20 novembre 2025 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Novembre 20, 2025

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  • Gaza, altri 4 nuovi raid aerei sulla Striscia, 25 palestinesi uccisi. Israele blocca i servizi essenziali per l’UNRWA e propone una nuova legge per l’esecuzione della pena di morte per i prigionieri palestinesi. Secondo Francesca Albanese, relatrice ONU, i rifugiati palestinesi arrivati in Sud Africa sono stati costretti a partire e avverte che è un mezzo per continuare il genocidio
  • Ucraina, attacco russo a Ternopil nell’ovest del paese, 26 civili uccisi. Nuovo accordo di pace approvato da Trump in 28 punti
  • Sudan, Operatori umanitari costretti a “scegliere chi salvare” in Darfur. L‘Arabia Saudita chiede intervento degli Stati Uniti per fermare la guerra
  • Nigeria, le autorità intensificano le ricerche per 24 studentesse rapite da scuola lunedì scorso
  • Brasile, proteste sui social dei brasiliani a una dichiarazione del cancelliere tedesco. Oggi si celebra la giornata della coscienza nera
  • Thailandia, giornalistra incriminato per diffamazione penale rischia fino a due anni di carcere
  • Australia, blocco di Meta per i minori di 16 anni dal 4 dicembre
  • Cina: incentivi in denaro per sposarsi e avere figli

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets – a cura di Stefania Cingia

Gaza

Almeno 25 palestinesi sono stati uccisi mercoledì in quattro raid aerei israeliani nel nord e nel sud della Striscia di Gaza.

Gli attacchi arrivano nonostante il cessate il fuoco in vigore da ottobre.

L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito “obiettivi di Hamas” dopo che alcuni membri del gruppo armato avrebbero aperto il fuoco contro le sue truppe, violando la tregua in corso da quasi sei settimane. Nessun soldato israeliano risulta ferito.

Hamas ha condannato i raid definendoli una “pericolosa escalation” e ha chiesto agli Stati Uniti di “rispettare i propri impegni” e fare pressione su Israele affinché rispetti il cessate il fuoco.
Ma un funzionario americano, rimasto anonimo, ha sostenuto che sarebbe Hamas a voler far saltare la tregua, affermando che “queste tattiche disperate falliranno”.

Secondo i soccorritori, dieci persone sono state uccise nel quartiere di Zeitoun, altre due a Shejaia e le restanti a Khan Younis, nel sud della Striscia.
Gli attacchi hanno colpito un edificio delle autorità religiose islamiche e un centro ricreativo gestito dalle Nazioni Unite, entrambi utilizzati da famiglie sfollate.

Tutti i bombardamenti sono avvenuti ben oltre la cosiddetta “linea gialla”, il confine informale che separa le aree sotto controllo israeliano da quelle amministrate dai palestinesi.

Il cessate il fuoco del 10 ottobre — parte della prima fase del piano in 20 punti promosso dagli Stati Uniti per il “post-guerra” a Gaza — ha permesso a centinaia di migliaia di palestinesi di tornare tra le macerie delle loro case. Le truppe israeliane si sono ritirate da diverse città e gli aiuti umanitari sono aumentati.

Ma la violenza non si è fermata del tutto: dal giorno della tregua, le autorità sanitarie palestinesi affermano che 305 persone sono state uccise da bombardamenti israeliani, quasi la metà in un solo giorno della scorsa settimana, dopo un attacco contro soldati israeliani.

Israele blocca l’UNRWA

Il parlamento israeliano ha compiuto un nuovo passo verso il blocco dei servizi essenziali all’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, la UNRWA,

Mercoledì, la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge che vieterebbe a fornitori di acqua ed elettricità di servire qualsiasi proprietà registrata a nome dell’agenzia ONU.

Il testo è passato con 28 voti favorevoli e 8 contrari.

Secondo quanto riportato dall’agenzia palestinese WAFA, il provvedimento non solo taglierebbe l’accesso ai servizi, ma darebbe anche a Israele la possibilità di assumere il controllo dei terreni utilizzati dall’agenzia e registrati presso l’Israel Land Authority.

La proposta modifica due leggi già approvate nell’ottobre 2024, che avevano di fatto impedito all’UNRWA di operare all’interno di Israele.

Si tratta dell’ennesima stretta nei confronti dell’agenzia e, più in generale, degli aiuti destinati ai palestinesi sia nella Striscia di Gaza assediata che in Cisgiordania occupata.

Israele sostiene — senza aver fornito prove — che alcuni dipendenti dell’UNRWA collaborino con Hamas, una tesi rilanciata anche dal segretario di Stato americano Marco Rubio. L’ONU ha respinto queste accuse.

L’UNRWA denuncia invece che almeno 381 membri del proprio staff sono stati uccisi da Israele dall’inizio dell’offensiva su Gaza, nel 2023.

Dall’ottobre di quell’anno, Israele ha ucciso quasi 70.000 palestinesi e ferito 170 mila persone, in gran parte donne e bambini, riducendo gran parte della Striscia in macerie e lasciando l’intera popolazione sfollata o senza casa.

Israele: proposta di legge per pena di morte dei prigionieri palestinesi

Un acceso dibattito all’interno della Commissione Sicurezza Nazionale della Knesset israeliana ha svelato i dettagli di un disegno di legge che autorizzerebbe l’esecuzione di prigionieri palestinesi, incluso l’uso di iniezione letale e il divieto totale di ricorsi, secondo quanto mostrato da immagini rilasciate dal canale ufficiale della Knesset.

Il progetto di legge, promosso dal partito di estrema destra Jewish Power, guidato dal Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, si applicherebbe a chiunque uccida un ebreo “per essere ebreo”, anche solo pianificando l’atto.

La pena di morte sarebbe l’unica sanzione possibile, con l’esecuzione affidata al Servizio Penitenziario Israeliano e da completarsi entro 90 giorni dalla sentenza.

Il dibattito è degenerato in un duro scontro tra Ben-Gvir e l’oppositore Gilad Kariv del partito Yesh Atid, che ha definito la proposta “razzista” e “un atto di vendetta dello Stato” poiché riguarda solo vittime ebree. Kariv ha anche ricordato la vicinanza ideologica di Ben-Gvir a Baruch Goldstein, autore della strage del 1994 a Hebron, e ha denunciato la legislazione come frutto di “gruppi estremisti e bigotti”.

Secondo i media israeliani, l’Associazione Medica Israeliana ha comunicato che nessun medico collaborerebbe all’esecuzione della pena di morte, mentre Ben-Gvir ha insistito che ci sarebbero medici favorevoli.

Il disegno di legge ha già superato la prima lettura l’11 novembre, con 39 voti favorevoli e 16 contrari su 120 membri della Knesset.

Le organizzazioni palestinesi denunciano che Ben-Gvir ha inoltre inasprito le condizioni carcerarie dei prigionieri palestinesi, limitando visite, razioni alimentari e accesso alle docce.

Rifugiati palestinesi in Sudafrica

La rilocazione di 153 rifugiati palestinesi in Sudafrica ha sollevato gravi preoccupazioni da parte dell’ONU. Francesca Albanese, relatrice speciale sulle aree palestinesi occupate, ha definito il volo charter “misterioso” e “estremamente serio”, sottolineando che i palestinesi coinvolti sono stati coercitivi nel trasferimento.

Parlando al Parlamento europeo, Albanese ha spiegato che, sebbene alcune autorità israeliane parlino di “migrazione volontaria”, la realtà è ben diversa: i palestinesi vengono costretti a partire, spesso senza sapere la destinazione finale e con solo il passaporto come documento.

“Qualunque cosa facciano oggi, lo fanno sotto costrizione, incluso salire su un aereo e trasferirsi altrove”, ha avvertito la relatrice. Secondo Albanese, azioni come queste potrebbero consentire a Israele di raggiungere obiettivi genocidi o continuare la pulizia etnica tramite altri mezzi, senza ricorrere a conflitti aperti.

Il trasferimento in Sudafrica ha visto i rifugiati ottenere un permesso di soggiorno di 90 giorni, dopo iniziali difficoltà d’ingresso legate a documenti mancanti e timbri di partenza. Fonti israeliane indicano che una associazione privata vende biglietti per voli charter destinati a paesi lontani come Sudafrica, Indonesia e Malesia, a circa 2.000 dollari a persona.

Il ministro degli Esteri sudafricano Ronald Lamola ha definito l’arrivo del volo a Johannesburg come un’operazione chiaramente orchestrata per spostare i palestinesi. Precedentemente, Israele aveva discusso con diversi Stati, incluso il Sud Sudan, la possibilità di trasferire rifugiati palestinesi in altri paesi.

Ucraina

Un nuovo piano di pace proposto dagli Stati Uniti metterebbe Kiev sotto pressione, costringendola a cedere territorio alla Russia e a ridurre drasticamente il proprio esercito, secondo quanto riferito da fonti citate dall’AFP.

L’iniziativa giunge proprio mentre un attacco missilistico russo colpisce la città occidentale di Ternopil, causando la morte di 26 persone, tra cui tre bambini.

Le autorità ucraine parlano di una delle operazioni più sanguinose in quella zona dall’inizio dell’invasione e denunciano l’attacco su Ternopil come parte di una strategia russa che combina bombardamenti a lungo raggio e uso intensivo di droni, secondo quanto riferito anche dall’Alto Commissariato Onu per i diritti umani.

Secondo i dettagli trapelati del nuovo piano di pace, il progetto USA prevede il riconoscimento da parte di Kiev della Crimea e di altre regioni occupate, una riduzione dell’esercito a 400.000 effettivi e la rinuncia a tutte le armi a lungo raggio.

Fonti ucraine e diplomatiche avvertono che questa formula ricalcherebbe condizioni già avanzate da Mosca, viste come una capitolazione piuttosto che un vero accordo di pace.

Sembra anche che l’Ucraina non abbia partecipato alla definizione del piano e ne sia stata informata solo nei suoi tratti generali, senza poter fornire contributi diretti.

Alcuni funzionari vedono la tempistica della proposta come motivata politicamente, coincidente con uno scandalo di corruzione che coinvolge il governo di Volodymyr Zelenskyy, e temono che possa essere un tentativo del Cremlino di sfruttare una leadership indebolita.

Il ministero degli Esteri russo ha sottolineato che Mosca non ha ricevuto comunicazioni ufficiali dagli Stati Uniti riguardo ad eventuali “accordi” sull’Ucraina riportati dai media.

Sudan

Operatori umanitari costretti a “scegliere chi salvare” a Darfur

La situazione umanitaria in Darfur, nel Sudan occidentale, è diventata drammatica, con operatori umanitari costretti a compiere scelte impossibili su chi salvare e chi lasciare a rischio. Lo riferisce Jerome Bertrand, responsabile della logistica di Handicap International, dopo una missione di tre settimane nella regione.

Dal 2023, il conflitto tra l’esercito sudanese e le forze paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF) ha ucciso decine di migliaia di persone e costretto quasi 12 milioni di civili alla fuga, creando la più grande crisi di sfollamento e fame al mondo secondo l’ONU.

Bertrand racconta: “Siamo costretti a scegliere chi salvare e chi no. È un dilemma disumano che va completamente contro i nostri valori”. Attualmente, i team umanitari stanno dando priorità a bambini, donne incinte e madri che allattano, nella speranza che altri possano resistere.

Le condizioni sono peggiorate dopo che le RSF hanno preso il controllo di El-Fasher, capitale del Nord Darfur, lo scorso 26 ottobre, lasciando intere città e campi per sfollati in mano ai paramilitari. L’ONU conferma che El-Fasher e i suoi campi circostanti sono in stato di carestia, con fame protratta da oltre un anno.

La logistica umanitaria è quasi impossibile: nessun aeroporto funziona, le strade sono spesso impraticabili e l’unico accesso dalla regione, attraverso il Ciad, è ostacolato da barriere amministrative, costi elevati e mancanza di fondi internazionali. Bertrand descrive la situazione come “l’anarchia totale”, con infrastrutture collassate, bande armate, estorsioni, furti e aggressioni lungo le strade.

A Tawila, città rifugio che ospita oltre 650.000 sfollati provenienti da El-Fasher e dal vicino campo di Zamzam, Bertrand ha incontrato persone che “non hanno assolutamente nulla”, mentre le organizzazioni umanitarie non riescono a soddisfare i bisogni. La sospensione parziale degli aiuti statunitensi ha comportato una perdita del 70% dell’assistenza in Darfur, coprendo appena un quarto dei bisogni reali.

Bertrand segnala inoltre 80.000 persone bloccate lungo le strade, molte vittime di violenza, estorsioni e richieste di riscatto. Chi riesce ad arrivare a Tawila mostra segni di malnutrizione, ferite da torture e colpi d’arma da fuoco.

Secondo Bertrand, il Darfur riflette oggi la realtà di un paese in stato di decadenza, con la comunità internazionale incapace di fermare le uccisioni tra gruppi armati. “Un tempo ci sarebbe stata una risoluzione delle Nazioni Unite per inviare una forza di pace”, ha aggiunto.

Arabia Saudita chiede intervento di Stati Uniti per fermare la guerra

L’Arabia Saudita chiede l’intervento diretto degli Stati Uniti per fermare la guerra in Sudan, ed è lo stesso presidente Donald Trump a confermare che Washington è pronta a muoversi.

Parlando mercoledì a un importante forum sugli investimenti a Riyad — il giorno dopo aver incontrato alla Casa Bianca il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman — Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “hanno già iniziato a lavorare” sul dossier Sudan.

Secondo il presidente, le discussioni sarebbero iniziate entro mezz’ora dalla richiesta avanzata dal leader saudita.

In un messaggio successivo sui social, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti coordineranno una spinta diplomatica regionale insieme a Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e altri partner mediorientali. L’obiettivo: fermare le atrocità, avviare un cessate il fuoco e stabilizzare il Paese.

Il Sudan è precipitato nel caos nel 2023, quando la lotta per il potere tra l’esercito regolare e le Forze di Supporto Rapido ha fatto saltare la transizione verso un governo civile. Da allora il conflitto ha generato violenza etnica, distruzioni su vasta scala e una delle peggiori crisi umanitarie del mondo, con milioni di sfollati e il rischio concreto di una frammentazione del Paese.

Fonti vicine all’Arabia Saudita affermano che Mohammed bin Salman crede che il coinvolgimento diretto di Trump possa sbloccare lo stallo, anche alla luce del ruolo dell’amministrazione americana nel raggiungimento del cessate il fuoco a Gaza.

“C’è un posto chiamato Sudan — ed è terribile ciò che sta accadendo lì”, avrebbe detto il principe ereditario al presidente, sollecitandolo a intervenire.

Per l’Arabia Saudita, la stabilità del Sudan è una questione strategica: il Paese africano si affaccia per centinaia di chilometri sul Mar Rosso, proprio di fronte al regno.

Trump ha definito la situazione “la più violenta al mondo” e “la più grande crisi umanitaria in assoluto”, sottolineando la mancanza di cibo, medici e beni essenziali.

Nigeria

In Nigeria, il presidente Bola Tinubu ha promesso che le autorità intensificheranno gli sforzi per salvare 24 studentesse rapite lunedì scorso da uomini armati nella scuola Government Girls Comprehensive Secondary School, a Maga, nello stato di Kebbi, nel nord-ovest del paese.

Secondo la polizia locale, i rapitori hanno scavalcato la recinzione del dormitorio e hanno aperto il fuoco contro le guardie della scuola, uccidendo un membro dello staff prima di fuggire con le ragazze. Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco, ma esperti e residenti sottolineano che bande armate prendono di mira scuole e villaggi isolati per ottenere riscatti. Molti dei rapitori sarebbero ex pastori armati dopo conflitti con le comunità agricole locali.

Una delle ragazze rapite, Hawau Usman, 15 anni, è riuscita a fuggire, raccontando all’Associated Press di essere tornata alla scuola cercando aiuto, trovando poi rifugio presso l’abitazione di un insegnante.

Il presidente Tinubu, che si sta recando in Sudafrica per il vertice del G20, ha definito l’attacco “un atto senza cuore che ha interrotto l’istruzione di studentesse innocenti” e ha ordinato alle agenzie di sicurezza di agire rapidamente per riportare le ragazze a Kebbi.

Negli ultimi anni, almeno 1.500 studenti sono stati rapiti nella regione, tra cui i famosi 276 studenti di Chibok rapiti da Boko Haram più di un decennio fa. Analisti e residenti attribuiscono l’aumento della violenza alla mancata punizione dei responsabili e alla corruzione, che limita le forniture di armi alle forze di sicurezza, favorendo invece le bande criminali.

Il capo dell’esercito nigeriano, Lt. Gen. Waidi Shaibu, ha ordinato operazioni guidate dall’intelligence e una persecuzione senza sosta dei rapitori giorno e notte, sollecitando la collaborazione di tutte le forze di sicurezza, incluse milizie locali e cacciatori.

Dan Juma Umar, leader della società civile a Maga, ha sottolineato che i residenti avevano già avvertito le autorità di movimenti sospetti tre giorni prima dell’attacco, ma nessuna azione preventiva è stata intrapresa.

Brasile

Dopo aver partecipato alla COP30 a Belém, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che i giornalisti della sua delegazione erano “contenti di lasciare Belém”, suscitando una forte reazione online da parte dei brasiliani.

Gli utenti dei social media, in particolare sull’Instagram del cancelliere, hanno riempito i post di commenti in portoghese e in tedesco, chiedendo rispetto per il Brasile e criticando la percezione negativa trasmessa da Merz. Alcuni hanno sollevato questioni più ampie, come la responsabilità storica e attuale dei paesi ricchi nella disuguaglianza globale.

Questo episodio mostra come le dichiarazioni diplomatiche possano rapidamente generare risonanza sui social, specialmente quando toccano sensibilità nazionali e regionali. L’ondata di commenti evidenzia l’intensità della presenza digitale dei brasiliani e la loro capacità di mobilitazione immediata davanti a dichiarazioni considerate offensive.

Celebrazioni per la Giornata della Coscienza Nera

Oggi, 20 novembre, il Brasile celebra la Giornata della Coscienza Nera, festa nazionale che rende omaggio a Zumbi dos Palmares, leader del Quilombo dos Palmares e simbolo della resistenza alla schiavitù. La data è stata ufficialmente trasformata in festa nazionale dalla Legge nº 14.759 del 2023, sebbene fosse stata istituita originariamente nel 2011 dalla Legge nº 12.519.

Zumbi morì il 20 novembre 1695, assassinato da bande guidate da Domingos Jorge Velho. È diventato un’icona del movimento nero, rappresentando la lotta degli africani schiavizzati e dei loro discendenti contro l’oppressione e il razzismo strutturale in Brasile. La scelta della data riflette anche una critica alla liberazione formale dalla schiavitù, avvenuta il 13 maggio 1888, considerata una “falsa libertà” poiché non offrì assistenza agli ex schiavi.

La Giornata della Coscienza Nera non celebra solo Zumbi, ma mette in evidenza anche il razzismo persistente nella società brasiliana, le disuguaglianze sociali, economiche e politiche, e la necessità di continuare la lotta per diritti e opportunità pari.

Dati recenti mostrano che, sebbene circa il 56% della popolazione si dichiari nera, i neri rappresentano solo il 17,8% tra i più ricchi, sono il 75% dei più poveri e costituiscono la maggioranza della popolazione carceraria e delle vittime di violenza da parte della polizia.

La ricorrenza sottolinea anche l’importanza dell’educazione sulla storia e cultura afro-brasiliana, come previsto dalla Legge nº 10.639/2003, che richiede l’insegnamento della storia dell’Africa, della cultura nera e del contributo degli afrodiscendenti alla formazione della società brasiliana.

La festa è un momento di riflessione e mobilitazione per combattere il razzismo, valorizzare la cultura afro-brasiliana e rafforzare i diritti della popolazione nera. È anche un’occasione per ripensare le politiche pubbliche e le pratiche sociali che mantengono ancora disuguaglianze razziali nel paese.

Thailandia

In Thailandia, il giornalista australiano Murray Hunter è stato incriminato per diffamazione penale su richiesta delle autorità della Malesia. A denunciarlo è stato infatti il regolatore malaysiano delle comunicazioni, la MCMC, per quattro articoli pubblicati sul blog Substack di Hunter tra aprile e fine aprile dello scorso anno.

Secondo la polizia thailandese, quei contenuti – critici verso l’operato della commissione – avrebbero potuto portare il pubblico a credere che la MCMC “agisca illegalmente, non sia credibile e abusi del proprio potere”.

Le autorità hanno sequestrato il passaporto del giornalista e imposto restrizioni ai suoi movimenti. Hunter rischia fino a due anni di carcere e un processo lungo e costoso, con la prima udienza fissata per il 21 dicembre.

Il Committee to Protect Journalists ha chiesto a Bangkok di ritirare immediatamente le accuse, definendo il caso un esempio di intimidazione giudiziaria transnazionale. È infatti la prima volta che la Thailandia applica la propria legge sulla diffamazione penale a un giornalista per aver criticato un governo straniero o una sua agenzia.

Hunter era già stato arrestato lo scorso 29 settembre all’aeroporto di Bangkok e rilasciato su cauzione. Nella vicina Malesia, la sua pagina Substack è bloccata da tre anni.

Australia

Meta rimuoverà tutti gli australiani sotto i 16 anni da Facebook, Instagram e Threads a partire dal 4 dicembre. La decisione arriva in vista dell’entrata in vigore, il 10 dicembre, delle nuove leggi australiane che vietano ai minorenni di accedere ai social media. Le piattaforme che non si adegueranno rischiano multe molto pesanti.

In una nota, Meta ha spiegato che inizierà subito ad avvisare gli utenti ritenuti avere tra i 13 e i 15 anni, informandoli che perderanno l’accesso ai loro account.
Dal 4 dicembre scatterà il blocco delle nuove iscrizioni e la rimozione degli account esistenti, con l’obiettivo di eliminare tutti gli under 16 entro il 10 dicembre.

Per chi compirà 16 anni, gli account saranno nuovamente accessibili “esattamente come li avevano lasciati”, assicura la compagnia.

Meta critica però le nuove norme, definite dal settore “vaghe”, “problematiche” e “affrettate”.
Pur dicendosi d’accordo sull’importanza di creare ambienti digitali sicuri, l’azienda avverte: “Tagliare fuori gli adolescenti dai loro amici e dalle loro comunità non è la risposta.”

Cina

La Cina lancia un pacchetto di incentivi finanziari per incoraggiare matrimoni e nascite, in risposta a un declino demografico senza precedenti.

Diverse province e città offrono sussidi per matrimoni, agevolazioni abitative e premi consistenti per chi ha figli, segnando un cambio di rotta drastico nelle politiche demografiche.

Il calo demografico è ampiamente legato alla vecchia politica del figlio unico, in vigore per 35 anni, che ha portato a invecchiamento rapido della popolazione, riduzione della forza lavoro e squilibrio di genere con circa 40 milioni di uomini in più rispetto alle donne. Anche dopo la fine della politica nel 2015, il tasso di natalità continua a scendere.

Le giovani donne restano riluttanti ad avere figli: quasi il 40% delle studentesse universitarie non vuole figli, citando costi elevati, pressioni sul lavoro, incertezze economiche e cura dei genitori anziani.

Oltre ai sussidi per i figli introdotti a livello nazionale — 3.600 yuan all’anno per ogni bambino sotto i tre anni — molte province hanno introdotto misure locali, a volte invasive, come chiamate non richieste per domande su cicli mestruali o piani di gravidanza.

Ora alcune città puntano sui bonus per il matrimonio. A Tianmen, nella provincia dello Hubei, le coppie che si registrano localmente possono ricevere 60.000 yuan come bonus matrimoniale, oltre a 120.000 yuan di sussidio abitativo e generosi benefit per la maternità: le famiglie con tre figli possono ricevere fino a 220.000 yuan (circa 23.000 euro) in sussidi e benefici abitativi. La città ha registrato un aumento del 17% delle nascite quest’anno.

In Zhejiang, ad esempio, i voucher matrimoniali possono arrivare fino a 1.000 yuan (circa 100 euro), erogati secondo il principio del “primo arrivato, primo servito”.

Nonostante queste misure, i tassi di matrimonio continuano a scendere: nel 2024 la Cina ha registrato 6,1 milioni di matrimoni, rispetto ai 7,7 milioni dell’anno precedente e oltre 13 milioni di un decennio fa.

Il presidente Xi Jinping seguirà da vicino i costi crescenti di questi programmi, ma resta aperto il dubbio se incentivi finanziari possano davvero invertire il calo delle nascite o cambiare atteggiamenti sociali profondamente radicati nelle nuove generazioni.

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