Valle della Bekaa: storie di guerra e sopravvivenza
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 24, 2026
BALBEEK (Libano) – Leila ci accoglie con il sorriso di una donna ospitale, una di quelle persone che si capisce subito essere state abituate a vivere tra gli altri, a parlare, ad ascoltare, a preparare il tè per chi arriva, a fare della casa non solo un rifugio ma un’estensione di sé.
Ha occhi dolci e un viso incorniciato da un velo nero, 34 anni, insegnante di Corano, probabilmente una di quelle donne che aprivano spesso la porta alle amiche, alle vicine, alle parenti, che sapevano tenere insieme le ore del giorno e gli affetti come si tiene insieme una famiglia, con pazienza e gesto ripetuto. Ora una casa non ce l’ha più. Non ha più neanche il marito, i suoi genitori e il piccolo Ali, che aveva undici anni.
Il quattro marzo scorso era appena suonata la sveglia per preparare la colazione prima dell’inizio del digiuno, prima dell’alba, in quell’ora sospesa del Ramadan in cui le case sono ancora immerse nel sonno ma già si muovono piano, come se la notte lasciasse spazio al giorno senza strappi.
Leila ha fatto in tempo ad aprire gli occhi, a rigirarsi ancora una volta nel letto prima di costringersi ad alzarsi, e poi la sua vita è andata in frantumi. Un missile contro il palazzo, il cemento che crolla, la polvere che soffoca, i corpi travolti, la casa che smette di essere casa e diventa tomba.
I pezzi di cemento le sono crollati addosso, la sua famiglia è morta lì, nel tempo minuscolo di un’esplosione. Lei è rimasta due ore intrappolata, sepolta viva sotto i detriti, in quel buio pieno di rumore che resta nelle orecchie anche quando il silenzio torna, finché qualcuno è riuscito a trovarla e a portarla fuori insieme alla figlia di otto anni.
Non si è salvato nessun altro, neanche i vicini che conosceva da quando si era sposata, quelli con cui si dividevano pianerottoli, visite, saluti, forse piatti di cibo nei giorni di festa.
Due giorni dopo, dalle macerie, è stato estratto il corpo del piccolo Ali. Leila non è riuscita a vederlo. Ha un trauma cranico, una gamba rotta, le hanno amputato il braccio destro e ha dovuto dire a sua figlia che sono rimaste solo loro al mondo. Beh, c’è ancora uno zio, ci sono altri parenti, ma il resto del suo mondo, quello vero, quello intimo, quello che dà forma alla parola famiglia, si è cancellato con il fischio di un missile israeliano.
Eppure Leila ci sorride, e quel sorriso è forse la cosa più difficile da sostenere, perché non sai se venga da uno shock che ancora la protegge dall’abisso, da una fede che la tiene aggrappata a qualcosa che non si lascia bombardare, o se appartenga semplicemente a quelle persone inspiegabili che nel punto esatto della rovina trovano ancora la forza di non cedere del tutto.
La dottoressa e le infermiere la guardano con affetto, con quella tenerezza professionale che negli ospedali di guerra diventa una seconda medicina, e dicono che è una donna incredibile, che loro ce la stanno mettendo tutta per farla stare meglio, anche se qui il meglio è quasi sempre un compromesso con l’irreparabile.

Gli ospedali libanesi conoscono la fatica, ma mai la resa. Lo dicono in molti, ma qui non è uno slogan: è un modo di esistere. Il direttore di medicina interna ci spiega che da quando sono ricominciati i combattimenti nella valle della Bekaa, nel Libano del Sud e nei quartieri della capitale, loro hanno fatto il possibile per essere pronti all’emergenza, per organizzare il caos prima che il caos travolgesse tutto.
Hanno allestito anche un dormitorio per i medici e il 90 per cento di loro non torna a casa, resta qui, dorme poco, lavora troppo, mangia in fretta, aspetta l’ambulanza successiva. “Tra tutte quelle che abbiamo vissuto, questa è la peggiore”, dice il dottor Elie Moubarak, e nella sua voce non c’è enfasi, c’è sfinimento.
“Stavamo ancora recuperando dalla guerra del 2024. La situazione in Libano è degenerata dal 2019: prima la crisi economica, poi il Covid, l’esplosione al porto, l’inflazione, gli effetti psicologici e sociali, poi il 2024, l’attacco ai cercapersone che ha fatto migliaia di feriti, e ora di nuovo, senza nessuna prospettiva di come andrà a finire. Siamo molto stanchi e ci sentiamo impotenti e soli”.
Se prima almeno esistevano ordini di evacuazione, aggiunge, adesso gli israeliani sparano contro qualunque cosa. Una delle vittime che sta più a cuore all’ospedale è il loro direttore, 38 anni, un uomo dall’animo buono, pronto ad aiutare chiunque.
In un posto dove la morte entra ogni giorno, ci sono comunque morti che scavano più a fondo delle altre, perché quando cade chi cura, chi organizza, chi tiene insieme gli altri, il colpo non è solo umano ma simbolico.
E del resto medici, infermieri, soprattutto paramedici, sono da tempo dentro la linea del fuoco. Attaccare chi cura non è solo un crimine, è terrore puro, è la dichiarazione che non deve restare nessun luogo neutrale, nessuno spazio di tregua, nessuna possibilità di ricucire ciò che viene strappato.
“Noi qui accettiamo tutti, perché questo fa un medico, e ti dico la verità, se arrivasse un israeliano ferito, curerei anche lui, perché siamo esseri umani, noi”.

La dottoressa Ilian Bayan, Risk manager dell’ospedale, annuisce e commenta con quella lucidità asciutta di chi è costretto a trasformare l’orrore in protocollo: “La scorsa settimana ci sono arrivate due famiglie di civili, c’era la mamma che ha perso la vista, ma la figlia di otto anni era stata uccisa insieme al padre. Il palazzo era un palazzo come tanti, secondo voci uno degli appartamenti due anni prima era stato affittato a un media official di Hezbollah”. Due anni prima.
È quasi insopportabile la sproporzione temporale tra una vita vissuta oggi e un sospetto vecchio di due anni. “Puoi essere ovunque e non hai scampo”, dice. Prova a spiegarci che non c’è più distinzione tra civili e militanti, che sparano contro tutto. “Viviamo in una zona rossa”.
E se vi dicessero di andarvene, di evacuare? Il dottor Moubarak, che mi ha appena mostrato un’immaginetta di Papa Leone sulla scrivania, perché lui è cristiano e qui anche la fede ha una sua geografia privata in mezzo alla devastazione pubblica, mi guarda serio: “Questo è un ospedale. Qui salviamo la gente. E se mai dovessi andarmene o sarà con tutti o moriremo tutti. Qui ci sono malati di cancro che fanno la chemio, persone che fanno la dialisi, intubati. Dove possiamo andare?”.
Negli ultimi attacchi, a partire ormai da venti giorni fa, da quando gli israeliani hanno fatto saltare completamente una tregua che più difettosa non poteva essere, in ospedale sono arrivati 54 feriti.
“Tra loro c’era un panettiere”, ricorda la dottoressa Bayan, “era andato in negozio con la moglie e il figlio, si è salvato solo il figlio di dieci anni. La mamma neanche metteva l’hijab”, ci dice, non per giudicare, ma per tentare di smontare in anticipo quella logica tossica con cui ogni civile ucciso deve per forza diventare qualcosa d’altro per essere sacrificabile.
Anche Ali, 45 anni, è ricoverato qui, ma non parla perché è ancora sotto shock. La moglie Fatima ci racconta che fa il tassista, che la mattina del sei marzo era uscito come sempre per mettersi in strada con la sua macchina, con quella normalità minuta che nelle guerre è la prima cosa a sembrare assurda e l’ultima a scomparire davvero.
Poi è stato travolto da un’onda d’urto che ha fatto volare l’auto. Stava passando mentre un palazzo veniva colpito da un missile. Ora ha una gamba rotta, un trauma cranico, ma tutto sommato, se la caverà. In certi luoghi del mondo “se la caverà” è quasi una benedizione.
La Bekaa, granaio del Libano e corridoio della guerra
La valle della Bekaa non è solo una porzione di Libano stesa tra montagne e confini. È il ventre agricolo del paese, la sua terra più fertile e produttiva, quella da cui arrivano cereali, frutta, ortaggi, bestiame, lavoro, sopravvivenza.
La FAO la descrive come una delle aree agricole più importanti del Libano, mentre studi della Banca Mondiale indicano che qui si concentra la quota maggiore delle terre coltivate del Libano.
Ma la Bekaa è anche molto più di questo: è una lunga cerniera geografica tra Libano e Siria, un corridoio di passaggi, commerci, traffici, fughe, sfollamenti e milizie, una regione che per la sua posizione ha sempre avuto un peso strategico che supera di molto i suoi campi.
È fertile e bellissima, e proprio per questo il contrasto con la guerra è quasi insostenibile. Qui gli ulivi continuano a segnare il paesaggio, la terra conserva il suo colore generoso, i filari hanno ancora una calma antica, ma tutto questo si incrocia con un’altra geografia, quella militare.
In questi giorni la Bekaa è tornata a essere un nodo sensibile anche per il conflitto: Reuters ha riferito che Baalbek e l’area orientale della valle sono state colpite come parte delle operazioni israeliane contro Hezbollah, e altre analisi indicano che controllare o interrompere i collegamenti con la Bekaa significa anche colpire una delle principali retrovie logistiche del movimento sciita.
Per questo quando si parla della Bekaa non si parla solo di una valle, ma di un simbolo del Libano intero: la terra che nutre e la terra che viene contesa, la provincia spesso considerata lontana dalla capitale e invece sempre al centro delle fratture regionali, il luogo dove la linea tra quotidiano e strategico sparisce con una facilità spaventosa.
Nabi Chit, il villaggio dei martiri e dei fantasmi
Ci spostiamo perché non troppo lontano, un altro paesino attira la nostra attenzione. Nabi Chit si trova a circa 15 chilometri dal confine con la Siria, dentro quella stessa Bekaa che da fuori può sembrare solo campagna e invece è una trama fittissima di memorie, appartenenze e guerra.
Per arrivarci bisogna attraversare ulivi e ciliegi, e per un tratto sembra quasi un posto magico e tranquillo, uno di quei villaggi dove la vita dovrebbe scorrere piano, con i nomi di famiglia che si ripetono e tutti che sanno tutto di tutti. Poi però cominciano le foto dei martiri, dai nomi illustri a quelli anonimi, dai grandi simboli ai combattenti del villaggio, e il paesaggio cambia senza bisogno di cambiare davvero.

Tra quelle immagini c’è anche Hassan Nasrallah, per anni segretario generale di Hezbollah, il leader che dal 1992 ha guidato il movimento sciita libanese trasformandolo in una forza politica e militare centrale nella storia del paese e del conflitto con Israele, fino alla sua uccisione in un attacco israeliano nel settembre 2024.
Per i suoi sostenitori è stato il volto della resistenza, per i suoi nemici il capo di una milizia armata sostenuta dall’Iran. In Libano il suo volto non è mai stato soltanto quello di un leader: è stato un’icona, un’appartenenza, una promessa, una minaccia, a seconda di dove ci si trovava a guardarlo.
Il villaggio è vuoto, non brulica né di macchine né di persone, e quel vuoto pesa più del rumore. Andiamo dritti verso il cimitero, il fulcro di questa storia, perché è da lì che tutto sembra irradiarsi: la memoria dei morti, la rabbia dei vivi, l’ossessione degli assenti.

Veniamo subito intercettati e ci invitano ad andare dalle autorità. Il sindaco sta visionando i lavori di ricostruzione della piazza centrale distrutta, e intorno a lui si muove quella strana operosità da dopoguerra incompiuta, quando si ricostruisce sapendo che nulla garantisce che non verrà distrutto di nuovo.
Nabi Chit non è finita sotto i riflettori solo per i bombardamenti recenti, ma anche per un’incursione notturna israeliana che ha riportato a galla un fantasma vecchio di quasi quarant’anni. Nella notte tra il 6 e il 7 marzo, elicotteri israeliani hanno sbarcato truppe vicino al villaggio, in un’operazione che l’esercito israeliano ha detto essere finalizzata a cercare i resti di Ron Arad, il navigatore dell’aeronautica israeliana scomparso in Libano nel 1986.
Hezbollah ha riferito di aver aperto il fuoco contro i soldati scesi dai quattro elicotteri e ha detto che il commando si è poi ritirato; l’esercito israeliano ha sostenuto di non aver avuto perdite e di non aver recuperato nulla. 41 invece i morti di Nabi Chit.
Ron Arad in Israele è molto più di un nome: è una ferita nazionale che non si è mai chiusa. Dopo essersi lanciato col paracadute dal suo aereo precipitato nel 1986, fu catturato da uomini della Resistenza dei Credenti, un gruppo sciita, e portato proprio a Nabi Chit.
Da allora è diventato una leggenda dolorosa, un’assenza trasformata in mito, canzoni, campagne, promesse di riportarlo a casa. Un’emittente pubblica statunitense che ha ricostruito la vicenda ricorda che fu preso e condotto nel villaggio e che, sebbene si ritenga ormai morto da tempo, il suo nome continua a pesare sulla memoria israeliana come un conto mai chiuso.
Così Nabi Chit oggi vive in una doppia temporalità: quella immediata delle esplosioni, dei morti, delle case sventrate, e quella lunga di una guerra che non smette di riesumare i propri fantasmi. L’ossessione israeliana per Arad, rilanciata anche da reportage e ricostruzioni di queste settimane, si è materializzata qui in un’operazione che per gli abitanti è stata un’altra invasione, un’altra notte di panico, un altro pezzo di Libano violato nel nome di una memoria che non appartiene a chi ci vive.
Restare, raccontare, sopravvivere
Il sindaco Hani Al Musawi ci parla di come tutti si siano armati per cacciare gli israeliani. “In questo villaggio abbiamo degli eroi. Non abbiamo paura, restiamo qui e resistiamo, chi è andato via lo ha fatto solo perché aveva dei bambini, e loro la guerra non la devono vedere”.
È una frase che contiene insieme orgoglio, propaganda, dolore e necessità, come spesso accade in questi luoghi dove la resistenza è insieme convinzione e destino. Accanto a lui il capo delle varie municipalità della zona, quando sente che sono italiana, sfoggia il suo italiano sdentato e mi confessa che ha una fidanzata sarda.
Io mi ero fermata al fatto che lì erano tutti armati, ma prendo atto della capacità relazionale del mio paese, che evidentemente continua a farsi largo amorevolmente anche dove la guerra ha mangiato quasi tutto il resto.
Poi chiamano un uomo che quella sera si trovava proprio in piazza, seduto con un amico a fumare e chiacchierare, a fare una delle cose più normali e più umane del mondo, consumare il tempo senza sapere che il tempo sta per spezzarsi.

Racconta che ha visto un lampo e poi più nulla, che un pezzo del palazzo gli è crollato addosso, che una macchina è volata su un tetto. Quando si è svegliato era in ospedale. L’amico era morto. E lui adesso è lì davanti a me, tranquillo, quasi composto, come se mi stesse raccontando una scena di un film, come se per sopravvivere fosse necessario allontanare da sé il peso delle parole.
Forse è questo che fa la guerra, oltre a distruggere le case e i corpi: cambia il modo in cui gli esseri umani raccontano la morte. La rende quasi amministrabile, quasi ripetibile, quasi dicibile senza crollare ogni volta.
Ma basta guardare un attimo più a lungo il volto di Leila, la stanza dell’ospedale, la piazza sventrata di Nabi Chit, le fotografie dei martiri appese tra gli alberi e i muri, per capire che non c’è nulla di normale in tutto questo, che la normalità è solo una recita necessaria per poter andare avanti ancora un giorno.
Nella Bekaa, dove la terra continua a dare frutto e la guerra continua a pretendere vittime, la vita non si oppone alla morte in modo netto. Le scorre accanto, la sfiora, la evita quando può, ci convive quando deve.
Leila sorride con un braccio in meno e quasi tutto il mondo cancellato. I medici dormono in ospedale perché sanno che il prossimo missile non aspetta. A Nabi Chit gli uomini raccontano il lampo come si racconta il meteo, eppure hanno negli occhi quella stanchezza antica di chi sa che restare è una forma di fedeltà e una condanna.
Il Libano, in fondo, è anche questo: un paese che da troppo tempo non ha il privilegio dell’oblio, dove ogni villaggio conserva i morti di oggi e i fantasmi di ieri, dove anche i campi fertili diventano linee del fronte e i cimiteri finiscono nelle mappe operative.
Eppure, dentro questa devastazione, le persone continuano a fare l’unica cosa che la guerra non riesce mai a cancellare del tutto: tenersi in vita l’una con l’altra, raccontarsi, curarsi, aspettare l’alba anche quando sanno che potrebbe arrivare insieme al prossimo missile.
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