Balochistan, la tempesta nera nel cuore del Pakistan
Scritto da Barbara Schiavulli in data Febbraio 2, 2026
Sabato il Balochistan è stato attraversato da una delle offensive armate più estese degli ultimi decenni. Attacchi coordinati, esplosioni, scontri a fuoco e assalti a infrastrutture statali hanno colpito decine di località in tutta la provincia. A rivendicare l’operazione è stato il Balochistan Liberation Army (BLA), che ha parlato di Herof 2, “tempesta nera”, seconda fase di una campagna militare iniziata lo scorso anno.
Secondo fonti ufficiali pakistane, il bilancio complessivo delle vittime sfiora le duecento persone, tra civili, forze di sicurezza e ribelli. I numeri restano controversi, come spesso accade in Belucistan, dove l’accesso indipendente alle aree colpite è limitato e le versioni delle parti in conflitto divergono radicalmente.
Il gruppo ha diffuso video e immagini che mostrano combattenti donne impegnate nell’operazione Herof Phase II, segnando una svolta nella sua narrazione e nelle sue tattiche.
Tra queste spicca Hawa Baloch, alias Droshum, ripresa mentre partecipa ai combattimenti sul fronte di Gwadar poco prima di cadere in azione, e Asifa Mengal, presentata come fidayeen attiva nei raid contro obiettivi di sicurezza.
La loro comparsa sui media del BLA sottolinea un ruolo femminile sempre più visibile nelle operazioni armate, elemento che il gruppo interpreta come prova della sua coesione ideologica e dell’impegno totale nella lotta separatista.
Una provincia strategica e marginalizzata
Il Balochistan è la provincia più grande del Pakistan e una delle meno sviluppate. È anche una delle più strategiche. Confina con Iran e Afghanistan, affaccia sul Mar Arabico e ospita enormi riserve di gas, rame, oro e minerali critici. Risorse che hanno reso la regione centrale per i piani economici di Islamabad e per gli investimenti stranieri.
Il problema, denunciano da decenni movimenti politici e comunità locali, è che questi progetti hanno portato pochi benefici alla popolazione balochi. Le entrate derivanti dalle risorse finiscono in larga parte al governo centrale, mentre la provincia continua a registrare alti livelli di povertà, disoccupazione e carenza di servizi essenziali.
Chi sono i ribelli balochi
Il Balochistan Liberation Army è un gruppo separatista armato attivo da oltre vent’anni. Chiede l’indipendenza del Balochistan e accusa lo Stato pakistano di sfruttamento economico e repressione politica. Il gruppo è classificato come organizzazione terroristica dal Pakistan, dagli Stati Uniti, dalla Cina e dall’Unione Europea.
Negli ultimi anni il BLA ha intensificato le proprie operazioni, prendendo di mira non solo obiettivi militari, ma anche infrastrutture economiche, lavoratori e progetti legati a investimenti stranieri. Una strategia che punta a colpire il cuore degli interessi economici nella regione.
Il nodo cinese e gli interessi internazionali
Il Balochistan è un pilastro del China–Pakistan Economic Corridor, il corridoio infrastrutturale che collega la Cina occidentale al porto di Gwadar. Per Pechino, il progetto è cruciale per la sicurezza energetica e commerciale. Per Islamabad, è una leva economica e geopolitica fondamentale.
Ma proprio questi investimenti sono diventati uno dei principali bersagli dei ribelli, che li considerano simboli di uno sfruttamento esterno condotto senza il consenso delle comunità locali. Negli ultimi anni, attacchi contro lavoratori e interessi cinesi hanno messo in evidenza la fragilità della sicurezza nella regione.
Anche gli Stati Uniti guardano con crescente interesse al Balochistan, in particolare per l’accesso a minerali strategici. Una presenza che, secondo diversi analisti, rischia di aggravare ulteriormente le tensioni se non accompagnata da un reale coinvolgimento politico e sociale della popolazione locale.
La risposta di Islamabad
Il governo pakistano ha reagito rafforzando la presenza militare e ribadendo la linea della “guerra al terrorismo”. Le autorità parlano di gruppi armati sostenuti dall’estero e promettono operazioni di sicurezza su larga scala per ristabilire l’ordine.
Ma la strategia non è nuova. E non ha mai risolto il conflitto. Ogni offensiva militare ha finora prodotto una tregua temporanea, seguita da nuove ondate di violenza. Le rivendicazioni politiche alla base dell’insurrezione restano in gran parte irrisolte.
Un segnale per la regione
L’offensiva di questi giorni è un messaggio che va oltre il Pakistan. Dice a Cina e Stati Uniti che la stabilità del Balochistan non può essere garantita solo con l’esercito. E dice a Islamabad che la sicurezza, senza una soluzione politica, rischia di restare un ciclo infinito.
Il Balochistan non è una crisi improvvisa. È una guerra a bassa intensità che dura da decenni e che riemerge ogni volta che gli equilibri economici e geopolitici si spostano senza coinvolgere chi vive su quella terra.
Quella di sabato non è stata un’eccezione. È stata una conferma.
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