Libano: quando la musica cancella la guerra
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 21, 2026
BEIRUT – Ci sono persone che fanno la guerra, persone che la decidono, la combattono e la sostengono, spesso lontane dai luoghi dove le bombe cadono davvero. E poi ci sono persone che resistono, quando si tratta della loro terra o di un’idea, persone che restano anche quando tutto invita ad andarsene, anche quando l’aria diventa irrespirabile e il futuro sembra una parola svuotata.
Il Libano, per i libanesi, è tutto questo insieme, è una stratificazione di dolore e appartenenza, di fughe e ritorni, di rabbia e ostinazione. Come per altri popoli divisi, martoriati, occupati e bombardati, c’è chi è costretto ad andarsene, chi imbraccia le armi, chi cerca di aiutare gli altri e chi, invece, prende un posto e lo cambia, anche solo per quindici minuti, anche solo per il tempo fragile di un respiro.
Il mago sulle macerie
È come un’illusione, come il gesto antico di un mago capace di far scomparire tutto, almeno per un istante. Trasforma l’aria che puzza di guerra in una promessa di primavera, le montagne di macerie in colline che sembrano di nuovo vive, e il suono sordo delle bombe in una melodia che si insinua tra i detriti e li attraversa.
La scenografia della guerra, per un attimo, si arrende e si lascia trasformare in arte, e forse solo un mago può farlo davvero. Lo fanno gli scrittori, lo fanno i pittori, lo fanno i musicisti, quelli che prendono il dolore e lo restituiscono in una forma che non distrugge ma tiene insieme.
E lo ha fatto Mahdi Sahely quando, una mattina di qualche giorno fa, ha preso il suo violoncello e si è diretto nel quartiere sciita, Haret Hreik, a sud di Beirut, poche ore dopo che era stato bombardato dagli israeliani, si è arrampicato sulle macerie ancora instabili, ne ha spostate alcune per crearsi una seduta precaria e ha cominciato a suonare.
Insieme al fumo che ancora saliva lento dai pezzi di cemento distrutti, anche le note hanno iniziato a salire, a muoversi nell’aria, a passare attraverso le case, a attraversare il quartiere e poi, quasi incredibilmente, a entrare nelle reti invisibili di internet per arrivare fino a tutti noi. Ha ripreso tutto, lo ha messo sui social. Lo ha visto il mondo.
“Volevo lanciare un messaggio di pace perché la musica è qualcosa di grande, un messaggio di resistenza e amore”, ci dice Mahdi in un caffè letterario di Beirut, mentre racconta con una calma quasi disarmante il motivo della sua impresa.
Non è il primo a farlo, e forse proprio per questo il suo gesto si iscrive in una memoria collettiva di resistenza artistica: il pianoforte suonato tra le rovine del campo profughi palestinese di Yarmuk, a Damasco da Ayham Ahmad, il violoncello del musicista bosniaco Vedran Smailović che, durante l’assedio di Sarajevo, suonava tra le strade bombardate sfidando i cecchini, o ancora in Iraq, quando il direttore dell’orchestra sinfonica di Baghdad ci raccontò di aver suonato in una piazza distrutta per riportare un’idea di armonia in un luogo violato dalle bombe.
Per Mahdi è la seconda volta, come se ci fosse un richiamo impossibile da ignorare, un istinto che lo spinge a tornare nei luoghi feriti per tentare, ancora una volta, di trasformare il male in qualcosa che somigli alla bellezza.
Il suono che resta
Ha scelto due brani di musica classica, uno del compositore armeno Aram Khatchatourian, l’altro del compositore ceco Antonín Dvořák, due pezzi che sembrano parlare lingue diverse ma che si incontrano nello stesso punto fragile del cuore: uno dolce, diretto, quasi una carezza che non ti aspetti, l’altro avvolgente, capace di stringerti come l’abbraccio perduto di una madre, perché il Libano, per lui, questo rappresenta.
“Il violoncello in Libano non è uno strumento molto conosciuto – ci spiega Mahdi mentre fa partire la musica dal suo cellulare, lasciando che le note riempiano lo spazio tra una frase e l’altra – è un suono triste che assomiglia alle frequenze della voce umana. È come se la musica parlasse, come se fosse un signore anziano che si rivolge alla gente con tutta la sua saggezza”.

Ed è così che si è sentito lui, a 35 anni, seduto su una montagna di macerie, improvvisamente vecchio, come se quel dolore gli avesse attraversato il tempo, come se stesse piangendo non solo per quello che vedeva intorno a sé ma per tutto quello che era stato perso prima ancora di essere vissuto.
Sopra di lui i droni continuavano a ronzare, insistenti, metallici, ma lui li ha cancellati, almeno per un momento; nell’aria la puzza acre del fumo, ma la musica l’ha assorbita, trasformata, resa sopportabile.
“Mi sono scordato tutto”, dice, e in quella frase c’è forse il senso più profondo di quello che ha fatto. “Quando suono penso alla bellezza di questo quartiere anche se è in rovina, anche se la guerra è umiliazione, anche se i nostri sogni vengono distrutti, ma la musica per un attimo fa scordare tutto”.
Poi, inevitabilmente, ci si sveglia da quel sogno fragile, si torna alla realtà che pesa, che schiaccia, che non concede tregua.
“Ma la musica resta, continua a resistere anche quando tutto cede, ci tiene attaccati alla nostra terra come una radice invisibile”, ostinata, che nessuna bomba è ancora riuscita a sradicare. E improvvisamente il Libano non è più guerra, è solo musica.
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