In fondo al male
Scritto da Barbara Schiavulli in data Novembre 23, 2018
Anni fa, quando ero l’unica giornalista che andava in Iraq, una persona della Farnesina mi chiamò e urlandomi al telefono tanto che riuscivo a immaginare le piccole gocce di saliva che colpivano la cornetta come se fossero schiaffi diretti a me, mi disse che se fossi andata a Baghdad, “mi avrebbero rovinato la reputazione”. La prima cosa che ho pensato è che io ero solo una giovane giornalista indipendente e non avevo una reputazione. La seconda cosa che ho pensato è come fosse possibile che un uomo adulto con un ruolo importante potesse davvero parlarmi così e pensare di fermarmi. Di fermarci. Perché questa non è una piccola situazione spiacevole che ho vissuto solo io. Quella di dover partire per fare il tuo lavoro sentendoti almeno in apparenza, sola, priva di protezione o di comprensione per quello che ritieni sia la cosa al mondo più giusta da fare. E anche se importa che chi ti conosce ti capisca o quantomeno ti accetti, ti lascia impietrito che non sia comprensibile a tutti, che ci sono scelte che sono intrise di valori, principi, sogni e che non puoi fare a meno di fare. Perché a volte quello in cui credi va al di là del pericolo, del posto fisso, della propria sicurezza. Non avrei voluto commentare la vicenda di Silvia Romano perché non vedo cosa ci sia da dire, una ragazza è stata rapita e per me è assolutamente ovvio pensare che vada liberata, pensare alla famiglia e a lei ai momenti che sta vivendo. Che altro c’è da dire se non spingere le autorità a fare del loro meglio per tirarla fuori da questa terribile situazione?
Ma poi vedo quello che pubblicano i giornali, sento i commenti della gente, leggo quello che gira sui social e mi chiedo come siamo finiti in questo abisso privo di empatia, di orgoglio, di solidarietà. Un paese che non si appassiona, non si arrabbia, non si schiera. Se una nazione non si stringe intorno alle persone in difficoltà e che hanno bisogno di aiuto, che nazione è?
La frase “se l’è cercata andando lì” mi rimbomba nella testa e mi fa male. Fa male all’anima dell’Italia e a quello che un paese immagino dovrebbe essere. E poi “lì” dove sta? Oltre il raccordo anulare, i confini nostri, al di là del mare, in Africa?
Chi decide qual è la striscia di terra oltre alla quale non si deve andare ad aiutare la gente o a sfamarla, vaccinarla, raccontarla?
Possibile che ci siano persone che vedono confini dove altri vedono orizzonti? Possibile che ci si possa scagliare contro una persona che insegnava come fanno tanti, a dei bambini? La bestia non è lei, ma chi l’ha strappata alla sua vita. La bestia non è lei, ma chi scrive che se l’è meritato. La bestia non è lei ma quella fetta di paese che prima di scagliarsi contro di lei, lo ha fatto contro le persone che sfidano il mare non più per cercare una vita migliore, ma per sfuggire ad una peggiore. Quelli che smantellano i centri dove le persone vengono accolte in un paese che non sa accogliere o che non sa come organizzarsi per farlo. Quelli che notano i colori della pelle come se l’arcobaleno fosse una scia chimica, o pensano che una qualsiasi altra religione non sia intrisa dello stesso messaggio della sua.
Queste sono le bestie, Silvia è normale, in quella normalità speciale che hanno quelle persone che vogliono contribuire a un mondo migliore.
Come sono quegli stupidi di medici che vanno sotto le bombe a salvare la vita della gente, o quegli imbecilli di attivisti che finiscono in galera per dire qualcosa che va contro il potere. O quelli che si fanno ammazzare per difendere un pezzo di terra che comunque perderanno. Se lo sono tutti cercati, potevano starsene tranquilli, fare una vita priva di questi ideali ormai sopravvalutati, in fondo a che serve potere esprimere un’opinione o sapere quanti stanno in questo momento morendo nel Mediterraneo perché nessuno protesta perché non ci sono più navi a salvare gente che sta esalando l’ultimo respiro con l’acqua che gli entra dentro e gli brucia i polmoni. Tutti scemi quelli che vanno a dare una mano lì, tanto poi vengono qui. Ma sei scemo anche se dai una mano qui, tanto non saranno mai come noi. Un noi fatto di fango con cui nessun Dio che si rispetti avrebbe voluto fare un uomo. Un noi senza sentimenti, senza vita, senza coraggio se non quello di diffondere odio al riparo di uno schermo. Vigliacco odiare battendo sui tasti. Ciechi chi non vede che il mondo che auspicano è quello che li inghiottirà. Gli stupidi sono loro che non sanno che le persone impegnate non solo cambiano il mondo, ma salvano il loro, che c’è chi combatte anche per tutti quelli che sprizzano e contagiano odio verso altri.
Quegli altri che sono gente meravigliosa, che sono impregnate di vita ogni cosa che toccano, dove ogni goccia del loro sudore splende perché avranno storie da raccontare, cose da imparare, persona vere da conoscere, perché avranno fatto la differenza. Perché si mettono a nudo senza protezioni in un mondo ostile che sia quello reale o virtuale, perché hanno sogni veri, ferite profonde che li renderanno unici. Perché con le mani sporche di sangue mentre opereranno un bambino yemenita o somalo, scaveranno nella loro saggezza. Perché con la dissenteria che li farà contorcere le budella, continueranno a sorridere ogni mattina ai ragazzi che si presenteranno alle loro lezioni perché vogliono imparare, per poi scoprire che le vere lezioni le ha, invece apprese da loro chi insegna. Perché la vita non è fatta di odio, ma di giustizia. Perché chi sente, ha in mano il futuro del mondo e chi fa, e non si può fare senza rischiare, senza a volte farsi male.
Chi si scaglia contro Silvia Romano, sta con chi l’ha rapita e non voleva che lei facesse il suo lavoro, perché chi impara poi pensa e chi pensa non si controlla. Lotta e fa a sua volta, in una cascata di impegni, di sogni e valori che non si può fermare. E non c’è destra o sinistra, non c’è nord o sud, bianchi o neri, ci siamo solo noi e le persone che scegliamo di essere e il ruolo che vogliamo avere. E da che parte vogliamo stare. In un mondo normale, Silvia, gli operatori umanitari, medici, attivisti, avvocati giornalisti non dovremmo considerarli eroi, ma lo sono solo perché fare quello che è giusto, oggi è un atto di eroismo. E il compito minimo di chi sta qui a condurre una vita normale, è solo quello sperare che continuino a farlo.
Opinioni dei Lettori
I commenti sono chiusi.
Maurizio Nesti On Novembre 23, 2018 at 6:37 pm
Brava, Barbara!
Radio Bullets On Novembre 25, 2018 at 1:32 pm
Grazie mille Maurizio
Abu On Novembre 23, 2018 at 7:44 pm
Complimenti Babs, mai abbassare la guardia.
Radio Bullets On Novembre 25, 2018 at 1:32 pm
Grazie Abu
Rocco On Novembre 26, 2018 at 12:44 am
valori che sembrano persi, ma quanto mai attuali e bencustoditi da coloro che come voi, vivendoli, li sa descrivere. rileggo tra le righe la vita di tutti coloro che salvaguardando l’umanità.Un giorno, forse, da infermiere, partirò…..
Radio Bullets On Dicembre 8, 2018 at 12:50 pm
Credo sia un’ottima esperienza. In bocca al lupo.
Barbara Schiavulli