10 apirle 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Aprile 10, 2026
- Ruanda, la memoria del genocido e la giustizia incompiuta
- Nella Repubblica democratica del Congo, Human Rights Watch documenta gli abusi nella città di Uvira
- L’eredità coloniale nei conflitti della regione dei Grandi Laghi
- Tra Uganda e Kenya, cinquant’anni di pace tra comunità pastorali.
Nel profondo del mio cuore sapevo di sbagliarmi. La Coppa del Mondo stava per cominciare negli Stati Uniti. Il pianeta non seguiva altro. E, in ogni caso, qualunque cosa fosse accaduta in Ruanda, sarebbe stata sempre la solita storia di neri che si ammazzano tra loro. Perfino gli africani avrebbero detto, durante l’intervallo di ogni partita: «Ci stanno imbarazzando, dovrebbero smetterla di uccidersi così». Poi si sarebbero occupati d’altro.
Boubacar Boris Diop, autore e giornalista senegalese, scrive queste parole nel suo romanzo Murambi, il libro delle ossa. Scrive per dovere di memoria, per “restituire un senso alla vita”, dopo tanto orrore. Era il 1994: dal 7 aprile al luglio di quell’anno, in Ruanda si compì un genocidio, morirono un milione di persone.
Non fu “la solita storia di neri che si ammazzano tra loro”. Non lo sono mai i genocidi e le guerre.
È da qui che iniziamo, oggi, un racconto che ci porta nella regione dei Grandi Laghi, attraversata ancora da guerre, instabilità e antichi odi, frutto di una storia complessa in cui ci siamo anche noi, l’Europa, e il resto del mondo, che, come vediamo ogni giorno, continua a sterminare popoli e seminare orrore. E che ha giocato sempre la sua parte negli orrori dell’Africa.
Andremo in Ruanda, trentadue anni dopo, per ricordare il genocidio guardando negli occhi le vittimw, per chiedere una giustizia ancora non pienamente compiuta. Poi, torneremo nella Repubblica Democratica del Congo, che quest’anno celebrerà un altro doloroso anniversario, che al genocidio del Ruanda è inestricabilmente legato: i trent’anni dalla Prima guerra del Congo. Guerra che da allora non ha mai lasciato il Paese.
Ricorderemo, quindi, le responsabilità del colonialismo europeo nell’instabilità della regione e in quelli che narriamo, con colpevole semplificazione, come odi etnici. Andremo, infine, anche in Burundi, dove il forzato rimpatrio dei profughi della guerra civile dalla Tanzania, accende timori e speranze, e in Uganda, per una storia di pace.
Come sempre, la musica.
Oggi, 10 aprile 2026.
Ruanda
Tutto ciò che resta a volte è solo una vecchia fotografia, una soltanto, sbiadita, destinata a scomparire, come la memoria di chi non c’è più, di chi ha perso la vita trentadue anni fa in Ruanda, quando ad aprile iniziò lo sterminio dei tutsi per mano degli hutu al governo, dei gruppi parmailtiari Interahamwe e Impuzamugambi: tra le 800 mila e il milione di morti, tra loro anche hutu moderati.
In una sezione del Museo Ingabo, di Kigali, però, i volti delle donne, degli uomini, dei vecchi, dei giovani uccisi tornano a far sentire la propria voce, a parlare a chi li ha amati, a parlare a tutti noi. In questi giorni, davanti a quei disegni, sono rimasti in silenzio i sopravvissuti al genocidio.
Dal 2023, King Ngabo, fondatore del Museo, con il progetto Art For Memories raccoglie le fotografie che arrivano dai familiari delle vittime e le trasforma in disegni, in arte. “Riceviamo molte foto diverse. Le persone ci dicono: ‘Quello era mio figlio’, ‘Quello era mio fratello maggiore’, ‘Questa è l’unica foto che abbiamo’… E ci chiedono di conservarla, di riportarla in vita”, racconta a Radio France Internationale. Il progetto non è solo immagini esposte nel museo, ma una piattaforma online, un’app, con l’obiettivo di mostrare, spiega Ngabo, che ciascuna di queste persone “ha la sua storia”. Persone, non numeri. Memorie da proteggere perché il passato non venga dimenticato, perché il Ruanda possa gridare il suo “mai più”. Perché possa farlo il mondo che continua a sterminare.
Sono trascorsi oltre tre decenni, ma il Paese, e quel mondo che il genocidio è stato a guardare senza far nulla, continuano a fare i conti con la sua pesante eredità.
Un capitolo che non è chiuso neppure sul fronte giudiziario.
Mercoledì, Cyprien Kayumba, ex ufficiale hutu, è stato deferito dalla giustizia francese alla Corte d’assise speciale di Parigi. Kayumba, che risiede in Francia dal 1998, è accusato di aver fornito le armi con cui i tutsi sono stati sterminati. Direttore dei servizi finanziari del Ministero della Difesa, avrebbe ordinato e consegnato le armi; sarebbe persino andato all’estero, nella stessa Francia, per chiedere che venissero rispettati accordi di fornitura sospesi. “Durante l’interrogatorio, Cyprien Kayumba ha dichiarato di aver semplicemente eseguito degli ordini, di non essere responsabile della distribuzione delle armi e di non sapere a cosa sarebbero servite”, riporta RFI.
Il 6 maggio, la giustizia francese dovrà pronunciarsi anche sull’archiviazione del procedimento a carico di Agathe Habyarimana, moglie di Juvénal Habyarimana, il presidente ucciso in un attentato aereo e la cui morte segnò l’inizio del genocidio. L’ex first lady, che fu evacua dal Ruanda dai militari francese, secondo l’accusa, sarebbe stata leader dell’Akazu, rete, organizzazione informale di estremisti hutu, amici e parenti del presidente, e avrebbe attivamente partecipato alla pianificazione e all’organizzazione del genocidio.
Solo a febbraio di quest’anno è stato invece condannato in appello a 14 anni di carcere un ex autista di un hotel nel Ruanda occidentale, Claude Muhayimana. Complice di genocidio e di crimini contro l’umanità, ha trasportato miliziani hutu Interahamwe nei luoghi dove è stato compiuto il massacro.
Repubblica Democratica del Congo
I miliziani dell’M23 avrebbero riconquistato diversi villaggi sugli altopiani di Kalehe, forse otto, all’inizio di questa settimana. A Rutshuru, i wazalendo, gruppi armati filo-governativi, avrebbero attaccato l’M23, colpito nel Sud Kivu dagli attacchi aerei dell’esercito congolese. Scontri ancora più a nord, a Masisi.
Questa la cronaca, sempre uguale a se stessa. In mezzo, i civili, vittime sul fronte eterno nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, un fronte caldissimo, nonostante sulla carta esista un cessate il fuoco, nonostante tavoli condivisi e firme apposte sulle stesse parole.
Resta un fronte caldissimo da trent’anni, dal 1996, da quella che chiamano Prima guerra del Congo, che portò alla caduta del regime di Mobutu.
Se le radici profonde di un conflitto armato che in trent’anni ha fatto quantomeno 6 milioni di morti — ed è probabilmente una sottostima — vanno cercate nella ricchezza del sottosuolo congolese, tra i minerali strategici che fanno gola al mondo intero, la violenza che dilania il Paese prende da decenni la forma di una battaglia esistenziale, alimentata dalle divisioni etniche inestricabilmente intrecciate all’orrore che nel 1994 travolse il Ruanda. Un orrore che ha alimentato altro orrore, senza tregua.
I confini che separano la Repubblica Democratica del Congo dal Ruanda sono tracce invisibili. Solo con le acque del lago Kivu in mezzo i due Paesi vicini riescono a guardarsi in faccia senza mescolarsi. Sulla terra, non ci sono ostacoli al passaggio di genti, lingue, culture, cibo, ma anche di guerra e odio. È attraverso quei confini porosi che nel 1994 sono fuggiti in Congo profughi del genocidio, ma soprattutto le milizie Interahamwe, gli hutu genocidari, e gli ex soldati dell’esercito ruandese.
Dal Congo hanno condotto la loro guerra contro Kigali, colpendo però anche la popolazione tutsi congolese. Ed è da quei confini invisibili che il Ruanda, nel 1996, entrò in Congo per stanare gli hutu, combattendo a fianco degli oppositori del dittatore Mobutu, contribuendo in modo sostanziale alla caduta del regime, ma restando con i piedi oltre quelle frontiere invisibili.
È sempre attraverso quei confini che oggi Kigali sostiene l’M23, forza di occupazione su cui pendono accuse di crimini e atrocità gravissime.
“Il Ruanda fornisce un supporto militare cruciale all’M23, tra cui truppe, artiglieria e logistica. Sebbene il governo ruandese insista sul fatto di agire solo per autodifesa contro le minacce provenienti dal Congo, il suo sostegno è stato decisivo per l’avanzata dell’M23”, scrive Human Rights Watch.
Kigali ha sempre negato di essere al fianco dell’M23 e ha sempre sostenuto di voler soltanto difendersi dai miliziani delle FDLR, il gruppo armato espressione degli hutu genocidari che secondo il Ruanda rappresenterebbero ancora una minaccia.
Eppure la sua presenza sul territorio congolese con migliaia di uomini è stata documentata da diversi rapporti. Una ricerca di Human Rights Watch indicherebbe inoltre un coinvolgimento diretto negli abusi commessi dalle milizie M23.
A marzo, per la prima volta, i ricercatori dell’organizzazione per i diritti umani, Lewis Mudge, direttore di Human Rights Watch per l’Africa centrale, e Clémentine de Montjoye, ricercatrice senior per la regione dei Grandi Laghi, sono riusciti ad andare a Uvira, nel Sud Kivu, occupata per breve tempo dall’M23, che ora mantiene posizioni nella pianura a nord della città, città strategica sul lago Tanganica.
“La situazione a Uvira era calma, ma tesa. Quasi tutti coloro con cui abbiamo parlato hanno espresso sollievo per la fine dell’occupazione dell’M23… È apparso subito chiaro che le forze ruandesi hanno svolto un ruolo chiave nella presa della città, e la nostra ricerca suggerisce che siano state coinvolte negli abusi commessi nei primi giorni dell’occupazione. Durante la loro permanenza, la libertà di movimento e di espressione è stata controllata, e stiamo solo ora iniziando a scoprire la portata dei crimini commessi a Uvira”, spiegano i ricercatori.
Decine di interviste condotte a Uvira raccontano di esecuzioni, rapimenti, violenze sessuali. “Molti degli uomini prelevati durante le perquisizioni dell’M23 risultano ancora dispersi”, aggiungono. L’M23 sarebbe entrata a Uvira il 10 dicembre 2025 insieme alle forze ruandesi.
“È urgente che vengano redatti rapporti dettagliati, che vengano intraprese azioni legali contro i responsabili degli abusi e che vengano adottate misure per prevenirne ulteriori” crimini, scrivono. «Così come è urgente che si indaghino i crimini commessi anche con il “supporto di esperti forensi per l’esumazione delle fosse comuni”.
Chiedono gli analisti di HRW, infine, che il Ruanda e il Congo — le cui forze armate e milizie non sono immuni da accuse di crimini e abusi — “dovrebbero garantire che tutte le parti in conflitto siano chiamate a rispondere” di quanto commesso.
Mentre la guerra non accenna a tacere, la speranza è appesa alla ripresa dei colloqui di pace tra Kinshasa e l’AFC/M23 che il Qatar vorrebbe riavviare in Svizzera, tra il 13 e il 17 aprile, secondo quanto riferisce Radio France Internationale.
Trattativa complessa, anche solo perché i negoziatori dell’M23 possano raggiungere la Confederazione elvetica. L’M23, ricorda RFI, “è un’entità soggetta a sanzioni e molti dei suoi leader sono a loro volta sanzionati, alcuni addirittura oggetto di mandati di arresto emessi da Kinshasa”.
Speranza appesa, anche, alle parole, perché è solo depurando la guerra dalla retorica dell’odio etnico che si può tornare alle sue radici profonde: la competizione per le risorse.
L’eredità coloniale
A leggere il genocidio del Ruanda così come la guerra in Congo, la perdurante instabilità dell’intera regione dei Grandi Laghi, solo attraverso la lente dell’odio etnico, “storia di neri che si ammazzano”, come scriveva Diop, si commette più d’un errore storico.
La guerra etnica non è prerogativa africana: etniche sono anche le guerre europee contemporanee e i conflitti armati in mezzo mondo. E le guerre in Africa non sono mai, come nessuna guerra, solo guerre africane. Non lo è, oggi, la guerra che si combatte in Congo, guerra di risorse.
E non possiamo definire ‘africane’ le guerre dove la divisione etnica è usata come benzina sul fuoco, quando a cristallizzare quella divisione che si è fatta arma è stato, primo fra tutti, il dominio coloniale.
L’eredità coloniale nel plasmare le identità africane e la sua centralità nei conflitti della regione dei Grandi Laghi è il tema di uno studio recente pubblicato da Impunity Watch, organizzazione non governativa che lotta contro l’impunità delle violazioni dei diritti umani.
“La regione dei Grandi Laghi è stata un focolaio di conflitti violenti nel continente. Questa impronta di violenza affonda le sue radici nel colonialismo”, scrivono Angeline Abuor e Douglas Drake Onen. “Al centro di tutto ciò si trova la persistente eredità delle classificazioni identitarie coloniali, che hanno trasformato le fluide relazioni sociali in rigide categorie etniche e identità politicizzate”, spiegano gli analisti.
Il Ruanda, prima dell’arrivo dei coloni tedeschi nel 1897 e poi dei belgi era una terra dove esistevano divisioni sociali tra Hutu, Tutsi e Twa, “ma erano in gran parte fluide e legate allo status socio-economico piuttosto che a identità etniche rigide …Era possibile passare da una categoria all’altra e i matrimoni misti contribuivano a sfumare le differenze”, aggiungono.
Tutsi prevalentemente allevatori, Hutu agricoltori, Twa cacciatori e produttori di ceramiche.
“Queste identità furono formalizzate attraverso pratiche amministrative, censimenti e carte d’identità, trasformando categorie sociali flessibili in classificazioni etniche rigide” che fecero di quelle identità fluide categorie burocratiche, che determinano chi poteva detenere il potere e chi sarebbe stato marginalizzato, alimentano un ciclo infinito di rivendicazioni e vendette.
È così che gli hutu, messi da parte durante il dominio belga, una volta al potere si faranno carnefici, in Ruanda, in una delle pagine più sanguinose della nostra storia recente.
“Come in Ruanda, anche in Burundi la dominazione belga consolidò la divisione Hutu-Tutsi”, si legge nello studio. “L’assassinio del primo presidente hutu eletto del Burundi, Melchior Ndadaye, nel 1993, innescò una guerra civile intensificata dal genocidio del 1994 in Ruanda”.
Ugualmente, la guerra della Repubblica Democratica del Congo è il portato di un sistema di sfruttamento violento delle risorse del Paese durante il dominio belga, che ha lasciato uno Stato senza strutture istituzionali capaci di gestire la complessità, con frontiere definite sulla carta, una
mappa coloniale che ha diviso popoli. “Quelle che un tempo erano comunità vicine con identità sovrapposte divennero due entità politiche separate, ciascuna alle prese con la stessa eredità coloniale di stratificazione etnica”, spiegano Abuor e Onen. “Altrettanto importante, l’identità nella regione ha creato divisioni e solidarietà etniche che spesso superano l’identità nazionale”. Per questo, concludono i ricercatori, è cruciale “progettare e attuare meccanismi di giustizia transizionale che possano affrontare esplicitamente i danni identitari prodotti dal periodo coloniale e post-coloniale, inclusi esclusione storica, sfollamenti forzati e violenze”. Servono memoria, verità, riparazioni e riforme istituzionali.
Burundi
Sulle coste del Lago Tanganica, nella regione di Kigoma, in Tanzania, i campi profughi di Nduta e Nyarugusu sono destinati a chiudere e i profughi costretti a tornare a casa, in Burundi. Hanno cercato rifugio prima durante la guerra civile, alla fine degli anni Novanta, poi, di nuovo nel 2015, quando il Paese è sprofondato nuovamente nella violenza.
“A Nduta, dove la chiusura del campo profughi era prevista per il 31 marzo, la maggior parte delle abitazioni è stata demolita dalla polizia tanzaniana e dalle guardie civili. I rifugiati vivono ora in baracche improvvisate, spesso sovraffollate, trasformate in centri di attesa in vista di un rimpatrio che molti descrivono come forzato. A Nyarugusu, gran parte del campo profughi è stata distrutta, nel tentativo di costringere i burundesi a tornare nel loro paese, talvolta contro la loro volontà”, scrive SOS Medias Burundi.
Il portavoce del Ministero degli Interni e della Pubblica Sicurezza del Burundi, Pierre Nkurikiye, ha detto che dall’inizio dell’anno sono già rientrate circa 60 mila persone, anche se sono ancora 145 mila i rifugiati in Tanzani. Un’impresa che sembra impossibile nel tempo che resta e che solleva forti timori per un rimpatrio “coercitivo”. Molti “non desiderano tornare nel loro paese d’origine”, scrivevano a febbraio le Nazioni Unite, che con l’Agenzia per i rifugiati, aveva firmato con Tanzania e Burundi, un accordo per il rimpatrio “volontario” dei profughi.
“Un funzionario dell’UNHCR afferma che migliaia di persone potrebbero ancora aver bisogno di protezione internazionale in Tanzania… Fino a 17.000 persone affermano di non poter tornare per timore della propria incolumità o per il rischio di persecuzioni politiche. Tra queste figurano membri dell’opposizione politica ed ex militari”, si legge nel dispaccio dell’Onu, che rende conto di segnalazioni di centri di accoglienza demoliti e rifugiati burundesi che subiscono “maltrattamenti”.
Una realtà che raccontano in questi giorni i reporter di SOS Medias Burundi: “Ho trascorso due settimane tra le rovine della mia vecchia casa con la mia famiglia di cinque persone, perché non c’era posto in un centro di attesa sovraffollato. È questo che chiamano standard internazionali?”, ha raccontato ai giornalisti un rifugiato del campo di Nduta.
Ospedali e scuole chiuse, e almeno cinque bambini sarebbero morti nell’ultimo capitolo della lunga, fragile storia di un Paese sempre sull’orlo di scivolare nell’abisso della guerra.
Uganda, Kenya
C’è stato un tempo, nella regione Karamoja, terra di confine tra Kenya, Uganda, Sud Sudan ed Etiopia, in cui due popoli, due gruppi di pastori, si scontravano a colpi di fucili e altre armi.
Una regione isolata, piena di armi: Karamoja. Terra povera, arida, dove la pioggia è scarsa, scarsa l’acqua e scarsi i pascoli. Per queste risorse a Karamoja ci si uccide.
Ma fu lì, lungo quel confine, nella città di Lokiriama, che nel 1973 un accordo di pace mise fine a una decennale scia di sangue, e quell’accordo resta una pietra miliare.
“Gli anziani della comunità di Matheniko, in Uganda, e della contea di Turkana, in Kenya, si incontrarono sotto un albero… per discutere di pace”, racconta l’Institute for Security Studies, centro di ricerche sudafricano che spiega le ragioni di una pace tanto duratura in una regione travagliata dai conflitti.
Garanti di quell’accordo, ancora oggi, dopo più di cinquant’anni, sono gli anziani.
“Gli anziani della comunità sono fondamentali per la costruzione della pace intercomunitaria. Stabiliscono le regole per la condivisione di pascoli e acqua e sanzionano coloro che le trasgrediscono. Possono inoltre autorizzare incursioni e stabilire le regole di guerra, come la protezione degli anziani, delle donne e dei bambini durante i conflitti. Gli anziani sono considerati custodi delle norme e delle istituzioni sociali e hanno il potere di negoziare la pace e sancire la guerra benedicendo i combattenti della comunità”, ha raccontato all’ISS un anziano della comunità Turkana.
Un successo, spiega ISS, che risiede proprio nell’approccio tradizionale, nella “titolarità comunitaria” di un processo di pace fondato su radicate e antiche relazioni tra le diverse comunità che non si percepiscono come nemici, su legami storici e di parentela, sull’autorevolezza degli anziani, e che si è dimostrato molto più efficace di ogni risposta militare o di ogni tentativo di disarmo forzato impiegato in conflitti simili.
Invito all’ascolto, No more genocide, Jean–Paul Samputu
Non più genocidio in Ruanda, non più genocidi nel mondo.
Le parole e la voce, oggi, sono quelle di Jean-Paul Samputu, sopravvissuto al genocidio, che ha perso i genitori, sua sorella e tre fratelli. Ad uccidere suo padre, il suo migliore amico.
Musica, quella di Samputu, musica di pace, di resistenza alla violenza che vuole lo sterminio di un popolo. Un brano che riconcilia e che chiama tutti all’impegno.
Onorare le vittime del genocidio del Ruanda significa lottare perché non accada mai più e perché cessi ogni forma di sterminio, ovunque nel mondo.
Con le parole di Jean-Paul Samputu vi lasciamo oggi e vi ringraziamo per essere stati con noi. L’appuntamento è, come sempre, con il notiziario mondo lunedì, e con gli aggiornamenti dai tanti fronti.
E per chi volesse conoscere meglio cosa sta accadendo nella Repubblica Democratica del Congo, martedì, alle diciotto, incontreremo in una diretta Instagram Micheline Mwendike, attivista congolese dell’organizzazione non violenta Lucha e tra gli organizzatori della carovana della pace che in questi giorni sta attraversando il Paese da ovest a est.
Foto di copertina: Nyamata Memorial Site, skulls. Nyamata, Rwanda. Fanny Schertzer Wikicommons
Musica: King David, Pond 5
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