23 febbraio 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Febbraio 23, 2026

  • Gaza: Yoga per i bambini traumatizzati.
  • Libano sull’orlo del conflitto.
  • Il Pakistan colpisce sette siti in Afghanistan: Kabul avverte che risponderà.
  • No Grazie, dice la Groenlandia alla nave ospedale di Trump.
  • Il Sudan accusa l’Uganda di sostenere il “genocidio” ospitando il comandante delle RSF.
  • Messico: ucciso “El Mencho”, capo del cartello Jalisco.
  • Venezuela: circa 200 detenuti politici in sciopero della fame.
  • Etiopia: il Tigray intrappolato tra i conflitti passati e il timore di un altro

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Palestina, Israele, Libano e Iran

L’esercito israeliano sta preparando uno scenario che fino a pochi mesi fa sembrava congelato dal cessate il fuoco del novembre 2024: l’eventualità che Hezbollah entri direttamente in guerra contro Israele nel caso in cui l’Iran venga colpito.

Fonti dell’IDF citate da Haaretz spiegano che i pesanti attacchi di venerdì contro obiettivi di Hezbollah in Libano non sono stati solo “preventivi”, ma una preparazione tecnica a uno scenario regionale più ampio.

Sabato gli israeliani hanno ucciso 10 combattenti hezbollah, all’interno del confine libanese.

Dopo la guerra conclusa con la tregua del novembre 2024, la capacità di Hezbollah di lanciare incursioni di terra in Israele è stata fortemente ridotta. Ma resta la minaccia più concreta: i missili sul nord del Paese.

Se Israele attacca l’Iran, il fronte potrebbe aprirsi a nord. E quando si apre il nord, si apre il Medio Oriente.

Qui non si tratta solo di deterrenza, è una partita a scacchi dove ogni pedina è già posizionata e tutti fingono di non voler muovere per primi.

Domenica, l’inviato speciale americano Steve Witkoff ha dichiarato a Fox News che il presidente Donald Trump è “curioso” del fatto che l’Iran non abbia ancora ceduto alle richieste americane, nonostante l’imponente dispiegamento militare USA in Medio Oriente.

La parola “curioso” suona quasi ironica, se si pensa che nel Golfo si concentrano portaerei, sistemi antimissile e bombardieri strategici.

Ma da Teheran arriva un segnale inatteso.

Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a Reuters che l’Iran potrebbe seriamente valutare:

  • di esportare parte delle sue scorte di uranio altamente arricchito
  • di diluire la purezza dell’uranio più sensibile

In cambio di una cosa molto precisa: il riconoscimento del diritto iraniano all’“arricchimento nucleare per scopi pacifici”.

Le parti torneranno a parlarsi a inizio marzo. Potrebbe emergere un accordo ad interim.

Intanto, secondo il The New York Times, la Guida Suprema iraniana ha già nominato eventuali successori per sé e per i vertici militari nel caso venissero uccisi.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato che potrebbe incontrare Witkoff giovedì a Ginevra. Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, ha confermato che il meeting si terrà.

C’è “una buona possibilità” di soluzione diplomatica, ha detto Araghchi.

Buona possibilità. Nel Medio Oriente del 2026, è già un mezzo miracolo.

 Israele–India: nasce un nuovo asse

Alla vigilia della visita del premier indiano Narendra Modi in Israele, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato della costruzione di un “asse di nazioni impegnate per stabilità e progresso”.

Un asse che – parole sue – si oppone sia all’“asse sciita radicale” sia all’“emergente asse sunnita radicale”.

L’India è già uno dei principali partner strategici di Israele in campo tecnologico e militare. Ma il linguaggio utilizzato da Netanyahu è geopolitico puro: sta disegnando blocchi.

E quando si comincia a parlare di assi, blocchi, fronti… significa che il mondo si sta riordinando. Non necessariamente verso la stabilità.

E mentre si parla di Iran, Hezbollah, assi sciiti e sunniti, la questione palestinese resta l’epicentro silenzioso.

Ogni eventuale attacco all’Iran potrebbe riaccendere Gaza. Ogni escalation con Hezbollah potrebbe far saltare la fragile stabilità regionale. Ogni nuovo asse strategico rischia di consolidare un sistema in cui i palestinesi restano pedina e mai soggetto politico.

La tregua del 2024 non ha risolto le cause profonde del conflitto. Ha solo congelato il fronte.

Il rischio reale oggi è questo: che la diplomazia sul nucleare iraniano e le alleanze strategiche regionali diventino il grande tavolo dove si decide tutto… tranne il destino dei palestinesi.

E la storia ci ha insegnato che quando si decide tutto tranne la Palestina, prima o poi la Palestina torna a decidere il ritmo degli eventi.

Nadallah, neanche due anni con una disfunzione epatica ha lottato 14 mesi per potersi curare fuori da Gaza. I genitori avevano tutti i permessi, ma nonostante quelli, gli israeliani non l’hanno fatto uscire. Nadallah è morto due giorni fa.

Non ci saranno fiumi di articoli per lui e neanche per sua sorella, di poche settimane e con la stessa patologia. La mamma supplica di essere aiutata. Ma i bambini non sono tutti uguali.

In una Gaza segnata da due anni di bombardamenti, distruzione e traumi psicologici, una insegnante palestinese ha trasformato una tenda in uno spazio di yoga per bambini, offrendo loro brevi momenti di pace, calma e controllo sulla propria mente e il proprio corpo.

Attraverso semplici movimenti, respirazione e attività ricreative combinate, i bambini – molti dei quali hanno vissuto violenza, perdite e paura costante – trovano un attimo di normalità e sollievo dalle pressioni emotive quotidiane.

Le classi, nate dall’idea di portare tecniche di resilienza psicologica in un luogo dove il trauma è ubiquo, aiutano i piccoli a rilasciare stress e a sentirsi più sicuri anche solo per qualche minuto.

In un contesto in cui ogni giorno è una lotta, lo yoga diventa più di un esercizio: è un piccolo spazio di guarigione.

Decine di coloni israeliani sono entrati domenica nella Spianata delle Moschee, nel complesso della Al-Aqsa Mosque, nel quinto giorno di Ramadan, secondo l’agenzia palestinese Wafa.

I coloni avrebbero compiuto rituali talmudici nei cortili, sotto protezione della polizia israeliana. Per i palestinesi si tratta dell’ennesima incursione in un luogo santo, accompagnata da restrizioni e controlli rafforzati durante il mese sacro.

Israele autorizza queste visite dal 2003, nonostante le proteste del Waqf islamico.

Per i musulmani è il terzo luogo più sacro dell’Islam. Per gli ebrei è il Monte del Tempio. Per i palestinesi è anche il simbolo della loro capitale futura. E ogni Ramadan, la tensione torna a salire.

Iran

Nuove proteste sono esplose in Iran. Studenti universitari hanno manifestato a Teheran e Mashhad durante le commemorazioni dei 40 giorni per le vittime delle repressioni di gennaio, quando migliaia di persone furono uccise nelle proteste anti-governative secondo gruppi per i diritti umani.

Le tensioni interne si intrecciano con quelle internazionali.

Turchia

Quattordici Paesi arabi e a maggioranza musulmana, tra cui Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Giordania, hanno condannato con una dichiarazione congiunta le parole dell’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee.

In un’intervista al podcast di Tucker Carlson, Huckabee ha detto che sarebbe “andata bene” se Israele prendesse “tutto” il territorio tra il Nilo e l’Eufrate — riferimento a un’interpretazione biblica spesso evocata da ambienti ultranazionalisti. Poi ha parlato di “iperbole”.

La reazione è stata immediata. I Paesi firmatari, insieme a Organization of Islamic Cooperation, Arab League e Gulf Cooperation Council, hanno definito le parole “pericolose e incendiarie”, in violazione della Carta ONU.

L’Autorità Palestinese sostiene che le dichiarazioni contraddicano la linea ufficiale del presidente Donald Trump, che ha respinto l’annessione formale della Cisgiordania.

Quando la Bibbia entra nella diplomazia, il diritto internazionale esce dalla porta.
E in Medio Oriente, certe frasi non restano mai solo parole.

Sudan e Uganda

Il governo sudanese ha condannato ufficialmente l’Uganda per aver ospitato a Entebbe Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle Rapid Support Forces, alla sua prima apparizione pubblica da settembre.

In una nota durissima, il ministero degli Esteri di Khartoum ha accusato il presidente ugandese Yoweri Museveni di ignorare presunti “crimini di genocidio” attribuiti alle RSF e di sostenere di fatto forze ribelli contro un governo riconosciuto a livello internazionale.

La guerra civile sudanese, iniziata nell’aprile 2023 tra esercito e RSF, ha causato decine di migliaia di morti e circa 13 milioni di sfollati, secondo le Nazioni Unite.

Dagalo riappare mentre il Paese brucia. E la diplomazia regionale si trasforma in campo minato.

Etiopia

La regione di Tigray nel nord dell’Etiopia, tre anni dopo un accordo di pace che aveva ufficialmente posto fine a un conflitto che ha ucciso migliaia di persone, è ora intrappolata tra la speranza di pace e il timore di una nuova guerra.

Le tensioni tra le autorità regionali e il governo federale di Addis Abeba stanno crescendo, con accuse di violazioni dell’accordo e scambi di attacchi con droni che riaccendono i timori di scontri su larga scala.

I residenti di Mekele raccontano di una calma tesa: gli sportelli automatici sono vuoti, i turisti non arrivano, e molti considerano la partenza come unica alternativa possibile se le ostilità dovessero riprendere.

Il rischio non è solo locale. Con l’aumento delle accuse reciproche e il coinvolgimento di gruppi armati e possibili alleanze tra forze regionali, la regione torna a camminare sul filo di un conflitto che aveva già devastato vite e comunità.

In Tigrè, la pace non è mai veramente tornata. E il timore è che il passato non sia davvero passato.

Ungheria

L’Ungheria minaccia di bloccare un prestito da 90 miliardi di euro dell’Unione Europea all’Ucraina per il biennio 2026-2027. Il motivo? Il blocco delle forniture di greggio attraverso l’oleodotto Druzhba, storico corridoio del petrolio russo verso l’Europa centrale.

Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó accusa Kiev di “ricatto” e sostiene che lo stop violi gli accordi con l’Ue.

La Commissione europea ha già adottato il pacchetto: 60 miliardi destinati al sostegno militare e 30 al bilancio statale ucraino, finanziati tramite debito comune europeo.

Kiev respinge le accuse e parla di ultimatum “irresponsabili”, ricordando che le infrastrutture energetiche sono colpite quotidianamente dagli attacchi russi.

Traduzione politica: mentre l’Ucraina combatte sul fronte, in Europa si combatte sul petrolio.
E Mosca osserva.

Ucraina e Russia

A pochi giorni dal quarto anniversario dell’invasione russa, Mosca ha lanciato nella notte 50 missili e quasi 300 droni contro sette regioni ucraine. Lo ha denunciato il presidente Volodymyr Zelenskyy, parlando di attacchi mirati contro infrastrutture energetiche, ferroviarie e idriche.

A Kyiv le temperature erano a meno 10 gradi quando sono caduti i missili balistici. Nella regione un uomo è morto e 15 persone sono rimaste ferite, tra cui quattro bambini. A Mykolaiv 16mila persone sono senza elettricità nel gelo.

Solo questa settimana, dice Zelenskyy, oltre 1.300 droni russi.

Intanto a Leopoli, lontano dal fronte, un’esplosione definita “attacco terroristico” ha ucciso un agente di 23 anni e ferito 25 persone: due ordigni artigianali nascosti nei cestini dei rifiuti.

Sul piano diplomatico, l’inviato americano Steve Witkoff non esclude un vertice tra Zelenskyy e Putin nelle prossime settimane.

Russia

Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge che obbliga gli operatori telefonici e internet a bloccare le comunicazioni su richiesta – anzi, su “ordine” – del Servizio di Sicurezza Federale, l’FSB.

La norma è stata approvata in pochi minuti dalla Duma e poi dal Consiglio della Federazione. Nella versione finale è sparita la parola “richiesta”, sostituita da “ordine”, ed è stato eliminato ogni riferimento al governo: resta solo il presidente.

Traduzione: Putin potrà decidere quando e dove interrompere internet o le comunicazioni telefoniche, anche su scala nazionale, senza dover spiegare pubblicamente le motivazioni.

Per alcuni analisti è un ulteriore rafforzamento del potere dei servizi di sicurezza.
In Russia, la linea può cadere. E non per problemi tecnici.

Groenlandia

l primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen ha chiesto al presidente americano Donald Trump di smettere con “sfoghi casuali sui social” e di parlare direttamente con il governo locale.

Il motivo? Trump ha annunciato su Truth Social l’invio di una nave ospedale militare per “curare le tante persone malate e non assistite” sull’isola artica, pubblicando un’immagine della USNS Mercy.

La risposta è stata secca: “No grazie”.
La Groenlandia, ha ricordato Nielsen, garantisce sanità pubblica gratuita a tutti i cittadini — a differenza degli Stati Uniti.

Trump da anni manifesta interesse strategico per l’isola. A gennaio ha escluso l’uso della forza, parlando però di un “framework per un futuro accordo” con Copenaghen e gli alleati NATO contrari a qualsiasi cessione di sovranità.

Nel frattempo, la diplomazia artica passa da un post social. E Nuuk chiede semplicemente una cosa: rispetto istituzionale.

Stati Uniti

Un ragazzo di  21 anni, identificato come Austin Tucker Martin, originario della North Carolina, è stato  colpito a morte da agenti del Secret Service e da un vice sceriffo dopo aver violato il perimetro di sicurezza della residenza di Donald Trump a Mar-a-Lago in Florida che non era alla residenza.

Era un neodiplomato, conservatore, che l’anno scorso aveva fondato un’azienda di grafica pubblicitaria specializzata in disegni fatti a mano di campi da golf.

Gli agenti lo hanno affrontato perché era entrato senza autorizzazione portando con sé un fucile e una tanica di carburante, e dopo che gli è stato ordinato di deporre l’arma lui ha puntato il fucile in posizione di tiro, secondo le autorità.

La sparatoria è avvenuta nella prima mattinata di domenica e nessun agente è rimasto ferito. Il presidente non si trovava nella residenza al momento dell’incidente.

La famiglia di Martin lo aveva segnalato come scomparso un giorno prima, e ora l’FBI sta indagando per chiarire movente e dinamiche dell’episodio.

Un’altra tragedia all’ombra delle tensioni politiche negli Stati Uniti, dove gli episodi di violenza armata legati a motivi non sempre chiari continuano a scuotere la società.

Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha dichiarato lo stato d’emergenza e ordinato la chiusura totale della rete stradale cittadina a partire dalle 21 di domenica fino a mezzogiorno di lunedì. Vietata la circolazione a auto, camion, scooter ed e-bike, salvo emergenze e lavoratori essenziali.

Secondo il National Weather Service, la costa Est sarà colpita da una tempesta con oltre 30 centimetri di neve e raffiche di vento a livello di bufera. Le nevicate potrebbero superare i 2,5 centimetri l’ora. Attesi blackout e trasporti paralizzati lungo il corridoio I-95, da Boston a Washington.

New York non affrontava un evento simile da un decennio.
Solo poche settimane fa un’altra tempesta ha causato oltre 100 morti negli Stati Uniti.

La natura non negozia. E quando arriva, la città che non dorme si ferma.

Il presidente Donald Trump ha annunciato che porterà al 15% il nuovo dazio globale sulle importazioni, poche ore dopo che la Supreme Court of the United States ha bocciato gran parte dei precedenti pacchetti tariffari.

La decisione della Corte mette in discussione diversi accordi commerciali conclusi negli ultimi mesi dall’amministrazione. Ma Trump non arretra: il nuovo dazio potrebbe restare in vigore per 150 giorni utilizzando una sezione della legge commerciale americana mai applicata finora in questo modo.

In parallelo, la Casa Bianca prepara nuove indagini su presunte pratiche commerciali sleali, che potrebbero tradursi in ulteriori tariffe.

Messico

L’esercito messicano ha ucciso Nemesio Rubén Oseguera Cervantes, noto come “El Mencho”, leader del potente Cartello Jalisco Nueva Generación. Lo ha riferito un funzionario federale, parlando di un’operazione militare nello Stato occidentale di Jalisco.

L’intervento è stato preceduto da ore di blocchi stradali con veicoli incendiati, una tattica tipica dei cartelli per ostacolare l’avanzata delle forze di sicurezza.

Secondo le autorità messicane, almeno 26 persone sono morte negli scontri tra criminali e forze dell’ordine dopo l’operazione, tra cui 17 agenti della Guardia Nazionale e una donna incinta, oltre ad altri membri delle forze dell’ordine e criminali coinvolti nella violenza diffusa.

In città come Guadalajara e Puerto Vallarta, negozi chiusi e caos diffuso riflettono lo spettro di anni di conflitto tra cartelli e istituzioni.

Il Dipartimento di Stato americano aveva messo una taglia da 15 milioni di dollari su di lui. A febbraio, l’amministrazione di Donald Trump aveva designato il cartello come organizzazione terroristica straniera.

La morte di “El Mencho” potrebbe segnare un punto di svolta.
O aprire una nuova guerra interna per il controllo del traffico di droga. In Messico, quando cade un capo, raramente cade il sistema.

Venezuela

Circa 200 detenuti politici nel carcere Caracas’s El Rodeo I hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro i ritardi nell’applicazione dell’amnistia e chiedere la loro immediata scarcerazione, ha riferito il dirigente oppositore Juan Pablo Guanipa.

Secondo i familiari e post su X, molti detenuti versano in cattivo stato di salute e chiedono “libertà immediata e incondizionata” per tutti i prigionieri politici civili e militari.

Questo avviene mentre il Venezuela ha recentemente approvato una legge di amnistia per centinaia di prigionieri politici, ma l’applicazione resta lenta e controversa, con oltre 600 persone ancora in carcere secondo gruppi per i diritti umani.

In sintesi: la legge sull’amnistia c’è, le scarcerazioni procedono a rilento, e dentro El Rodeo la fame è diventata l’ultima arma di chi ancora aspetta libertà.

Il Venezuela concede l’amnistia a 379 prigionieri politici

Afghanistan

Il Pakistan ha lanciato nella notte tra sabato e domenica raid aerei contro sette obiettivi lungo il confine afghano. Islamabad parla di “attacchi selettivi basati su intelligence” contro basi del Tehreek-e-Taliban Pakistan e dell’ISIS-K, ritenuti responsabili di una serie di attentati suicidi in territorio pakistano.

L’ultimo, devastante: una moschea sciita a Islamabad, almeno 40 morti e oltre 160 feriti. L’attacco più grave nella capitale dal 2008. L’ISIS-K ha rivendicato.

Ma Kabul racconta un’altra versione. Il ministero della Difesa afghano denuncia che i bombardamenti hanno colpito una madrasa e abitazioni civili nelle province di Nangarhar e Paktika. Decine i morti, tra cui donne e bambini. Un portavoce della polizia locale ha parlato di 23 membri di una sola famiglia sotto le macerie.

Secondo la missione ONU in Afghanistan, tra ottobre e dicembre scorsi operazioni pakistane simili hanno ucciso 70 civili afghani.

Islamabad accusa i Talebani di non fermare i gruppi armati sul loro territorio e richiama l’Accordo di Doha. Kabul nega e promette una “risposta misurata”.

Il confine resta quasi chiuso da mesi.
La fiducia è finita nel 2021, quando i Talebani sono tornati al potere.

E mentre entrambi parlano di sicurezza nazionale, sotto le bombe restano sempre gli stessi: civili che non hanno firmato nessun accordo.

Indonesia

Le autorità indonesiane hanno evacuato 75 operai da un sito minerario d’oro nella provincia instabile di Papua Centrale dopo un attacco armato che ha causato due morti.

L’assalto è stato rivendicato dall’Esercito di Liberazione Nazionale della Papua Occidentale, noto come TPNPB o KKB, gruppo separatista attivo da decenni nella regione. Tra gli evacuati ci sono anche 26 cittadini cinesi, secondo l’agenzia Antara.

Solo poche settimane fa i miliziani avevano abbattuto un piccolo aereo uccidendo pilota e copilota.

La Papua è ricca di risorse ma segnata da povertà e tensioni indipendentiste.
Oro sotto terra, instabilità sopra.

Corea del Nord

Il leader nordcoreano Kim Jong Un è stato rieletto al top della leadership del Partito dei Lavoratori al potere durante il congresso quinquennale che si è concluso domenica a Pyongyang, secondo quanto riportato da media statali e agenzie internazionali.

La rielezione – ufficialmente annunciata come espressione dell’“unanimità dei delegati” – rafforza il suo controllo politico e militare mentre il regime celebra i progressi nello sviluppo nucleare e pone nuovi obiettivi per i prossimi cinque anni.

Gli analisti vedono in questo congresso una conferma della linea dura di Pyongyang, focalizzata sulla doppia espansione del programma nucleare e delle capacità convenzionali, e in prospettiva un’intensificazione delle tensioni con Washington e Seoul, con cui la diplomazia è ferma da anni.

In un regime dove le elezioni interne sono rituali senza opposizione reale, questa riconferma non sorprende, ma è un segnale chiaro: Kim mantiene saldo il comando di uno Stato che continua a puntare sulle armi nucleari come centro della sua strategia di sicurezza e legittimazione interna.

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