28 settembre 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Settembre 28, 2026
- Il bilancio delle vittime palestinesi a Gaza supera quota 74.000.
- Iran e Stati Uniti, colloqui annunciati e nuove minacce.
- Irlanda del Nord, una strada riapre il passato.
- Sudafrica, due stragi in poche ore.
- Cuba, la pressione americana e il prezzo per i civili, in collegamento da l’Avana, Angela Gennaro.
- Pakistan e Afghanistan, accuse incrociate e confine in tensione.
- Francia: il Papa e la richiesta di risposte sugli abusi. In collegamento da Parigi, Giacomo Leso.
- Venezuela: rilasciati decine di prigionieri politici mentre crescono le richieste di elezioni anticipate.
- Introduzione: addio a Mithy Sparrow, il calypso che raccontava il mondo
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli
Palestina e Israele
A Gaza, il cessate il fuoco non ha fermato il conteggio dei morti. Il ministero della Salute ha comunicato sabato un bilancio di 74.016 palestinesi uccisi dall’inizio della guerra e oltre centosettantacinquemila feriti.
Millecentoquarantacinque morti risalgono al periodo successivo alla tregua del dieci ottobre scorso. E domenica, secondo gli ospedali, altri due palestinesi sono stati uccisi in attacchi israeliani. L’esercito sostiene di aver colpito militanti.
Israele controlla ancora oltre metà della Striscia. Netanyahu subordina il ritiro al disarmo di Hamas, mentre gli altri passaggi dell’accordo restano bloccati. Per la popolazione, la parola “tregua” continua a non significare sicurezza.
Colonie, lo scontro arriva in Europa
Intanto Israele revoca i privilegi diplomatici concessi ai rappresentanti olandesi a Ramallah: dovranno restituire i documenti israeliani entro sette giorni. È la risposta al divieto dei Paesi Bassi sul commercio con gli insediamenti nei territori occupati.
Proprio sulle colonie si scontra anche la politica israeliana: la procuratrice generale ha rinviato a dopo le elezioni una scadenza della gara per il progetto E1. Smotrich grida all’interferenza elettorale. Ma quel progetto, fra Gerusalemme e Maale Adumim, comprometterebbe la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese.
Gli avvertimenti prima del 7 ottobre
Sul passato, intanto, restano domande pesanti. L’ex ministro della Difesa Gallant dice di aver appreso soltanto dalla stampa dei presunti avvertimenti emiratini ed egiziani prima dell’attacco di Hamas. Non ne conferma il contenuto: afferma che a lui non arrivarono.
Nello stesso giorno, media israeliani riferiscono di un incontro riservato di Netanyahu ad Abu Dhabi con il presidente emiratino. Non possiamo confermarne indipendentemente contenuti e finalità.
E l’opposizione resta divisa sulla partecipazione araba al governo: Golan sostiene la collaborazione, ma precisa che è la posizione del suo partito, non un’intesa condivisa. Anche l’alternativa a Netanyahu deve ancora chiarire chi intende includere.
Libano
Hezbollah sostiene di non essere stato piegato dagli attacchi israeliani. Il leader Naim Qassem lo ha ribadito domenica, mentre migliaia di sostenitori si riunivano nella periferia sud di Beirut, a due anni dall’uccisione di Hassan Nasrallah. È la rivendicazione del movimento sciita sostenuto dall’Iran.
Nel discorso, Qassem ha anche annunciato un progetto abitativo per gli abitanti dei villaggi distrutti, chiedendo allo Stato di assumersi le proprie responsabilità nella ricostruzione.
Secondo Reuters, oltre trecentoquarantamila persone restano sfollate: le loro case sono in località distrutte o nelle aree occupate dall’esercito israeliano.
Ed è anche da qui che si misura il dopoguerra: dalla possibilità di tornare a casa, non soltanto dai discorsi di chi proclama di aver resistito.
Iran e Usa
Trump respinge il piano iraniano, ma annuncia nuovi colloqui questa settimana. Teheran dice di aspettare ancora una risposta ufficiale attraverso i mediatori. Il Qatar continua a trattare con entrambi: per ora, però, manca un calendario condiviso.
Che cosa propone l’Iran? Un percorso di sette giorni: fermare le ostilità, anche in Libano, togliere il blocco navale americano, concedere deroghe alle sanzioni sul petrolio e sbloccare almeno dodici miliardi di dollari di fondi iraniani.
In cambio, riaprire Hormuz e avviare negoziati più ampi, compreso il nucleare. Secondo il ministro degli Esteri Araghchi, il piano riprende gli impegni dell’intesa di giugno, poi naufragata.
Washington vuole concessioni sul nucleare; Teheran chiede prima un alleggerimento della pressione economica e militare. È questo il nodo: chi deve muoversi per primo.
Nel frattempo, resta aperta l’opzione dei bombardamenti. Il Wall Street Journal riferisce che Trump avrebbe prospettato ai collaboratori nuovi attacchi dopo le elezioni di novembre.
È un’indiscrezione, non una decisione annunciata. E domenica, a Fox News, il presidente ha definito possibili raid anche prima del voto. Araghchi ribadisce che l’Iran è pronto a negoziare, ma anche ad affrontare una ripresa della guerra.
Intanto, lunedì mattina il petrolio è tornato a salire: nelle prime contrattazioni il Brent ha superato i centocinque dollari al barile.
Per le famiglie, questo stallo ha due volti: la paura di nuovi attacchi e il costo dell’energia. Perché mentre i governi discutono le condizioni, la vita non può essere messa in pausa.
Sudafrica
Si esce per bere qualcosa, ballare. Poi arrivano gli spari. In Sudafrica, due attacchi separati hanno ucciso almeno ventisette persone e ne hanno ferite ventisei tra sabato sera e domenica.
A Wedela, vicino a Johannesburg, otto uomini armati hanno aperto il fuoco in un bar: diciassette morti. Poche ore dopo, a Lwandle, vicino a Città del Capo, altre dieci persone sono state uccise in un locale. Negli ultimi aggiornamenti disponibili non risultano arresti.
Gli investigatori ipotizzano una guerra per il controllo delle miniere illegali nel primo caso, una rivalità commerciale nel secondo. Sono piste, non conclusioni.
«Non può continuare così», dice il presidente Ramaphosa. Appena cinque giorni prima, undici persone erano state uccise a una festa vicino a Durban. Per le famiglie, adesso, servono risposte. E la possibilità di uscire una sera senza rischiare di non tornare.
Spagna
A ottantasette anni, Maricarmen Abascal è stata portata via in barella dalla casa dove viveva da settant’anni. Il suo sfratto ha portato in piazza decine di migliaia di persone a Madrid. E a Puerta del Sol la protesta continua, con le tende e la promessa di restare.
Secondo il sindacato degli inquilini, la nuova proprietà aveva chiesto di aumentare l’affitto da cinquecento a duemilaseicentocinquanta euro, poi ridotti a milleseicentocinquanta: comunque troppo per la sua pensione.
I manifestanti chiedono protezioni per gli affittuari e lo stop agli sfratti senza un’alternativa abitativa. Sánchez promette un decreto per martedì, ma servirà il sostegno del Parlamento.
Maricarmen è diventata il volto di una domanda molto concreta: come si fa a chiamare casa un posto dal quale il prossimo aumento può cancellare una vita intera?
Serbia
Aleksandar Vučić si dimette, ma non si ritira. Il presidente serbo ha annunciato le dimissioni e punta a tornare primo ministro se il suo partito riuscirà a formare il governo dopo le elezioni del venticinque ottobre. Cambiare poltrona, insomma, per restare al comando.
Il voto anticipato era una delle richieste degli studenti, protagonisti di quasi due anni di proteste contro la corruzione. Tutto è cominciato con il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad: sedici morti, nel novembre 2024. Da quella tragedia è nata una mobilitazione che ora lo sfida alle urne.
La presidente del Parlamento, Ana Brnabić, assumerà la presidenza ad interim. Prima di lasciare, Vučić ha annunciato la grazia per quarantanove persone, ventitré legate a procedimenti sulle proteste.
Per chi manifesta, la richiesta resta quella: responsabilità per i morti di Novi Sad e un cambiamento che vada oltre il nome sulla porta.
Francia
Papa Leone XIV conclude oggi il suo viaggio di quattro giorni in Francia, con una tappa a Metz dedicata alla pace e all’unità europea.
Ma uno dei momenti più delicati è stato l’incontro privato con sette sopravvissuti agli abusi sessuali nella Chiesa. Il Pontefice ha promesso di impegnarsi per impedire nuove violenze e ha esortato i vescovi francesi a proseguire il contrasto agli abusi.
Le associazioni delle vittime chiedono però interventi concreti, oltre ai gesti simbolici. Perché ascoltare è necessario, ma la credibilità si ricostruisce proteggendo le persone e accertando le responsabilità.
Svizzera
La Svizzera resta neutrale, ma respinge una neutralità più rigida. Circa il settanta per cento degli elettori, con il no prevalente in tutti i ventisei cantoni, ha bocciato l’iniziativa sostenuta dalla destra dell’UDC.
La proposta nasceva dalla contestazione delle sanzioni contro Mosca, adottate da Berna dopo l’invasione dell’Ucraina. Avrebbe impedito di aderire a sanzioni non decise dall’ONU e ristretto la cooperazione con la NATO.
Con un dettaglio tutt’altro che secondario: nel Consiglio di sicurezza la Russia ha diritto di veto. Dunque avrebbe potuto bloccare proprio le misure contro sé stessa.
I promotori sostenevano di voler proteggere l’indipendenza del paese. Gli elettori hanno scelto di lasciare al governo margine di manovra. Il voto non cancella la neutralità: conserva la possibilità di reagire, anche con sanzioni, alle guerre degli altri.
Irlanda del Nord
In Irlanda del Nord basta il percorso di una marcia per riaprire ferite mai rimarginate. A Portadown, circa duemila manifestanti hanno bloccato Garvaghy Road, nel quartiere cattolico e nazionalista, contrario al passaggio dell’Ordine Orange: l’organizzazione protestante favorevole all’unione con il Regno Unito.
La giustizia aveva autorizzato il corteo su quel percorso, vietato dal 1998. Ma domenica sera i partecipanti sono tornati indietro dopo aver incontrato la polizia.
Tra i manifestanti anche la prima ministra Michelle O’Neill. Gli unionisti l’accusano di non rispettare i tribunali; il premier britannico Burnham invita tutti alla calma.
Per capire la tensione: questa strada fu teatro di scontri negli anni del conflitto, prima dell’accordo del Venerdì Santo. Per chi ci vive, non è soltanto una questione di viabilità. E la pace, anche dopo ventotto anni, ha ancora bisogno di essere difesa ogni giorno.
Regno Unito
Cinque uomini arrestati, case evacuate e artificieri al lavoro. Nel Regno Unito, l’allarme è scattato nella notte tra sabato e domenica vicino a Fairford, la base aerea utilizzata dai bombardieri americani anche nella guerra contro l’Iran.
Secondo le ricostruzioni della stampa internazionale, la polizia è intervenuta dopo la segnalazione di tre veicoli sospetti diretti verso la base. I cinque sono sospettati di preparare un atto terroristico e di reati legati agli esplosivi. L’indagine è affidata all’antiterrorismo.
Attenzione, però: il movente non è stato accertato pubblicamente. Il ruolo di Fairford nella guerra non basta, da solo, a dimostrare una responsabilità iraniana.
Intanto, per chi abita lì, le conseguenze sono concrete: lasciare casa, raggiungere un centro di accoglienza, aspettare. La polizia dichiara la situazione sotto controllo. Ma per i residenti, la domenica è cominciata con un’evacuazione.
Stati Uniti
Quanto velocemente possiamo sviluppare l’intelligenza artificiale senza perderne il controllo? È il confronto dietro la cena annunciata da Trump con Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, prevista domenica sera alla Casa Bianca. Al momento non abbiamo un resoconto verificato dell’incontro.
Amodei chiede maggiori controlli sui sistemi più avanzati. Trump teme invece che rallentare significhi lasciare spazio alla Cina e ribadisce di non essere preoccupato.
Anche Bill Gates interviene: servono leggi, sorveglianza e garanzie obbligatorie. Alla definizione dei rischi come una “bufala”, risponde che quei rischi sono reali.
Il punto riguarda tutti: chi stabilisce quali rischi possiamo correre, e chi risponde quando qualcosa va storto? Arrivare primi è un obiettivo industriale. Proteggere le persone è una responsabilità politica. E non basta dire: «Non sono preoccupato».
Cuba
Un attacco americano contro Cuba sarebbe un «atroce crimine internazionale». È l’avvertimento del viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossío, intervenuto sulla televisione americana C-SPAN.
Trump, dopo aver annunciato all’ONU che sull’isola arriverà la libertà, sabato ha detto di non credere necessario l’intervento militare, perché Cuba starebbe già fallendo.
L’Avana respinge questa lettura: denuncia un paese soffocato dalle restrizioni americane. Il blocco delle forniture di petrolio e carburante ha aggravato le carenze energetiche e i blackout, con conseguenze sui servizi essenziali.
Fernández de Cossío ribadisce la disponibilità al dialogo, purché rispetti la sovranità cubana, e il diritto a difendersi da un’aggressione.
Intanto, dietro le parole “massima pressione”, ci sono persone che devono mangiare, curarsi, avere elettricità. La pressione sui governi arriva molto concretamente nelle case.
Venezuela
In Venezuela si aprono alcune celle, ma la data delle elezioni resta un’incognita. L’organizzazione Justicia, Encuentro y Perdón riferisce di trentanove prigionieri politici scarcerati tra venerdì e sabato. Foro Penal aveva confermato separatamente venti nomi: sono verifiche distinte, non numeri da sommare.
Le liberazioni arrivano dopo nuovi colloqui fra governo e opposizione e l’incontro della presidente ad interim Delcy Rodríguez con Trump. Non è confermato che siano una conseguenza diretta di quell’incontro.
Rodríguez, già vicepresidente di Maduro, guida il paese dalla sua cattura da parte degli Stati Uniti, a gennaio. All’ONU ha promesso elezioni, senza indicare quando.
Prima di queste scarcerazioni, Foro Penal contava ancora trecentoquarantaquattro detenuti politici. Per le famiglie, ogni ritorno conta. Ma la libertà non dovrebbe dipendere dal prossimo negoziato.
Afghanistan e Pakistan
Pakistan e Afghanistan annunciano decine di combattenti uccisi e si accusano a vicenda di sostenere il terrorismo.
L’esercito pakistano sostiene di aver ucciso settantuno militanti in quattro giorni di operazioni nel Belucistan, attribuendo loro legami con Afghanistan e India. Dal governo talebano arriva un’altra versione del conflitto: ventotto combattenti uccisi nel Nuristan, dopo essere entrati dal Pakistan.
Tra loro, secondo Kabul, ci sarebbero membri dell’Isis ed ex militari afghani sostenuti da ambienti pakistani. Islamabad respinge le accuse.
Sono dichiarazioni delle parti: non possiamo confermare indipendentemente questi bilanci né i presunti appoggi.
Un dato sui civili, però, è verificato: l’ONU ha confermato tre morti nei raid pakistani del ventuno settembre in Afghanistan, tra cui una bambina. Mentre i governi si rimpallano le responsabilità, lungo il confine si continua a morire.
India
In India, alla Lovely Professional University di Phagwara, nel Punjab, le proteste degli studenti sono sfociate in violenze. A scatenarle, notizie circolate sui social su una violenza sessuale contro una studentessa in una residenza universitaria. Attenzione: l’aggressione non è stata accertata.
L’università smentisce; la polizia ha aperto un’indagine e costituito una squadra speciale, dichiarando di non aver trovato, finora, elementi che confermino l’accusa.
Domenica sera ci sono stati nuovi scontri: lanci di pietre, veicoli della polizia incendiati e interventi degli agenti con i manganelli. I manifestanti hanno anche bloccato un’importante arteria stradale.
Ora servono accertamenti trasparenti e informazioni verificabili. La sicurezza delle studentesse merita risposte serie. E proprio per questo un’accusa così grave va indagata fino in fondo, senza trasformare le voci in sentenze.
Almeno cinquantasei persone sono morte da venerdì nell’Uttar Pradesh, nel nord dell’India, per incidenti legati a piogge e temporali. Le autorità segnalano oltre mille abitazioni danneggiate, mentre diversi distretti sono allagati.
L’acqua ha colpito anche i raccolti, mettendo a rischio il reddito delle famiglie contadine e le prossime semine. Quando la pioggia finirà, resteranno case da riparare e campi da recuperare: per chi ha perso tutto, l’emergenza continuerà anche senza temporali.
Thailandia
Bangkok piove meno, ma l’acqua non se ne va. Dopo giorni di precipitazioni intense, migliaia di persone hanno dovuto lasciare casa. In tutta la Thailandia, il bilancio degli ultimi dieci giorni è di almeno otto morti.
Nella capitale sono stati allestiti oltre duecento rifugi temporanei: domenica ospitavano ancora circa tremila persone. Trentuno strade restavano allagate, con pesanti conseguenze per gli spostamenti e le attività commerciali.
Il governatore spiega perché l’emergenza continua: i canali sono ancora pieni e dalle zone circostanti arriva altra acqua. Nei quartieri più bassi, soprattutto in periferia, diverse comunità hanno dovuto evacuare.
Secondo la protezione civile, oltre cinquecentoquarantacinquemila persone sono colpite dalle inondazioni in altre venticinque province.
Le previsioni diffuse domenica indicavano un miglioramento da lunedì ventotto settembre. Ma un cielo che si schiarisce non significa poter rientrare subito. Per chi aspetta in un rifugio, la fine dell’emergenza comincia quando la propria casa torna sicura.
Indonesia
Sale a sessantasei morti il bilancio del naufragio del Virgo Transport 8, rovesciatosi il tredici settembre nel Mar di Giava, durante la traversata da Surabaya al Borneo. Sessantanove persone risultano ancora disperse; centootto sono state salvate.
Le ricerche sono state prorogate di una settimana. I sub lavorano fra perdite di carburante e strutture instabili del relitto. Dopo oltre due settimane, per le famiglie continua l’attesa: sapere dove sono i propri cari, poterli riportare a casa.
Corea del Sud e Ucraina
Due soldati nordcoreani, catturati mentre combattevano per la Russia, sono stati trasferiti dall’Ucraina alla Corea del Sud. Ma l’annuncio pubblico di Zelensky ha aperto uno scontro diplomatico.
Seul chiede spiegazioni e scuse ufficiali: sostiene che il trasferimento dovesse restare riservato e accusa l’ufficio presidenziale ucraino di aver negato l’esistenza dell’accordo. Kyiv difende invece la scelta di renderlo pubblico.
La disputa rischia di complicare le richieste ucraine di aiuti militari a Seul. Secondo gli analisti citati dall’AFP, la Corea del Sud teme anche nuove tensioni con Pyongyang.
In mezzo ci sono due uomini che, secondo un parlamentare sudcoreano, chiedevano di vivere una vita normale. Dopo il fronte, sono diventati il centro di un altro scontro, questa volta diplomatico.
Cina e USA
La Cina è il grande rivale strategico degli Stati Uniti. Ma, a quanto pare, anche un potenziale cliente: Trump avrebbe chiesto a Xi Jinping se Pechino fosse interessata a comprare armi americane. A raccontarlo a Fox News è l’ambasciatore statunitense in Cina, David Perdue. Non risulta annunciato alcun accordo.
Il contesto è delicato: Pechino chiede di fermare le forniture militari a Taiwan, mentre un pacchetto americano da quattordici miliardi di dollari resta sospeso. Trump lo ha definito una carta negoziale nei rapporti con la Cina.
Una battuta o una proposta? Non possiamo confermarlo. Ma per chi vive a Taiwan, la propria sicurezza è qualcosa di più di una merce da mettere sul tavolo.
Restiamo in Cina, dove con gli Stati Uniti allentano la guerra commerciale. Secondo il ministero del Commercio cinese, ciascun paese ridurrà i dazi su circa trenta miliardi di dollari di importazioni dall’altro. Per nove prodotti su dieci fra quelli interessati torneranno le tariffe ordinarie: non significa dazi zero.
L’intesa entrerà in vigore dopo le procedure interne dei due paesi. Previsti anche un dialogo sull’intelligenza artificiale e un canale per segnalare incidenti legati alla tecnologia. Competere, insomma, ma almeno tenere aperta una linea per parlarsi.
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