A Beirut dove la notte non si arrende
Scritto da Barbara Schiavulli in data Marzo 27, 2026
BEIRUT – Ci sono serate in cui il Libano sembra trattenere il respiro e altre in cui decide di spremerlo fino all’ultima goccia, come se il tempo fosse diventato improvvisamente qualcosa di finito, qualcosa che si può perdere da un momento all’altro e che quindi va consumato tutto insieme, senza risparmio, senza rimandare.
Fuori Beirut, lungo quella fascia di locali e ristoranti che si allunga verso nord – Naccache, Antelias, Dbayeh – la notte è piena, densa, quasi ostinata, fatta di tavoli occupati, bicchieri che si riempiono e si svuotano, sigarette accese una dietro l’altra, risate che a volte sembrano troppo forti per essere davvero leggere, come se servissero a coprire altro, qualcosa che resta sospeso nell’aria anche quando nessuno lo nomina.
Secondo quanto riportato da L’Orient-Le Jour, in queste zone i locali sono affollati ogni sera, in un contrasto che non è solo visivo ma quasi emotivo, perché mentre il sud del paese continua a essere bombardato e Beirut stessa non è più al riparo come un tempo, c’è una parte di popolazione che si sposta, si ricolloca, cerca uno spazio dove stare senza smettere completamente di vivere, anche se vivere, in questo momento, significa accettare una normalità fragile, provvisoria, continuamente minacciata.
Beirut si sposta, non si salva
La capitale non è più un centro stabile, ma un organismo che si contrae e si espande a seconda delle incursioni, dei bombardamenti, delle notti più pesanti delle altre, e così chi può si allontana, anche solo di pochi chilometri, in una migrazione interna che non ha nulla della fuga definitiva ma molto della strategia quotidiana, di quella necessità di spostarsi abbastanza da tirare un sospiro, ma non così tanto da lasciare davvero indietro la propria vita.
Negli ultimi mesi, gli attacchi israeliani si sono intensificati nel sud del Libano e nelle periferie meridionali di Beirut, colpendo aree densamente abitate e infrastrutture civili, mentre le operazioni militari lungo il confine hanno provocato uno spostamento di massa che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone, con stime che parlano di oltre un milione di sfollati interni dall’inizio dell’escalation, un numero enorme per un paese già piegato da anni di crisi economica e istituzionale.
Ma quello che colpisce non è solo il dato, è il modo in cui questo movimento ridisegna la geografia umana del Libano, creando una mappa mobile fatta di presenze temporanee, di famiglie che si spostano da una casa all’altra, di città che si svuotano e altre che si riempiono senza mai diventare davvero rifugio, perché la guerra non è qualcosa da cui si esce semplicemente attraversando una strada.
La guerra entra nei dettagli
Fuori e dentro Beirut, nei locali pieni, la guerra non è assente, è incorporata, filtrata, trasformata in un sottofondo costante che accompagna ogni gesto, ogni conversazione, ogni brindisi. I telefoni restano sul tavolo, sempre visibili, sempre pronti a illuminarsi con una notifica, un messaggio, una chiamata che può cambiare il tono della serata in un istante, mentre sopra le teste, invisibili ma percepiti, i droni continuano a disegnare traiettorie che ormai fanno parte del paesaggio sonoro.
Non si tratta di dimenticare, ma di convivere, ed è una convivenza che richiede uno sforzo continuo, quasi fisico, perché significa mantenere insieme due realtà incompatibili, quella della vita quotidiana e quella della guerra, senza che una cancelli completamente l’altra.
Firas Shamieh faceva stand up comedy. “Far ridere la gente è una delle cose più potenti al mondo, cura, ti allontana da tutto per un momento”, ci racconta in un freddo caffé della capitale con tre gatti che ci girano intorno. Eppure la guerra gli ha spento la risata, la voglia di ridere delle cose sciocche come faceva prima, la voglia di scaffare nelle cose buffe della vita che ci circonda. Non è resa, è rabbia, è tristezza, è la necessità di doversi sentire parte di quel qualcosa che sta accadendo. “Abbiamo aspettato 50 per questo momento o si vive o si muore”.
Questo doppio livello, che il Libano conosce fin troppo bene, si è intensificato con l’attuale escalation, in cui il conflitto tra Israele e Hezbollah si inserisce in una dinamica regionale più ampia, legata anche al confronto con l’Iran, rendendo ogni attacco qualcosa che non riguarda solo un territorio ma un equilibrio più grande, più instabile, più difficile da contenere.
Una strategia che ridisegna il sud
L’attuale strategia israeliana in Libano sembra puntare non solo a colpire obiettivi militari legati a Hezbollah, ma anche a creare una zona cuscinetto nel sud del paese, un’area svuotata o controllata che dovrebbe ridurre la capacità operativa del movimento sciita lungo il confine.
È uno scenario che per molti libanesi non ha nulla di teorico, perché richiama immediatamente alla memoria le occupazioni passate, le zone di sicurezza, gli anni in cui il sud era un territorio sospeso, attraversato da eserciti e milizie, più che abitato da civili.
E così le distruzioni di case, ponti, strade e infrastrutture non appaiono solo come conseguenze della guerra, ma come parte di un disegno più ampio, che modifica il territorio e, insieme, la possibilità stessa di viverci.
Nel frattempo, mentre le diplomazie internazionali neanche sembrano provare a contenere l’escalation più preoccupati per le loro risorse energetiche che della vita della gente, sul terreno la realtà è quella di un conflitto che continua a espandersi per intensità e profondità, coinvolgendo sempre più direttamente la popolazione civile.
Restare è una scelta, non un errore
Eppure, nonostante tutto, il Libano non si svuota completamente, non cede del tutto, perché c’è una parte di questo paese che continua a restare, non per mancanza di alternative ma per una forma di appartenenza che resiste anche quando tutto il resto sembra cedere.
Perché l’esercito non fa nulla? “Perché non ha nulla – ci spiega Ziad Itani, un attore e intellettuale libanese – perché questo paese ha bisogno di pace e di tempo, di risistemare l’economia e le relazioni”.
Ma il tempo sembra essersi scordato della pace. Il sud sembra essere già abbandonato dalla politica come se fosse rassegnata all’inesorabile. Troppe differenze, troppe rivalità e la gente si sente sola.
Lo si vede nel sud, tra chi torna a controllare una casa danneggiata o distrutta, lo si vede a Beirut, tra chi resta nei quartieri più esposti, lo si vede fuori città, nei locali pieni, dove la vita continua con una intensità che non è spensierata ma necessaria, quasi urgente.
Restare, qui, non è immobilità, è una decisione quotidiana, un atto che si rinnova ogni mattina e ogni sera, quando si esce di casa, quando ci si siede a un tavolo, quando si guarda il cielo e si riconosce il suono di un drone senza smettere di parlare.
È una forma di resistenza che non passa necessariamente dalle armi, ma dalla volontà di non lasciare che la guerra definisca completamente il tempo e lo spazio della vita, anche quando, in realtà, lo sta già facendo.
E così il Libano continua a muoversi, a respirare e sospirare, ad arrabbiarsi e intristirsi, a vivere in questo equilibrio precario, in cui la notte può essere piena di musica e di voci, e allo stesso tempo attraversata da qualcosa di invisibile che ricorda a tutti, costantemente, che nulla è davvero al sicuro, ma che proprio per questo, forse, ogni momento va vissuto fino in fondo, come se fosse l’ultimo che ancora appartiene a chi lo sta vivendo.
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