Groenlandia, storia di una presenza militare

Scritto da in data Gennaio 13, 2026

La Groenlandia non ha mai dichiarato guerra a nessuno. Eppure, da decenni, è parte integrante dell’architettura militare globale.

La sua posizione geografica — sospesa tra Nord America ed Eurasia, affacciata sulle rotte artiche — l’ha resa fin dalla Seconda guerra mondiale un avamposto cruciale per la sicurezza statunitense.

Quando la Danimarca venne occupata dai nazisti, Washington si assunse la “protezione” dell’isola, inaugurando una presenza militare che non se ne sarebbe mai andata davvero.

Con la Guerra fredda, la Groenlandia diventò uno dei cardini della strategia di deterrenza contro l’Unione Sovietica. Nel 1951 Stati Uniti e Danimarca firmarono un accordo di difesa che consentiva a Washington di costruire e gestire basi militari sull’isola.

Formalmente la sovranità restava danese, ma sul terreno l’equilibrio era chiaro: la Groenlandia entrava nel sistema di sicurezza americano.

Non era una presenza simbolica. L’isola venne trasformata in una piattaforma avanzata per il controllo dei cieli e dello spazio, parte integrante del sistema di allerta precoce contro eventuali attacchi missilistici provenienti dal nord. Un ruolo silenzioso, ma decisivo, che ha reso la Groenlandia una delle zone più militarizzate — e meno raccontate — dell’Artico.

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Basi, radar e segreti sotto il ghiaccio

Il cuore di questa presenza è la Pituffik Space Base, conosciuta per decenni come Thule Air Base. È la base militare americana più a nord del pianeta e svolge funzioni chiave per la difesa missilistica, la sorveglianza spaziale e le comunicazioni strategiche.

Da qui passano i sistemi che monitorano eventuali lanci di missili balistici e le attività nello spazio, oggi sempre più centrale nello scontro tra grandi potenze.

Ma Pituffik è solo ciò che resta di visibile. Durante gli anni ’50 e ’60, la Groenlandia fu costellata di installazioni militari, piste di atterraggio, stazioni radar e basi di supporto come Sondrestrom e Narsarsuaq.

Parte di una rete che si estendeva lungo tutto l’Artico, dalla Groenlandia all’Alaska, conosciuta come DEW Line: una catena di allerta precoce pensata per intercettare bombardieri sovietici prima che potessero raggiungere il Nord America.

Ci furono anche esperimenti più oscuri. Camp Century, una base segreta costruita sotto la calotta glaciale, ospitava persino un reattore nucleare.

Ufficialmente un laboratorio scientifico, in realtà era un test per valutare la possibilità di installare missili nucleari sotto il ghiaccio. Il progetto venne abbandonato, ma le sue scorie sono ancora lì, sepolte in un ghiaccio che oggi si scioglie, lasciando aperta anche una questione ambientale mai davvero risolta.

La Groenlandia, in pratica, non è mai stata solo un luogo remoto: è stata un laboratorio militare, tecnologico e strategico, spesso senza che la sua popolazione avesse voce in capitolo.

Dal silenzio artico alla competizione globale

Oggi quella storia torna a farsi presente. Il cambiamento climatico sta aprendo nuove rotte marittime e rendendo accessibili risorse finora impraticabili. Terre rare, minerali critici, nuove vie commerciali: tutto ciò che il ghiaccio teneva lontano ora diventa contendibile.

Per questo la Groenlandia è tornata al centro delle attenzioni. Gli Stati Uniti vedono nell’isola una garanzia contro l’espansione russa e cinese nell’Artico. Mosca rafforza la propria presenza militare lungo la rotta artica.

Pechino, pur non essendo uno Stato artico, investe, studia, osserva. E l’Europa, ancora una volta, fatica a trovare una posizione comune.

La presenza militare americana, che per decenni era stata data per acquisita, oggi assume un nuovo significato politico. Non è più solo difesa: è proiezione di potere, deterrenza, controllo di uno spazio che sta diventando centrale nel mondo post-Pax Americana.

Ed è proprio qui che nasce l’inquietudine: quando una terra viene definita “strategica”, chi la abita rischia di diventare secondario.

Per i groenlandesi, il nodo è sempre lo stesso: autodeterminazione. La Groenlandia è autonoma, ma non indipendente. Decide molto, ma non tutto. E mentre le potenze parlano di sicurezza e interessi nazionali, la domanda fondamentale resta sospesa: chi decide davvero il futuro di questa terra?

La Groenlandia è già dentro il conflitto globale, anche se non spara.
Ed è per questo che raccontare la sua militarizzazione non significa parlare di basi e radar, ma di un mondo che ha ricominciato a considerare il territorio come un bottino.

Radio Bullets sta partendo per la Groenlandia per raccontare sul campo cosa sta cambiando davvero: tra pressioni geopolitiche, risorse strategiche e le voci di chi quest’isola la vive ogni giorno.

Crediamo che certi luoghi vadano spiegati da vicino, non da lontano.
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