Rispettiamo i lutti della pandemia

Scritto da in data Maggio 21, 2021

Di recente un gruppo di donne e uomini, attivisti di movimenti, esperti e studiosi, hanno dato vita a una tre giorni di discussione e riflessione comune su quello che è successo, e ci è successo, nel 2020, proprio a partire dai numeri della pandemia e dall’esperienza di chi la pandemia ha vissuto più direttamente. Ne è uscito un materiale prezioso di riflessione che si può trovare sulle pagine Facebook e YouTube dell’iniziativa, cercando “La lezione del 2020”.

Aprendo il “quasi festival”, Ascanio Celestini ne ha sintetizzato, in una qualche misura, il senso, affermando che tutto possiamo fare con il 2020 e la pandemia, tranne che fare finta che non sia successo nulla.

Ci è stato detto, nel “quasi festival”, che in Italia abbiamo dovuto inventare bonus e sostegni del tutto nuovi perché troppe persone sono esposte senza nessuna garanzia a qualunque temporale; che il precariato, divenuto il lavoro tipico del nostro modello di produzione e di sviluppo, ha rappresentato una condanna ulteriore; ci hanno raccontato che un paese in cui i diritti sono più deboli e le persone meno tutelate è un paese malato, più esposto, più fragile.

E soprattutto, ci hanno detto che non bastano misure temporanee, ristori o chiusure. Occorre prepararsi alle avversità.

Se pensassimo che la vaccinazione possa bastare a ridarci libertà e sicurezza, faremmo un grande errore. Se noi rimuovessimo il Covid19, protrarremmo e amplificheremmo i rischi a venire.

Avremo i fondi europei, nei prossimi mesi e anni, per aiutarci. Ma devono essere usati bene. Più che un piano di ripresa e resilienza, dovremmo avere un piano di restituzione, a chi ha tanto pagato in questi anni, e di ricostruzione, non solo delle mura, delle strade, ma della grande infrastruttura umana e sociale che questi anni di primato della competizione a ogni costo, dell’indebolimento degli interventi pubblici, dell’emarginazione della solidarietà sociale, hanno distrutto.

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