26 marzo 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Marzo 26, 2026

  • Iran dice che gli Stati Uniti negoziano tra sé e sé.
  • Libano: non si placano i bombardamenti nel sud.
  • Cuba: la solidarietà che sfida le sanzioni.
  • Danimarca: il calore dei morti, riscalda i vivi.
  • Regno Unito: una donna alla guida della Chiesa di Inghilterra.
  • Colombia: #metoo nel giornalismo con effetto domino.
  • Kenya: fossa comune, molti bambini.
  • ONU: il Ghana chiede un risarcimento per la schiavitù

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets, con Barbara Schiavulli in collegamento da Beirut.

Guerra all’Iran

Dall’Iran arriva una risposta durissima agli Stati Uniti. Il portavoce militare Ebrahim Zolfaghari ha deriso apertamente i tentativi di cessate il fuoco, parlando di “fallimento strategico” americano e accusando Washington di “negoziare con se stessa”.

Il piano americano, articolato in 15 punti e trasmesso attraverso mediatori come il Pakistan, prevedeva limiti al programma nucleare e missilistico, oltre alla riapertura dello stretto di Hormuz.
Ma Teheran lo ha definito “eccessivo” e “irragionevole”, respingendolo senza ambiguità.

La posizione iraniana è chiara: qualsiasi accordo dovrà avvenire alle condizioni di Teheran, non sotto pressione esterna.

Secondo fonti diplomatiche, il rifiuto nasce anche dalla sfiducia: l’Iran accusa Washington di aver colpito il paese proprio mentre si parlava di negoziati.

Nelle ultime ore Israele ha intensificato i bombardamenti su Teheran. Il ministro della Difesa Israel Katz parla di oltre 15 mila bombe sganciate dall’inizio del conflitto, e di nuovi obiettivi già approvati, anche fuori dall’Iran, incluso il Libano.

Il bilancio umano continua a salire: almeno 1.500 morti e più di 18 mila feriti, tra cui decine di bambini. E c’è un dato che pesa più di tutti: 241 tra studenti e insegnanti uccisi, centinaia di scuole distrutte.

Non è solo una guerra: è una generazione colpita mentre studiava. Ma il conflitto ormai non ha più confini. Un missile iraniano ha colpito Bnei Brak, in Israele, ferendo civili.

Nel Golfo, droni hanno incendiato un deposito di carburante in Kuwait, mentre Emirati e Bahrein sono stati bersaglio di attacchi. E nello stretto di Hormuz, Teheran mostra il controllo: una nave commerciale costretta a invertire la rotta. Le conseguenze arrivano fino in Europa e Asia.

La compagnia QatarEnergy ha sospeso forniture di gas, segnale che la guerra sta entrando anche nei mercati energetici. Intanto si sfiora una linea pericolosa: un attacco ha colpito il sito nucleare di Bushehr. Nessun danno, ma l’Iran avverte — colpire il nucleare può avere conseguenze regionali gravi.

Sul piano militare, Israele cambia approccio: ora punta direttamente su obiettivi militari e industria bellica, per impedire all’Iran di ricostruire le proprie capacità. Secondo fonti citate dal New York Times, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto di colpire il più possibile nelle prossime 48 ore, temendo una fine negoziata del conflitto.

E mentre si accelera sul campo, la diplomazia resta ferma. Nel frattempo, il Pentagono rafforza la presenza militare nella regione, mentre da Teheran arriva un avvertimento: eventuali truppe americane diventeranno bersagli.

E così la guerra resta sospesa tra due realtà che non coincidono: da una parte, chi parla di vittoria e accordi; dall’altra, un conflitto che continua ad allargarsi, a colpire infrastrutture, città, civili.

Libano

Hezbollah ha dichiarato che qualsiasi negoziato con Israele equivarrebbe a una resa, mentre continuano gli attacchi nella regione.

Una posizione netta, che riflette la linea dura del movimento sciita: nessun compromesso sotto pressione militare.

Nelle ultime 24 ore, almeno 33 persone sono state uccise e 90 ferite nei bombardamenti israeliani, secondo le autorità libanesi. Dal 2 marzo, il bilancio complessivo è salito ad almeno 1.072 morti e 2.966 feriti, secondo il ministero della Sanità.

Ma i numeri, da soli, non raccontano tutto. Raccontano quanto si muore, non come. Tra martedì e mercoledì, gli attacchi si sono estesi praticamente a tutto il paese.

Le bombe sono cadute su Tiro, Nabatieh, Marjeyoun, Hermel, Sidone, Monte Libano e la valle della Bekaa. Non solo obiettivi militari: strade, abitazioni, infrastrutture civili.

Ad Adloun, nel sud vicino a Sidone, quattro persone sono state uccise. Nel campo profughi palestinese di Mieh Mieh, un attacco contro un appartamento ha provocato due morti e quattro feriti. A Habboush, altre tre vittime.

E poi Nabatieh, dove è stato ucciso anche un giornalista, Hussein Hamoud, cameraman di Al-Manar TV, colpito mentre documentava.

Secondo diverse segnalazioni, in alcune aree del sud — tra Naqoura, Qawzah e Aita al-Shaab — sarebbe stato utilizzato fosforo bianco. Non posso confermarlo in modo indipendente, ma le accuse si ripetono e riaprono interrogativi sul rispetto del diritto internazionale.

C’è un dato che colpisce più degli altri. Due paramedici sono stati uccisi mentre erano in missione di soccorso a Nabatieh. Viaggiavano su una motocicletta con simboli medici, indossavano uniformi riconoscibili.
Tra loro, Joud Suleiman, volontaria di soli 15 anni.

Con queste morti, il numero totale di soccorritori uccisi sale a 42. Non sono danni collaterali. Sono persone che cercavano di salvare altre persone.

La guerra non arriva solo dal cielo. Forze israeliane sono entrate brevemente nel villaggio di Hilta, hanno perquisito abitazioni, ucciso un ragazzo di 15 anni, arrestato un civile e poi si sono ritirate.

Episodi rapidi, quasi invisibili nel flusso delle notizie, ma che cambiano la percezione del conflitto: non solo bombardamenti, ma incursioni dirette, contatto, controllo.

Anche il fronte opposto risponde. Decine di razzi lanciati da Hezbollah hanno colpito il nord di Israele, nella valle di Hula e nell’Alta Galilea. Una donna di circa trent’anni è stata uccisa, altre due persone sono rimaste ferite.

 Quello che sta accadendo in Libano è qualcosa di più di un fronte secondario. È una guerra diffusa, senza linee nette, dove non esistono più retrovie. Dove i campi profughi vengono colpiti, i soccorritori diventano bersagli e le città si trasformano in mappe di impatti.

E mentre le diplomazie discutono altrove, qui il conflitto continua a ridisegnare il territorio — e la vita delle persone — una esplosione alla volta.

Fiumi e colline, nella geografia di guerra del Sud del Libano

Palestina e Israele

Nelle ultime 24 ore, almeno due palestinesi sono stati uccisi e undici feriti negli attacchi israeliani.
Ma è il quadro complessivo che restituisce la dimensione reale della tragedia: dal 7 ottobre 2023, i morti sono almeno 72.265, con oltre 171 mila feriti, secondo il ministero della Sanità palestinese.

dall’11 ottobre, primo giorno pieno della cosiddetta tregua, sono stati uccisi almeno 689 palestinesi, mentre altri 756 corpi sono stati recuperati dalle macerie.

Gli attacchi continuano a colpire ovunque, anche dove si sopravvive. A Deir al-Balah, nel centro della Striscia, un drone israeliano ha colpito una struttura per la distribuzione di beni, ferendo diverse persone. Un luogo che dovrebbe servire a tenere in vita, diventa bersaglio.

Martedì notte, quattro civili sono stati uccisi vicino al cimitero di Al-Sawarha. Poche ore prima, nel sud, a Khan Younis, un ragazzo di 13 anni, Khaled Arada, è stato colpito mentre si trovava dentro la sua tenda nell’area di Mawasi.

Non in fuga. Non in combattimento. Dentro una tenda. Intanto, mentre la guerra continua sul terreno, Israele lavora anche sul piano legislativo.

La Knesset ha fatto avanzare una proposta di legge che introduce la pena di morte per detenuti accusati di atti classificati come terrorismo.
Il testo prevede l’esecuzione entro 90 giorni, senza bisogno di una decisione unanime dei giudici e senza possibilità di grazia.

Un elemento ancora più significativo è la differenziazione geografica: nei territori occupati della Cisgiordania, la pena di morte diventerebbe la norma, mentre l’ergastolo resterebbe solo un’eccezione.

Una svolta che, secondo diverse organizzazioni, rischia di violare il diritto internazionale e aprire la strada a esecuzioni sistematiche.

Un ragazzo palestinese di 17 anni, Walid Ahmad, è morto in detenzione militare israeliana. Secondo una decisione giudiziaria citata dal giornalista Jasper Nathaniel, la causa più probabile sarebbe la fame.

Non era mai stato formalmente accusato di alcun reato. Il caso è stato chiuso. Il corpo non è stato restituito alla famiglia. Una morte senza processo, senza giustizia, senza restituzione.

E poi c’è il caso del dottor Hussam Abu Safiya, ex direttore dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord della Striscia.

Diversi esperti delle Nazioni Unite — tra cui i relatori speciali su tortura e diritto alla salute — chiedono il suo rilascio immediato. Secondo le denunce, sarebbe sottoposto a torture gravi e privato delle cure mediche necessarie, nonostante il peggioramento delle sue condizioni.

È detenuto da dicembre 2024, classificato come “combattente illegale”. Per gli esperti ONU, la sua detenzione è arbitraria e viola il diritto internazionale.

Gaza oggi è un luogo dove le distinzioni si sono dissolte. Non c’è più una linea chiara tra civili e obiettivi, tra tregua e guerra, tra giustizia e punizione. Le tende diventano bersagli, gli ospedali si svuotano, le prigioni si riempiono.

E mentre il mondo discute di accordi, qui si continua a contare i morti — anche nei giorni in cui, almeno sulla carta, non si dovrebbe sparare.

Iraq

In Iraq, nella provincia di Anbar, un attacco aereo ha colpito una base militare uccidendo sette soldati e ferendone tredici.
Una base sensibile, dove operano anche le Popular Mobilization Forces.

Secondo Baghdad, è stata colpita anche una clinica militare — una violazione del diritto internazionale. E non è un episodio isolato: il giorno prima, nello stesso punto, erano già stati uccisi quindici combattenti.

Due attacchi in meno di 48 ore. Il governo ha dato alle milizie il diritto di rispondere. E in una regione così fragile, basta poco: un attacco, una reazione, e il fronte torna a incendiarsi.

Zambia

In Zambia cresce la tensione attorno alla nuova legge sulla sicurezza digitale.

Il Cyber Security and Cyber Crimes Act 2025 è stato impugnato davanti all’Alta Corte dalla Law Association of Zambia, che denuncia rischi per i diritti costituzionali e la libertà di stampa.

La legge permette allo Stato di intercettare comunicazioni — telefonate, messaggi, email — con controlli ritenuti insufficienti.
Il governo respinge le accuse e sostiene che le intercettazioni richiedono autorizzazione giudiziaria, parlando di una misura necessaria contro i crimini digitali.

Ma le preoccupazioni restano. Secondo critici e osservatori, la norma è già stata usata contro oppositori, come il comico e attivista Mbewe Sibajene, arrestato per contenuti satirici. E mentre si avvicinano le elezioni del 2026, cresce il timore che la sicurezza digitale diventi uno strumento per limitare il dissenso.

Kenya

In Kenya, nella città di Kericho, emergono dettagli sempre più inquietanti.

Circa 32 corpi, in gran parte bambini, sono stati riesumati da una fossa comune durante un’operazione autorizzata dal tribunale.
Gli investigatori cercavano inizialmente 14 corpi, ma la scoperta si è rivelata molto più ampia. Secondo il patologo governativo Richard Njoroge, i corpi erano “ammassati in sacchi di juta”, tra adulti, neonati e persino feti.

Le autopsie sono appena iniziate e dovranno chiarire origine e cause della morte, mentre cresce la pressione per identificare rapidamente le vittime.

Alcuni resti potrebbero provenire da ospedali o obitori, ma al momento non ci sono conferme. Intanto la zona è stata isolata e la popolazione osserva sotto shock. Una scoperta che apre interrogativi pesanti — e che potrebbe rivelare molto più di quanto si immaginasse.

Ghana

All’ONU si prepara una votazione storica sulla tratta degli schiavi. Il ministro degli Esteri del Ghana, Samuel Okudzeto Ablakwa, l’ha definita “il crimine più orrendo della storia umana”, sostenendo una risoluzione che chiede di riconoscerla come crimine contro l’umanità.

La proposta invita anche gli Stati a valutare scuse ufficiali e forme di risarcimento. Un tema che divide: paesi come il Regno Unito restano contrari. Tra il 1500 e il 1800, tra 12 e 15 milioni di africani furono deportati nelle Americhe, milioni morirono durante il viaggio.

Per i promotori, non è solo memoria storica. È un passo verso giustizia e riconciliazione.

Sudafrica

In Sudafrica cresce l’allarme per la carenza di carburante nel settore agricolo.

Secondo un’indagine di Agbiz e AgriSA, la maggior parte degli agricoltori ha scorte per meno di due settimane, e oltre un terzo solo per pochi giorni.

La crisi è legata all’aumento del prezzo del petrolio, spinto dalla guerra in Medio Oriente, con effetti diretti sui costi di produzione e sulla logistica.

Intanto, molte stazioni di servizio hanno introdotto forme di razionamento, con limiti giornalieri e priorità ai clienti abituali.

Il governo invita alla calma, ma il rischio è concreto: senza carburante, si blocca la produzione. E quando si ferma l’agricoltura, si mette in discussione la sicurezza alimentare di un intero paese.

Egitto

Piogge torrenziali e grandinate violente hanno colpito il Cairo e diverse aree dell’Egitto, causando allagamenti e forti disagi al traffico.

Il governo, che aveva previsto l’ondata di maltempo, ha chiuso scuole e sospeso eventi, mentre squadre di emergenza sono state mobilitate e la rete elettrica resta sotto osservazione.

Sui social circolano immagini di strade bloccate e veicoli in panne, mentre l’instabilità dovrebbe durare ancora almeno 24 ore.
Nonostante tutto, il traffico nel Canale di Suez continua regolarmente.

La compagnia EgyptAir invita i passeggeri ad arrivare con largo anticipo in aeroporto per possibili ritardi.

Ungheria

In Europa, la guerra in Ucraina continua a giocarsi anche sul terreno dell’energia.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha deciso di stringere la pressione su Kiev, minacciando di ridurre le forniture di gas finché non riprenderanno i flussi di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba.

Budapest accusa l’Ucraina di bloccare i rifornimenti, mentre Kiev sostiene che i danni all’infrastruttura sono legati agli attacchi russi.

Il risultato è uno scontro diretto: l’Ungheria trattiene il gas per uso interno e usa l’energia come leva politica, proprio mentre si avvicinano elezioni decisive nel paese.

E non è solo una questione bilaterale. Orbán ha già bloccato aiuti europei miliardari a Kiev, mettendo in difficoltà l’unità dell’Unione Europea.

È un segnale chiaro: la guerra non si combatte solo con armi e missili, ma anche con gas, petrolio e forniture. E quando l’energia diventa pressione politica, il rischio è che il fronte si allarghi anche dentro l’Europa.

Regno Unito

Nel Regno Unito si è aperta una nuova pagina nella storia della Chiesa anglicana.

Sarah Mullally è stata ufficialmente insediata come arcivescova di Canterbury, diventando la prima donna a guidare la Chiesa d’Inghilterra in oltre 1.400 anni di storia.

Una nomina storica, ma che arriva in un momento difficile: la Chiesa è ancora segnata da scandali legati agli abusi e da profonde divisioni interne.

Nel suo primo discorso, Mullally ha riconosciuto le responsabilità dell’istituzione verso le vittime, promettendo più trasparenza, giustizia e attenzione.

Ex infermiera, 63 anni, porta con sé un profilo diverso rispetto ai suoi predecessori — più legato alla cura che al potere.

Ma la sua leadership non sarà semplice: tra resistenze conservatrici e tensioni globali nella comunità anglicana, la sfida sarà tenere insieme una Chiesa sempre più divisa.

Perché questa nomina non è solo simbolica. È un cambiamento reale — ma ancora tutto da costruire.

Danimarca

In Danimarca, anche la morte entra — letteralmente — nel sistema energetico.

In alcune città, il calore prodotto dai crematori viene recuperato e utilizzato per riscaldare le case attraverso le reti di teleriscaldamento. È un sistema basato sul recupero del cosiddetto “calore di scarto”, che altrimenti andrebbe disperso nell’atmosfera.

Durante una cremazione, le temperature arrivano a livelli altissimi, e i gas generati vengono filtrati e raffreddati: proprio in questa fase il calore viene catturato e riutilizzato.

Il contributo resta limitato rispetto al fabbisogno complessivo, ma permette comunque di ridurre i costi energetici e le emissioni, inserendosi in un modello più ampio di economia circolare.

Non mancano le questioni etiche — l’idea che il calore dei corpi possa diventare energia pubblica — ma in Danimarca il dibattito si è tradotto in una scelta pragmatica: non sprecare nulla, nemmeno l’energia della morte.

E così, in un paese dove il riscaldamento è una necessità quotidiana, anche l’ultimo gesto diventa parte di un sistema che continua a funzionare.

Ucraina e Russia

Secondo il presidente Volodymyr Zelenskyy, gli Stati Uniti avrebbero collegato le garanzie di sicurezza per Kiev alla possibilità che l’Ucraina rinunci al controllo di parte del Donbas.

In altre parole, protezione futura in cambio di concessioni territoriali.

Zelensky ha ribadito che il tema delle garanzie è centrale per qualsiasi accordo, ma resta il nodo più difficile: quanto territorio si è disposti a perdere per fermare la guerra.

Perché qui non si tratta solo di confini, ma di sovranità. E ancora una volta, il prezzo della pace rischia di essere altissimo.

Messico

Tensione tra Messico e Stati Uniti dopo la morte di 13 cittadini messicani sotto custodia dell’ICE.

Il ministro degli Esteri Juan Ramón de la Fuente ha definito le morti “inaccettabili”, annunciando l’invio di 14 note diplomatiche di protesta a Washington.

Secondo le autorità messicane, le cause variano: complicazioni mediche, suicidi e operazioni delle forze di sicurezza.
Ma il dato più ampio preoccupa: dal 20 gennaio, oltre 177 mila messicani sono stati arrestati negli Stati Uniti, con più di 13 mila ancora detenuti.

Una crisi che riporta al centro il tema delle condizioni nei centri di detenzione e della gestione delle politiche migratorie.

Cuba

E poi ci sono storie che non fermano una crisi, ma provano a incrinarla.

Nel porto dell’Avana è arrivata una piccola nave. A bordo, 14 tonnellate di aiuti: cibo, medicine, pannelli solari, biciclette.
Fa parte della Nuestra América Convoy, un’iniziativa internazionale che riunisce quasi 300 organizzazioni di oltre 30 paesi, nata per aggirare le sanzioni statunitensi che limitano l’arrivo di carburante e beni essenziali sull’isola.

A questi si aggiungono altre sei tonnellate di aiuti arrivati via aerea nei giorni precedenti. Numeri piccoli, se confrontati con una crisi economica che a Cuba è ormai quasi catastrofica, ma che raccontano qualcosa di diverso: una rete di solidarietà che prova a muoversi dove la politica blocca.

Negli ultimi mesi, l’amministrazione di Donald Trump ha ulteriormente irrigidito la pressione sull’isola, interrompendo le forniture di carburante e minacciando tariffe contro i paesi che esportano petrolio verso Cuba.

Una strategia che ha aggravato una situazione già fragile, fatta di carenze energetiche, inflazione e difficoltà quotidiane per la popolazione.

Anche sul piano diplomatico l’isolamento cresce: Costa Rica ed Ecuador hanno interrotto le relazioni con L’Avana, aumentando la pressione su un governo che per decenni ha fatto delle alleanze internazionali uno dei suoi pilastri.

E allora quella nave, che entra lentamente nel porto, non cambia il destino di un paese. Ma lo racconta.

Racconta che, anche dentro un sistema di sanzioni e crisi, c’è ancora chi prova a passare, a portare qualcosa, a tenere aperto uno spazio. Piccolo, fragile, ma ancora possibile.

Colombia

In Colombia si apre un’inchiesta su presunti casi di molestie sessuali nel mondo dei media, a partire dalle accuse emerse nella rete televisiva Caracol.

La procura ha avviato indagini su due figure di primo piano, già allontanate, ma il caso si è rapidamente allargato.
Decine di giornaliste hanno iniziato a raccontare esperienze simili, parlando di un sistema fatto di abusi, silenzi e paura di denunciare.

Secondo la difensora civica Iris Marín, si tratta di un problema “strutturale”, che attraversa media, istituzioni e altri settori. E mentre le testimonianze continuano ad emergere, cresce la pressione per una risposta concreta.

Perché il nodo, ancora una volta, è lo stesso: potere da una parte, silenzio dall’altra.

Cile

In Cile esplode la protesta per l’aumento dei carburanti deciso dal governo di José Antonio Kast.

Da giovedì, la benzina salirà del 32% e il diesel addirittura del 62%, in risposta all’impennata dei prezzi del petrolio legata alla crisi in Medio Oriente.

Il ministro delle Finanze, Jorge Quiroz, parla di “crisi storica” e ricorda che il paese importa oltre il 90% del suo fabbisogno energetico.

Il governo sostiene di non poter intervenire con sussidi, ma le polemiche sono già fortissime — anche per un messaggio poi cancellato che parlava di casse statali vuote.

E a poche settimane dall’insediamento, la tensione sociale torna a salire.

India

In India, la crisi energetica arriva nelle cucine — e nelle strade. In diverse città, centinaia di persone sono scese in protesta per la mancanza di gas da cucina, mentre le file davanti ai distributori continuano ad allungarsi e l’attesa può durare giorni.

Il problema nasce dalla guerra in Medio Oriente: il blocco dello stretto di Hormuz ha rallentato le forniture, da cui l’India dipende in larga parte per il gas domestico.

E le conseguenze sono immediate: famiglie che non riescono a cucinare, attività che chiudono, prezzi che esplodono nel mercato nero.

Le proteste raccontano proprio questo: non una crisi astratta, ma quotidiana. Perché quando manca il gas, manca il cibo. E quando manca il cibo, la protesta diventa inevitabile.

Filippine

Nelle Filippine si apre uno scontro politico ad altissima tensione. Il Parlamento ha avviato le procedure di impeachment contro la vicepresidente Sara Duterte, accusata di corruzione, uso illecito di fondi pubblici e minacce violente contro il presidente Ferdinand Marcos Jr.

Tra le accuse più gravi, la presunta sparizione di oltre 600 milioni di pesos di fondi riservati e dichiarazioni che avrebbero incluso riferimenti a un possibile assassinio del capo dello Stato e della sua famiglia.

Duterte respinge le accuse, parlando di una manovra politica. Ma il caso segna una frattura profonda tra le due figure più potenti del paese, un tempo alleate.

Ora la partita si sposta in Parlamento: se le accuse verranno confermate, la vicepresidente rischia la rimozione dall’incarico e l’esclusione dalla vita politica.

E mentre il processo si apre, quello che emerge è un paese attraversato da tensioni interne sempre più forti — dove il conflitto non è militare, ma istituzionale.

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