3 agosto 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Agosto 3, 2026
- Gaza e Cisgiordania, la tregua che continua a uccidere.
- Ceuta, il mare che divide e inghiotte.
- Stati Uniti-Iran, Trump congela gli attacchi e riapre il tavolo negoziale.
- Pakistan, l’Himalaya restituisce i suoi morti.
- Thailandia-Cambogia, la pace resta fragile.
- Egitto, scossa di terremoto avvertita fino al Cairo.
- Venezuela, Maduro apre al dialogo dal carcere.
- Perù, sette italiani tra le vittime di un disastro aereo.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Stati Uniti contro Iran
Donald Trump ha annunciato di aver sospeso un nuovo massiccio attacco contro l’Iran, che, a suo dire, sarebbe stato “il più grande dalla Seconda guerra mondiale”.
La decisione è arrivata dopo le pressioni dei principali alleati del Golfo – Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti – e dopo contatti indiretti con Teheran.
Il presidente americano ha raccontato di aver chiesto personalmente al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman se fosse preferibile colpire o dare ancora una possibilità alla diplomazia.
La risposta, ha detto Trump, è stata chiara: meglio un accordo che una guerra dagli esiti imprevedibili.
Trump sostiene che i contorni di un’intesa esistano già e ha annunciato la ripresa dei negoziati con l’Iran a partire da oggi.
Sul tavolo ci sarebbero il programma nucleare iraniano, la riapertura dello Stretto di Hormuz – da cui prima della guerra transitava circa un quinto del petrolio e del gas commerciati nel mondo – e la cessazione degli attacchi nella regione.
In cambio, Washington potrebbe revocare il blocco navale e consentire nuovamente all’Iran di esportare il proprio petrolio.
Ma da Teheran il quadro appare molto più prudente. Le autorità iraniane confermano che i contatti diplomatici, mediati dall’Oman, sono in corso, ma negano che esista un accordo definitivo.
Anzi, ribadiscono che lo Stretto di Hormuz non tornerà alle condizioni precedenti allo scoppio della guerra e che qualsiasi decisione dipenderà dall’esito dei negoziati. Anche Israele, almeno finora, non ha commentato pubblicamente il piano annunciato da Trump.
Dietro questa finestra diplomatica resta la consapevolezza di quanto sia fragile l’equilibrio.
I Paesi del Golfo temono che una nuova offensiva americana possa provocare una rappresaglia iraniana contro le infrastrutture energetiche della regione e trascinare l’intero Medio Oriente in un conflitto ancora più ampio.
Per milioni di civili, ogni giorno senza bombardamenti significa poter sperare in una tregua vera. Ma finché non ci sarà un accordo firmato, la pace resterà sospesa tra la diplomazia e la minaccia di una nuova escalation.
Palestina e Israele
A Gaza la tregua esiste sulla carta, ma per molti palestinesi non è mai diventata realtà. Nelle ultime ventiquattr’ore almeno diciotto persone sono state uccise negli attacchi israeliani, tra loro tre bambini e un bimbo mai nato.
A Khan Younis è morta un’intera famiglia: Mahmoud al-Hams, sua moglie Fatima e la loro figlia. A Gaza City un altro bombardamento ha ucciso Abdullah Abu Taif, la moglie Abeer, il loro figlio di cinque anni Azzam e il bambino che la donna portava in grembo.
Altre vittime si registrano a Deir al-Balah, Jabalia e nei campi dove continuano a vivere migliaia di sfollati.
Tutto questo accade appena due giorni dopo l’annuncio di un’intesa, sostenuta dagli Stati Uniti, per avviare una nuova fase del cessate il fuoco.
Israele non ha ancora dato una risposta ufficiale alla proposta, mentre i palestinesi denunciano che i bombardamenti e le restrizioni agli aiuti umanitari continuano a svuotare di significato la tregua.
Secondo il Ministero della Salute di Gaza, dall’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’ottobre 2025 sarebbero già stati uccisi oltre 1.200 palestinesi.
Anche in Cisgiordania cresce la tensione. La polizia israeliana ha arrestato un soldato diciannovenne, colono e militare fuori servizio, sospettato di aver sparato a un bambino palestinese di dieci anni durante un’incursione di coloni nei pressi di al-Mughayyir.
E sempre in queste ore emerge la storia di un ragazzo palestinese di sedici anni, detenuto senza processo da febbraio.
Ricoverato in condizioni gravissime dopo aver contratto la scabbia nel carcere militare di Ofer, l’infezione ha raggiunto il sangue e il cervello mettendolo in pericolo di vita.
Secondo fonti riportate da Haaretz, è rimasto ammanettato anche quando aveva perso conoscenza. È stato rilasciato solo dopo l’intervento dell’Alta Corte israeliana, che ha consentito ai genitori di raggiungerlo in ospedale.
Due storie diverse, unite da una stessa domanda: quanto può dirsi tregua quando bambini e famiglie continuano a pagare il prezzo più alto?
Uganda
A cinquant’anni dal celebre blitz di Entebbe, l’Uganda ha inaugurato una statua dedicata a Yonatan Netanyahu, il comandante israeliano ucciso durante l’operazione che nel 1976 liberò oltre cento ostaggi di un volo Air France dirottato da militanti palestinesi e tedeschi. E naturalmente fratello del premier israeliano.
Alla cerimonia, il capo dell’esercito ugandese Muhoozi Kainerugaba ha definito quella missione un simbolo di coraggio e ha celebrato i rapporti sempre più stretti tra Kampala e Israele.
Ma il ricordo resta complesso: oltre a Netanyahu morirono quattro ostaggi, tutti i dirottatori e almeno 45 soldati ugandesi fedeli al regime di Idi Amin.
Un monumento che non racconta solo un’operazione militare entrata nella storia, ma anche il modo in cui il passato continua a essere reinterpretato e utilizzato nella diplomazia del presente.
Egitto
Un terremoto di magnitudo 5.3 ha colpito nella notte la provincia egiziana di Ismailia ed è stato avvertito anche al Cairo e in altre città del Paese.
Al momento non risultano vittime né danni significativi. Le autorità hanno comunque attivato il piano di emergenza, mettendo gli ospedali in stato di massima allerta e invitando la popolazione a evitare gli edifici più vecchi o danneggiati.
Ceuta
A Ceuta il mare continua a restituire corpi. Il bilancio delle vittime è salito ad almeno 72 persone, mentre proseguono le ricerche dei dispersi nelle acque che separano il Marocco dall’enclave spagnola.
Dopo l’arrivo di circa 60 mila persone in due giorni, la Spagna ha installato una barriera galleggiante lunga quasi 500 metri per rafforzare il confine marittimo.
La maggior parte di chi ha attraversato il confine è già rientrata in Marocco. Non erano un esercito, né un’invasione.
Erano soprattutto giovani, uomini e donne senza prospettive, che hanno visto un varco aperto e hanno provato ad attraversarlo quando gli è stato detto che avrebbero trovato spazio.
Molti hanno camminato indietro quando hanno capito che non c’era un futuro dall’altra parte. Altri non sono mai tornati. Alcuni sono annegati, altri sono morti schiacciati nella calca. E per molte famiglie resta ancora l’angoscia di chi non sa dove siano finiti i propri figli.
A Ceuta, dove convivono da decenni comunità cristiane, musulmane, ebraiche e indù, c’è chi invita a guardare oltre gli slogan. «Non è colpa di questi ragazzi», racconta un ristoratore della città.
«Se apri il confine, la gente passa. La responsabilità è delle autorità». E anche molti residenti accusano la politica di trasformare una tragedia umanitaria in una battaglia ideologica.
L’estrema destra continua a parlare di “invasione”, ma i numeri raccontano altro. La quasi totalità delle persone è tornata in Marocco e la Spagna, negli ultimi anni, ha registrato meno ingressi irregolari via mare rispetto a Italia e Grecia. Papa Leone XIV ha espresso preoccupazione per la crisi, chiedendo soluzioni fondate sulla pace, sulla giustizia e sulla dignità umana.
Perché prima delle polemiche, a Ceuta, ci sono famiglie che piangono i loro morti e altre che aspettano ancora qualcuno che potrebbe non tornare più.
Grecia
Due membri degli equipaggi sono morti dopo la collisione in volo di due elicotteri antincendio impegnati a combattere un vasto incendio nell’Attica occidentale, vicino ad Atene.
Le vittime sono un coordinatore greco e un pilota danese, mentre gli altri due occupanti, un britannico e un greco, sono stati salvati e ricoverati con ferite lievi. I velivoli stavano operando in condizioni rese difficili dal vento quando si sono scontrati.
Le autorità hanno aperto un’inchiesta per accertare le cause dell’incidente. Intanto la Grecia continua a fronteggiare incendi alimentati da caldo estremo e raffiche di vento, con centinaia di vigili del fuoco impegnati sul campo.
Una tragedia che ricorda quanto sia alto il prezzo pagato da chi ogni giorno rischia la vita per difendere persone, case e territorio.
La polizia greca ha arrestato un uomo sospettato dell’omicidio di una donna scozzese, il cui corpo era stato trovato nascosto in una valigia ad Atene.
Gli investigatori sono arrivati al presunto responsabile grazie all’analisi delle prove raccolte sul luogo del ritrovamento e alle testimonianze.
Le autorità non hanno ancora reso noto il movente e mantengono il massimo riserbo per non compromettere le indagini.
Un caso che ha profondamente colpito l’opinione pubblica greca e che riporta l’attenzione sulla violenza contro le donne, troppo spesso scoperta solo quando è ormai troppo tardi.
Ungheria
Per la prima volta in 44 anni, l’Ungheria fermerà completamente la centrale nucleare di Paks, che produce circa un terzo dell’elettricità del Paese.
La causa non è un guasto, ma il livello eccezionalmente basso del Danubio, le cui acque servono a raffreddare i reattori.
Dopo mesi di siccità e ondate di calore, il fiume non garantisce più condizioni di sicurezza sufficienti.
Nei prossimi giorni sono attese temperature superiori ai 40 gradi. Un segnale concreto di come la crisi climatica stia mettendo sotto pressione anche infrastrutture considerate strategiche per la sicurezza energetica europea.
Armenia
Il presidente armeno Vahagn Khachaturyan ha nominato ufficialmente Nikol Pashinyan per un nuovo mandato da primo ministro, dopo la vittoria del suo partito, Contratto Civile, alle elezioni parlamentari di giugno.
Ora Pashinyan dovrà formare il nuovo governo, in un momento delicato per il Paese, ancora alle prese con le conseguenze del conflitto nel Caucaso e con forti tensioni politiche interne.
Una riconferma che punta alla continuità, ma che dovrà confrontarsi con un’Armenia ancora in cerca di stabilità.
Ucraina e Russia
La guerra dei droni continua a estendersi ben oltre il fronte. Nella notte l’Ucraina ha colpito numerose regioni russe, causando almeno cinque morti e danni a infrastrutture industriali e a un altro magazzino di Wildberries, il più grande gruppo di commercio online del Paese.
Mosca afferma di aver abbattuto 635 droni. Contemporaneamente, la Russia ha lanciato 133 droni contro l’Ucraina. A Zaporizhzhia e Kharkiv sono morte almeno due persone dopo nuovi bombardamenti su aree civili.
Mentre entrambe le parti intensificano gli attacchi in profondità, la guerra coinvolge sempre di più città, magazzini, case e servizi essenziali, allontanando ancora la prospettiva di una tregua.
Russia
Almeno tre persone sono morte e ventuno sono rimaste ferite in un attentato avvenuto davanti al ristorante Balzi Rossi, nel centro di Mosca. Secondo le autorità russe, una donna avrebbe cercato di entrare con un ordigno artigianale nascosto in un pacco, ma è stata fermata da una guardia giurata.
L’esplosione ha ucciso la donna, l’addetto alla sicurezza e un cliente del locale.
L’attacco è stato classificato come atto terroristico e le indagini sono in corso. Sui social media circolano ipotesi secondo cui l’obiettivo potesse essere un alto ufficiale militare russo presente a un evento privato, ma al momento non esistono conferme ufficiali.
In una Russia già segnata dalla guerra, cresce il timore che il conflitto continui a spostarsi sempre più dentro i luoghi della vita quotidiana.
Venezuela
Dal carcere di New York, dove è detenuto in attesa di processo dopo la sua cattura da parte delle forze statunitensi, l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro ha dichiarato di accogliere “qualsiasi strada verso il dialogo” tra il governo di transizione e l’opposizione.
I colloqui, sostenuti dagli Stati Uniti, dovrebbero iniziare nei prossimi giorni a Caracas e affronteranno la ricostruzione dopo il devastante terremoto di giugno, oltre alle riforme democratiche e ai diritti politici.
Resta fuori dal tavolo la principale leader dell’opposizione, Maria Corina Machado, che ha scelto di non partecipare, pur affermando di non voler ostacolare il processo. Un tentativo di ricucire un Paese ancora profondamente diviso.
Perù
Doveva essere il ricordo più bello di una vacanza tra amici. È diventato una tragedia. Tra le tredici vittime dello schianto di un piccolo aereo turistico precipitato durante il sorvolo delle Linee di Nazca, in Perù, ci sono sette italiani, due intere famiglie della Brianza.
Hanno perso la vita Paolo Gianturco e la moglie Cristina Maria Bianco, insieme ai figli Matteo, 24 anni, e Pietro, 18. Con loro sono morti anche Massimo Angelucci, la moglie Elena Sala e il figlio Lorenzo, 24 anni, laureato da poco al Politecnico di Milano.
Poco prima dell’incidente i piloti avevano segnalato un problema meccanico alla torre di controllo, poi il silenzio.
Le autorità peruviane indagano sulle cause dello schianto, mentre in Italia le comunità di Monza, Seregno e Lissone piangono famiglie conosciute e amate, spezzate in un viaggio che doveva essere una festa.
Brasile
A ottant’anni, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha lanciato ufficialmente la sua campagna per un nuovo mandato alle elezioni di ottobre, che sarebbe il quarto della sua carriera.
Il leader del Partito dei Lavoratori ha incentrato il suo discorso sulla difesa della sovranità del Brasile, in un clima politico segnato dalla forte polarizzazione e dalle tensioni con la destra guidata da Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro.
Per Lula, questa potrebbe essere l’ultima sfida elettorale, ma anche una delle più difficili, in un Paese che resta profondamente diviso sul proprio futuro.
EMOCIONANTE! Lula acaba de chegar na convenção do PT para confirmar sua candidatura à reeleição! Histórico! pic.twitter.com/0Q1o5GALF8
— PT Brasil (@ptbrasil) August 2, 2026
Pakistan
Si chiudono nel modo più tragico le ricerche sul Broad Peak, in Pakistan. È stato confermato che l’alpinista britannico-nepalese Nirmal Purja, leggenda dell’alpinismo mondiale, è morto insieme agli altri nove membri della spedizione travolti da una valanga il 30 luglio.
Tra le vittime c’è anche l’alpinista omanita Nathira Ahmed, insieme a scalatori provenienti da Nepal, Pakistan, Stati Uniti e Cina.
Purja aveva riscritto la storia conquistando le quattordici vette oltre gli ottomila metri in appena 189 giorni ed era diventato il volto di un alpinismo capace di sfidare l’impossibile.
Ma sulle grandi montagne non esistono imprese invincibili: resta il dolore di dieci vite spezzate e il ricordo di chi ha scelto di vivere inseguendo le vette più alte del mondo.
Restiamo in Pakistan, almeno quattordici persone sono morte e oltre venti sono rimaste ferite in un attentato suicida davanti a una stazione di polizia nella valle dello Swat, nel nord-ovest del Pakistan.
L’esplosione ha colpito una manifestazione organizzata da cittadini e attivisti che chiedevano maggiore sicurezza e denunciavano il ritorno dei gruppi armati nella regione. Tra le vittime ci sono anche agenti di polizia.
Nessuno ha ancora rivendicato l’attacco, ma i sospetti si concentrano sui talebani pakistani, sempre più attivi negli ultimi mesi. Un attentato che colpisce chi manifestava per la pace e ricorda quanto il terrorismo continui a minacciare la vita quotidiana di intere comunità.
Thailandia e Cambogia
La Thailandia respinge le accuse delle Nazioni Unite di aver dato inizio al conflitto con la Cambogia e sostiene di aver risposto ad attacchi indiscriminati contro aree civili.
Lo scontro nasce dopo le dichiarazioni del relatore speciale dell’ONU Tom Andrews, che ha denunciato la situazione di migliaia di cambogiani ancora sfollati e impossibilitati a rientrare nei propri villaggi, alcuni dei quali, secondo il suo rapporto, sarebbero oggi controllati da soldati thailandesi. Bangkok contesta questa ricostruzione e accusa Phnom Penh di usare la questione degli sfollati a fini politici.
Nonostante l’accordo di pace firmato nell’ottobre 2025, le tensioni lungo il confine restano elevate. E mentre i governi si scambiano accuse, sono migliaia le persone che continuano a vivere lontano dalle proprie case, in attesa che la pace diventi qualcosa di più di un accordo firmato.
Cina
È salito ad almeno 25 morti il bilancio delle violente alluvioni che stanno colpendo diverse province della Cina dopo giorni di piogge torrenziali. Migliaia di persone sono state evacuate, mentre soccorritori ed esercito continuano a cercare i dispersi e a distribuire aiuti nelle aree isolate.
Le autorità stanno ripristinando strade, reti elettriche e servizi essenziali, ma l’allerta resta alta: sono previste nuove precipitazioni e cresce il rischio di frane nelle zone montuose.
Giappone e Stati Uniti
Giappone e Stati Uniti hanno confermato di essere intervenuti insieme sui mercati valutari per fermare il crollo dello yen, sceso ai minimi degli ultimi quarant’anni rispetto al dollaro. È la prima azione congiunta dal 2011.
Tokyo e Washington hanno acquistato yen per contrastare la speculazione e stabilizzare i mercati, lasciando intendere che potrebbero intervenire di nuovo se necessario.
Dietro questa scelta non c’è solo la tutela dell’economia giapponese: un crollo della terza valuta più scambiata al mondo rischierebbe di avere effetti sull’intero sistema finanziario globale, con conseguenze sui costi del debito e sulla stabilità dei mercati internazionali.
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