Gli Stati Uniti attaccano il Venezuela

Scritto da in data Gennaio 3, 2026

Nelle prime ore di oggi il Venezuela si è svegliato sotto attacco. Un’operazione militare statunitense, annunciata come “mirata”, ha colpito obiettivi strategici tra Caracas e la costa, culminando con la cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie.

Sette bombardamenti, arresti lampo, una narrazione immediatamente incorniciata dalla Casa Bianca come atto di liberazione.

Le immagini hanno fatto il giro del mondo in pochi minuti: venezuelani in strada tra festeggiamenti e incredulità, altri chiusi in casa per paura, mentre le cancellerie internazionali si dividono tra chi applaude in silenzio, chi parla di violazione del diritto internazionale e chi, come spesso accade, prende tempo.

L’America Latina è spaccata, l’Europa balbetta, le Nazioni Unite chiedono “chiarimenti”. Sui social esplode l’hashtag #FreeVenezuela, mentre resta sospesa una domanda più grande di tutte: cosa succede quando un dittatore cade non per un processo, ma per un blitz armato deciso altrove?

Oltre il tifo, dentro la complessità

Quello che sta accadendo in Venezuela non si può ridurre a una questione da tifo da stadio, come spesso siamo tentati di fare. La questione è molto più importante, più profonda, più impegnativa. È una storia stratificata, che non può essere compressa nella favola del cattivo dittatore rimosso dagli Stati Uniti cattivi e tutti vissero felici e contenti.

Bisogna andare con ordine. Il governo di Nicolás Maduro rientra in tutte le categorie che definiscono una dittatura: controllo militare delle risorse, assenza di libertà di stampa, oltre mille prigionieri politici, divieto alle ONG di entrare nel Paese per aiutare la popolazione. Violazioni sistematiche dei diritti umani, uso della fame come arma, manipolazione del processo elettorale. Nel 2024 Maduro aveva perso le elezioni, eppure è rimasto al potere nonostante le condanne internazionali.

È vero che le sanzioni hanno distrutto soprattutto la popolazione, ma i maduristi al potere continuavano a muoversi in SUV e a vivere in quartieri blindati. La gente ha pagato il prezzo della dittatura e delle sanzioni. Come sempre. Il potere sa aggirare le misure internazionali che dovrebbero arginare le sue illegalità.

La legge violata in nome della “giustizia”

Detto questo, quello che ha fatto Donald Trump – settimane di operazioni nei Caraibi e nel Pacifico, culminate con un’azione militare diretta e l’arresto di Maduro e della moglie – è tutto tranne che legale. Trump si è trasformato in giuria, giudice e giustiziere. Decide lui chi sono i buoni e chi i cattivi.

Chi, domani, gli impedirà di colpire l’Iran ed ergersi a liberatore di un popolo che merita di essere libero, ma secondo criteri decisi unilateralmente? Dobbiamo cominciare a chiederci se violare la legge “contro chi è cattivo” valga un po’ meno. Se uccido uno che ritengo un ladro, allora va bene? No. La legge non dice questo.

Può suscitare simpatia, perfino un moto di sollievo: “giustizia è fatta”. Ma la legge è legge e, almeno in teoria, dovrebbe valere per tutti.

È evidente che non è così, ora più che mai. A Trump dei venezuelani, dei palestinesi, degli afghani – o di chiunque altro – non importa nulla. Viene persino il dubbio che non gli importi nemmeno degli americani. Trump, come altri prima di lui, sta ridisegnando gli equilibri internazionali e spartendo risorse.

A Trump interessa il petrolio venezuelano – la terza riserva mondiale – come a Bush interessava quello iracheno. Non gli iracheni sotto Saddam, gasati nel silenzio globale. Non i siriani, non gli yemeniti. Gli interessi economici sì, le persone no. E quando non si riescono a ottenere accordi convenienti o ricattatori, si spazza via chi non piace. Far fuori un regime è più semplice, perché tanto possiamo sempre dire: “però era un dittatore”.

Resta difficile non lasciarsi trascinare dalle immagini di giubilo. È successo in Libia, in Iraq, in Sudan. Guardiamo dove sono oggi. Questo non significa rimpiangere i dittatori. Nessuno lo dovrebbe fare.

La fine del diritto internazionale (e ciò che resta)

È umano. È comprensibile. La prima persona a cui ho pensato è Alberto Trentini, l’operatore umanitario italiano detenuto da oltre un anno senza motivo, che forse ora potrà tornare a casa. Penso alle amiche che mi hanno sommersa di messaggi con #FreeVenezuela. Quando vivi oppresso, non importa più come venga rimosso un dittatore: basta che lo sia.

Immaginate di vivere in un Paese dove la stampa è controllata, dove si guadagnano tre euro al mese, dove se parli male del governo vieni arrestato, dove le cure arrivano solo se conosci qualcuno o se hai un parente all’estero. È comprensibile. Ma noi dobbiamo guardare oltre. Il resto del mondo dovrebbe essere l’adulto della situazione. Molto prima delle bombe.

Non si dovrebbe mai arrivare a permettere che un dittatore resti al potere per anni. Ma non ci siamo preoccupati abbastanza dell’Africa, del Sud-Est asiatico, né di ciò che Israele fa da 75 anni, e non solo. La realtà è che il mondo è ipocrita e marcio: un popolo oppresso va bene finché conviene o non costa troppo in termini economici o di accoglienza.

Siamo davanti alla morte del diritto internazionale. Se un mandato di cattura non impedisce a Netanyahu di attraversare lo spazio aereo europeo, perché Trump non dovrebbe sentirsi autorizzato a entrare in Venezuela e prelevare un presidente con una taglia da 50 milioni di dollari? Chi decide? Chi sono gli sceriffi?

Le Nazioni Unite, al netto delle agenzie umanitarie sul campo, sono oggi incapaci di garantire il rispetto delle leggi internazionali. Nemmeno quando i loro contingenti vengono attaccati è consentito reagire. Questo vuoto ha creato un mondo in cui Stati Uniti, Russia e potenze minori agiscono secondo i propri interessi, che raramente coincidono con quelli delle persone – o persino dei loro cittadini.

Maduro, Trump, Blair e molti altri dovrebbero sedere davanti a un tribunale internazionale. Invece uno verrà giudicato da un tribunale americano, per reati legati alla droga, non per il fatto di essere un dittatore e senza possibilità di difesa reale, mentre l’altro continuerà a bombardare a piacimento e a chiedere il Nobel per la pace.

E ora il Venezuela. Tornerà María Corina Machado? Governerà Edmundo González, che aveva vinto le elezioni? O la vicepresidente, come prevede la legge? Che fine faranno i maduristi, i militanti, i rifugiati politici? La Storia insegna che il dopo-dittatura è fragile, che dopo l’euforia arriva spesso il caos. Questo Paese merita pace e libertà. Come tutti. Ma tutti chi, poi? Gli americani sono davvero liberi?

Trump durante la conferenza stampa ha detto che “gli Stati Uniti governeranno il Venezuela”. Non è chiaro come e fino a quando. Iraq 2.0.

Mentre le prossime settimane chiariranno il destino del Venezuela, l’Europa – non l’Italia, che con ministri che dichiarano che “il diritto internazionale vale fino a un certo punto” si autoesclude da qualsiasi ruolo – dovrebbe lavorare per riportare il mondo al rispetto concreto delle regole.

Nessuno dovrebbe accettare un Trump che bombarda, ma nemmeno un Maduro che opprime, un Israele che commette un genocidio o un Putin che si prende territori. Né milioni di donne afghane private di scuola e lavoro. I diritti dovrebbero essere uguali per tutti.

Forse non servono più confini, né nazionalismi, né montagne di leggi aggirabili. Forse serve solo giustizia.
Intanto la guerra resta un affare. C’è chi ci guadagna. E non è mai chi la subisce sulla pelle.

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