16 aprile 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Aprile 16, 2026

  • Libano: Sotto le bombe, mentre la diplomazia parla.
  • Iran: prossimi negoziati sempre a Islamabad.
  • Spagna: sanatoria per mezzo milione di migranti.
  • La guerra in Sudan entra nel suo quarto anno.
  • Benin: elezioni senza scelta.
  • Turchia: secondo attacco in una scuola in due giorni.
  • Ratko Mladic, il “macellaio della Bosnia”, viene colpito da un ictus mentre sconta l’ergastolo.
  • Cina: artista dissidente sotto processo.
  • Stati Uniti: Allarme per la scomparsa di 10 scienziati dal 2023, la Casa Bianca rompe il silenzio.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli 

Iran e negoziati

Il presidente Donald Trump dice che la guerra è “molto vicina alla fine”. Poi però, nella stessa intervista, aggiunge che gli Stati Uniti “non hanno finito”.

Due frasi che raccontano l’ambiguità del momento: chiudere il conflitto senza apparire deboli. Trump continua a sostenere che la guerra sia stata necessaria per fermare l’Iran sul nucleare, una tesi contestata da diversi analisti.

Il vicepresidente JD Vance parla invece di sfiducia profonda tra Washington e Teheran, difficile da superare rapidamente, ma si dice ottimista.

Dall’Iran, il presidente Masoud Pezeshkian ribadisce apertura al dialogo, ma senza accettare pressioni o imposizioni.

Intanto però gli Stati Uniti rafforzano la presenza militare nella regione: oltre 10 mila uomini tra portaerei e forze anfibie, secondo il Washington Post. Segnale chiaro: la diplomazia procede insieme alla pressione militare.

Tensione alta anche nello Stretto di Hormuz: Teheran sostiene che una sua petroliera abbia attraversato il blocco navale, mentre Washington nega. Versioni opposte su una rotta cruciale per il petrolio globale.

L’Iran avverte: se il blocco continua, potrebbe chiudere le principali vie marittime della regione.

Nel frattempo, la Banca Mondiale prepara fino a 100 miliardi di dollari di aiuti, mentre il Fondo Monetario Internazionale taglia le stime di crescita globale.

E sullo sfondo, un altro fronte: raid iraniani contro gruppi curdi in Iraq e segnali di possibili alleanze con attori esterni. Un segno che il conflitto rischia di allargarsi anche alle fratture interne della regione.

Libano

Mentre nei palazzi si discute di tregue e negoziati, in Libano si continua a morire.

Almeno 14 civili sono stati uccisi mercoledì nei raid israeliani, secondo l’agenzia nazionale libanese: quattro della stessa famiglia a Jbaa, cinque ad Ansariyeh, altri a Qadmus. Attacchi più piccoli raccontano il quotidiano della guerra: un drone colpisce una motocicletta a Zahrani, artiglieria su Bint Jbeil, raid sparsi tra villaggi. Israele parla di oltre 200 obiettivi colpiti in 24 ore.

L’esercito ha anche esteso gli ordini operativi nel sud fino al fiume Litani e rinnovato l’evacuazione per i civili a sud dello Zahrani: intere comunità costrette a spostarsi, tra chi fugge e chi resta senza alternative.

A Bint Jbeil i combattimenti sono arrivati a ridosso del centro, a poche centinaia di metri dal mercato. Quando il fronte entra così dentro le città, la guerra cambia natura.

E mentre i bombardamenti continuano — anche martedì, con vittime tra Tiro e al-Abbassiyya — a Washington si tenta un’altra strada: Stati Uniti, Israele e Libano tornano a parlarsi, con la mediazione del segretario di Stato Marco Rubio.

Oggi è atteso anche un contatto diretto tra Israele e Libano. Washington parla di passi “produttivi”, ma ribadisce che i negoziati devono passare dai governi, escludendo di fatto Hezbollah, pur essendo uno degli attori centrali sul campo.

Il Libano chiede sovranità, rispetto del cessate il fuoco e aiuti umanitari. Israele parla di convergenze.

Ma tra le parole della diplomazia e la realtà sul terreno, la distanza resta profonda.

Palestina e Israele

L’esercito israeliano ha dichiarato di aver ucciso un palestinese nel nord di Gaza perché avrebbe “attraversato la linea gialla”. Nel frattempo, tra Zeitoun e il campo di Jabalia, bombardamenti e colpi d’arma da fuoco hanno ferito almeno quattro persone e distrutto diverse abitazioni.

Martedì almeno 11 palestinesi sono stati uccisi in attacchi separati, tra cui due bambini. A Gaza City, un raid su un veicolo della polizia ha ucciso quattro persone, incluso un bambino di tre anni. Poco dopo, un altro attacco ha colpito il campo di Shati. Tra le vittime anche Adam Ahmed Khalaa, 14 anni, ucciso vicino a Jabalia.

La pressione continua anche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est: demolizioni a Silwan e Issawiya, raid ad Al-Bustan con aggressioni a residenti e giornalisti, arresti a Hebron e operazioni militari a Bal’a, con decine di persone fermate.

Si moltiplicano anche gli attacchi dei coloni: aggressioni vicino Betlemme, strade distrutte nell’area di Nablus, strutture rase al suolo ad Al-Ram.

E poi le accuse sulle carceri: Marwan Barghouti sarebbe stato picchiato più volte nelle ultime settimane. Denunce non verificabili in modo indipendente, ma che si inseriscono in un quadro più ampio di segnalazioni sulle condizioni dei detenuti palestinesi.

Turchia

In Turchia, una sparatoria in una scuola media nel sud-est del Paese ha provocato morti e feriti, in quello che è il secondo episodio simile in due giorni.

Secondo le autorità della provincia di Kahramanmaras, uno studente di terza media ha aperto il fuoco all’interno dell’istituto, uccidendo tre compagni e un insegnante, e ferendo almeno altre tredici persone. L’attentatore, che aveva nascosto nello zaino armi appartenenti al padre, è morto durante l’attacco.

Le immagini diffuse dalle televisioni mostrano ambulanze e forze di sicurezza davanti alla scuola, mentre il ministro della Giustizia Akin Gurlek ha annunciato l’apertura di un’indagine.

Le sparatorie scolastiche sono eventi rari in Turchia, ma l’episodio arriva a poche ore da un altro attacco, avvenuto il giorno precedente nella provincia di Sanliurfa, dove un ex studente ha ferito sedici persone prima di togliersi la vita.

Due attacchi in due giorni che sollevano interrogativi sulla sicurezza e sull’accesso alle armi.

Sudan

Tre anni di guerra in Sudan segnano, secondo le Nazioni Unite, un punto drammatico.

Il segretario generale Antonio Guterres ha definito l’anniversario “una tragica pietra miliare” in un conflitto che ha devastato il Paese e generato la più grande crisi umanitaria al mondo.

Parlando a una conferenza internazionale a Berlino, Guterres ha denunciato accuse credibili di gravi crimini internazionali: violenze sistematiche contro donne e ragazze, comunità distrutte, milioni di persone costrette alla fuga.

Un conflitto che, ha avvertito, sta destabilizzando anche l’intera regione.

Il segretario generale ha chiesto un cessate il fuoco immediato, accesso umanitario senza ostacoli e la fine delle interferenze esterne e del flusso di armi.

“Gli aiuti sono essenziali — ha detto — ma non possono sostituire la pace.”

Somalia

In Somalia, le forze armate insieme alle unità di sicurezza regionali hanno ucciso 27 combattenti del gruppo jihadista al-Shabaab durante un’operazione su larga scala nelle regioni di Lower e Middle Jubba.

Secondo quanto riportato da Reuters, tra le vittime ci sarebbero anche membri considerati “chiave” dell’organizzazione.

L’operazione è stata supportata da raid aerei condotti da partner internazionali non specificati. In passato, gli Stati Uniti hanno già fornito supporto aereo alle operazioni del governo somalo contro al-Shabaab.

Si tratta di uno dei principali gruppi armati attivi nel Paese, affiliato ad al-Qaeda, e responsabile da anni di attacchi contro civili e istituzioni.

L’offensiva rientra nella strategia di Mogadiscio per indebolire la presenza del gruppo nelle aree meridionali, dove mantiene ancora una forte capacità operativa.

Benin

In Benin, le presidenziali del 2026 segnano un passaggio formale di potere, ma non un vero cambiamento.

Dopo due mandati di Patrice Talon, il candidato della coalizione di governo, Romuald Wadagni, ha vinto con oltre il 90% dei voti. Un risultato che conferma più una continuità del sistema che una competizione reale.

Negli ultimi anni, riforme elettorali e restrizioni politiche hanno ridotto lo spazio per l’opposizione, già esclusa dalle legislative del 2019. Media sotto pressione, arresti di oppositori e limiti alle proteste hanno progressivamente ristretto il campo democratico.

Il Benin, un tempo considerato un modello nell’Africa occidentale, appare oggi sempre più come un sistema a potere centralizzato, dove le elezioni servono a legittimare l’equilibrio esistente.

Resta stabile nel breve periodo, anche grazie al sostegno internazionale. Ma nel lungo termine, tra tensioni sociali, minacce jihadiste e una recente tentata insurrezione, il rischio è quello di una stabilità solo apparente.

Grecia

Un’inchiesta della BBC accusa la polizia greca di aver reclutato migranti detenuti per effettuare respingimenti illegali al confine con la Turchia, lungo il fiume Evros.

Secondo le testimonianze raccolte, gruppi mascherati avrebbero fermato i nuovi arrivati, spogliandoli, derubandoli e picchiandoli. Alcuni migranti parlano anche di violenze sessuali e minacce di morte.

Chi partecipava a queste operazioni, sempre secondo l’inchiesta, veniva pagato con valuta turca o araba, e in alcuni casi anche con favori sessuali.

Le accuse, se confermate, indicherebbero un sistema strutturato di respingimenti forzati, già più volte denunciato da organizzazioni per i diritti umani, ma che Atene ha sempre respinto.

Italia

L’Ucraina torna a chiedere con urgenza più sistemi di difesa.

Il presidente Volodymyr Zelensky, al termine dell’incontro con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, ha parlato di nuovi attacchi in corso: droni Shahed e bombardamenti massicci nei cieli ucraini.

Zelensky ha sottolineato che i sistemi di contraerea sono “vitali” e ha aperto alla possibilità di una cooperazione industriale con l’Italia per la produzione di difese.

Il messaggio è chiaro: senza un rafforzamento della protezione aerea, il rischio è che gli attacchi russi diventino la normalità.

E proprio questa normalizzazione, ha avvertito, è ciò che Kiev vuole evitare a ogni costo.

Spagna

In Spagna, il governo apre alla regolarizzazione di centinaia di migliaia di persone senza documenti.

Il primo ministro Pedro Sánchez ha approvato per decreto un programma che consentirà fino a 500 mila migranti irregolari di ottenere uno status legale, aggirando un Parlamento dove l’esecutivo non ha la maggioranza, dopo il fallimento di una precedente proposta.

Per accedere, sarà necessario dimostrare di essere arrivati prima del primo gennaio, almeno cinque mesi di permanenza nel Paese e l’assenza di precedenti penali.

Il permesso concesso sarà valido un anno, con possibilità di rinnovo e accesso a uno status più stabile.

Sánchez ha definito la misura “un atto di giustizia e una necessità”, sottolineando il contributo dei migranti alla crescita economica della Spagna, oggi tra le più rapide in Europa.

Europa

Cresce la pressione politica sull’Unione Europea per rivedere i rapporti con Israele.

Un gruppo di circa 350 tra ex ministri, ambasciatori e alti funzionari europei ha chiesto la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, accusando Israele di violazioni sistematiche del diritto internazionale nei territori palestinesi.

In una dichiarazione congiunta, i firmatari sostengono che, mentre l’attenzione globale è concentrata su altri fronti, Israele starebbe intensificando le politiche di occupazione in Gaza e in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, anche nel contesto delle operazioni militari in Iran e Libano.

L’appello non è vincolante, ma rappresenta un segnale politico rilevante: una parte dell’establishment europeo chiede apertamente all’Unione di riconsiderare uno degli accordi chiave che regolano le relazioni economiche e diplomatiche con Israele.

Resta da vedere se e come le istituzioni europee decideranno di rispondere.

Olanda

Si aggravano le condizioni di Ratko Mladic, l’ex comandante serbo-bosniaco condannato all’ergastolo per genocidio e crimini di guerra.

Secondo quanto riferito dal figlio Darko alla televisione pubblica della Republika Srpska, Mladic avrebbe subito un lieve ictus nei giorni scorsi e sarebbe stato temporaneamente ricoverato in un ospedale civile prima di rientrare nel carcere dell’Aja.

La famiglia parla di un peggioramento quotidiano delle sue condizioni e chiede di poter ottenere la documentazione medica per una valutazione indipendente, auspicando un trasferimento in Serbia per le cure.

Al momento non ci sono conferme ufficiali dettagliate da parte delle autorità internazionali.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti, il Senato a maggioranza repubblicana ha respinto il tentativo dei democratici di bloccare la guerra contro l’Iran.

Con 52 voti contrari e 47 favorevoli, è stata bocciata una risoluzione che avrebbe imposto il ritiro delle forze americane in assenza di un’autorizzazione formale del Congresso, come previsto dal War Powers Act.

È la quarta volta quest’anno che il Senato sceglie di lasciare al presidente Donald Trump la gestione del conflitto.

I repubblicani parlano di fiducia nella leadership di Trump, mentre i democratici definiscono la guerra illegittima.

Ma anche tra i conservatori cresce la pressione per chiarire tempi e obiettivi: entro poche settimane, l’amministrazione dovrà spiegare come intende chiudere il conflitto.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che sarà presentato domani il progetto dell’“Arco di Trump”, voluto dal presidente Donald Trump.

Un monumento alto 76 metri, ispirato all’Arco di Trionfo di Parigi, che dovrebbe sorgere su un’isola artificiale nel fiume Potomac, a Washington.

Un progetto simbolico, che si inserisce in una visione fortemente identitaria della presidenza.

Negli Stati Uniti cresce la preoccupazione per una serie di morti e sparizioni che coinvolgono scienziati legati a programmi sensibili.

Dal 2023, almeno nove persone attive in ambiti come deterrenza nucleare e ricerca aerospaziale sarebbero scomparse o morte in circostanze poco chiare, con casi collegati a centri come Los Alamos e laboratori avanzati.

Alcune fonti parlano di uscite improvvise senza effetti personali, altre di decessi violenti. Non ci sono però conferme ufficiali su un collegamento tra i casi.

Interpellata, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha detto di non aver ancora discusso la questione con le agenzie competenti, ma ha promesso verifiche.

Tra le ipotesi, non escluse da ex funzionari, anche scenari di spionaggio o minacce mirate. Ma al momento restano interrogativi aperti e poche risposte.

Negli Stati Uniti, un caso sta sollevando interrogativi sul sistema di detenzione migratoria.

Una donna francese di 86 anni, identificata come Marie-Thérèse, è stata arrestata il primo aprile dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement e trasferita in un centro di detenzione in Louisiana. Secondo quanto riportato dal quotidiano Ouest-France, la donna viveva in Alabama dopo essersi trasferita nel 2025 per sposare un ex colonnello dell’esercito americano conosciuto decenni prima in una base NATO in Francia.

Il marito è morto nel gennaio 2026, prima che lei ottenesse la residenza permanente, lasciando la sua posizione irregolare.

La famiglia, che ha denunciato condizioni di detenzione difficili, teme per la sua salute: Marie-Thérèse soffre di problemi cardiaci e alla schiena. Il figlio ha dichiarato che, in quelle condizioni, la madre “potrebbe non resistere a lungo”.

Il caso riapre il dibattito sull’applicazione delle norme migratorie nei confronti delle persone più vulnerabili.

Pacifico

Nel Pacifico orientale, gli Stati Uniti hanno colpito per il secondo giorno consecutivo un’imbarcazione sospettata di traffico di droga.

Secondo il U.S. Southern Command, l’attacco di martedì ha ucciso quattro persone. È il cinquantesimo raid di questo tipo dall’inizio di settembre, con un bilancio complessivo di almeno 174 morti.

Il comando militare ha dichiarato che la barca si muoveva lungo rotte note per il narcotraffico e ha diffuso un breve video dell’esplosione. Tuttavia, non sono state fornite prove pubbliche che confermino la presenza di droga a bordo.

Operazioni di questo tipo rientrano nella strategia statunitense di contrasto ai traffici illegali nella regione. Ma l’assenza di verifiche indipendenti e la mancanza di dettagli sulle persone colpite continuano a sollevare interrogativi sulla trasparenza e sulle regole d’ingaggio adottate.

Messico

Sale la tensione tra Messico e Stati Uniti sul tema migratorio.

La presidente Claudia Sheinbaum ha criticato duramente le politiche di Washington, definendo “inaccettabili” le morti di cittadini messicani nei centri di detenzione per migranti.

Le dichiarazioni arrivano dopo la morte, in Louisiana, di Alejandro Cabrera Clemente, 49 anni: è la quindicesima vittima in poco più di un anno.

Sheinbaum ha annunciato l’apertura di indagini su tutti i casi, ha disposto visite quotidiane dei consolati messicani nei centri di detenzione statunitensi e ha detto che porterà la questione davanti alla Commissione interamericana per i diritti umani, valutando anche un ricorso alle Nazioni Unite.

“Difenderemo i messicani a ogni livello”, ha dichiarato, ricordando che molti di loro “non hanno commesso altro reato se non quello di non avere documenti”.

Uruguay

In Uruguay entra in vigore la legge che legalizza l’eutanasia.

Ad annunciarlo è stato il presidente Yamandú Orsi, che ha firmato il decreto attuativo dopo l’approvazione in Parlamento nell’ottobre 2025, con un ampio consenso trasversale.

La norma consente l’accesso all’eutanasia agli adulti mentalmente capaci, affetti da malattie terminali o condizioni irreversibili che causano sofferenze considerate insopportabili.

La procedura prevede una valutazione medica rigorosa, con il parere di almeno due medici e, nei casi più complessi, di una commissione. È richiesto il consenso informato del paziente e il rispetto di condizioni che garantiscano la dignità della persona.

Il provvedimento inserisce l’Uruguay tra i Paesi che hanno scelto di regolamentare il fine vita come diritto individuale.

Perù

Si alza la tensione in Perù dopo il primo turno delle elezioni presidenziali.

Secondo gli ultimi dati ufficiali, la candidata Keiko Fujimori è in testa ma senza maggioranza, mentre il candidato di sinistra Roberto Sánchez sarebbe passato al secondo posto, conquistando l’accesso al ballottaggio.

Una dinamica contestata da Rafael López Aliaga, imprenditore e leader ultraconservatore, inizialmente dato come secondo. López Aliaga ha chiesto l’annullamento del voto di aprile e ha parlato apertamente di possibile “insurrezione” se le autorità non interverranno.

Al centro delle accuse, presunti ritardi logistici che avrebbero compromesso il processo elettorale. Il presidente della giuria nazionale elettorale, Roberto Burneo, ha respinto ogni addebito.

Il Paese si avvia così verso il ballottaggio in un clima di forte polarizzazione e crescente sfiducia nelle istituzioni.

Corea del Nord

La Corea del Nord accelera sul programma nucleare.

Secondo il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, tra l’altro nominato dal Time, tra le 100 persone più influenti dell’anno, si registra un “aumento molto serio” della capacità di produrre armi atomiche, con un’intensificazione delle attività nel sito di Yongbyon.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha osservato un incremento delle operazioni nei reattori e negli impianti di riprocessamento, oltre alla possibile costruzione di una nuova struttura per l’arricchimento dell’uranio.

Pyongyang, che ha effettuato il primo test nucleare nel 2006, resta sotto sanzioni ONU e continua a negare l’accesso agli ispettori internazionali.

Secondo le stime, il Paese disporrebbe già di alcune decine di testate.

Sul piano geopolitico, restano i timori di un rafforzamento dei legami con la Russia, anche se al momento non ci sono prove dirette di cooperazione nucleare.

Cina

Le Nazioni Unite esprimono preoccupazione per il caso dell’artista dissidente cinese Gao Zhen, noto per le sue sculture satiriche su Mao Zedong.

Secondo l’ufficio diritti umani dell’Nazioni Unite, Gao è stato processato a fine marzo con l’accusa di “diffamazione di eroi e martiri”, una legge entrata in vigore anni dopo la realizzazione delle opere contestate.

Per l’ONU, il caso solleva dubbi sull’uso retroattivo del diritto penale e sull’impiego di sanzioni per punire l’espressione artistica.

L’artista, arrestato nel 2024 durante una visita dagli Stati Uniti, rischia fino a tre anni di carcere. Il processo si è svolto a porte chiuse e si è concluso senza verdetto, che potrebbe arrivare nei prossimi mesi.

Le Nazioni Unite chiedono il suo rilascio immediato, citando anche il deterioramento delle sue condizioni di salute.

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