Libano: la cura è resistenza
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 22, 2026
BEIRUT – Da fuori sembra un teatro come tutti gli altri. La grande insegna fuori “National Theatre”. I cordoni rossi, le scale, i tavolini, la gente che chiacchiera. Si sale per la balconata, si scende per la platea, con le poltrone rosse che hanno visto passare storie, applausi, silenzi. Eppure, in un paese sotto scacco come si trova in questo momento il Libano, il sipario non si apre su una scena, ma su vite strappate, sospese, trattenute a metà tra quello che erano e quello che non sanno ancora se potranno tornare a essere.
Il teatro che accoglie
Questo cinema teatro oggi non ospita solo spettacoli o visione di film, ma 120 persone che la guerra ha tolto alle loro case, ai loro
oggetti, alle loro abitudini, ai loro piccoli gesti quotidiani che tenevano insieme il mondo. Dormono, mangiano, si lavano.
Uomini, donne, bambini, gente fuggita dalle bombe, persone che hanno trascorso giorni per strada, sulla spiaggia, sotto cieli troppo grandi e troppo vuoti, fino a trovare questo posto, dove tra le sue mura succede qualcosa che non si può che chiamare resistenza, ma anche cura, una cura fragile e potente insieme.
Ragazze, ragazzi, bambini che trasformano il rumore delle bombe in gesti, la paura in movimento, la perdita in qualcosa che ancora somiglia alla vita, anche solo per pochi minuti, anche solo per il tempo di un esercizio, di un respiro condiviso.
Coi ragazzi in scena abbiamo visto corpi raccontare quello che le parole non riescono più a dire, quello che resta incastrato in gola quando il dolore è troppo grande per essere nominato. Abbiamo visto la guerra attraversare quei momenti e per un momento perdere potere, come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo.
Non era solo un workshop per ragazzi sfollati, era magia, era poesia, era sopravvivenza, era un modo per restare umani quando tutto intorno spinge a diventare altro.
Prendersi cura
“Perché esiste il teatro se non per riempirsi di gente”, ci dice Kasim Istanbouli, il direttore del teatro mentre ci racconta come ha deciso di aprire la sala per ospitare persone che avevano bisogno, persone che non avevano più niente se non il corpo che si portavano dietro.
“Crediamo che un teatro debba rimanere aperto in guerra e pace. Questa sarà sempre la casa della gente. Non si viene qui solo per vedere uno spettacolo, ma anche per trovare un rifugio”, che si tratti di mangiare o nutrirsi di cultura, che si tratti di dormire o semplicemente di non sentirsi soli.
Kasim la chiama Resistenza Culturale. Il 27 i ragazzi che stanno provando sul palco si esibiranno alle 6 di sera, come se il futuro fosse ancora una promessa possibile, come se bastasse continuare a provare per non arrendersi del tutto.
“Dobbiamo prenderci cura delle persone”, afferma Kasim che viene da Tiro dove oggi gli israeliani hanno fatto saltare un ponte, cancellando in pochi secondi quello che era stato costruito in anni.
Anche lì il cinema ha aperto le porte alla gente che scappava dalle proprie case, perché quando tutto crolla restano solo i luoghi che decidono di restare aperti. Ma come faranno a ricevere cibo, se la città è sotto assedio, se le strade sono rotte?

Sogni sospesi
“Stavo per finendo di preparare il mio primo album”, ci racconta Ahmad Fahim, scappato dal campo profughi palestinese che sorge al centro di Dahiye, i quartieri sud di Beirut pesantemente bombardati da Israele, dove ogni strada porta il segno di quello che è stato colpito e di quello che potrebbe esserlo ancora.
È scappato con la nonna e il suo sogno di fare il cantante rap, stringendo tra le mani più il futuro che il passato. “Il mio album è sulla guerra, su come mi sento libero quando scrivo, su quello che viviamo ogni giorno”. Ora aiuta a mettere le musiche nel workshop dei ragazzi e come tutti aspetta di vedere cosa gli riserva il futuro in quella sorta di limbo che avvolge chi ha lasciato la propria casa senza la certezza che la rivedrà, senza sapere se esiste ancora.
Ma prendersi cura degli altri per alcuni è l’unico modo di andare avanti, l’unico modo per non cedere, per non lasciarsi schiacciare dal peso di quello che accade. Lo fanno i volontari che ogni sera vanno a portare da mangiare agli sfollati per strada, sul lungomare, nei parchi, lo fanno le ong che prima si occupavano di altro e ora non se la sentono di voltarsi dall’altra parte, perché certe cose, una volta viste, non si possono più ignorare.
Lo fa chi può, lo fa chi non sa che altro fare, lo fa chi ha capito che restare fermi è già una forma di resa.
Chi resta, chi aiuta
Mentre la guerra infuria come sempre accade in Libano, i giovani in particolare si rimboccano le maniche e aiutano, come se ogni gesto fosse una risposta al rumore delle armi.
Khoder al Khader ha 40 anni, ed è tornato in Libano solo quattro anni fa, gestisce Barzakh, un caffè letterario delizioso dove in mezzo ai libri sorseggiano il tè studenti e intellettuali, un luogo che sembrerebbe lontano da tutto questo e che invece ora ne è parte. Ha vissuto in Cina, in Colombia, tra i monaci tibetani, poi è tornato, come se tutte le strade lo riportassero qui.
“Nella guerra precedente abbiamo pensato che volevamo fare qualcosa, pensavamo a 100 pasti al giorno per gli sfollati e siamo finiti a fare 2600 pasti al giorno per 63 giorni. Ora ne stiamo preparando 1200, ci aiutano Ong, volontari, con i soldi che ci hanno donato abbiamo comprato 1900 coperte”, dice mostrandomi la ricevuta, come se anche i numeri servissero a rendere reale quello che altrimenti sarebbe troppo grande da contenere.
“Nonostante siamo stanchi, nonostante siamo tutti coinvolti e sconvolti, perfino il nostro cuoco è sfollato, dovevamo fare qualcosa e ogni sera quando torno a casa mi chiedo se ho fatto abbastanza”.

Alla chiesa di Saint Joseph
Alla Chiesa di Saint Joseph ci sono 210 sfollati, ma non sono libanesi perché, uno non ci pensa, ma che ne è di tutte quelle persone che vengono da altri paesi, che vivono qui senza appartenere davvero a questo posto, e che ora si trovano ancora più soli? I migranti che hanno ancora meno assistenza perché magari non trovano spazio nelle scuole o nei centri aperti dal governo. Che ne è delle signore che lavorano a servizio, degli operai, dei giardinieri che vengono da paesi lontani e che non possono tornare perché o è troppo costoso o ci sono addirittura guerre ancora peggiori ad aspettarli dall’altra parte?
Anche qui gente che ha bisogno di aiuto e gente che aiuta, come se le due cose fossero sempre intrecciate, come se chi dà e chi riceve si scambiassero continuamente di posto. Akira, 43 anni, di Manila è una Sushi Chef, e la domenica porta prelibatezze filippine a chi ha bisogno, trasformando il cibo in una forma di carezza.

Vive in Libano da sei anni, ha già visto una guerra, ma non sembra spaventata, “finché lavoriamo va bene”, ci dice mentre Elani, sempre filippina, vende scarpe e dice che non ha intenzione di tornare perché in Libano si trova bene, un paese aperto, ospitale, se non fosse per quelli che stanno tentando di occuparlo, per la guerra che entra senza chiedere permesso.
Rose invece viene dal Ghana, lavora in una casa, ogni due settimane ha un giorno libero e viene in chiesa per trovare gente della sua comunità, per dare una mano, per fare due chiacchiere, per ricordarsi chi è quando tutto il resto sembra cancellarlo.
Un groppo di donne dello Sri Lanka si avvicinano circospette cercando di capire se possono parlare liberamente, se possono fidarsi, se le loro parole resteranno al sicuro. Quando si sentono a loro agio, sono fiumi in piena.
Manil, 42 anni, ha un bimbo di 9 anni che ha ripreso a farsi la pipì addosso dopo i bombardamenti. Sono fuggiti da Nabatiye dove si combatte casa per casa.
Il marito del Sudan ha guidato per 12 ore prima di raggiungere Beirut quando di solito non ci vuole più di un’ora e mezzo, tanto era il traffico, tanta era la paura che spingeva tutti nella stessa direzione. “Non sappiamo proprio cosa aspettarci, siamo venuti via senza niente e non abbiamo più niente”.

In poco tempo scopro che quasi tutte le donne dello Sri Lanka sono sposate a uomini del Sudan, storie che si intrecciano, geografie che si mescolano dentro la guerra. Melany, sempre cingalese, viene dal quartiere di Dahiye, è scappata col figlio di 22 anni, la sua casa era vicina all’ambasciata iraniana, un bersaglio israeliano.
“La mia casa non c’è più – dice Indran, con un figlio di sei anni che ha smesso di parlare – abitavo vicino al Litani”, il fiume che gli israeliani vogliono conquistare per poi occupare tutta l’area a Sud, come se anche l’acqua potesse diventare un obiettivo. “Ho dormito tre giorni sulla spiaggia, poi per fortuna sono arrivata qui”.
Anche Briganesh, etiope, sposata con un sudanese e con un bambino piccolo in braccio ha dormito in spiaggia, viene dal sud, da Sur: “Le nostre case sono tutte distrutte, non abbiamo più un posto dove andare”.
E allora restano questi luoghi, questi gesti, queste persone che scelgono di restare umane mentre tutto intorno spinge a diventare altro. Restano quelli che hanno bisogno di aiuto e quelli che decidono di darlo, spesso senza sapere come, spesso senza avere abbastanza, ma sapendo che non fare niente sarebbe peggio.
Perché in mezzo alla guerra, alla fine, la cura non è solo un gesto: è una forma di resistenza.
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