porta bussava l’uomo senza pietà
Accusava tutti di cospirazione …
Una manciata è andata via,
gli altri sono in prigione
Era “Soweto Blues”, la canzone di protesta nella lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Era Miriam Makeba. Ancora oggi, i freedom songs sudafricani continuano ad essere usati nei movimenti sociali contemporanei.
Dal Sudafrica di allora all’Uganda, che oggi chiede futuro, la musica in Africa è sempre stata anche politica: uno strumento per sfidare l’autorità e il potere, ma anche per cementare la società, unire la gente nelle battaglie comuni. Sono stati spesso gli artisti, in Africa, a disegnare l’immaginario politico, a veicolare idee, a definire un senso di appartenenza.
In Nigeria la musica è stata una forma strutturale di opposizione politica, soprattutto con l’afrobeat e con l’arte di Fela Kuti, musicista e intellettuale, che si scagliava contro l’autoritarismo, il militarismo e la corruzione. In Sudan, la musica è stata strumento di lotta contro il colonialismo inglese, forma di resistenza contro i regimi autoritari, nutrimento delle rivoluzioni.
“Sahi Ya Kanari” (Svegliati, canarino), cantavano i sudanesi che volevano l’indipendenza. Tra le voci per la libertà c’era anche una donna, Hawa Jah al-Rasoul Mohammed, popolarmente conosciuta come Hawa al-Tagtaga, attivista, figlia di un mistico sufi e di una poetessa. “Nemici dello Stato”, erano considerati i musicisti durante la dittatura di Omar al-Bashir, come racconta Music in Africa.
È stata la musica — lo zouglou, la danza-linguaggio nata negli anni ’90, e il reggae — a diventare strumento di mediazione politica nella guerra civile scoppiata nel 2000 in Costa d’Avorio. Musica che è lotta, ma anche propaganda, contiguità con il potere. Allora, come oggi.
Oggi, in Tanzania, la Generazione Z chiede un cambiamento a ogni costo, anche al prezzo della vita. Ad ottobre dello scorso anno le elezioni politiche hanno scatenato un’ondata di violenza e repressione. La critica sociale è passata anche attraverso la musica, le piattaforme digitali, le playlist. Un dissenso espresso in modo del tutto nuovo, con il boicottaggio digitale di quei musicisti considerati vicini al potere, alla presidente Samia Suluhu Hassan, o silenti davanti alla repressione.
«È una forma di dissenso molecolare che, a prima vista, potrebbe sembrare solo una reazione ordinaria — il classico “smetto di seguire il mio idolo” — ma che, in un paese dove il dissenso politico è strettamente sorvegliato e fortemente represso, anche per ciò che si pubblica online, diventa un’astuzia: far arrivare il proprio messaggio riducendo al minimo il rischio di denunce, arresti o ritorsioni dirette», scrive Stefano Pancera su Africa Rivista.
“Ukimya nao ni msimamo” — anche il silenzio è una presa di posizione — è diventato uno degli slogan più citati. Così forte è stata la protesta che il primo ministro Mwigulu Nchemba ha fatto sentire la sua voce in difesa degli artisti boicottati.
Cantano oggi per la pace nella Repubblica Democratica del Congo i musicisti che usano il rap e lo slam, come Ben Kamuntu, che qualche anno fa, con la sua “Bosembo” — che significa giustizia —, chiedeva conto di trent’anni di crimini commessi sulla terra. Cantano, facendo dell’arte attivismo, anche in Gambia.
Canta Ali “Killa Ace” Cham, artista hip hop che usa la musica per promuovere i diritti umani, la giustizia e la democrazia. “Ku Boka Chi GettaGi”, che in lingua wolof significa “Parte del branco”, è una canzone che nel 2015 gli è costata l’esilio, dopo le minacce di morte della National Intelligence Agency.
«È stato l’inno che ha spinto il Gambia a ribellarsi democraticamente all’ondata di corruzione, torture, omicidi, sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali sotto il regime dell’ex presidente Yahya Jammeh», si legge sul suo profilo pubblicato da Music in Africa.
Ad agosto di quest’anno è stato arrestato e poi rilasciato per una protesta. In carcere gli hanno tagliato i dreadlock con la forza. «I miei capelli ricresceranno. Queste sono tutte tattiche intimidatorie», ha raccontato, come riporta Voice of Gambia.
«Non ci faremo mai intimidire», ha detto. «Tutti i giovani là fuori: siate disciplinati, mobilitatevi, siate consapevoli, siate informati, e noi continueremo la rivoluzione».
All Africa Music Awards
È la Nigeria a dominare gli All Africa Music Awards 2026, nona edizione del più importante riconoscimento musicale del continente. Il successo degli artisti nigeriani racconta di come l’afrobeat, genere che ha avuto la sua culla in Nigeria e che continua a crescere in tutto il mondo, resti capace di stregare e affascinare.
Album dell’anno è No Sign of Weakness di Burna Boy, superstar globale, tra le voci più influenti dell’afrobeat. Un album con collaborazioni importanti. C’è anche Mick Jagger, frontman dei Rolling Stones, con il brano Empty Chairs. Jagger che apre il brano, voce e chitarra twangy. “Sono l’unico seduto su questa sedia calda?” canta, aggiungendo “Sono l’unico che ascolta il battito di questo cuore / I tuoi amici mentono e i tuoi nemici imbrogliano / Guardando il mondo sfrecciare via”, in questa canzone che parla di resistenza, solitudine e vittoria. Tra gli artisti ospiti dell’album, Stromae, Shaboozey e Travis Scott.
Bruna Boy, che ha condiviso con Shallipopi, artista in ascesa, il premio per la migliore collaborazione africana. È di Shallipopi la canzone dell’anno, Laho.
Il più premiato è stato invece Rema, nigeriano anche lui, che porta a casa i riconoscimenti come Artista dell’anno, Miglior artista maschile dell’Africa occidentale e Miglior artista africano R&B e Soul. Alla Nigeria vanno anche il premio per la migliore colonna sonora, con Yemi Alade, e quello per il miglior artista del’African Hip-Hop, assegnato a Phyno.
Talento emergente dell’anno è Qing Madi, considerata la promessa più brillante della nuova scena. Il senegalese Bakhaw Dioum è stato premiato come miglior camautore, mentre l’algerino Moh Green è il DJ dell’anno.
L’evento, conclusosi a Lagos domenica scorsa, è nato nel 2014 per iniziativa dell’International Committee AFRIMA e dell’Unione Africana, con l’obiettivo di riconoscere e celebrare il talento e la diversità della musica africana. Una grande festa, che fatica però ancora a ottenere l’attenzione internazionale che meriterebbe.
Tendenze 2026
L’Africa vibra, crea, si evolve, inventa, si rinnova. Di questo potente e continuo mutare, la musica è sia strumento che specchio.
«Ogni anno che passa introduce nuovi suoni e approcci che ampliano il canone della musica africana: movimenti locali che, a volte, si diffondono e trovano risonanza sui palcoscenici globali», scrivono Tšeliso Monaheng e Nelson C.J. su OkayAfrica.
Proviamo dunque a esplorare le nuove tendenze e a immaginare come sarà la musica africana del futuro, anche se l’Africa è destinata sempre a stupirci.
Non smette la sua corsa la musica Amapiano, genere sudafricano nato nelle township, fusione di house, reggae, hip-hop, afrobeat e jazz, sempre più dominato da influenze elettroniche.
«L’Amapiano si sta trasformando da ‘trend da club cool’ a linguaggio essenziale della danza globale nel 2026», con «linee di basso, batteria e sintetizzatori ipnotici», scrive Andy Akinbamini su Showcase Africa. Fusioni di generi diversi e influenze elettroniche stanno modificando anche Afrobeat, R&B e pop, creando suoni globali che mantengono una forte identità locale.
Sulla scena musicale africana emergono nuovi sound: il Lekompo in Sudafrica, nato nei quartieri operai e nelle taverne del Limpopo, fa ballare le giovani generazioni ed è pronto per essere esportato. Poi c’è il Krio Fusion in Sierra Leone, che mescola tradizioni locali con rap, Afropop e Afrobeat. E ancora, Way Way in Algeria, dove le radici della musica raï si incontrano con innovazioni moderne, dando voce alla cultura dei giovani algerini.
Secondo Showcase Africa, emergono generi ibridi, e la musica house nigeriana esplode in una scena underground che nasce dai club, influenzando il pop e l’R&B dell’intero continente.
E ancora, si osserva una nuova onda di valorizzazione e riscoperta delle tradizioni, di generi come il Mugithi in Kenya o l’Highlife in Africa occidentale. «Il pubblico più giovane sta riscoprendo i generi tradizionali africani attraverso le piattaforme dei social media», scrive ancora Akinbamini.
Tendenze destinate a non restare confinate in Africa, ma a influenzare la musica di tutto il mondo.
Invito all’ascolto, The Wúrà Project
“Akwukwo Na-Ato Uto” è la prima traccia dell’Extended Play di Dinachi, cantante, cantautrice e chitarrista nigeriana. È uno dei cinque brani che le sono costati due anni di lavoro, e di tempo trascorso ad ascoltare racconti e parole degli anziani, a interrogare le radici, a cercare tra i canti delle comunità.
È il progetto “Wúrà”, che in lingua yoruba significa “oro”. E sono davvero preziose le memorie raccolte da Dinachi: quelle della sua infanzia, del suo Paese, ninne nanne, canti per bambini, battiti di mani, rielaborati e riarrangiati, ma capaci di custodire l’intimità profonda di una cultura.
«I miei figli sono cresciuti a Londra e non hanno vissuto le stesse esperienze che ho vissuto io», dice ad African Folder. «Volevo condividere con loro quella parte della mia crescita… Le nostre culture sono importanti, il nostro patrimonio è il nostro tesoro», aggiunge Dinachi.
Ed è con questa musica, che vuole sfidare il tempo e portarci dentro l’anima della Nigeria, che chiudiamo il nostro notiziario di oggi, invitandovi ad ascoltare la voce di Dinachi e, se volete, ad andare sul nostro sito, nel testo, dove potete trovare tutti gli approfondimenti e le letture che ci hanno aiutato a realizzare questa puntata.
C’è ancora molto da raccontare dell’Africa attraverso la sua musica.
Foto di copertina: Foto di Ato Aikins su Unsplash
Musica: King David – Pond5
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