7 agosto 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Agosto 7, 2026
- Tigray, torna lo spettro della guerra
- Lucio Cascavilla, filmaker e scrittore, racconta l’Etiopia sull’orlo del baratro
- La battaglia di Meseret Hadush le “guarire” le donne vittime di violenza
- In Etiopia, dove le donne cambiano identità etnica per lavorare
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini
Nel corso della storia, è stata l’inazione di coloro che avrebbero potuto agire, l’indifferenza di coloro che avrebbero dovuto sapere meglio, il silenzio della voce della giustizia quando contava di più, a permettere al male di trionfare.
È così che Haile Selassie, Imperatore d’Etiopia, concludeva il discorso alla Società delle Nazioni dopo l’invasione italiana dell’Etiopia, nel 1936.
Le sue parole suonano ancora terribilmente attuali oggi, in un mondo in cui il “male” ha solo mutato forma, ma continua a dispensare dolore. Ogni guerra non è soltanto responsabilità di chi combatte, ma anche di chi non agisce, di chi chiude gli occhi. La regione del Tigray, nell’Etiopia del Nord, teme di dover attraversare di nuovo l’Inferno. Dopo due anni di guerra, dal 2020 al 2022, un numero incalcolabile di vittime, centinaia di migliaia, e un lunghissimo assedio, la pace è rimasta una fragilissima architettura, una speranza su un pezzo di carta. Quella guerra, come la sua pace incompiuta, dipendono anche dall’indifferenza e dal silenzio del mondo.
Oggi è all’Etiopia che dedichiamo il Notiziario Africa, perché in Tigray la tensione è altissima. Vi daremo conto della cronaca, ma ci collegheremo anche con Addis Abeba, prima, e con Mekelle, capitale del Tigray, poi. Lucio Cascavilla, filmmaker e scrittore italiano che vive da anni nella capitale etiope, ci aiuterà a decifrare i fatti di questi giorni. Dal Tigray, invece, ascolteremo la voce e la storia di una donna coraggiosa, Meseret Hadush, attivista per i diritti delle donne e fondatrice dell’organizzazione Hiwyet. Con lei, apriremo una delle pagine più dolorose nella storia recente della regione, quella della violenza subita dalle donne durante la guerra.
Di donne parleremo, però, ancora, di quelle costrette a mentire sulla propria etnia per timore di violenza e per poter lavorare. Quindi, cambieremo pagina, per raccontarvi di come la siccità sta cambiando il mondo pastorale etiope. Infine la musica, con il futuro, nelle note di una leggenda, che non smette di pensare al domani, Mulatu Astatke.
Iniziamo con la cronaca.
Oggi, 7 agosto 2026
Venti di guerra
Sheraro è una città nel Nord dell’Etiopia, in Tigray, al confine con l’Eritrea. Nei dintorni di Sheraro, nel fine settimana scorso sono scoppiati degli scontri che hanno fatto tremare la fragilissima tregua tra il governo federale etiope e il TPLF, il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray. È una delle minacce più serie alla pace nella regione, da quando nel 2022 è stato firmato l’accordo di Pretoria che avrebbe dovuto mettere fine a una guerra, durata due anni, tra le più drammatiche della nostra storia contemporanea e tra le meno raccontate.
La tensione continua a salire, dopo mesi di logoramento, di relazioni sempre più difficili tra il TPLF, partito tigrino, partito dominante nella coalizione alla guida dell’Etiopia dal crollo del regime di Menghistu, e il governo di Abiy Ahmed, l’uomo che, salito al potere nel 2018, ne ha segnato la fine dell’egemonia. Il mese scorso il TPLF aveva detto che l’accordo di Pretoria era di fatto morto.
Etiopia e TPLF si accusano a vicenda di aver violato i patti. Il governo regionale del Tigray sostiene che sono state le forze federali ad attaccare. Abraham Belay, ministro del governo di Aby che ha guidato il governo di transizione in Tigray, punta il dito sul TPLF, che secondo Addis Abeba vuole tornare al potere con la forza, grazie al supporto dell’Eritrea e delle milizie fano dell’Amhara. L’Agenzia di stampa etiope ieri titolava: “La mossa azzardata del regime eritreo di spingere il Tigray verso una zona cuscinetto in una nuova guerra per procura”. L’obiettivo sarebbe fare del Tigray “uno scudo che isola l’Eritrea da un confronto diretto, limitando al contempo le capacità militari e politiche dell’Etiopia”, scrive ENA.
“Intensificando il blocco e l’assedio generalizzato che sta conducendo contro la popolazione del Tigray, nonché gli attacchi effettuati con droni e forze armate per procura, il regime dittatoriale e genocida della Prosperità ha lanciato una guerra aperta”, replica invece l’amministrazione tigrina in un comunicato.
Il riaccendersi della violenza ha già spinto molti a fuggire dal Tigray verso il Sudan. Sarebbero in centinaia, secondo Al Jazeera. Il giornalista Osama Sayed Ahmad, da Ad-Damazin, capitale del Nilo Azzurro, in Sudan, ha detto che “colpi di droni o di artiglieria hanno provocato esplosioni in diversi campi di rifugiati alla frontiera, ma che il numero delle vittime non è disponibile”.
L’analisi. Q&A con Lucio Cascavilla, filmaker e scrittore
L’Etiopia è un Paese complesso, vastissimo, con una diversità straordinaria: circa 80 gruppi etnici, un centinaio di lingue diverse. Una civiltà millenaria, con una storia recente segnata da guerre e profondi conflitti. Il suo presente è quello di un Paese che rischia di disgregarsi. Ciò che sappiamo è però davvero poco. Abbiamo chiesto a Lucio Cascavilla, scrittore e filmaker italiano, di aiutarci a comprendere quello che sta accadendo. Lucio vive in Etiopia da tre anni, conosce l’Africa, ha scritto e co-diretto il documentario girato in Sierra Leone The Years We Have Been Nowhere, sta lavorando Kurat, A Legacy of Resistence, che si occupa della seconda guerra italo etiope, ed ha appena pubblicato L’algoritmo della farfalla, Graphic Novel che si occupa del dramma dei Centri di Permanenza per il rimpatrio.
E: Buongiorno Lucio, grazie per essere qui, con noi oggi. Sei Addis Abeba, puoi raccontarci come viene vissuto nella capitale il riaccendersi della tensione in Tigray?
L: Come avrai già detto agli ascoltatori, vivo ad Addis Abeba da tre anni. Qui viviamo la questione del Tigray in maniera molto, molto distaccata. Addis Abeba è la sede dell’Unione Africana e, inoltre, rappresenta il più importante hub aeroportuale dell’Africa.
Molto spesso, quando arrivo ad Addis Abeba, sono una delle dieci, quindici o venti persone che si fermano qui, mentre tutte le altre proseguono verso il Benin, il Togo, Zanzibar, il Kenya o la Tanzania.
Addis Abeba ospita anche tutte le ambasciate, essendo considerata in qualche modo il centro dell’Africa, anche per il fatto che l’Etiopia non è mai stata colonizzata. Noi viviamo quindi in questa bolla, in una sorta di paradiso ovattato: le informazioni arrivano, ma non ci accorgiamo davvero di ciò che sta accadendo.
Devo dire che alcune persone mi hanno raccontato che, in seguito alla guerra combattuta tra il 2020 e il 2022, anche ad Addis Abeba ci sono stati arresti e condanne nei confronti di coloro che avevano appoggiato il Fronte popolare di liberazione del Tigray.
E: Capire cosa sta accadendo in Etiopia, anche solo verificare le informazioni sulle le dinamiche dei recenti combattimenti, sembra ancora una volta difficilissimo. È possibile raggiungere il Tigray in questo momento? Quanto sappiamo veramente di ciò che sta accadendo?
L: Non sono stato recentemente nel Tigray: ci sono stato un paio di anni fa. Quello che posso raccontare sulla situazione attuale deriva quindi dalle testimonianze di alcuni giornalisti accreditati che vivono qui, ad Addis Abeba. Sono molto pochi: credo che in questo momento siano tre o quattro, almeno tra quelli occidentali.
Una di queste persone, arrivata a Macallè, è stata immediatamente fermata e non ha potuto raggiungere il luogo in cui si erano verificati alcuni scontri e dove si avvertiva una certa tensione. Il ruolo dei giornalisti è dunque molto limitato.
Inoltre, è molto difficile muoversi. Recentemente è uscito un articolo scritto da una giornalista che vive qui in Etiopia e che conosco. Raccontava che gli autobus vengono fermati e che ai tigrini viene impedito di raggiungere altre città, come Gondar o Addis Abeba. La situazione è quindi caratterizzata da un controllo estremo.
Quando si sono tenute le elezioni, alla fine di marzo, il Tigray non ha potuto votare proprio a causa di questa situazione e della presenza di un gruppo ribelle nella regione. Le elezioni, dunque, non si sono svolte, ma era una circostanza nota già da tempo.
Ne sappiamo davvero molto poco, anche noi che viviamo qui ad Addis Abeba, perché non è possibile visitare la regione né recarsi sul posto per verificare direttamente quello che sta realmente accadendo.
E: Arrivano notizie della fuga dei tigrini verso il Sudan. Cosa sappiamo?
L: Tra sabato e domenica si sono verificati alcuni scontri nel Tigray, nel nord dell’Etiopia. Nei combattimenti sono stati impiegati mezzi di artiglieria pesante e droni e sono rimasti coinvolti ribelli, miliziani e soldati.
Una mia amica, che lavora per la Croce Rossa, ha partecipato a una riunione d’emergenza proprio sabato mattina, perché più di 350 feriti coinvolti negli scontri erano stati ricoverati. Non sono riuscito a capire se siano stati portati in un unico ospedale o distribuiti in diverse strutture sanitarie.
In seguito ai combattimenti, molti civili e, con ogni probabilità, anche numerosi miliziani sono fuggiti in Sudan. I civili lo hanno fatto per paura di una nuova recrudescenza della guerra combattuta tra il 2020 e il 2022; i miliziani, invece, probabilmente per riorganizzarsi dopo gli scontri.
A tutto questo si aggiunge un altro problema: lo scambio di accuse tra Etiopia e Sudan. L’Etiopia accusa il Sudan di fornire sostegno al Fronte popolare di liberazione del Tigray, il TPLF. Dall’altra parte, il Sudan accusa l’Etiopia di appoggiare le Forze di supporto rapido, le RSF, che combattono nel conflitto sudanese, anche attraverso attacchi con droni che sarebbero lanciati dal territorio etiope.
E: Il TPLF e il Governo si accusano a vicenda di non aver rispettato gli accordi di Pretoria. Il TPLF sostiene che il Governo abbia condotto campagne di attacchi con droni nella regione. Viceversa, il TPLF è accusato di incitare alla guerra, e di voler tornare al potere con la forza, con l’aiuto degli ex nemici, le milizie Fano dell’Amhara. Quali sono secondo te le ragioni che hanno reso il processo di pace così fragile e incompiuto?
L: Parto da una premessa necessaria, che spiega anche il senso della mia risposta: negli ultimi anni il modo di combattere è profondamente cambiato.
Fino a cinque o dieci anni fa, presidenti, leader ribelli e comandanti delle milizie disponevano di soldati, guardie del corpo e persone incaricate di proteggerli. Con l’introduzione dei droni, invece, è sufficiente sapere dove si trova una persona o conoscere il luogo di un suo appuntamento per poterla colpire e uccidere, riducendo al minimo i rischi per chi conduce l’attacco.
Proprio per questa ragione, gli scontri e le violenze si sono intensificati durante la stagione delle piogge: le condizioni meteorologiche, infatti, possono ostacolare l’operatività dei droni.
Innanzitutto, il Fronte popolare di liberazione del Tigray, le milizie Fano e l’Oromo Liberation Army sono i tre principali gruppi ribelli presenti in Etiopia. Difficilmente riusciranno a trovare un accordo, perché sono profondamente ostili gli uni agli altri. Se riuscissero a coordinarsi, tuttavia, potrebbero effettivamente creare seri problemi al presidente in carica.
Dobbiamo sempre ricordare che l’Etiopia è una repubblica federale. Ognuno di questi gruppi rivendica una maggiore autonomia, se non l’indipendenza, della propria regione. Negli ultimi anni, queste tensioni hanno continuato a covare.
Se avessimo visitato l’Etiopia fino a una decina di anni fa e avessimo incontrato i suoi abitanti, quasi tutti ci avrebbero detto di essere etiopi e di esserne orgogliosi. Negli ultimi cinque o sei anni, invece, come mi spiegava un medico di Medici Senza Frontiere, sempre più persone affermano: «Sì, sono etiope, ma sono tigrino», oppure «sono amhara» o «sono oromo».
Negli ultimi anni si è dunque verificata una sorta di balcanizzazione del Paese. Pur restando una repubblica federale, l’Etiopia ha assistito al rafforzamento delle diverse appartenenze regionali ed etniche e a un identitarismo diventato molto più marcato.
Parlando della balcanizzazione del Paese, dobbiamo considerare anche le numerose promesse che non sono state mantenute. Inoltre, come ricordavo prima, il governo ha continuato ad arrestare e a cercare di fermare i tigrini presenti anche nella capitale, nel tentativo di impedire loro di tornare al potere.
In questo quadro rientra anche il fatto che nel Tigray non sia stato possibile votare: è stato deciso di non svolgere le elezioni nella regione.
Gli ostacoli al raggiungimento di una pace effettiva sono dunque numerosi: le centinaia di migliaia di sfollati interni, le promesse relative alle terre contese e le richieste di maggiore autonomia o indipendenza.
La pace è stata formalmente raggiunta, ma gli accordi hanno anche acuito una serie di problemi. Quel risultato è arrivato dopo che l’Etiopia aveva stretto un’alleanza con l’Eritrea, schiacciando il Tigray tra i due Paesi. Adesso, però, la situazione lungo il confine tra Etiopia ed Eritrea è tornata a essere drammatica.
E: Raccontiamo la guerra in Tigray, come le tensioni che attraversano il Paese nelle altre regioni, sempre sotto la lente del conflitto etnico. Ci sono motivazioni altre? Ed è davvero solo una guerra locale o ha una dimensione internazionale?
La guerra nel Tigray nasce come un conflitto interno, uno scontro tra differenti gruppi etnici per il controllo del Paese, ma assume quasi immediatamente una dimensione internazionale. Già durante la guerra combattuta tra il 2020 e il 2022, infatti, è intervenuta l’Eritrea.
In questo momento, come ho ricordato in precedenza, ci sono forti tensioni lungo il confine con il Sudan. Esistono inoltre tensioni con l’Egitto, legate al completamento da parte dell’Etiopia della grande diga sul Nilo Azzurro.
Dobbiamo anche ricordare che l’Etiopia è un importante esportatore di energia elettrica, che vende soprattutto al Sudan, al Sud Sudan e ad altri Paesi della regione. A questo si aggiungono le risorse etiopi, che suscitano l’interesse di diverse potenze straniere.
Capire quanto queste potenze stiano influenzando il conflitto e il rischio di una ripresa della guerra è una questione molto più complessa. Dovremo attendere gli sviluppi della situazione per comprendere chi stia sostenendo chi e quali attori abbiano maggiore interesse a vedere al potere l’uno o l’altro gruppo.
L’ultima cosa che vorrei aggiungere riguarda le tensioni lungo il confine tra Eritrea ed Etiopia. Al momento, queste tensioni restano sotto controllo anche perché il governo etiope deve affrontare numerosi problemi all’interno del Paese.
Abbiamo già parlato delle milizie Fano, del Fronte popolare di liberazione del Tigray e dell’Oromo Liberation Army. La presenza di questi gruppi ribelli impedisce all’Etiopia di concentrare le proprie forze militari lungo il confine con l’Eritrea.
La situazione rimane quindi molto tesa sia alla frontiera sia all’interno del Paese. Se l’Etiopia spostasse un numero considerevole di soldati verso il confine eritreo, rischierebbe infatti di lasciare scoperte le altre regioni attraversate da tensioni e dalla presenza di gruppi ribelli. In quelle aree potrebbero così verificarsi scontri ancora più gravi, perché verrebbero a mancare le forze militari necessarie a mantenere la situazione sotto controllo.
Corpi di donne, campi di battaglia
“Una volta che hai ascoltato madri descrivere esperienze che nessun essere umano dovrebbe mai vivere, e una volta che hai visto gli effetti duraturi della violenza sui loro corpi, sulle loro menti, sulle loro famiglie e sui loro futuri, diventa impossibile semplicemente allontanarsi. La loro sofferenza non mi ha fatto fermare. Mi ha resa più determinata. Perché queste donne non chiedevano soltanto compassione. Chiedevano di essere credute. Chiedevano dignità. Chiedevano giustizia”.
Il Tigray è in guerra quando Meseret Hadush fonda Hiwyet, che significa ‘guarigione’, un’organizzazione che aiuta le donne vittime di violenza, lì dove la violenza sulle donne è arma di guerra. Meseret deve sopravvivere, come chiunque, nella sua terra sottoposta a un devastante assedio, dove manca tutto, acqua, medicine, carburante. Eppure non può voltarsi dall’altra parte quando incontra lo sguardo e il dolore delle sue sorelle. Vuole che le sue sorelle ritrovino se stesse e il loro posto nel mondo. Che quei corpi, da campo di battaglia, si facciano futuro.
“Quando ho iniziato questo lavoro, ero essenzialmente sola. L’idea è nata nel mezzo della guerra. Per molti, anche solo pensare a come tirarsi fuori da quella crisi era qualcosa di opprimente. Quindi, quando ho detto: “Come posso aiutare a salvare gli altri?”, alcune persone hanno pensato che fossi pazza. Mi chiedevano: “Sei fuori di testa?”. Ma non potevo ignorare ciò a cui stavo assistendo”.
Davanti ai suoi occhi l’orrore è troppo grande. “Donne e ragazze venivano prese di mira a prescindere dall’età, dall’aspetto, dalla religione, dalla condizione socio-economica o dal fatto di vivere in comunità urbane o rurali. Ciò che sentivamo e vedevamo era devastante: violenze sessuali, individuali e collettive, talvolta protratte nel tempo, che lasciavano ferite fisiche, psicologiche, sociali e profondamente umane”. Dietro quest’orrore, Meseret non vede soltanto la sofferenza individuale, ma il suo Paese andare in frantumi, vede il tessuto sociale disfarsi, slabbrarsi. “Le donne sono il cuore delle famiglie e delle comunità tigrine. Danno alla vita, crescono i figli e portano avanti le generazioni. Perciò, quando la violenza è diretta contro le donne, non ferisce solo la singola donna: lacera le famiglie, le comunità, l’identità, la dignità e la possibilità stessa di un futuro”.
Meseret fonda Hiwyet come luogo sicuro, dove chi ha subito violenza può raccontare la sua storia. Sono oltre 6.000 quelle che ha ascoltato e raccolto, un coro che è testimonianza di una sofferenza che chiede ancora giustizia e dalla quale le donne tigrine non sono ancora al sicuro.
La violenza è però solo l’inizio della discesa verso l’Inferno. Dopo, ci sono silenzio, stigma, isolamento, paura e colpevolizzazione. Ci sono famiglie che chiedono loro di tacere, una società intera che non vuole riconoscerle come vittime. Quell’Inferno è diventato il suo, la loro paura la sua. Meseret sa di cosa hanno bisogno: “Le donne che hanno subito violenza sessuale hanno bisogno di qualcosa di più della semplice compassione”.
Servono spazi sicuri, assistenza medica, supporto psicosociale, accesso alla giustizia e libertà di decidere se, quando e come raccontare le proprie storie. La guarigione, racconta Meseret, è un lungo percorso, e non è soltanto una risposta al trauma, ma serve a ricostruire il tessuto sociale che la violenza ha cercato di distruggere.
Hiwyet diventa un rifugio, un rifugio fragile. Per tenerlo in vita Meseret deve lottare. Meseret cura, e nel farlo documenta crimini, abusi. E questo è un atto politico. Aiutare le donne è un rischio. Ci sono stati tentativi di screditare Hiwyet e di minarne la credibilità, Meseret è stata minacciata, incarcerata, come le persone che lavorano con lei, interrogate, detenute, costrette a lasciare le proprie case o il proprio lavoro e sottoposte a pressioni che hanno colpito non solo loro, ma anche le loro famiglie. “Lo credevo allora, e lo credo ancora oggi: quando le voci delle sopravvissute diventano politicamente scomode, esiste un rischio concreto che anche i servizi che sostengono quelle sopravvissute diventino vulnerabili”.
Se quel rifugio fosse scomparso, molte sopravvissute avrebbero rischiato di essere messe a tacere una seconda volta — non dalla violenza che avevano già subito, ma dalla perdita dell’unico luogo in cui si sentivano abbastanza al sicuro da iniziare a guarire. “Le donne non tacciono perché prive di voce. Spesso tacciono perché non è stato offerto loro uno spazio sicuro in cui farla sentire”.
Meseret resiste, Hiwyet è ancora in piedi. Questo è solo un pezzo della sua storia. La sua intervista potrete leggerla lunedì sulle nostre pagine.
Donne, lavoro, identità
In Etiopia, sono oltre 80 i gruppi etnici, che lo rendono uno dei Paesi al mondo più ricco di diversità. L’appartenenza etnica è scritta nel sangue e nella terra, destino immutabile, benedizione o condanna. O almeno questo è ciò che crediamo noi. L’etnia non si cambia e non si sceglie. Eppure, per le donne etiopi che riescono ad entrare nel mercato del lavoro formale, l’inizio di una carriera può significare anche decidere di essere altro, di cambiare la propria identità etnica. “In un Paese in cui l’appartenenza etnica influenza l’accesso alle opportunità, alla sicurezza e ai diritti politici, questo cambiamento è tutt’altro che trascurabile”, scrive su The Conversation Africa, Monica Beede, docente all’Università di Southampton. Fa parte di un gruppo di ricercatori, politologi, economisti dello sviluppo, che si occupano del mercato del lavoro, di genere e identità etnica in Etiopia.
Hanno realizzato una ricerca in 27 aziende etiopi, in cinque diverse regioni, osservando per tre anni alcune donne che hanno partecipato a una selezione per dei posti di lavoro assegnati casualmente, per sorteggio.
“Ciò che abbiamo scoperto è sorprendente. Nel nostro campione completo di 891 donne, circa l’8% ha cambiato la propria etnia dichiarata in un qualche momento durante il periodo in cui le abbiamo seguite. Sebbene questa possa sembrare una percentuale bassa, il cambio di identità etnica è raro e ha conseguenze sociali, il che rende questo livello di cambiamento significativo nel contesto”. La probabilità di cambiare etnia, secondo i ricercatori, sarebbe decisamente più alta tra le donne a cui il lavoro è stato offerto rispetto a chi è stata scartata.
Cambiare etnia, in Etiopia, è un gesto radicale, con pesanti ripercussioni nella vita comunitaria, nelle relazioni con i famigliari.
La domanda che i ricercatori si sono posti è perché l’ingresso nel mercato del lavoro formale può indurre le donne a una scelta così difficile.
Secondo i ricercatori, doversi adattare a un contesto nuovo e a nuove routine può esporre a rischi o offrire nuove opportunità.
Si tratta, spesso, di una scelta dettata da motivi di sicurezza, nelle zone dove più forti sono le tensioni etniche, per esempio, quando è necessario spostarsi per andare a lavoro, per raggiungere una fabbrica. A volte, le donne dichiarano di essere di un’etnia terza, neutrale.
Lo studio arriva a delle conclusioni che mettono in discussione molti dei preconcetti riguardo alle etnie, che non sono immutabili, ma si modificano in risposta ai cambiamenti dell’ambiente intorno. “L’appartenenza etnica può essere consapevolmente modificata in risposta alle condizioni economiche, alla mobilità e ai rischi che le donne corrono negli spazi pubblici”, scrivono i ricercatori. Lo studio solleva, però, anche degli importanti interrogativi. “Quando le donne sono costrette a modificare la propria identità per sentirsi al sicuro durante il tragitto verso un lavoro mal pagato, è evidente che qualcosa non va”. E chiama in causa, in particolare, quei modelli di lavoro, come quelli imposti dalle industrie globali, per esempio, nel settore dell’abbigliamento che non tengono in considerazione le complessità locali e i bisogni di sicurezza.
Pastorizia, cambiamento climatico e la disgregazione di una società
Nell’Etiopia orientale, il sapere antico dei pastori non può più nulla di fronte al clima impazzito che rende ancora più arida una terra già arida. Con la siccità, il suolo si spezza e con lui la società che ha imparato a camminarvi sopra, a trarvi nutrimento. Il vento, le piogge, nulla serve più a guidare il lavoro paziente dei custodi delle mandrie.
“Il clima è diventato progressivamente più caldo e secco”, racconta Nuur Muhammad, un pastore, a Mongabay. “Le precipitazioni non sono più prevedibili e i periodi di siccità si verificano con maggiore frequenza.” “Tutta la terra è arida”, dice Mohamoud Sulub. Entrambi abitano nella regione di Kebribeyah, dove piove in media intorno ai 500 mm.
In tempo di siccità, i pastori migrano in cerca di pascoli e si aiutano l’un l’altro. Per sopravvivere dove la terra è avara, serve la comunità. La vita dei pastori etiopi è vita comunitaria, è fatta di condivisione. “Con il protrarsi della siccità, intere comunità vengono colpite contemporaneamente, lasciando un numero minore di famiglie in grado di aiutare le altre. Quello che un tempo funzionava come un sistema di sopravvivenza collettiva è ora sotto pressione”, scrive Mongabay, pubblicazione specializzata in tematiche ambientali, che dedica all’impatto del cambiamento climatico nelle aree pastorali della regione somala un reportage.
“Le strategie indigene includono previsioni meteorologiche tradizionali, calendario degli accoppiamenti, riduzione del bestiame, mobilità delle mandrie, diversificazione delle mandrie, il tradizionale sistema di pascolo a rotazione (“Seri”) e anche elenchi di strategie di adattamento emergenti utilizzate a causa della gravità della variabilità climatica e degli eventi estremi nella regione”, spiegano gli autori di una ricerca pubblicata nel 2022 sulle capacità di adattamento dei sistemi pastorali al cambiamento climatico. E includono forme di mutua assistenza come il Gergar, o gergaar o girgir, parola che significa ‘aiuto’, che consente a chi perde capi di bestiame di riceverne da chi è nella rete, familiari o vicini, per esempio in cambio di acqua. Secondo gli studiosi, accademici di diverse università, le istituzioni indigene che consentivano alle comunità di affrontare i cambiamenti climatici hanno bisogno di essere “rivitalizzate con innovazioni”.
Oggi, in tempi di risorse scarse, quelle poche risorse non vengono più messe in comune e sono invece sorte conflittualità. I clan si contendono quel poco che resta.
Cambiamenti profondi, che stanno modificando radicalmente la struttura sociale, e stanno portando i pastori a cercare altre strade per sopravvivere, inclusa la coltivazione del più lucroso khat, una pianta che contiene sostanze stimolanti, con proprietà simili alle anfetamine, tradizionalmente utilizzata nel Corno d’Africa e nella Penisola arabica.
Invito all’ascolto. Tezeta, Mulatu Plays Mulatu, Mulatu Astatke
Tezeta o tizita è una parola amarica, e significa “nostalgia”, “ricordo”, “rimpianto”, ma è anche un modo di fare musica in Etiopia, un genere di brani che distilla l’anima etiope, musica della memoria, della lontananza, degli amori che non ci sono più. Più che uno stile, l’espressione di una complessità di emozioni. Molti sono gli artisti che l’hanno reinterpretata, ma è la versione iconica di Mulatu Astatke, il padre dell’Ethio-jazz, ad averne fatto un simbolo. Senza parole, con un ritmo ipnotico, il jazz e la melodia etiope si fondono a fare della malinconia non solo dolore, ma anche contemplazione. Un clasico ormai. A 82, però, Mulatu Astatke non smette di innovare. È è pronto, racconta The Guardian, per un nuovo progetto, destinato a coinvolgere e dare visibilità agli artisti africani indigeni. “Cosa c’è in programma per il futuro? Accarezza l’idea di suonare nuova musica al club di Addis Abeba. Il suo album più recente, Mulatu Plays Mulatu, è un nuovo arrangiamento dei suoi classici con la sua band britannica, ma il prossimo vedrà la partecipazione di musicisti provenienti sia dal “bush” che da Addis Abeba. Tuttavia, insiste sul fatto che il progetto non ha ancora un nome: è ancora in fase di sviluppo.
«Promuovere l’Etiopia, promuovere la nostra cultura e il nostro popolo nel mondo, ecco cosa mi rende così orgoglioso e felice», afferma.
È con lo sguardo al futuro, di un artista straordinario, che vi salutiamo oggi, nella speranza che siano solo musica e bellezza a guidare anche il futuro dell’Etiopia. Grazie per essere stati con noi, vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.
Musica: King David/Pond5
Foto di copertina: AI
Ritratto di Meseret Hadush, credits Hiwyet
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