8 aprile 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Aprile 8, 2026
- Trump: “Un’intera civiltà morirà stanotte”, poi annuncia due settimane di cessate il fuoco. Catene umane di iraniani intorno alle sue infrastrutture.
- Israele d’accordo per la pausa contro l’Iran ma non contro il Libano.
- Stati Uniti: i bambini nelle mani dell’Ice. Iraq: Liberata la giornalista americana rapita.
- Rwanda: 32 anni dopo il genocidio. B
- rasile: una biblioteca pubblica digitale per tutti.
- Messico: minatore trovato vivo dopo 13 giorni in profondità.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Guerra contro l’Iran
“A whole civilization will die tonight.”
Una civiltà intera morirà stanotte.
Non è una frase detta in privato, né una fuga di notizie. È quello che Donald Trump ha scritto pubblicamente, minacciando l’Iran poche ore prima di una scadenza fissata da lui stesso: aprire lo stretto di Hormuz o affrontare attacchi su infrastrutture civili, ponti, centrali elettriche.
È un linguaggio che segna un salto. Non solo nella retorica, ma nella natura stessa del conflitto. Perché qui non si parla più di obiettivi militari, ma della possibilità dichiarata di colpire un intero Paese, senza distinguere. Un genocidio annunciato sui social.
E mentre le parole si fanno sempre più estreme, sul terreno i fatti seguono. Nelle ultime ore, raid statunitensi e israeliani hanno colpito diverse aree dell’Iran: almeno 17 zone civili bombardate, tra Teheran, Alborz e Fars. I morti sono almeno 18, tra cui due bambini, decine i feriti. A Shahriar, a ovest della capitale, si contano altre vittime; a est, nella città di Pakdasht, nuovi attacchi.
A Teheran è stata colpita anche una sinagoga, la Rafi Niya, all’interno di un edificio residenziale. Un dettaglio che racconta quanto il confine tra obiettivo militare e civile sia ormai sempre più sfumato.
Non solo città. Anche le infrastrutture sono diventate bersagli. Ponti ferroviari colpiti a Kashan, Qom, lungo la linea tra Hashtgerd e Tabriz. Un avvertimento israeliano ha invitato i civili a non usare i treni. Ma quando colpisci le infrastrutture, non stai solo fermando movimenti militari: stai fermando un Paese.
E il conflitto si allarga. Sull’isola di Kharg, principale terminal petrolifero iraniano, sono state segnalate esplosioni. Impianti petrolchimici colpiti a Shiraz. In risposta, l’Iran ha lanciato attacchi contro infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, nella regione industriale di Jubail — uno dei cuori della produzione globale di plastica e fertilizzanti.
È una guerra che non resta più confinata. Tocca energia, commercio, economia globale.
E mentre i governi si muovono, le persone reagiscono. A Teheran centinaia di migliaia di civili stanno lasciando la città o si preparano a restare chiusi in casa. Altri fanno l’opposto: formano catene umane attorno a centrali elettriche e ponti, tentando di proteggerli con i propri corpi.
Un gesto disperato, ma anche politico.
Nel frattempo, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie avverte: se gli Stati Uniti colpiranno infrastrutture energetiche, la risposta sarà colpire petrolio e gas nella regione per anni. E infatti gli attacchi già si allargano: droni iraniani hanno colpito una base americana in Kuwait, ferendo soldati. Nuovi raid rivendicati su installazioni militari.
Il rischio non è più solo escalation. È una trasformazione del conflitto in qualcosa di sistemico.
Poi stanotte, ovviamente si fa strada una tregua di due settimane appena un’ora prima della scadenza del suo piano apocalittico per distruggere l’Iran.
Trump ha dichiarato di aver accettato una proposta mediata dal Pakistan per prorogare la scadenza, ma ha ribadito la sua posizione sullo Stretto di Hormuz che va aperto.
“E a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran acconsenta all’APERTURA COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane”, ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social.
Il prezzo del petrolio è crollato bruscamente in seguito alle dichiarazioni di Trump. I costi del petrolio erano aumentati vertiginosamente dalla fine della guerra, esercitando una forte pressione politica su Trump.
Il Pakistan invita gli Stati Uniti e l’Iran a Islamabad il 10 aprile-
Intanto, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è consumata nelle ore precedenti l’ennesimo stallo, una risoluzione proposta dal Bahrain, che chiedeva un coordinamento internazionale per garantire la sicurezza della navigazione — scorte alle navi commerciali e misure difensive — è stata bocciata.
Undici paesi hanno votato a favore, ma i veti di Russia e Cina, membri permanenti, hanno bloccato tutto. Colombia e Pakistan si sono astenuti.
Il testo insisteva su un punto chiave: interventi “difensivi”, nel rispetto del diritto internazionale, per evitare il blocco di una delle rotte energetiche più cruciali al mondo.
Dopo il voto, il ministro degli Esteri del Bahrain ha parlato apertamente di fallimento: il Consiglio, ha detto, non è stato in grado di assumersi le proprie responsabilità.
E così si resta sospesi. Tra minacce di distruzione totale e negoziati che non riescono a fermare le bombe.
Con una domanda che resta sullo sfondo, sempre più urgente: quando il linguaggio della guerra arriva a parlare di civiltà da cancellare, quanto siamo già oltre il punto di ritorno?
Libano
Israele ha appoggiato a decisione del presidente statunitense Donald Trump di sospendere gli attacchi contro l’Iran per due settimane, ma il cessate il fuoco non include il Libano, ha dichiarato mercoledì l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
Israele continua a colpire il Libano meridionale e lo fa con una strategia che non è più solo militare, ma territoriale, quasi chirurgica nella sua capacità di isolare intere aree e spezzare la vita quotidiana.
Martedì mattina almeno otto persone sono state uccise in diversi attacchi: Tayr Debba, Zebedine, Deir al-Zahrani. Nomi che si sommano ad altri, mentre a Tiro una donna è morta per le ferite riportate poche ore prima.
Non è solo una sequenza di raid, è una pressione costante che trasforma ogni villaggio in un bersaglio possibile.
Sul terreno, i segnali sono ancora più inquietanti. L’uso di proiettili al fosforo bianco è stato segnalato ad Ainata — un’arma controversa, che brucia la pelle e segna i corpi — mentre nella piana di Marjayoun i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro contadini, ferendo anche un lavoratore siriano. La guerra entra nei campi, non resta al fronte.
E poi c’è la geografia che cambia sotto i bombardamenti. Israele ha colpito il settimo ponte sul fiume Litani. Sette. Questo significa tagliare vie di comunicazione, isolare comunità, rendere più difficile raggiungere ospedali, acqua, aiuti. Ufficialmente si tratta di bloccare i movimenti di Hezbollah, ma l’effetto reale è una popolazione sempre più intrappolata.
E intrappolata lo è davvero, se guardiamo a Kfar Hatta, vicino Sidone, dove un attacco ha ucciso un’intera famiglia: sette persone, tra cui tre donne e una bambina di cinque anni.
Erano in una zona che Israele stesso aveva indicato come sicura. È uno schema che abbiamo già visto a Gaza: spostati, ti dicono, e poi colpiscono anche lì.
A morire non sono solo civili anonimi. Tra le vittime c’è anche Marouf Rammal, figura chiave dell’apicoltura libanese. Un uomo che lavorava con le api, che costruiva un’economia fragile e locale, spazzato via in un attacco. La guerra non distrugge solo vite, ma anche ciò che le tiene insieme.
Dall’altra parte, Hezbollah continua a rispondere: razzi su Kiryat Shmona, attacchi su diverse postazioni israeliane, colpi di artiglieria lungo il confine. Una spirale che si autoalimenta, dove ogni attacco prepara il successivo.
E nel mezzo, come sempre, restano le persone. Isolate, colpite, spostate. E sempre più invisibili.
Palestina e Israele
A Gaza i numeri non sono più solo numeri, sono una contabilità della distruzione che continua anche quando la guerra, ufficialmente, dovrebbe rallentare.
Nelle ultime 24 ore almeno dieci palestinesi sono stati uccisi e 44 feriti negli attacchi israeliani. Ma il dato che pesa davvero è quello complessivo: oltre 72 mila morti dall’inizio dell’offensiva del 7 ottobre 2023, più di 172 mila feriti.
E poi c’è la cifra che racconta meglio di tutte cosa significhi vivere sotto le bombe: 759 corpi recuperati dalle macerie. Non morti “nuovi”, ma persone rimaste sepolte, invisibili fino a quando qualcuno non riesce a scavare abbastanza.
E mentre si continua a parlare di tregua, quella tregua non tiene. Dal giorno successivo al cessate il fuoco, l’11 ottobre, almeno 733 palestinesi sono stati uccisi e oltre duemila feriti. È una tregua che non protegge, una pausa che somiglia più a una prosecuzione a bassa intensità, ma continua.
Sul terreno, la violenza si frammenta e si complica. Nel campo profughi di Al-Maghazi, nel centro della Striscia, almeno dieci persone sono state uccise lunedì durante scontri innescati da un gruppo armato di collaboratori.
Testimoni raccontano che le forze israeliane avrebbero fornito copertura alla milizia e lanciato attacchi aerei mentre gli scontri erano in corso. È una dinamica che aggiunge un ulteriore livello alla guerra: non solo bombardamenti, ma anche conflitti interni, tensioni che si accendono dentro comunità già devastate.
A Gaza City, nel quartiere di Sheikh Radwan, un bambino è stato ucciso mentre era su una bicicletta. Un’immagine che resta, perché racconta la normalità che prova a sopravvivere e viene spezzata.
A Khan Younis, un uomo è stato ucciso dopo che i soldati israeliani hanno aperto il fuoco su un veicolo. Episodi che, presi singolarmente, sembrano piccoli, ma insieme costruiscono una realtà in cui non esiste più un luogo sicuro.
E poi c’è Gerusalemme, che resta il cuore simbolico e politico di tutto questo. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, figura dell’estrema destra, è entrato nel complesso della moschea di Al-Aqsa sotto pesante protezione della polizia.
Un gesto che non è solo una visita, ma un segnale politico preciso, arrivato dopo 39 giorni di chiusura del sito — insieme alla Chiesa del Santo Sepolcro — giustificata con lo stato di emergenza legato alla guerra.
La reazione è stata immediata: condanne da parte di diversi Paesi a maggioranza musulmana, tra cui Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Turchia. Perché Al-Aqsa non è solo un luogo religioso, è una linea rossa. E ogni incursione rischia di trasformare una guerra già devastante in qualcosa di ancora più ampio.
Così Gaza continua a bruciare, mentre attorno si muovono simboli, provocazioni, decisioni politiche che tengono il conflitto sempre sull’orlo di un’escalation più grande. E in mezzo, ancora una volta, restano le persone. Quelle che non fanno dichiarazioni, ma scavano, contano, sopravvivono.
Iraq
In Iraq, la liberazione di una giornalista americana racconta molto più di un lieto fine.
Shelly Kittleson è stata rilasciata dopo essere stata rapita a fine marzo dalla milizia filo-iraniana Kataib Hezbollah, in seguito a uno scambio di prigionieri con il governo di Baghdad.
La condizione è chiara: lasciare immediatamente il Paese. E il messaggio della milizia lo è ancora di più: “Ci troviamo in uno stato di guerra condotto dal nemico sionista americano contro l’Islam”, dicono, e in guerra “molte considerazioni cadono”.
Kittleson, freelance con anni di esperienza in Medio Oriente, era detenuta in una roccaforte del gruppo a nord di Baghdad. Washington parla di successo diplomatico, mentre le organizzazioni giornalistiche tirano un sospiro di sollievo.
Ma il quadro resta inquietante. È il secondo rapimento recente di stranieri da parte della stessa milizia. A settembre, il gruppo aveva rilasciato Elizabeth Tsurkov, cittadina israeliana-russa e studentessa dell’Università di Princeton, dopo oltre due anni di prigionia.
Turchia
Tre uomini armati hanno aperto il fuoco contro la polizia nei pressi del consolato israeliano, nel quartiere di Beşiktaş. Il bilancio è di un assalitore ucciso e due feriti, arrestati subito dopo lo scontro.
Secondo il ministro dell’Interno Mustafa Çiftçi, gli aggressori avevano legami con un’organizzazione che sfrutta la religione, e sarebbero arrivati a Istanbul da Izmit poco prima dell’attacco.
Il consolato, però, non era operativo da oltre due anni, dopo l’inizio della guerra a Gaza. Un dettaglio che rafforza i sospetti su un’azione più simbolica che strategica.
Condanna immediata da parte degli Stati Uniti, mentre le autorità turche parlano apertamente di provocazione.
Perché colpire — o tentare di colpire — una sede diplomatica significa sempre andare oltre il singolo episodio. Significa toccare un equilibrio internazionale già estremamente fragile.
Rwanda
In Rwanda la memoria non è un rito, è una necessità. E ogni anno torna, precisa, inevitabile, come una ferita che non si chiude ma si custodisce.
Sono passati 32 anni dal genocidio del 1994 contro i tutsi, e il Paese ha aperto la settimana di commemorazione, conosciuta come Kwibuka, con una cerimonia al Kigali Genocide Memorial, dove sono sepolte oltre 250 mila vittime. Un luogo che non è solo un memoriale, ma una presenza costante della storia, riconosciuto anche dall’UNESCO come patrimonio mondiale.
Il presidente Paul Kagame ha deposto una corona di fiori e acceso la “Fiamma del Ricordo”, che brucerà per cento giorni. Cento giorni, come quelli in cui si consumò il genocidio: circa un milione di persone uccise, in gran parte tutsi ma anche hutu moderati, massacrati da estremisti hutu in una spirale di violenza organizzata, sistematica, velocissima.
Tutto cominciò il 6 aprile 1994, quando l’aereo del presidente ruandese Juvénal Habyarimana venne abbattuto insieme a quello del presidente burundese Cyprien Ntaryamira. Un evento che fece da detonatore a un piano già pronto, che in pochi giorni trasformò il Paese in un luogo dove uccidere diventò norma.
Oggi Kagame insiste su un punto che va oltre la commemorazione: il genocidio non inizia con i machete, ma molto prima. Comincia con il linguaggio, con la distorsione dei fatti, con la negazione. “L’odio diventa azione,” ha detto, “quando i segnali vengono ignorati o minimizzati.”
E infatti il presidente ha criticato apertamente chi, ancora oggi, riscrive o nega quella storia, soprattutto fuori dal Rwanda. Perché la memoria non è solo un atto interno, è anche una battaglia internazionale contro la manipolazione.
Ma c’è anche un altro livello, più complesso. Il Rwanda di oggi si racconta come una nazione ricostruita, unita, capace di rinascere proprio grazie a quella memoria condivisa. “Tutto ciò che abbiamo costruito,” ha detto Kagame, “è stato possibile perché abbiamo scelto di restare insieme.”
È una narrazione potente, che tiene insieme dolore e identità, trauma e ricostruzione.
E forse è proprio questo il punto più difficile da accettare: che la memoria, in Rwanda, non serve solo a ricordare i morti. Serve a tenere in vita un equilibrio fragile, costruito su ciò che è stato — e su ciò che potrebbe accadere di nuovo, se smettessimo di guardarlo in faccia.
Ma per saperne di più, venerdì appuntamento con il notiziario Africa ed Elena Pasquini
Italia
Nel nord Italia il traffico aereo rallenta, non per il meteo, ma per una risorsa sempre più fragile: il carburante.
Almeno quattro scali — Aeroporto di Milano Linate, Aeroporto di Bologna Guglielmo Marconi, Aeroporto di Venezia Marco Polo e Aeroporto di Treviso Antonio Canova — hanno introdotto restrizioni sul rifornimento di jet fuel a causa di una carenza.
La conseguenza è una selezione forzata dei voli: priorità a quelli sanitari, ai voli di Stato e alle tratte più lunghe, sopra le tre ore. Tutti gli altri rischiano ritardi, riduzioni o cancellazioni.
Non è solo un problema logistico, ma un segnale più ampio. Quando il carburante scarseggia, si inceppa una delle infrastrutture più simboliche della globalizzazione: la mobilità.
E improvvisamente anche volare diventa una questione di priorità. Non più di scelta.
Francia
Dopo oltre tre anni di detenzione in Iran, due cittadini francesi tornano finalmente a casa.
Cécile Kohler e Jacques Paris sono stati rilasciati e stanno rientrando in Francia, come annunciato dal presidente Emmanuel Macron.
Arrestati nel 2022 durante un viaggio turistico e accusati di spionaggio, per Parigi erano “ostaggi di Stato”.
La loro liberazione è arrivata dopo mesi di negoziati e mediazioni, anche grazie al ruolo dell’Oman.
Un sollievo per le famiglie. Ma il caso resta emblematico di una pratica sempre più frequente: usare i detenuti stranieri come leva diplomatica
Regno Unito
Il Regno Unito chiude le porte a Kanye West, noto anche come Ye.
Il governo britannico ha negato al rapper l’ingresso nel Paese, sostenendo che la sua presenza “non è nell’interesse pubblico”. Alla base della decisione, le sue dichiarazioni antisemite e contenuti controversi, tra cui un brano che include riferimenti a Adolf Hitler.
La misura arriva dopo le critiche del primo ministro Keir Starmer alla sua partecipazione al Wireless Festival di Londra, poi cancellato. Biglietti rimborsati, sponsor ritirati.
Un caso che riapre il dibattito su libertà artistica e limiti, quando la musica incrocia l’odio.
Ungheria
Il vicepresidente americano JD Vance è arrivato a Budapest per sostenere apertamente il premier Viktor Orbán, a pochi giorni da elezioni decisive. Non una visita diplomatica neutrale: Vance ha dichiarato di essere lì per “aiutare” Orbán nella campagna elettorale.
Durante la visita ha attaccato duramente l’Unione Europea, accusandola di interferire nel voto ungherese, mentre allo stesso tempo offriva un sostegno politico diretto al leader nazionalista.
Orbán, al potere da oltre 16 anni, affronta la sfida elettorale più difficile della sua carriera, con l’opposizione in crescita e un Paese sempre più polarizzato.
Quella che si gioca in Ungheria non è solo una partita nazionale: è un test politico più ampio, dove si misura il peso internazionale del modello trumpiano in Europa.
E dove, ancora una volta, la linea tra sostegno e ingerenza si fa sempre più difficile da tracciare.
Stati Uniti
Dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, l’agenzia federale Immigration and Customs Enforcement ha detenuto oltre 6.200 minori. Non è un aumento marginale: significa una media di 226 bambini al giorno, circa dieci volte di più rispetto all’ultimo anno dell’amministrazione precedente.
Numeri che da soli sarebbero già sufficienti, ma è dentro quei centri che la storia cambia tono. Quasi la metà di questi bambini è stata trattenuta nel centro di detenzione di Dilley, in Texas. Documenti legali e testimonianze parlano di condizioni che difficilmente si possono ignorare: bambini lasciati senza cibo sufficiente, presenza di muffa e vermi nei pasti, cure mediche inadeguate.
E poi ci sono i casi che restano addosso. Un ragazzo di 13 anni, messo in isolamento dopo aver tentato il suicidio. Non un episodio isolato, ma un segnale di quanto il sistema stia spingendo al limite anche i più giovani.
Oltre 1.600 minori sono stati trattenuti oltre il limite legale dei 20 giorni stabilito dai tribunali. Più di 3.600 sono stati deportati, spesso senza un preavviso reale alle famiglie. Spariscono, di fatto, dal sistema, rimandati indietro prima ancora che qualcuno possa intervenire.
Il punto non è solo la politica migratoria, ma il modo in cui viene applicata. Perché quando i numeri crescono così rapidamente, e le condizioni peggiorano allo stesso ritmo, la questione non è più solo amministrativa.
Diventa umana. E profondamente politica.
Messico
In Messico, una storia che sembrava destinata a chiudersi nel peggiore dei modi si riapre con un segnale di vita.
Francisco Nájera, uno dei tre minatori intrappolati da tredici giorni nella miniera di Santa Fe, nello stato di Sinaloa, è stato ritrovato vivo a oltre 300 metri di profondità.
Le squadre di soccorso lo hanno raggiunto dopo più di 312 ore di lavoro ininterrotto, attraversando oltre tre chilometri di gallerie sotterranee. Era disidratato, affamato, ma cosciente.
Ora è in corso la complessa operazione per riportarlo in superficie, mentre le ricerche continuano senza sosta per gli altri due lavoratori ancora dispersi.
È una corsa contro il tempo, dove ogni ora pesa.
E dove, questa volta, la sopravvivenza ha resistito più a lungo del buio.
Brasile
In Brasile, l’accesso alla lettura prova a diventare davvero universale, passando dal digitale.
Il governo ha lanciato Mec Livros, una biblioteca pubblica online gratuita che mette a disposizione quasi 8 mila titoli, tra classici, narrativa contemporanea e libri per ragazzi. L’obiettivo è chiaro: superare le barriere economiche e geografiche che ancora limitano l’accesso ai libri in molte aree del Paese.
L’accesso avviene tramite identità digitale, e il funzionamento è quello di una biblioteca tradizionale: i libri vengono “presi in prestito” per 14 giorni, rinnovabili una sola volta, con un titolo alla volta.
Ci sono limiti per i bestseller, più richiesti, mentre altri testi restano disponibili senza restrizioni.
Ma il punto forse più interessante è l’accessibilità: caratteri regolabili, supporto per dislessia, strumenti per lettori con difficoltà visive.
Non è solo una piattaforma. È un tentativo concreto di ridurre le disuguaglianze culturali.
E di ricordare che leggere, in fondo, dovrebbe essere un diritto.
Vietnam
In Vietnam si rafforza la leadership interna, ma con uno sguardo ben puntato sugli equilibri internazionali.
To Lam è stato eletto presidente per un nuovo mandato fino al 2031, mantenendo contemporaneamente anche il ruolo di segretario generale del Partito Comunista. Una concentrazione di potere che conferma la solidità della sua posizione politica.
Le congratulazioni non si sono fatte attendere: Vladimir Putin ha parlato di un rafforzamento della partnership strategica tra Mosca e Hanoi, mentre Kassym-Jomart Tokayev ha sottolineato l’importanza del Vietnam come partner chiave in Asia.
Non è solo diplomazia formale. È il segnale di un Vietnam sempre più centrale negli equilibri globali, capace di dialogare con potenze diverse mentre consolida il proprio modello interno.
E in un mondo sempre più frammentato, anche Hanoi si ritaglia il suo spazio.
Corea del Nord
La Corea del Nord torna a lanciare missili, e lo fa per il secondo giorno consecutivo.
Secondo lo stato maggiore di Seul, diversi missili balistici a corto raggio sono stati lanciati dall’area di Wonsan verso il Mar del Giappone, percorrendo circa 240 chilometri.
Il test arriva in un momento delicato, dopo le tensioni legate a un’incursione con droni e le dichiarazioni del presidente sudcoreano Lee Jae-myung.
Seul e Washington parlano di massima vigilanza e di una risposta pronta a eventuali provocazioni.
È una dinamica ormai nota: test militari, reazioni, escalation controllata.
Giappone
Un cittadino giapponese, ritenuto un giornalista dell’emittente pubblica NHK, è stato rilasciato su cauzione in Iran, dove era detenuto dallo scorso gennaio. La conferma è arrivata dal portavoce del governo giapponese, Minoru Kihara.
Secondo le autorità di Tokyo, il giornalista è in buone condizioni di salute, ma il punto è un altro: non è ancora libero di lasciare il Paese. Il Giappone continua infatti a chiedere un rilascio completo.
L’arresto, avvenuto a gennaio, sarebbe legato al clima di tensione interna e regionale, con diversi casi simili negli ultimi mesi.
Australia
In Australia, una delle figure militari più celebrate finisce al centro di accuse gravissime.
Ben Roberts-Smith, ex membro delle forze speciali e decorato con la Victoria Cross, è stato arrestato all’aeroporto di Sydney e incriminato per cinque capi d’accusa per crimini di guerra.
Secondo quanto dichiarato dalla Australian Federal Police, i fatti risalgono al periodo tra il 2009 e il 2012, durante la guerra in Afghanistan: Roberts-Smith è accusato di aver ucciso direttamente civili afghani disarmati o di aver ordinato ai suoi uomini di farlo.
Ogni accusa può portare all’ergastolo.
È un caso che scuote profondamente l’opinione pubblica australiana, perché mette in discussione non solo un uomo, ma l’intera narrazione eroica costruita attorno alla guerra.
E ricorda che, anche nei conflitti raccontati come “missioni”, la linea tra operazione militare e crimine può essere molto più sottile di quanto si voglia ammettere.
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