25 maggio 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Maggio 25, 2026

  • Gaza e Libano, tregue violate sotto i bombardamenti israeliani
  • Iran-USA, speranze e smentite di un accordo
  • Ucraina, pioggia di droni russi su Kiev: morti e decine di feriti
  • Serbia, migliaia in piazza contro il governo Vučić
  • Congo, assalto armato a un ospedale nel pieno dell’emergenza Ebola

Questo e molto altro nel Notiziario Mondo di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini

Palestina e Israele

Ennesimo fine settimana di sangue, tregue sempre violate, patti sepolti dalle macerie. Si chiamavano Mohammad Abu Mallouh, Alaa Zaqlan e il loro figlio, Osama, tre membri della stessa famiglia uccisi nel campo profughi di Nuseirat, a Gaza, ieri. Osama aveva sei mesi.

I corpi sono arrivati la mattina presto nell’ospedale di Al-Aqsa a Deir el-Balah.

Un raid israeliano su un appartamento, riporta l’agenzia di stampa Reuters.

“Un uomo e sua moglie dormivano con il figlio di sei mesi nel letto. Il razzo è caduto sul letto e ha colpito lui, la moglie e il figlio, lasciando sei bambine”. Sono le parole della nonna, accorsa all’obitorio. Ha le lacrime agli occhi.

Secondo Yehia Abu Mallouh, la sorella dell’uomo ucciso, non c’è stato nessun avvertimento. “Abbiamo scoperto che la casa di mio fratello è stata presa di mira mentre dormiva al sicuro. Abbiamo trovato la famiglia fatta a pezzi, senza alcun preavviso”. Entrambe le voci le ha raccolte a Gaza Reuters.

Domenica, un uomo è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nel campo profughi di Jabalia.

Non c’è pace, Israele continua a bombardare, a fare tabula rasa, a sterminare un popolo, a colpire i civili, a emettere ordini di evacuazione.

Le vittime in tempo di cessate il fuoco, dall’inizio di quella che doveva essere una pausa, sono quasi 900.

Hani Mahmoud di Al Jazeera, in collegamento da Gaza City, “ha riferito che i bombardamenti israeliani sono iniziati domenica, mentre i palestinesi fuggivano a seguito degli ordini di sfollamento forzato. Ha aggiunto che molte persone sono scappate portando con sé effetti personali, compresi materassi. Mahmoud racconta che le demolizioni sono continuate tutto ieri, case, infrastrutture civili, nella Striscia di Gaza orientale, lì dietro quelle che viene chiamata.

Separatamente, ha aggiunto, le forze israeliane hanno continuato domenica a demolire case e “Linea Gialla”, che definisce aree cuscinetto dentro l’enclave.

Sabato, un attacco a una postazione di polizia: cinque agenti sono morti e un ragazzo di 13 anni, decine e decine i feriti.

I numeri continuano a salire, un giorno dopo l’altro, oltre 72 mila, donne e bambini. Oltre 172 mila feriti e il 90 percento delle infrastrutture civili distrutte. Questa continua ad essere Gaza nei giorni del cessate il fuoco.

Mentre Israele impedisce per il terzo anno consecutivo il pellegrinaggio dei fedeli musulmani di Gaza alla Mecca. “Ho perso mio figlio, la mia casa è stata distrutta e ora sono privata del viaggio che aspettavo da decenni”, ha detto al-Hams, 65 anni, ad Al Jazeera. È seduta in una tenda sulle rovine della sua casa.

Libano

Tregua di carta, anche in Libano. I raid israeliani del Sud s’intensificano, a dispetto del cessate il fuoco e di ogni ipotesi di pace con l’Iran. Evacuazione, ordini, perché si faccia terra di nessuno il Sud. Vittime civili, come sempre.

A leggere i dispacci dell’Agenzia di stampa nazionale libanese, è solo un lungo elenco di attacchi e di morti. Nelle ultime diciotto ore, mentre scriviamo, un attacco alla città di Ghandouriye, un drone uccide un ragazzo nella città di Arab Salim, davanti al suo negozio, poi un altro contro una motocicletta.

E ancora, aerei da guerra nella città di Doueir che abbattono un edificio residenziale, tre morti nella città di Srifa. Aerei da guerra che tagliano i cieli della valle della Bekaa. E ancora, Sajad, Tebnine, Sohmur, Abbasieh. Aerei, droni, artiglieria. Colpita la protezione civile.

“3151 martiri, 9571 feriti”, è il bilancio di questa guerra, scrive l’agenzia di stampa libanese.

Nega chi vive al Sud che Israele avverta prima di colpire.

Naim Qassem, segretario generale di Hezbollah, ha esortato il governo libanese a “revocare le decisioni prese per criminalizzare la resistenza”. Secondo quanto riportato dall’NNA, l’agenzia di stampa libanese, Qassem ha detto che le recenti sanzioni statunitensi contro nove persone vicine a Hezbollah “non faranno altro che rafforzare la nostra determinazione”.

Secondo l’esercito israeliano, un soldato sarebbe stato ucciso durante un combattimento nel Sud.

La guerra USA all’Iran

La pace già lunedì, accordo “in gran parte negoziato”, aveva detto Donald Trump.

Non c’è fretta, dice il giorno dopo. Forse si può fare ancora, oggi, dice Marc Rubio. Voci, incertezze, speranze poi smentite.

Scrive Reuters che Trump avrebbe indicato ai suoi rappresentanti di non affrettarsi a raggiungere un accordo con l’Iran, minimizzando le speranze di una svolta imminente, mentre il blocco nello Stretto di Hormuz “rimarrà pienamente in vigore fino al raggiungimento, alla certificazione e alla firma di un accordo”, ha scritto Trump su Truth Social.

Secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, gli Stati Uniti continuano a bloccare i progressi su alcuni punti dell’accordo, tra cui il nodo dei fondi congelati.

Nucleare, Hezbollah e sanzioni, le questioni aperte che impediscono l’intesa e la riapertura di quello stretto da cui passava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto del mondo.

Un alto funzionario dell’amministrazione Trump, che ha parlato in condizioni di anonimato, ha “affermato che l’Iran aveva accettato “in linea di principio” di aprire lo Stretto di Hormuz, in cambio della revoca del blocco navale da parte degli Stati Uniti e dello smaltimento dell’uranio altamente arricchito di Teheran”, scrive Reuters. Nessuna conferma o replica da parte di Teheran.

Sui contenuti dell’accordo, le versioni iraniane e quella statunitense sembrano diverse su alcuni punti, per esempio proprio sullo Stretto di Hormuz, che secondo l’agenzia Tasnim, alla firma dell’accordo non tornerebbe comunque completamente come prima della guerra, come ricostruisce Middle East Monitor.

Intanto, i prezzi del petrolio hanno toccato i minimi delle ultime due settimane, con i future del Brent a 98,83 dollari al barile, la prima volta sotto i 100 dollari dai primi di maggio. Un calo del 4%, mentre secondo le Guardie della Rivoluzione, 33 imbarcazioni hanno attraversato lo stretto nelle ultime 24 ore, “dopo aver ottenuto il permesso da Teheran, un numero ancora ben lontano dalle 140 che si registravano in una giornata tipica prima della guerra”, spiega Reuters.

Siria

In Siria, si sono tenute le elezioni parlamentari suppletive nella provincia a maggioranza curda di Hassakeh e nella città di Kobane. Si vota dopo che il governo ha preso il controllo di queste aree a seguito dei combattimenti di gennaio. Si era votato nel resto del Paese a ottobre.

Nel Paese che porta profondissime le ferite per la lunga guerra civile che lo ha attraversato dalla rivoluzione del 2011 fino alla caduta del regime di Assad nel 2024, “lo scetticismo persiste in ampi segmenti delle minoranze che ora vivono sotto il dominio islamista, mentre milioni di siriani vivono in povertà”, scrive la PBS.

“Mentre le elezioni parlamentari sotto Assad non erano competitive e si riducevano in ultima analisi a una competizione interna tra i membri del partito Ba’ath al potere, il nuovo modello di al-Sharaa non è un processo pienamente democratico”, prosegue la testata statunitense.

Un terzo dei legislatori viene infatti nominato direttamente da al-Sharaa, i due terzi eletti. Per molti si tratta comunque di un passo avanti.

Turchia

La crisi in Turchia si fa più profonda. Lanci di gas lacrimogeni nella sede del Partito Repubblicano Popolare, il principale partito di opposizione.

Il governatore di Ankara aveva disposto lo sgombero, dopo che un tribunale ha destituito Ozgur Ozel dalla leadership invalidando i risultati del congresso del partito che lo aveva scelto nel 2023, e reintegrando il suo predecessore Kemal Kilicdaroglu, sconfitto da Tayyip Erdogan nella corsa per le elezioni nazionali.

“Siamo sotto attacco”, ha dichiarato Ozel su X. Il CHP sarà “nelle strade, nelle piazze, marciando verso il potere”, ha detto.

“Gli analisti hanno affermato di considerare la sentenza della corte come una prova dell’equilibrio tra democrazia e autocrazia per la Turchia, membro della NATO, e che potrebbe prolungare i 23 anni di governo di Erdogan”, scrive Reuters.

Pakistan

Un’esplosione fortissima, una colonna di fumo nero nell’aria, due vagoni ribaltati e incendiati, edifici danneggiati, veicoli parcheggiati distrutti.

Sono almeno 24 le vittime di un attentato suicida contro un treno passeggeri pakistano. Almeno 70 i feriti.

Domenica un’auto imbottita di esplosivo è esplosa vicino alla linea ferroviaria nella città di Quetta, sud-ovest del Pakistan, in un luogo dove solitamente sono di stanza forze di polizia.

L’attacco è stato rivendicato dall’Esercito di Liberazione del Balochistan (BLA), un’organizzazione che vuole l’indipendenza della provincia, di cui Quetta è capitale, dal governo centrale pakistano.

Il gruppo ha dichiarato di aver colpito il treno che trasportava personale di sicurezza.

“La regione, ricca di petrolio e minerali, è da tempo teatro di un’insurrezione a bassa intensità. Gli insorti hanno spesso preso di mira le forze di sicurezza, le installazioni governative e i civili, sia nella provincia che in altre parti del paese”, spiega France 24.

Il Primo Ministro del Balochistan, Sarfraz Bugti, in un post su X, ha condannato l’attacco, dicendo che ha preso di mira “civili innocenti, tra cui donne e bambini”.

Un attentato che alimenta tensioni oltre la regione del Balochistan: il Pakistan accusa l’India di sostenere il BLA; accusa negata da Nuova Delhi.

Repubblica Democratica del Congo

Un gruppo di uomini ha preso d’assalto l’ospedale Mongbwalu, nella provincia dell’Ituri, est della Repubblica Democratica del Congo, epicentro dell’epidemia di Ebola, dove sono in cura i malati colpiti dal virus che causa la febbre emorragica.

I medici sono stati costretti ad evacuare i pazienti mentre risuonavano colpi di arma da fuoco, riporta l’agenzia di stampa Associated Press.

Richard Lokudu, direttore sanitario dell’ospedale, ha dichiarato all’Associated Press che gli aggressori hanno chiesto la consegna dei corpi di due loro parenti. “L’ospedale generale di Mongbwalu è in stato di allerta generale”, ha aggiunto.

Tra i fattori che contribuiscono al contagio, proprio il contatto con le salme di persone infette.

“In risposta all’epidemia, le autorità congolesi hanno stabilito che la pericolosa attività di sepoltura delle presunte vittime debba essere gestita, ove possibile, dalle autorità stesse, il che può suscitare proteste da parte di familiari e amici”, scrive AP.

Vietate le veglie funebri per oltre 50 persone.

Si tratta del terzo attacco nell’ultima settimana a strutture sanitarie. Sabato, in un attacco a Mongbwalu, contro una tenda allestita da Medici Senza Frontiere, 18 persone con sospetta infezione da Ebola si sono allontanate e sono irreperibili.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato questa epidemia, causata dal virus Bundibugyo, una rara variante di Ebola, “emergenza di rilevanza internazionale”. Ve ne avevamo parlato in un nostro precedente notiziario. 

Senegal

Un altro scossone nella scena politica senegalese. Domenica si è dimesso il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Malick Ndiaye, dopo meno di due giorni dalla destituzione del primo ministro Ousmane Sonko da parte del presidente Bassirou Diomaye Faye.

“Dopo una profonda riflessione, maturata nel silenzio, nella responsabilità e nel senso di appartenenza allo Stato, ho deciso di rassegnare le dimissioni dalla carica di Presidente dell’Assemblea Nazionale del Senegal.

Questa decisione scaturisce da una scelta personale, guidata soprattutto dalla mia concezione delle istituzioni, della responsabilità pubblica e del superiore interesse della Nazione”, ha scritto Ndiaye, alleato e sostenitore di Sonko.

Si serrano i ranghi intorno a Sonko: “Queste dimissioni sembrano essere una risposta proveniente dal campo di Ousmane Sonko”, scrive Radio France Internationale.

Secondo la testata francese “le dimissioni di Malick Ndiaye aprono di fatto la strada all’ex Primo Ministro, che potrebbe così succedergli e diventare la seconda figura più potente del Paese. Tuttavia, prima che ciò accada, Ousmane Sonko dovrà riconquistare il seggio parlamentare, ottenuto alle elezioni legislative del 2024”.

Una crisi istituzionale che rischia di paralizzare l’azione del governo.

Ucraina

Sono durati diverse ore, nella notte, i bombardamenti russi a Kiev.

Due morti e quasi un centinaio di feriti, decine di edifici e scuole danneggiati, nell’attacco compiuto con centinaia di droni e un missile ipersonico Oreshnik.

Un bombardamento che sarebbe una risposta agli attacchi di Kiev su obiettivi civili in Russia, nella logica insensata della guerra che a morte risponde con altra morte, in una spirale infinita in cui l’Ucraina e la Russia sono intrappolate ormai da oltre quattro anni.

L’attacco ha colpito Lukyanivka, un quartiere dove si trova una fabbrica di missili, ma i danni si sono estesi anche agli edifici circostanti e a un mercato.

Danni lievi al palazzo del Governo ucraino e ai ministeri, danneggiati gravemente, invece, il museo nazionale d’arte e la sala filarmonica di Kiev, nel centro della città.

“Questa è una guerra contro la nostra cultura, la nostra memoria e la nostra identità”, ha dichiarato Kyrylo Budanov, stretto collaboratore di Zelensky. “Per secoli, Mosca ha cercato di distruggere tutto ciò che ci rende ucraini”, riporta Reuters.

Questa è la terza volta che la Russia ha utilizzato il missile Oreshnik contro l’Ucraina dall’inizio della guerra.

Gli obiettivi, secondo il Ministero della Difesa russo, avrebbero preso di mira strutture di comando militare ucraine.

Sia Kiev che Mosca, entrambe, negano, come sempre, di aver preso di mira i civili.

Serbia

Sono scese in piazza decine di migliaia di persone in Serbia, guidate dai movimenti studenteschi nati dopo la tragedia del novembre 2024 alla stazione ferroviaria di Novi Sad.

Protestano contro il governo, come protestarono allora, contro la corruzione.

Allora portarono alle dimissioni del Primo Ministro Milos Vucevic, oggi chiedono elezioni anticipate.

Hanno riempito le strade di Belgrado gridando: “Gli studenti vincono”.

La manifestante Maja Milas Markovic ha dichiarato che gli studenti “sono riusciti a riunirci qui con la loro giovinezza e la loro meravigliosa energia; credo davvero che abbiamo il diritto di vivere normalmente”, scrive Al Jazeera.

Le proteste godono di un “enorme sostegno pubblico, e questo perché sono un movimento onnicomprensivo… contro il governo”, ha dichiarato ad Al Jazeera Tetyana Kekic, giornalista di Belgrado.

Ha affermato che la difficoltà per i manifestanti risiede nel fatto che non dispongono di una “piattaforma o di politiche chiare… e non hanno un leader o una personalità in grado di sfidare realmente il presidente”.

Una manifestazione segnata da scontri, gas lacrimogeni e granate stordenti lanciate dalla polizia. Pratiche per le quali il presidente serbo Aleksandar Vučić è stato già oggetto di critiche internazionali.

“Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ha criticato il governo serbo in un rapporto pubblicato questa settimana e ha dichiarato che sabato “monitorerà attentamente la situazione”, riporta Al Jazeera.

Un Paese che cerca di entrare in Europa, con un governo che sembra scivolare in un precipizio antidemocratico e che deve affrontare una piazza che vuole rovesciarlo.

Sabato, Belgrado sarà di nuovo per le strade.

Bolivia

Il convoglio del ministro boliviano per i lavori, Mauricio Zamora, è caduto in un’imboscata, attaccato mentre supervisionava la rimozione di un blocco stradale nella città di Copata, ovvero barricate erette dai manifestanti antigovernativi per rallentare le merci dirette alla capitale amministrativa La Paz e a El Alto.

Il Ministro, riporta la BBC, è scomparso per un breve periodo, poi rintracciato ed è ora al sicuro.

La Bolivia è attraversata da proteste, marce, blocchi, organizzati dai sindacati e dai sostenitori dell’ex presidente di sinistra Evo Morales.

“I manifestanti sperano di fare pressione sul presidente boliviano di centro-destra Rodrigo Paz affinché si dimetta a soli sei mesi dal suo insediamento, a causa delle misure di austerità adottate dal suo governo e del suo allineamento con gli Stati Uniti, un altro motivo di forte divisione”, scrive la BBC.

Nell’elezione di Rodrigo Paz Pereira è stata determinante la promessa di risolvere la drammatica crisi economica boliviana, ma il costo della vita è salito, sono stati tolti i sussidi al carburante.

Foto di copertina Mohammed Ibrahim su Unsplash

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