25 marzo 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Marzo 25, 2026

  • Libano: la guerra si prende tutto, anche il ritorno.
  • Gaza: la tregua che uccide più della guerra.
  • Stati Uniti–Iran: proposta di pace, ma con condizioni pesanti.
  • La Danimarca vota in elezioni anticipate a seguito della crisi scatenata dalle mire statunitensi sulla Groenlandia.
  • Hong Kong: arresti per libri “sediziosi”, stretta sulla libertà di espressione.
  • Afghanistan: liberato dopo un anno un ricercatore americano.
  • Giappone: allarme carta igienica, paura più forte della realtà

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets, con Barbara Schiavulli in collegamento da Beirut.

Guerra all’Iran

La guerra cambia pelle, ma non rallenta. Gli Stati Uniti e Israele parlano di operazioni mirate, di obiettivi selezionati, di una strategia chirurgica. Ma quello che emerge sul terreno è un’altra storia: una campagna che si allarga, che si infiltra nelle fondamenta stesse del Paese, e che colpisce non solo la capacità militare, ma la possibilità stessa di vivere.

Gli Stati Uniti hanno presentato all’Iran un piano in 15 punti per fermare la guerra, mentre il conflitto entra nella quarta settimana.

La proposta, trasmessa tramite mediatori — tra cui il Pakistan — prevede un cessate il fuoco di un mese per aprire negoziati, ma soprattutto impone condizioni molto rigide: limitazioni severe al programma nucleare, stop al sostegno ai gruppi alleati nella regione e riapertura dello stretto di Hormuz.

Non solo. Washington chiede anche lo smantellamento delle capacità missilistiche iraniane e di parte delle infrastrutture militari.

In cambio, sul tavolo ci sarebbero alleggerimenti delle sanzioni, la possibilità di un programma nucleare civile sotto controllo internazionale e aperture economiche per sostenere un’economia ormai sotto pressione.

Ma il quadro resta fragile. Israele, che spinge per continuare le operazioni militari, sarebbe rimasto sorpreso dalla proposta americana. E nello stesso momento, gli Stati Uniti preparano l’invio di nuove truppe nella regione.

Diplomazia e rafforzamento militare avanzano insieme. E non è detto che vadano nella stessa direzione.

Intanto, sempre gli USA preparano un ulteriore passo nella guerra.

Il Pentagono starebbe valutando l’invio di migliaia di soldati della 82ª divisione aviotrasportata in Medio Oriente, una delle unità d’élite dell’esercito americano, già pronta a essere dispiegata rapidamente.

Una mossa che si aggiunge al rafforzamento militare già in corso, mentre Donald Trump continua a parlare di un possibile accordo con l’Iran.

Secondo fonti citate da Reuters, il piano potrebbe includere anche opzioni più aggressive, fino a un eventuale impiego diretto sul territorio iraniano.

Dopo i raid su Teheran e sui vertici dei Guardiani della Rivoluzione, gli attacchi si sono spostati sempre più sulle infrastrutture. Energia, acqua, logistica. A Isfahan, Khorramshahr, Bushehr, sono stati colpiti impianti del gas, aree legate alla produzione elettrica, e soprattutto un sito chiave per la desalinizzazione dell’acqua.

E questo, in Iran, non è un dettaglio tecnico. È una linea rossa. Perché il Paese vive già una crisi idrica cronica, e colpire l’acqua significa trasformare la guerra in una pressione diretta sulla popolazione, una guerra che entra nelle case senza bisogno di bombe.

Nel sud, intanto, un’enorme esplosione ha colpito una struttura navale vicino Sirjan. Le immagini verificate dalla BBC mostrano un incendio massiccio, un segnale chiaro: non si tratta solo di raid simbolici, ma di un tentativo di indebolire i nodi strategici del sistema iraniano, anche quelli meno visibili.

E poi c’è un altro fronte, più silenzioso, ma forse ancora più devastante nel lungo periodo: quello culturale. Secondo le autorità iraniane, oltre 120 siti storici registrati sono stati danneggiati dall’inizio del conflitto, 43 solo nella capitale. Non è solo distruzione materiale, è erosione dell’identità, della memoria collettiva.

I numeri complessivi, forniti dalla Mezzaluna Rossa iraniana, sono enormi e vanno letti con cautela, ma restano indicativi della scala: oltre 82 mila obiettivi civili colpiti. Più di 62 mila abitazioni, oltre 19 mila attività commerciali, centinaia di strutture sanitarie. Ambulanze, elicotteri medici, centri di soccorso. Anche operatori umanitari tra i morti.

Se anche solo una parte di questi dati fosse confermata, significherebbe che la guerra ha già superato la soglia della distinzione tra militare e civile.

Nel frattempo, l’Iran non arretra. Nuove raffiche di missili nella notte verso Israele, con impatti nell’area di Tel Aviv e nel nord del Paese. Danni, feriti lievi, sirene che continuano a suonare. Una risposta calibrata, ma costante, che mantiene la pressione.

E il conflitto ormai si espande per onde d’urto. In Kuwait, i detriti dei missili intercettati hanno mandato fuori uso linee elettriche, lasciando intere zone senza corrente. In Bahrain, sirene in tutto il Paese. In Arabia Saudita, droni abbattuti nei cieli della provincia orientale.

Il Golfo entra nella guerra così: non per scelta, ma per conseguenza.

E mentre sul piano militare si combatte senza tregua, su quello politico le posizioni restano rigide. L’Iran nega negoziati diretti con gli Stati Uniti e mette le sue condizioni: cessate il fuoco simultaneo in Iran, Libano e Iraq, e nessuna rinuncia al programma nucleare o ai missili.

Dall’altra parte, Netanyahu lascia aperta la porta a un accordo, ma solo se garantirà gli interessi israeliani. Nel frattempo però i raid continuano, e le minacce anche.

Si parla di diplomazia, ma si continua a bombardare.

Il Pakistan si è offerto di ospitare eventuali colloqui tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra, dichiarandosi pronto a facilitare negoziati “significativi e conclusivi” se entrambe le parti accetteranno.

Dopo una pausa di undici ore, la guerra è ripartita come se non si fosse mai fermata. L’Iran ha ripreso a lanciare missili verso Israele con una frequenza quasi oraria, accompagnato dai razzi di Hezbollah dal Libano.

Nel sud di Israele, un missile iraniano ha colpito direttamente una casa in un villaggio beduino: un uomo ferito in modo moderato, una donna e due neonati feriti lievemente. Un impatto che arriva nonostante l’esercito israeliano avesse parlato di intercettazioni riuscite.

A Tel Aviv, invece, un altro missile con una testata da circa 100 chili è riuscito a passare i sistemi di difesa e a colpire tra due edifici, causando danni ingenti. I rifugi hanno retto, ma resta un dato: non tutto viene fermato.

Nel frattempo Israele continua a colpire in profondità: oltre 50 siti legati al regime iraniano presi di mira tra Teheran e Isfahan, in quella che viene definita un’ondata di attacchi su larga scala.

E in mezzo, come sempre, resta la popolazione. Stretta tra attacchi esterni e controllo interno, tra infrastrutture che saltano e una guerra che non è più solo al fronte, ma ovunque.

Libano

Qui in Libano la guerra non è più qualcosa che si osserva. È qualcosa che si vive, che si attraversa, che ti passa sopra mentre provi a continuare a fare cose normali, come camminare, lavorare, respirare.

Il bilancio continua a salire: almeno 1039 morti dal 2 marzo, tra cui 118 bambini, secondo il ministero della Salute. Numeri che si aggiornano quasi ogni giorno, ma che non raccontano tutto, perché a questi si aggiunge un altro dato che pesa come un macigno: oltre 1 milione e 160 mila persone sfollate. Più di un quarto dell’intera popolazione.

Un Paese intero che si sposta, che si accampa, che si stringe dove può. Oltre 470 scuole trasformate in rifugi. Bambini senza classi, senza normalità, senza un’idea di futuro che non sia sospesa.

E poi c’è quello che forse segna un punto di non ritorno. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato apertamente che Israele intende controllare il sud del Libano fino al fiume Litani. Non solo operazioni militari, quindi, ma una ridefinizione dello spazio. Della geografia. Della vita.

Centinaia di migliaia di persone, ha detto, non potranno tornare alle loro case. Non adesso. Non a breve. Forse mai.

E il modello dichiarato è quello già visto a Gaza: distruggere case e infrastrutture civili per creare una zona di sicurezza. Ponti fatti saltare, collegamenti interrotti, territori svuotati.

Israele alza il livello e chiarisce le intenzioni: il ministro della Difesa Katz ha detto che l’esercito manterrà il controllo del sud del Libano fino al fiume Litani, impedendo a centinaia di migliaia di sfollati di tornare a casa finché, dice, non sarà garantita la sicurezza del nord di Israele.

Intanto la guerra entra sempre più direttamente nei cieli libanesi: per la prima volta un missile iraniano è stato intercettato sopra il Libano, mentre l’esercito israeliano parla di operazioni mirate a terra e di attacchi a centri di comando e infrastrutture legate a Hezbollah.

non si tratta solo di combattere Hezbollah. Si tratta di cambiare il sud del Libano in modo permanente.

Intanto, mentre queste dichiarazioni diventano strategia, i bombardamenti continuano.

A pochi chilometri da Beirut, a Bchamoun, un raid ha colpito un appartamento: tra i morti una bambina di tre anni. A Selaa, quattro persone uccise in una casa. Nel sud, tra Srifa, Bint Jbeil, Mansouri e la costa di Tiro, attacchi continui, villaggi colpiti uno dopo l’altro.

Sempre nel sud, è stato distrutto un ponte, un altro pezzo di connessione che scompare. A Taybeh, vicino al confine, case demolite direttamente da unità israeliane entrate sul terreno.

E poi ci sono i colpi che raccontano un altro livello della guerra: ad Aitit sono stati presi di mira veicoli di soccorso legati a un gruppo di protezione civile. Un morto, diversi feriti tra i soccorritori.

Anche chi salva vite diventa un bersaglio.

Due attacchi hanno colpito la periferia sud di Beirut, la Dahiyeh, mentre nel sud un raid ha preso di mira una stazione radio mentre all’interno c’erano persone. Non si sa ancora il bilancio.

Hezbollah risponde, come ogni giorno. Attacchi lungo il confine, su Metula, Kfar Yuval, posizioni militari israeliane. È una guerra di scambi continui, ma sempre più asimmetrica nella distruzione.

E poi c’è un segnale politico che pesa: il Libano ha espulso l’ambasciatore iraniano, dichiarandolo persona non grata. Un gesto che racconta tensioni interne e pressioni esterne, mentre il Paese è già al limite.

Nel sud, intanto, incursioni via terra. A Halta, un raid israeliano ha ucciso un civile, ferito altri e portato via una persona. Un rapimento, il secondo segnalato in questa fase del conflitto.

Valle della Bekaa: storie di guerra e sopravvivenza

Palestina e Israele

C’è una parola che continua a tornare, ma che a Gaza ormai suona quasi come una presa in giro: tregua.

Perché i numeri raccontano altro. Nelle ultime 24 ore quattro palestinesi sono stati feriti negli attacchi israeliani, mentre il bilancio complessivo continua a salire, giorno dopo giorno, fino a diventare quasi impossibile da comprendere davvero: oltre 72 mila morti dal 7 ottobre 2023, più di 171 mila feriti.

Numeri che non stanno più dentro una notizia. Numeri che sono diventati un paesaggio.

E poi c’è un altro conteggio, ancora più inquietante. Dal 11 ottobre, il primo giorno pieno di quella che viene definita tregua, almeno 687 palestinesi sono stati uccisi. Quasi 700 morti in una fase che dovrebbe essere di cessazione delle ostilità.

E come se non bastasse, 756 corpi sono stati recuperati dalle macerie. Questo significa che la guerra continua a restituire morti anche quando sembra fermarsi.

Nel nord della Striscia, a Beit Lahia e Jabalia, due persone sono state ferite da colpi d’arma da fuoco. Sul mare, al largo del campo profughi di Nuseirat, una barca da pesca è stata incendiata dalla marina israeliana.

Segnali piccoli, se presi singolarmente. Ma messi insieme raccontano una pressione costante, quotidiana, che non lascia spazio a una vera pausa.

E poi ci sono le storie. Quelle che fanno più fatica a passare, ma che restano.

Undici detenuti palestinesi sono stati rilasciati e trasferiti in ospedale a Deir al-Balah. E con loro emergono racconti di abusi.

Tra questi, uno in particolare. Secondo testimonianze familiari riportate dai media locali, un bambino di un anno e mezzo, Kareem Abu Nassar, sarebbe stato torturato durante un’operazione israeliana nel centro di Gaza. Bruciature di sigaretta, ferite con un oggetto metallico, inflitte mentre il padre era detenuto davanti a lui.

L’obiettivo, secondo il racconto: ottenere una confessione.

Non posso confermare in modo indipendente i dettagli di questo episodio, ma la sua circolazione e la coerenza con altre testimonianze rendono evidente un quadro più ampio che continua a emergere.

E non è un caso isolato.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi, Francesca Albanese, ha dichiarato che Israele utilizza sistematicamente la tortura contro i palestinesi dal 2023, parlando di uno strumento strutturale, non episodico.

Nel suo ultimo rapporto, basato su centinaia di testimonianze, si parla di detenzioni di massa, violenze sessuali, fame usata come arma, e di un targeting deliberato di professionisti e civili.

Parole pesanti, che arrivano in una sede ufficiale come il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Nel frattempo, anche i pochi spazi di uscita restano incerti. Al valico di Rafah, un uomo, Mohammed Othman, è stato arrestato mentre cercava di rientrare a Gaza. È il primo caso segnalato dopo la parziale riapertura del passaggio.

E lunedì, nessun paziente è stato autorizzato a uscire.

È così che funziona questa guerra adesso. Non solo bombe, ma controllo. Non solo distruzione, ma blocco.

E mentre i numeri crescono, mentre le storie si accumulano, la parola tregua resta lì, sospesa.

Come qualcosa che esiste solo nei comunicati, ma che sul terreno non è mai davvero arrivata.

Iraq

La guerra si allarga anche in Iraq, dove il conflitto regionale continua a colpire direttamente il territorio.

A Erbil, nel nord del Paese, un attacco con razzi ha colpito una base dei Peshmerga curdi, uccidendo almeno sei combattenti e ferendone una trentina. Le forze curde accusano l’Iran.

Poche ore prima, nella provincia occidentale di Anbar, un raid aereo ha colpito il quartier generale delle Forze di Mobilitazione Popolare durante una riunione di comandanti: almeno 15 morti, tra cui un alto responsabile operativo.

Le milizie accusano gli Stati Uniti, parlando apertamente di violazione della sovranità irachena.

È un altro fronte che si accende, dove alleanze e accuse si incrociano, e dove il rischio è che l’Iraq torni a essere terreno di scontro diretto tra potenze.

Francia

Il segretario di Stato americano Marco Rubio sarà in Francia il 27 marzo per partecipare al vertice dei ministri degli Esteri del G7, con Ucraina e Medio Oriente al centro dell’agenda.

L’incontro arriva dopo due giorni di colloqui tra Stati Uniti e Ucraina, in cui si è discusso soprattutto di garanzie di sicurezza e aspetti umanitari per una possibile fine della guerra.

La Russia, però, non era presente.

Ungheria

In Ungheria la campagna elettorale si accende e si fa sempre più pesante.

Il leader dell’opposizione Péter Magyar accusa esponenti del governo di aver condiviso informazioni riservate dell’Unione Europea con la Russia, parlando apertamente di possibile tradimento.

Accuse respinte dal ministro degli Esteri Péter Szijjártó, mentre la Commissione europea ha chiesto chiarimenti ufficiali.

Tutto questo arriva a poche settimane dal voto, con il partito Tisza di Magyar in testa nei sondaggi contro il governo di Viktor Orbán, al potere da anni.

Un passaggio delicato, dove la politica interna si intreccia con equilibri internazionali sempre più fragili.

Danimarca

Le elezioni in Danimarca si chiudono senza un vincitore chiaro, lasciando il futuro della premier Mette Frederiksen appeso ai negoziati.

I socialdemocratici restano il primo partito, ma perdono terreno rispetto al 2022, e nessuno dei due blocchi — né sinistra né destra — raggiunge la maggioranza.

A questo punto diventa decisivo il ruolo del leader centrista Lars Løkke Rasmussen, che si ritrova nella posizione di “kingmaker”, l’uomo che può decidere chi governerà.

Frederiksen paga il calo di consenso legato al costo della vita, mentre il tentativo di capitalizzare politicamente la crisi con Trump sulla Groenlandia non sembra aver inciso come previsto.

Ora si apre una fase di trattative, in un’Europa sempre più instabile, dove anche i governi più solidi iniziano a vacillare.

Ucraina e Russia

La guerra in Ucraina entra in una nuova fase, ancora più intensa.

La Russia ha lanciato quasi mille droni in sole 24 ore, in uno dei più grandi attacchi dall’inizio del conflitto, colpendo città anche lontane dal fronte come Leopoli, dove è stato danneggiato un sito patrimonio UNESCO.

Almeno otto i morti, tra cui vittime in attacchi su ospedali, abitazioni e infrastrutture. Colpito anche un ospedale maternità a Ivano-Frankivsk, feriti anche bambini.

I raid hanno danneggiato linee elettriche strategiche, con effetti anche oltre i confini ucraini.

Zelensky parla di “depravazione assoluta” e accusa Mosca di non avere alcuna intenzione di fermare la guerra.

Stati Uniti

Un aereo della Air Canada Express ha colpito un mezzo dei vigili del fuoco durante l’atterraggio all’aeroporto LaGuardia di New York, causando almeno due morti e decine di feriti.

L’impatto ha portato alla chiusura totale dello scalo e al dirottamento di numerosi voli, con pesanti ripercussioni sul traffico aereo. La maggior parte dei feriti è stata dimessa, ma alcuni restano ancora ricoverati.

Un incidente che riaccende le domande sulla sicurezza operativa negli aeroporti, anche in uno dei sistemi più controllati al mondo.

Cuba

Una barca carica di aiuti è arrivata all’Avana dopo giorni di viaggio tra vento e problemi tecnici. A bordo, attivisti internazionali e tonnellate di forniture: cibo, medicinali, pannelli solari.

La missione, ribattezzata “Granma 2.0” in omaggio alla rivoluzione di Fidel Castro, è parte di un convoglio più ampio che punta a portare circa 50 tonnellate di aiuti sull’isola, mentre la crisi energetica peggiora e i blackout si moltiplicano.

Secondo gli organizzatori, si tratta di un gesto concreto contro quello che definiscono un blocco petrolifero imposto dagli Stati Uniti, che sta mettendo il Paese in ginocchio. Ma le critiche non mancano: per molti oppositori, queste iniziative finiscono per rafforzare il governo più che aiutare davvero la popolazione.

Intanto, sull’isola, la realtà resta dura: elettricità a intermittenza, trasporti ridotti al minimo, prezzi in aumento.

E mentre arrivano gli aiuti, resta aperta la domanda più difficile: chi paga davvero il costo dell’isolamento?

Colombia

Un aereo militare colombiano, un C-130 Hercules con 125 persone a bordo, si è schiantato poco dopo il decollo vicino a Puerto Leguízamo, nel sud del Paese.

Almeno 66 le vittime. Secondo le autorità, l’impatto ha provocato l’esplosione delle munizioni presenti a bordo, aggravando il bilancio.

Non ci sono indicazioni di un attacco: si tratterebbe di un incidente. I feriti sono stati evacuati, mentre le operazioni di soccorso proseguono in una zona remota della giungla.

Un disastro che riporta l’attenzione sui rischi delle operazioni militari anche lontano dal fronte.

Afghanistan

Dopo più di un anno di detenzione, i talebani hanno rilasciato Dennis Coyle, cittadino statunitense di 64 anni, arrestato nel gennaio 2025 per presunte violazioni mai chiarite.

La liberazione è arrivata alla fine del Ramadan, dopo l’appello della madre, ed è stata confermata dal segretario di Stato americano Marco Rubio, che ha ringraziato Qatar ed Emirati Arabi Uniti per la mediazione.

Un segnale positivo, ma che non cambia il quadro generale. Washington accusa i talebani di usare gli stranieri come leva politica, una “diplomazia degli ostaggi” che continua.

Restano infatti detenuti altri americani, tra cui Mahmood Habibi e Paul Overby, scomparso anni fa e di cui non si conosce con certezza il destino.

I talebani respingono le accuse, parlando di decisioni legali interne. Ma il messaggio è chiaro: ogni rilascio non è solo un gesto umanitario, è parte di una trattativa più ampia.

E in sottofondo riemerge anche un’altra storia: quella di Mohammad Rahim, afghano detenuto da 19 anni a Guantanamo senza accuse formali.

Perché in queste guerre, gli scambi non finiscono mai davvero.

Filippine

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran si fa sentire anche lontano dal fronte.

Il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr ha dichiarato lo stato di emergenza energetica, parlando di un “pericolo imminente” per le forniture del Paese, mentre i prezzi del carburante continuano a salire.

Il governo ha circa 45 giorni di riserve e sta cercando nuovi approvvigionamenti, anche valutando opzioni delicate sul piano geopolitico.

Ma la risposta non convince tutti. Sindacati e gruppi civili hanno annunciato scioperi, accusando l’esecutivo di misure insufficienti e di non intervenire sulle tasse sui carburanti, considerate il vero nodo della crisi.

Intanto arrivano sussidi e trasporti gratuiti in alcune città.

Segnali di contenimento, in un Paese dove la guerra non cade dal cielo, ma si vede alla pompa di benzina.

Corea del Nord

Kim Jong-un alza i toni e chiude ogni spiraglio.

Parlando davanti al parlamento, il leader nordcoreano ha dichiarato che il Paese non rinuncerà mai alle armi nucleari, definendole essenziali per la sicurezza nazionale e accusando gli Stati Uniti di destabilizzare l’ordine globale.

Non solo: Pyongyang considera ormai il proprio status nucleare “irreversibile”, rifiutando qualsiasi ipotesi di disarmo in cambio di garanzie o aiuti economici.

Un messaggio chiaro, che arriva mentre il mondo è già attraversato da più conflitti: per la Corea del Nord, il nucleare non è una leva negoziale. È una linea definitiva.

Hong Kong

A Hong Kong la repressione passa anche dalle librerie.

La polizia ha arrestato il proprietario di una libreria e tre dipendenti con l’accusa di aver venduto pubblicazioni “sediziose”, tra cui una biografia di Jimmy Lai, il magnate dei media già condannato a 20 anni di carcere.

Le autorità non hanno confermato i dettagli, ma il caso si inserisce in un clima sempre più restrittivo: con le nuove norme sulla sicurezza nazionale, vendere un libro può costare fino a dieci anni di prigione.

Intanto il governo amplia i poteri: possibilità di sequestrare materiali ritenuti pericolosi e di obbligare i sospetti a consegnare password di telefoni e computer.

Una stretta che va oltre la politica e arriva direttamente nella vita quotidiana. Perché quando anche leggere diventa un rischio, il confine tra sicurezza e controllo si fa sempre più sottile.

Giappone

In Giappone il governo invita i cittadini a non fare scorte di carta igienica, dopo che la guerra in Medio Oriente ha riacceso timori sulla sicurezza delle forniture.

Sui social circolano immagini di scaffali vuoti e sempre più persone stanno accumulando beni di prima necessità, alimentando una spirale di paura. Ma le autorità sono chiare: non c’è alcuna carenza reale.

Circa il 97% della carta igienica è prodotto internamente, quindi non dipende dalle rotte energetiche o commerciali internazionali.

Il rischio, spiegano, è un altro: che il panico crei il problema che non esiste.

Una dinamica già vista in passato, dalle crisi petrolifere agli shock più recenti.

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