7 novembre 2025 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Novembre 7, 2025
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“Ma la pietà e il disgusto che alcune immagini ispirano non dovrebbero impedirci di chiedere quali immagini, quali crudeltà e quali morti non ci vengono mostrati”, scriveva Susan Sontag, in “Davanti al dolore degli altri”.
È per i morti che non ci vengono mostrati, per le decine di migliaia, a volte centinaia di migliaia di persone di cui non sappiamo nulla, che si deve continuare a raccontare.
E a sperare che arrivi, prima o poi, una vera tregua.
Si spera che accada anche in Sudan, da dove iniziamo oggi.
Andremo poi nel Sahara Occidentale, dove invece si sgretola ancora una volta il principio dell’autodeterminazione dei popoli.
Quindi, racconteremo cosa può fare e cosa ha fatto la fame di materie prima nella Repubblica Democratica del Congo e in Tunisia, per voltare infine pagina, sempre restando in Nord Africa, che ha una nuova rivista in cui raccontarsi fuori dai cliché.
Oggi, 7 novembre 2025.
Sudan
Tre mesi di tregua, tre mesi senza il rumore delle armi.
È questo il tempo in cui la guerra dovrebbe fare silenzio in Sudan.
Il tempo del cessate il fuoco accettato dalle Forze di Supporto Rapido, i paramilitari che dalla primavera del 2023 combattono contro l’esercito del Sudan, e che sono accusati di massacri e atrocità.
Una pausa per motivi umanitari, mediata da Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, mentre emergono nuove prove dell’orrore commesso dai combattenti delle RSF nella città di El Fasher.
“Ore prima che emergesse la notizia che il gruppo aveva accettato un cessate il fuoco, alcune immagini satellitari mostravano le sue reclute nascondere i corpi in fosse comuni”, scrive il quotidiano britannico The Guardian.
Si spera che la tregua possa portare almeno un po’ di respiro in una guerra che è oggi la più grave emergenza umanitaria del pianeta, ed essere il preludio ai colloqui per porre fine al conflitto armato, colloqui e a cui le RSF si dicono aperte.
Secondo alcuni osservatori, come fa notare The Guardian, si potrebbe però trattare del tentativo di distogliere l’attenzione dalla vastità dell’orrore compiuto nella capitale del Darfur settentrionale, caduta nelle mani dei miliziani meno di due settimane fa.
Tra i mediatori, anche gli Emirati, accusati di aver fornito armi e mercenari ai paramilitari guidati da Mohamed Hamdan Dagalo, noto con il nome di battaglia Hemetti.
Solo il tempo potrà dire se la tregua è destinata a durare, o se è soltanto un trucco.
Di tempo, però, il Sudan non ne ha.
Ad El-Fasher e a Kadugli, nel Kordofan meridionale, è carestia, e sono a rischio altre venti zone secondo l’IPC, l’Integrate Food Security Phase Network, il sistema che categorizza e monitora il livello della sicurezza alimentare nel mondo.
Ed è al collasso anche una rete di assistenza che è stata fino ad ora vitale per milioni di persone, quella delle mense comunitarie, come racconta la BBC.
“Secondo quanto riportato dal rapporto di Islamic Relief, la maggior parte delle cucine ’chiuderà se non cambierà nulla entro sei mesi, ma in ogni zona ne sopravviveranno forse una o due’ ha affermato un volontario” scrive la BBC.
Mancano risorse economiche, mancano i volontari, mancano acqua potabile e legna da ardere.
Sahara Occidentale
Era il 6 novembre del 1975, quando iniziava la “Marcia Verde”, la marcia dei soldati marocchini di re Hassan II che volevano impedire l’indipendenza del Sahara Occidentale, la colonia che la Spagna stava abbandonando e dove il Fronte Polisario chiedeva uno Stato per il popolo Sahrawi, ma che il Marocco rivendicava per sé.
I soldati di re Hassan II allora si dovettero fermare.
Esattamente cinquant’anni dopo, Rabat ha ottenuto di fatto la sovranità su quella terra ricca di fosfati lungo la costa dell’Oceano Atlantico.
Grazie alla risoluzione delle Nazioni Unite del 31 ottobre che, su iniziativa degli Stati Uniti, hanno approvato il piano marocchino del 2007 che prevede per il Sahara Occidentale solo una forma di autonomia.
Il 31 ottobre è ora diventato festa nazionale per decreto reale, giornata dell’Unità del Marocco, o Aid al Wahda, giornata che “celebrerà l’unità nazionale e l’integrità territoriale” del Marocco, ha affermato il palazzo in una dichiarazione diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale MAP”, riporta The New Araba.
Cambio di rotta, storico, perché per cinquant’anni la pretesa del Marocco è sempre caduta nel vuoto.
“Autodeterminazione dei popoli”, era, nel 1975, una parola preziosa.
Anche la Corte dell’Aja, all’inizio degli anni Settanta, sosteneva che non vi fossero ragioni storiche sufficienti per un’annessione.
Dall’uscita di scena della Spagna fino ad oggi, il Marocco era riuscito, però, a controllare una parte del territorio che i Saharawi – che hanno abbandonato la lotta armata in attesa di un referendum – vogliono indipendente e la grande maggioranza della sua ricchezza mineraria.
La Spagna, al cui ritiro seguì una tremenda crisi, è sempre rimasta neutrale, fino al 2022.
“Si tratta di una vittoria diplomatica per Rabat.
Uno sviluppo storico, poiché nel 1975 l’ONU criticò la Marcia Verde.
E una violazione della dottrina ONU, che sancisce il diritto dei popoli all’autodeterminazione.
L’ONU ha sempre sostenuto l’organizzazione di un referendum sull’autodeterminazione del popolo Saharawi: dal 1991 è addirittura al centro del mandato della MINURSO, la missione ONU nel Sahara Occidentale” scrive Florance Morice in un’analisi per Radio France Internationale, che cita le parole di Adlène Mohamedi, ricercatrice del CERI:
“Per me, uno dei problemi principali qui è l’elusione del diritto internazionale”.
“Gli Stati Uniti pensano che allineandosi ciecamente al Marocco, sostenendone le ambizioni e le rivendicazioni territoriali, stiano promuovendo la pace.
In realtà, è un calice avvelenato: siamo ancora molto lontani da una pace autentica”, ha detto Mohamed Yeslem Bessat, ministro degli Esteri Saharawi, che però non sembra chiudere le speranze di dialogo.
Staffan de Mistura, inviato del segretario generale delle Nazioni Unite per il Sahara Occidentale, che ha definito la risoluzione 2797 “un passo significativo verso la ripresa del processo politico”, come riporta l’Agenzia Nova, ha annunciato l’avvio di una nuova fase di negoziati tra le parti, in cui le parti coinvolte, Marocco, Fonte Polisario, e i vicini, Algeria e Mauritania “saranno invitate a presentare proposte e suggerimenti”, mentre Rabat, dovrebbe trasmettere “una versione aggiornata e ampliata del piano di autonomia” del 2007.
Repubblica Democratica del Congo
La più grande concessione per l’estrazione di metano nel lago Kivu, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo – regione che è teatro di un conflitto armato da circa trent’anni – è nelle mani di una compagnia statunitense, la Winds Exploration and Production LLC.
Due organizzazioni della società civile congolese, Alerte Congolaise pour l’Environnement et les Droits de l’Homme (ACEDH) e Actions pour la Promotion et Protection des Peuples et Espèces Menacés hanno avviato un procedimento legale negli Stati Uniti per acquisire le informazioni necessarie a una causa in Congo.
Sono convinte che la gara con cui è stata assegnata sia illegale e che esista il rischio di una catastrofe ambientale.
“Il governo della RDC è stato duramente criticato per la mancanza di trasparenza in merito all’asta del 2022 dei blocchi di gas metano nel lago Kivu, in particolare a causa del rischio di catastrofe; un’estrazione mal gestita dagli strati unici del lago potrebbe innescare un rilascio esplosivo di gas letale, minacciando la numerosa popolazione che vive lungo le rive del lago”, scrive Organized Crime and Corruption Reporting Project.
“Oltre due milioni di persone vivono vicino alle rive del lago Kivu, al confine con la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda.
Nelle acque profonde del lago si trova un’elevata concentrazione di metano e anidride carbonica disciolti, che comporta il rischio di una catastrofica ‘eruzione limnica’ se il gas non viene estratto correttamente.
Si sa che solo due di queste eruzioni si sono verificate nella storia recente, entrambe in piccoli laghi del Camerun negli anni ’80, causando la morte per asfissia di oltre 1.700 persone.
Il lago Kivu contiene circa 1.000 volte più gas, il che significa che anche se una parte del gas fuoriuscisse, le conseguenze potrebbero essere significativamente più gravi”, spiega OCCRP.
A preoccupare le ONG sono è la storia della Winds e delle sue operazioni condotte dalla nello Stato dello Utah, dove esplosioni e perdite da un giacimento, hanno costretto le autorità locali alla chiusura di alcuni pozzi.
Tunisia
Nella scuola del quartiere di Chatt Essalem il 14 di ottobre i bambini fanno fatica a respirare l’aria gialla della città di Gabès.
La scuola deve essere evacuata.
Il giorno dopo, i genitori dei ragazzi e un numero sempre più grande di abitanti scendono in piazza e gridano: “La gente vuole respirare”.
A circa quattrocento chilometri a sud della capitale, lungo la costa del Mediterraneo, Gabès è la città delle raffinerie di fosfati, della tosse persistente e del cancro, delle promesse tradite e del paradiso perduto.
Per due anni, Shreya Parikh, ricercatrice all’Università Sciences Pro di Parigi, ha studiato la storia di questa cittadina dove nel 1972 lo Stato tunisino fondò una prima raffineria per produrre acido fosforico, un componente utilizzato nei fertilizzanti, a cui si aggiunsero altre fabbriche.
Sono le fabbriche a segnare la memoria e il presente di Gabès:
“Il fantasma del complesso industriale”, scrive Parikh, su Africa is a country, “appariva nei racconti delle famiglie, nelle promesse di lavoro dello Stato che si sono trasformate in disoccupazione sistemica, nelle conversazioni sul paradiso ormai perduto dell’oasi di Gabès, dove donne e uomini anziani ricordavano la loro infanzia trascorsa a mangiare frutta fresca.
Il fantasma aleggiava sulle tavole dove tutti sapevano che il pesce cucinato era contaminato.
E ora, il fantasma abita i corpi degli abitanti di Gabès sotto forma di tosse persistente e cancro”.
Come quelli dei bambini della scuola di Chatt Essalem, vicina alle fabbriche.
Molti sono finiti in ospedale.
“Sviluppo”, fu la parola usata dal potere tunisino per distruggere le comunità rurali, spiega Parikh.
“L’esperienza di Gabès si inserisce in un modello più ampio in cui la modernità forzata veniva imposta alle popolazioni rurali che lo Stato considerava indegne di una vita dignitosa.
La stessa logica ha sostenuto l’installazione di raffinerie di petrolio a Biserta e Sfax nei primi decenni dell’indipendenza”.
Gabès ha oggi l’aria più inquinata della Tunisia, l’oasi costiera è distrutta, le spiagge “sono ora cimiteri di tartarughe, granchi e meduse morte, mentre i gas inquinanti hanno bruciato i frutti e le palme che un tempo davano vita all’oasi”, spiega Parikh che racconta però anche un’altra storia.
Quella della resistenza, delle proteste della gente di Gabès che non ha mai smesso di chiedere di aria, terra ed acqua pulite, mentre il presidente Saied progetta di quintuplicare la produzione di fosfati nel 2030 per far fronte alla crisi economica.
Per questo, per l’aria, l’acqua e la terra, 3.500 persone hanno riempito le strade e restano in mobilitazione e allerta permanente.
Arte
“Rivendicare e reinterpretare la cultura visiva del Nord Africa”, dice di sé Atlas Aesthetics, una rivista appena nata, al suo primo numero, e una piattaforma digitale, immaginate con il “desiderio di sfidare le rappresentazioni riduttive della regione”, come si legge nel breve manifesto che racconta del tentativo di mettere insieme “artisti, scrittori e creatori di immagini le cui prospettive abbracciano diverse geografie e generazioni”.
L’ha fondata Assia Sabi, che è nata a Parigi, padre algerino e madre francese.
E l’ha voluta lanciare proprio a Parigi, durante la Settimana della moda.
“Ero ossessionata dalle riviste di moda quando ero bambina a Parigi, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000” ricorda Sabi in un’intervista pubblicata su Nataal.
“Ho mai visto qualcuno della mia cultura sulla copertina di qualcosa?
C’è una grande comunità nordafricana a Parigi e in Francia, quindi ora che sono cresciuta, mi sembra importante fare qualcosa al riguardo.
Siamo così orgogliosi della nostra cultura e la adoro”.
Saggi, interviste, fotografie, poesie, film, Atlas Aesthetic è una celebrazione della diversità e della complessità della regione.
“Per troppo tempo, il Nord Africa è stato appiattito nei cliché – esoticizzato, politicizzato o semplicemente cancellato dalla cultura visuale dominante”, si legge nella lettera Sabi ai suoi lettori per il primo numero che si presenta al pubblico con due racconti fotografici, uno in Tunisia in un parrucchiere di quartiere e l’altro in Marocco, ritratto del musicista El Mehdi, e poi poesia, illustrazioni, immagini di strada dall’Algeria, un’intervista al designer Kenza Taleb Vandeput, passando dalla decolonizzazione della bellezza a quella che Sabi chiama “deorientalizzazione del desiderio”.
“Si tratta di mostrare la diversità della cultura nordafricana, che molti non apprezzano…. La cultura nordafricana è nota per i cammelli e le danzatrici del ventre e, ok, sì, abbiamo anche quello, ma siamo molto di più” dice nell’intervista a Nataal.
Foto in copertina: Unicef – Elfatih
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