Fiumi e colline, nella geografia di guerra del Sud del Libano

Scritto da in data Marzo 25, 2026

Era ancora soltanto una violazione del cessate il fuoco, poco più di un mese fa, quando vicino al cimitero di Ayta el-Shaab, a circa due chilometri dal confine con Israele, i droni di Tel Aviv hanno scaricato granate mentre la gente del villaggio piangeva un morto. Un uomo di Hezbollah, sosteneva Israele. Era un mercoledì. Quella stessa notte i soldati israeliani hanno attraversato il confine via terra e hanno fatto saltare una casa nel villaggio di Blida.

Ayta el-Shaab è un villaggio qualunque a poco più di due chilometri dalla Linea Blu, la linea di demarcazione che separa il Libano da Israele, la “linea del ritiro”, fissata dalle Nazioni Unite nel 2000, quando Tel Aviv avrebbe dovuto lasciare per sempre il Paese dei cedri, invaso nel 1982.

Ayta el-Shaab ha la sola sfortuna di essere un villaggio del Sud, la terra che i libanesi chiamano Jabal Amel. Terra di colline impervie, testimone di una guerra perenne, che a volte dilaga, a volte si fa meno intensa. Colline ferite ma difficili da piegare.

Ad Ayta el-Shaab si è sempre vissuto grazie a quella terra dura e resistente, faticosa da coltivare eppure rigogliosa: tabacco, olive, alloro per fare il sapone. E sempre si è sopravvissuti alla guerra.

È il Sud, la regione a maggioranza sciita, interrotta da comunità sunnite, punteggiata da villaggi cristiani.

Terra di tabacco, olive, alloro, ma anche di invasioni e occupazioni. La prima nel 1978. Poi, dal 1982 al 2000. Quindi il 2006.

Alla vigilia dell’escalation deflagrata dopo l’attacco israeliano all’Iran, Israele occupava una serie di avamposti, cinque villaggi in territorio libanese.

Oggi, come dal 1978, l’obiettivo dichiarato di Tel Aviv è sempre lo stesso: Israele vuole che una fascia di Libano diventi una “zona cuscinetto”, quella che dalla Blue Line arriva alla sponda meridionale del fiume Litani.

Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, è stato chiarissimo: “Centinaia di migliaia di residenti del Libano meridionale, che sono stati evacuati, non torneranno a Sud del fiume Litani finché non sarà garantita la sicurezza dei residenti del Nord”, ha detto. Diversi ponti lungo il fiume sono stati bombardati, ponti indispensabili alla popolazione per raggiungere ospedali, ricevere farmaci, sperare nella salvezza.

L’offensiva diventerà “più ampia e più grande perché dobbiamo sgomberare tutta la striscia tra il confine e il fiume Litani”, ha spiegato Kobi Michael, ricercatore presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale di Tel Aviv e membro del Misgav Institute for National Security & Zionist Strategy, riporta NBC News.

Una striscia di terra fatta di colline impervie e di gente che vi si aggrappa tenacemente. “L’occupante non comprenderà mai il linguaggio della vera appartenenza. È scritto negli alberi, nella terra e nelle pietre della nostra terra. Noi siamo parte di questo luogo, anche se distruggono tutto ciò che ci circonda”, raccontava un contadino di Ayta el-Shaab, intervistato per uno studio dell’American University di Beirut. Era fuggito quando gli scontri si sono intensificati nel 2024. Un uomo determinato a tornare su quelle colline.

Sud, storia di marginalità e resistenza

Sono determinati da sempre, i libanesi del Jabal Amel. Scappano e tornano, ricostruiscono ogni volta che le loro case vengono distrutte. Resistono. Da quella terra non si vogliono sradicare. Quella terra è la loro identità, dal VII secolo, quando lo sciismo iniziò a diffondersi al Sud grazie alla predicazione di Abu Dharr al-Ghirafi, amico del profeta Maometto.

“I Paesi sono creati dalla storia, ma i loro territori appartengono al regno della geografia, dove la storia è solo un uccello di passaggio”, scriveva lo storico Kamal Salibi, nell’introdurre il capitolo sulla geografia del Libano nel suo A house of many mansions.

A chi vuole tentare l’ardua impresa di comprendere il Libano, e le sue troppe, ricorrenti guerre, la geografia non può essere estranea, bisogna andare tra la valli del “Paese verticale”: poco più di diecimila chilometri quadrati dove in meno di 100 si passa dal livello del mare ai 3.000 metri, e dove ogni valle, ogni increspatura della crosta terrestre sembra aver generato una comunità e una cultura distinte. Ci sono diciotto comunità religiose, in Libano, ciascuna con la sua storia, le sue leggi e il legame profondo con quelle valli, quelle pianure, con il mare e le montagne.

Oggi bisogna iniziare dal Sud, da quel confine che non è confine, dalla terra abitata in prevalenza dagli sciiti libanesi, che sono circa un terzo della popolazione, anche se non si sa con certezza, visto che l’ultimo censimento ufficiale risale al 1932.

Abitano il Sud, ma anche la valle della Bekaa, la pianura tra le due catene del Monte Libano e dell’Anti-Libano che confina con la Siria. E sono a Beirut, la capitale, nei sobborghi meridionali. Sono arrivati qui, per fuggire prima la miseria e poi la guerra. Ma tornano tutti a “casa”, al Sud, appena possono. La chiamano “casa” anche se a nascerci sono stati i loro nonni o i loro genitori. Anche se non ci sono mai stati.

Sono arrivati a Beirut perché quella terra tanto amata è sempre stata povera e sfruttata, prima sotto il dominio degli Ottomani e poi durante il mandato francese. Mentre il Libano, sotto l’impulso delle comunità cristiane maronite e dei sunniti, si formava come Stato nazionale dalle cenerei dell’impero del sultano, e avrebbe incluso anche il Jabal Amil, gli sciti del Sud restavano ai margini, poveri ed esclusi dal potere. Il risveglio politico arriverà davvero solo negli anni Sessanta, grazie all’Imam Musa al Sadr, il padre del Movimento dei diseredati, e fondatore di Amal, il partito sciita che esprime oggi il Presidente del Parlamento.

È qui, al Sud, che iniziano ad arrivare i palestinesi cacciati dalla loro terra quando nasce lo Stato d’Israele. Lungo questo confine prende forma la loro resistenza, al punto che il Sud verrà chiamato Fatahland, la terra di al-Fatah, l’organizzazione fondata da Yasser Arafat nel 1958. Alla resistenza palestinese si salderà quella sciita. È nel Sud che nasce Hezbollah, nella prima metà degli anni Ottanta, per combattere l’occupazione israeliana. È qui che ha la sua base, la sua militanza più forte, in questo spazio piccolo che non ha mai smesso di essere un campo di battaglia e da cui la sua gente non ha mai smesso di fuggire, per poi tentare di tornare. Anche questa volta.

Il Litani: il fiume al centro della geopolitica

Israele vuole spingere Hezbollah sulla riva Nord del fiume Litani. La zona cuscinetto dovrebbe servire a tenere le comunità israeliane a Sud della Linea Blu fuori dalla portata dei missili del Partito di Dio.

La sicurezza per Tel Aviv, ha sempre avuto quel nome: Litani. Il fiume più lungo del Libano, che ora torna prepotentemente al centro della geopolitica regionale. Non deve restare nessuno, nessun’anima in quei circa 850 chilometri quadrati che dal fiume arrivano alla linea di demarcazione.

Nel 1978 la prima invasione del Libano dopo il 1948 si chiamò Operazione Litani, giustificata allora dalla volontà di smantellare le basi dell’OLP, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina.

Eppure, quella striscia di terra non è obiettivo strategico degli ultimi cinquant’anni, così come la sicurezza non è l’unica ragione per cui Israele tenta di spingersi ogni volta sempre più vicino alle acque del fiume.

“Il fondatore stesso dello Stato di Israele aveva compreso ciò che noi oggi stiamo dolorosamente riapprendendo attraverso la guerra e lo spargimento di sangue: il fiume Litani è l’unico confine settentrionale difendibile per lo Stato ebraico”, scrive in questi giorni il Jerusalem Post, titolando inequivocabilmente: “È tempo di implementare la visione di Ben-Gurion”.

Lo aveva scritto David Ben-Gurion nel 1918, in un saggio intitolato I confini della nostra terra e il suo territorio, prima ancora che Israele nascesse. Lo aveva ribadito alla Conferenza di Versailles alla fine della Prima guerra mondiale, nel 1919.

Il Litani nasce dalle sorgenti di Al-Aleeq tra le montagne che guardano la valle della Bekaa, a mille metri, non lontano dalla città di Baalbek, l’antica Heliopolis, nella parte orientale del Libano. Da lì scorre verso Sud attraverso la pianura fertile, dove si coltiva la vite, fino a fermarsi, sbarrato dalla diga artificiale di Qaraoun. Riprende poi il suo corso fino al mare, per sfociare a Nord di Tiro, a Qasmiye, lì dove c’è il ponte che è stato colpito da Israele. Circa 170 km, un bacino di 2.200 chilometri quadrati, una portata annua di circa 700 milioni di metri cubi d’acqua.

In una regione, questo pezzo di levante, tanto povera d’acqua, il Paese dei cedri ne è invece abbastanza ricco, con i fiumi che scendono dal Monte Libano e dall’Hermon. All’acqua è inestricabilmente legato il conflitto con Israele: “Le diverse fasi del conflitto arabo-israeliano hanno coinciso con un crescente controllo israeliano delle fonti idriche superficiali e sotterranee”, scriveva una decina di anni fa Maria Chiara Rizzo per Treccani.

“La contesa sul Litani ha origine negli anni Cinquanta, quando Israele cercò di ostacolare l’utilizzo del corso d’acqua da parte del Libano a fini agricoli […]. L’opposizione israeliana al potenziamento del sistema irriguo ebbe successo: le pressioni americane portarono la presidenza libanese, allora molto vicina all’amministrazione statunitense, a destinare il fiume alla produzione di energia elettrica”, spiega.

Quando Israele si ritira dal Libano, nel 2000, Beirut l’accusa di aver convogliato parte delle acque del Litani verso il suo territorio. Una serie canalizzazioni sotterranee ne avrebbero deviato il flusso dal villaggio libanese di Deir Mimas. “Durante gli anni di occupazione fu registrata una sensibile diminuzione della portata del fiume proprio all’altezza di quella località”, aggiunge Rizzo. Nel 2006, Israele bombarderà il canale “900” che aveva lo scopo di portare le acque del fiume, dalla diga di Qaraoun verso la valle della Bekaa, per scopi agricoli.

Secondo Rizzo, anche la ragione dell’occupazione delle fattorie di Shebaa — un’area agricola alle pendici del monte Hermon, in una posizione strategica nel punto in cui incontrano i confini di Israele, Libano e Siria, e dalla quale Israele non si è mai ritirato — andrebbe cercata nell’acqua. “La zona consente a Israele il controllo di una falda alimentata dalle nevi del Monte Hermon, le cui acque confluiscono — almeno in parte — nel fiume Hasbani, nel Dan e nel Banias, tre affluenti del Giordano, e permettono l’approvvigionamento idrico delle colonie sul Golan”, scrive Rizzo.

Se controllare il fiume è vitale per Israele, non si può che tentare di spingere Hezbollah più a Nord. Un’impresa che non sembra facile, tra queste colline impervie e resistenti.

“Hezbollah sta combattendo sul campo. Ogni città del Sud ha almeno un paio di centinaia di combattenti armati di missili anticarro. Non sarà una passeggiata per Israele”, ha dichiarato Imad Salameh, sindaco della città Khiyam, riporta The Guardian.

Khiyam è una città strategica nel governatorato di Nabatiye ed è per questo che qui i combattimenti sono particolarmente intensi, con gli uomini di Hezbollah che vi restano asserragliati per non farla cadere. È un nodo fondamentale nella logistica del Partito di Dio.

“Il controllo di Khiyam divide i settori centrale e orientale a Sud del fiume Litani, interrompendo i collegamenti con la valle della Bekaa”, ha detto al quotidiano britannico Ahmad Beydoun, ricercatore della TU Delft, specializzato in indagini open source sui conflitti armati.

Perché se il Sud è sempre stato il cuore della resistenza, è nella striscia di terra lunga solo circa 120 chilomentri e larga 16 che Hezbollah ha il suo motore operativo, in questo corridoio naturale vero la Siria, l’Iraq, l’Iran, fertile propaggine settentrionale di quella frattura della terra, la Rift Vally, che dall’Africa, arriva al Mar Rosso, e corre verso Nord, passando per la Valle del Giordano. Ma questa è un’altra pagina nella complessa geografia che ha plasmato la storia del Libano.

Foto: Charles William Meredith van de Velde, Public domain, via Wikimedia Commons.

 

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