30 aprile 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Aprile 30, 2026
- Global Sumud Flotilla: le barche intercettate da Israele ancora prima di Creta.
- Iran: il blocco come arma.
- Indonesia: 4 militari a processo per l’aggressione con acido contro un attivista per i diritti umani.
- Sudamerica: 84 arresti, per abusi su minori in 16 paesi.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Iran e il cessate il fuoco
Secondo il The Wall Street Journal, il presidente Donald Trump avrebbe dato istruzioni per preparare un blocco prolungato contro l’Iran, con un obiettivo chiaro: strangolare le esportazioni di petrolio e costringere Teheran a concessioni sul nucleare. Non bombardare, non ritirarsi. Stringere.
Una strategia che passa dal mare, dallo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un terzo del petrolio mondiale via mare. Il risultato? Meno navi, più tensione, prezzi energetici che salgono e una guerra che si sposta dai cieli ai commerci.
Nel frattempo, secondo Reuters, l’intelligence americana studia le possibili reazioni iraniane nel caso Trump dichiari una “vittoria unilaterale”. Dietro le quinte, però, cresce la pressione interna: la guerra pesa, anche elettoralmente.
E il mare racconta già il cambiamento. La petroliera giapponese Idemitsu Maru è riuscita a lasciare il Golfo Persico: un segnale raro, dopo settimane di traffico quasi fermo. Secondo dati ONU, il passaggio nello Stretto è crollato di oltre il 95%.
Teheran accusa Washington di “pirateria di Stato”. L’ambasciatore iraniano all’ONU denuncia il sequestro di navi e milioni di barili di petrolio, parlando di violazione del diritto internazionale. Ma dall’altra parte, il Gulf Cooperation Council condanna l’Iran e chiede la riapertura dello Stretto. Senza menzionare, però, né i bombardamenti USA-Israele né il blocco navale.
Intanto, Trump attacca anche l’Europa. Nel mirino il cancelliere tedesco Friedrich Merz, colpevole di aver definito la guerra “mal ponderata”. La risposta? Accuse, provocazioni e un messaggio implicito: chi critica, è contro.
Il presidente russo Vladimir Putin ha parlato al telefono con il suo omologo statunitense Donald Trump, ha dichiarato mercoledì Yuri Ushakov, collaboratore del Cremlino, aggiungendo che i due leader hanno discusso della guerra in Medio Oriente e dell’Ucraina.
Sul piano economico, la stretta si fa sentire. Gli Stati Uniti colpiscono quella che definiscono la “banca ombra” iraniana con nuove sanzioni contro 35 tra individui e aziende. Il risultato è immediato: il rial iraniano crolla a un minimo storico, 1,8 milioni per un dollaro. Inflazione in salita, pressione interna in aumento.
E l’effetto domino è globale. La World Bank prevede un aumento del 24% dei prezzi dell’energia nel 2026, con un impatto diretto su cibo, fertilizzanti e inflazione. “La guerra è sviluppo al contrario”, ha detto l’economista Indermit Gill.
In Europa, il conto è già salato. Secondo la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, il conflitto costa circa 500 milioni di euro al giorno in energia.
E mentre i governi fanno conti e strategie, dentro l’Iran la situazione si stringe ancora di più. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, denuncia almeno 21 esecuzioni e oltre 4.000 arresti dall’inizio della guerra. La repressione accelera, proprio mentre il conflitto esterno cresce.
La guerra, quindi, non è solo quella che si vede. È nei prezzi, nelle rotte, nelle monete. È nei porti vuoti e nelle prigioni piene.
E forse è proprio questa la più difficile da fermare.
Libano
Nelle ultime ore, raid israeliani hanno colpito diverse località del sud: a Khirbet Shamaa, nel distretto di Bint Jbeil, un attacco su una moto ha ucciso un soldato libanese e suo fratello.
Altri bombardamenti hanno raggiunto Shaqra e Braashit, mentre droni hanno preso di mira ancora motociclette, ferendo civili, tra cui due cittadini siriani.
Ma è la sequenza degli attacchi a raccontare la portata reale. A Tayr Debba, sulla costa vicino Tiro, un raid ha ucciso una donna incinta, la sua bambina e un’altra donna. A Jwaya, sempre nel sud, un edificio è stato colpito: due morti, tra cui una lavoratrice migrante etiope, e almeno quindici feriti, molti dei quali bambini.
E poi i soccorritori. A Majdal Zoun, un attacco aereo ha ucciso tre membri della protezione civile mentre erano impegnati in una missione di salvataggio. Secondo il ministero della Sanità, il bilancio totale sale ad almeno cinque morti. Due soldati sono rimasti feriti mentre cercavano di recuperare i feriti.
Dal 2 marzo, secondo le autorità libanesi, almeno 100 operatori umanitari sono stati uccisi negli attacchi israeliani. Un dato che racconta una linea sempre più sottile — se non inesistente — tra obiettivi militari e civili.
Sul piano politico, Hezbollah alza il tono. Il deputato Hassan Fadlallah ha dichiarato che qualsiasi tentativo israeliano di creare una “fascia di sicurezza” nel sud del Libano sarà respinto “con il sacrificio della resistenza e la fermezza della popolazione”. E accusa il governo libanese di cedere troppo, mettendo a rischio l’equilibrio fragile nato con gli accordi di Taif.
Intanto, la crisi si allarga oltre le bombe. Secondo l’IPC, il principale sistema internazionale di monitoraggio della sicurezza alimentare, circa 1,24 milioni di persone in Libano affronteranno livelli gravi di insicurezza alimentare nei prossimi mesi. Erano 874 mila solo poco tempo fa.
Le aree più colpite sono proprio quelle sotto attacco: Bint Jbeil, Nabatieh, Marjaayoun, Tiro. La guerra, qui, non distrugge solo edifici. Sta mangiando il futuro, un pasto alla volta.
Palestina e Israele
Nelle ultime 24 ore, cinque palestinesi sono stati uccisi e sette feriti. Il bilancio totale dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, ha superato i 72.500 morti e oltre 172 mila feriti, secondo il Ministero della Sanità palestinese.
Ma il dato più difficile da ignorare è un altro: dall’11 ottobre, primo giorno della cosiddetta tregua, almeno 823 persone sono state uccise e oltre 2.300 ferite. A cui si aggiungono più di 700 corpi recuperati dalle macerie.
La tregua, insomma, esiste sulla carta. Sul terreno molto meno.
Gli attacchi continuano. Un paramedico, Ibrahim Saqr, è stato ucciso da un raid nel nord della Striscia. Una donna è stata ferita a Beit Lahia. Il giorno prima, un’auto civile è stata colpita a Gaza City: almeno quattro morti.
Intanto si tenta di far uscire chi può essere salvato. La Palestinian Red Crescent Society ha evacuato 47 persone attraverso il valico di Rafah, in coordinamento con l’OMS. Ma i numeri raccontano un’altra realtà: meno di 4.000 passaggi autorizzati su quasi 13.000 previsti. E circa 20.000 palestinesi che avrebbero bisogno urgente di cure fuori dalla Striscia.
La violenza si estende anche a Gerusalemme. Una suora è stata aggredita senza provocazione, mentre continuano raid e demolizioni nei quartieri palestinesi.
E in Cisgiordania, l’occupazione si consolida. Israele ha approvato 126 nuove unità abitative in un insediamento nel nord, a Sa-Nur, vicino Jenin. Un’area evacuata nel 2005 e ora di nuovo abitata. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich è stato chiaro: “È solo l’inizio”.
Nel frattempo, circa 140 palestinesi sono stati arrestati in due giorni in Cisgiordania, tra cui donne e minori. Secondo la Palestinian Prisoner’s Society, durante i raid si registrano pestaggi, distruzioni e uso dei familiari come ostaggi.
E i dati complessivi mostrano quanto la tregua sia fragile — o forse inesistente. Oltre 2.300 violazioni registrate: attacchi armati, raid aerei, incursioni militari. Aiuti umanitari ridotti, carburante quasi assente, infrastrutture bloccate.
Sul piano diplomatico, l’ex premier britannico Tony Blair chiede al Consiglio di Sicurezza ONU di sostenere il piano di pace proposto da Donald Trump. Ma il consenso non c’è. E sul terreno, ancora meno.
Perché mentre si discute di pace, la realtà continua a scriversi sotto le macerie.
ISRAELE: Dall’inizio del 2026, almeno dieci soldati in servizio attivo dell’Israel Defense Forces si sono tolti la vita, sei solo nel mese di aprile. A questi si aggiungono riservisti e agenti di polizia: un bilancio che conferma una crescita costante dei suicidi dall’inizio della guerra del 7 ottobre.
Secondo fonti interne, il sistema di supporto psicologico non regge più. Alcuni programmi di debriefing sono stati cancellati e poi reintrodotti solo in parte, mentre sul campo i soldati denunciano la quasi assenza di supporto.
C’è di più: testimonianze parlano di pressioni da parte dei comandanti su militari con disturbi post-traumatici, costretti a tornare in servizio, a volte sotto minaccia di arresto.
La guerra, qui, non finisce quando si esce dal fronte. Continua dentro.
Il premier Benjamin Netanyahu ha chiesto di ridurre la sua testimonianza nel processo per corruzione, citando impegni di sicurezza. I giudici hanno respinto la richiesta, concedendo solo una pausa limitata per una riunione al Ministero della Difesa.
Intanto, il presidente Isaac Herzog ha avviato colloqui preliminari per un possibile accordo tra Netanyahu e la procura, aprendo anche alla prospettiva di una grazia.
Ma c’è un punto chiave: in Israele, la grazia può essere richiesta solo dopo una condanna definitiva. E quella di Netanyahu, oggi, non c’è.
Global Sumud Flotilla
22 barche intercettate e 36 ancora in viaggio si vede sul tracker. Al momento della redazione del notiziario e non erano ancora a Creta. In barba alle leggi internazionali, marittime e nel silenzio generali delle istituzioni come nelle flotille precedenti gli attivisti, i medici, i giornalisti sono stati attaccati stanotte. La loro corsa verso Gaza non si ferma, ma alcuni sono stati rapiti da Israele.
Le comunicazioni sembrano interrotte al momento. Lo ripetiamo, a meno che israle controlli l’intero Mediterraneo senza che noi lo sappiamo, le persone sono state fermate in acque internazionali al confine con l’Europa a 1000 km da gaza.
Il governo italiano ha detto di star monitorando la situazione della flotilla. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha attivato l’Unità di crisi e le ambasciate a Tel Aviv e Atene dopo segnalazioni di un avvicinamento di unità militari israeliane alle imbarcazioni. L’obiettivo chiarire cosa sta accadendo e garantire la sicurezza dei cittadini italiani a bordo.
Per ora, più domande che risposte.
Intanto, Amnesty International accusa il ministero degli Esteri israeliano di aver diffuso un video tagliato di una dichiarazione UE sulla flotilla umanitaria diretta a Gaza. Nel montaggio mancherebbe un passaggio chiave: i rischi per gli attivisti derivano anche da precedenti intercettazioni israeliane, con detenzioni e maltrattamenti.
La Commissione europea, attraverso la portavoce Anita Hrncirova, aveva sì scoraggiato queste missioni per motivi di sicurezza, ma riconoscendone le intenzioni umanitarie.
Dal 2007, Israele mantiene il blocco sulla Striscia.
E anche qui, la battaglia non è solo in mare. È su cosa si racconta di quello che accade.
Global Sumud Flotilla: il carico di aiuti umanitari è realtà
Sudan
Secondo le Nazioni Unite, 7,8 milioni di persone—oltre la metà della popolazione—affronteranno livelli gravi di fame nei prossimi mesi. Tra loro, 2,2 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta, e almeno 700 mila rischiano la vita.
L’allarme arriva da World Food Programme, UNICEF e Food and Agriculture Organization, che chiedono un intervento immediato per evitare una “catastrofe irreversibile”.
A peggiorare tutto, il conflitto interno: scontri tra l’esercito e gruppi di opposizione, alimentati dalla rivalità politica tra il presidente Salva Kiir Mayardit e il vicepresidente sospeso Riek Machar, oggi sotto processo a Juba.
La guerra, qui, non si limita a uccidere. Sta togliendo anche il diritto di mangiare.
Uganda
Un’imbarcazione è affondata nel fiume Nguse, nella regione di Kagade: diverse persone risultano disperse e si teme che siano annegate. Finora, secondo la polizia, solo un sopravvissuto è stato trovato.
Le ricerche sono ancora in corso, mentre le autorità ipotizzano le cause: sovraccarico, viaggio notturno e condizioni precarie del mezzo.
Il numero esatto delle vittime resta incerto, perché non esisteva una lista passeggeri. Incidenti come questo sono frequenti nei trasporti fluviali e sul lago Vittoria.
Libia
Una barca alla deriva è stata soccorsa dopo otto giorni in mare: sette persone salvate, diciassette corpi recuperati. Lo riferisce la Libyan Red Crescent, che parla di una delle operazioni più difficili degli ultimi tempi.
Il soccorso è avvenuto a circa 300 chilometri dall’Italia, lungo una delle rotte migratorie più pericolose del mondo.
Non si conoscono ancora le nazionalità delle vittime.
Germania
Il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti stanno valutando una possibile riduzione delle truppe in Germania, in pieno scontro politico sulla guerra con l’Iran.
La decisione arriva dopo le critiche del cancelliere Friedrich Merz, che ha accusato Washington di essere “umiliata” da Teheran nei negoziati.
La risposta americana è dura: pressioni sugli alleati NATO, accuse di scarso impegno e inviti — neanche troppo diplomatici — a fare di più, soprattutto sul controllo dello Stretto di Hormuz.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth è stato esplicito: “È più una battaglia europea che nostra”.
Intanto Trump rilancia anche la minaccia militare contro l’Iran.
Regno Unito
Due uomini ebrei, di 34 e 76 anni, sono stati feriti nel quartiere di Golders Green. Un sospetto è stato arrestato, mentre l’antiterrorismo indaga su possibili collegamenti con una serie di attacchi recenti contro siti ebraici.
La Metropolitan Police valuta anche un eventuale legame con reti vicine all’Iran, ma sottolinea che è ancora troppo presto per confermarlo.
Il premier Keir Starmer ha convocato il comitato d’emergenza, promettendo di affrontare le radici dell’antisemitismo.
Intanto cresce la rabbia nella comunità ebraica, che denuncia mancanza di protezione.
Secondo il Community Security Trust, gli episodi antisemiti nel Regno Unito sono più che raddoppiati negli ultimi anni.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti, nuovo stop giudiziario alla stretta sull’immigrazione voluta da Donald Trump.
Una corte federale d’appello ha respinto la politica che prevedeva la detenzione obbligatoria, senza possibilità di cauzione, per la maggior parte dei migranti arrestati. Secondo i giudici, l’interpretazione della legge del 1996 su cui si basa la misura è errata e rischia di avere effetti “sismici” sull’intero sistema.
Una decisione importante, anche perché arriva da un collegio unanime, incluso un giudice nominato dallo stesso Trump. Ma non è finita: altre corti hanno dato pareri opposti, e ora il caso è destinato quasi certamente ad arrivare alla Corte Suprema.
Negli Stati Uniti, la Federal Communications Commission ha ordinato una revisione anticipata di tutte le licenze delle emittenti legate ad ABC, una mossa senza precedenti contro una grande rete televisiva.
Ufficialmente, si tratta di un’indagine sulle politiche di inclusione di The Walt Disney Company. Ma il tempismo pesa: arriva il giorno dopo che Donald Trump e la first lady Melania Trump hanno chiesto il licenziamento del conduttore Jimmy Kimmel per una battuta.
Gli esperti però frenano: revocare una licenza è legalmente possibile, ma estremamente difficile.
il conduttore Jimmy Kimmel risponde a modo suo: con un monologo ironico.
Nella sua trasmissione, evita lo scontro diretto ma prende di mira una battuta dello stesso Trump durante la visita di re Carlo, trasformandola in satira sul presidente.
“Solo lui poteva chiedere il mio licenziamento per una battuta e farne una simile il giorno dopo”, ha detto.
Lo scontro resta. E lo spettacolo continua.
Restano molte domande sull’attacco durante la cena dei corrispondenti alla Casa Bianca, a Washington.
L’FBI non ha ancora trovato il frammento che ha colpito il giubbotto antiproiettile di un agente del Secret Service, e non può quindi confermare se il responsabile, Cole Tomas Allen—accusato di tentato assassinio del presidente Donald Trump—abbia effettivamente sparato.
Emergono però falle nella sicurezza: l’uomo avrebbe percorso dieci piani di scale senza incontrare controlli, arrivando fino all’ultimo checkpoint prima di essere fermato.
Un dettaglio che pesa più del colpo sparato.
Haiti
La polizia nazionale haitiana intensifica l’offensiva contro le gang, riconquistando alcune aree strategiche del centro dopo mesi di controllo armato. Le immagini mostrano strade devastate, edifici distrutti, e una città che prova a riprendersi.
Secondo le autorità, sono stati ripresi diversi edifici pubblici e arterie principali, ma la situazione resta fragile.
I numeri raccontano la portata della crisi: quasi 20 mila morti dal 2021 e oltre 1,4 milioni di sfollati, secondo le Nazioni Unite.
Venezuela
La leader dell’opposizione María Corina Machado conferma la sua candidatura alle future presidenziali, chiedendo elezioni “libere e trasparenti” per uscire dalla crisi. Ma il contesto è tutt’altro che stabile.
Dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti a gennaio, il Paese è guidato ad interim da Delcy Rodríguez, mentre il processo di transizione resta incerto.
Secondo fonti recenti, le elezioni non hanno ancora una data e l’opposizione è divisa sulle strategie, mentre Machado continua la sua campagna anche dall’estero, denunciando la mancanza di garanzie democratiche.
Tutti parlano di voto, ma senza condizioni condivise resta una promessa. E in Venezuela, le promesse politiche hanno già una lunga storia di attese mancate.
Sudamerica e minori
Sedici Paesi coinvolti, oltre 270 perquisizioni simultanee e 84 arresti tra Argentina, Brasile, Spagna, Francia e altri. L’operazione, coordinata dalle autorità di Buenos Aires con il supporto di organismi internazionali, ha preso di mira reti che producono e distribuiscono materiale di abuso sessuale su minori.
Le indagini si sono basate su strumenti digitali capaci di intercettare la circolazione di contenuti illegali nelle reti peer-to-peer, insieme a segnalazioni provenienti dal National Center for Missing and Exploited Children.
Gli investigatori parlano di un lavoro che va oltre gli arresti: identificare le vittime, smantellare le reti e capire se chi possiede questi materiali è anche autore diretto delle violenze.
La prossima fase sarà l’analisi dei dispositivi sequestrati.
Perché oggi, sempre più spesso, il crimine si consuma online. Ma le sue conseguenze restano drammaticamente reali.
Maldive
La polizia ha fatto irruzione nella redazione di Adhadhu Online, sequestrando computer e dispositivi, e imponendo il divieto di espatrio al CEO Hussain Fiyaz Moosa e al direttore Hassan Mohamed.
Il motivo? Un documentario che riporta la testimonianza—anonima—di una donna che sostiene di aver avuto una relazione con il presidente Mohamed Muizzu.
Il Committee to Protect Journalists parla apertamente di un tentativo di “criminalizzare il giornalismo investigativo”. E il contesto pesa: poche settimane fa, un referendum costituzionale ha bocciato una proposta del governo, con il 69% dei voti contrari.
Quando il potere viene messo in discussione, spesso la prima risposta è colpire chi racconta.
Indonesia
Tre marines e un ufficiale dell’aeronautica, legati all’intelligence delle forze armate, sono accusati di aver aggredito Andrie Yunus, avvocato e figura di spicco di KontraS. L’uomo ha riportato ustioni gravi e ha perso la vista da un occhio.
Secondo l’accusa, l’attacco sarebbe stato un avvertimento: “dargli una lezione” per le sue critiche all’esercito. Una versione che le organizzazioni per i diritti umani contestano, parlando di tentativo di ridurre tutto a un movente personale.
Il processo si svolge davanti a un tribunale militare, scelta che riaccende i timori di impunità.
Nuova Zelanda
La Corte d’Appello ha respinto il ricorso di Brenton Tarrant, l’uomo che nel 2019 uccise 51 fedeli musulmani in due moschee a Christchurch. Aveva chiesto di ritirare la sua dichiarazione di colpevolezza, sostenendo che fosse stata influenzata dalle condizioni detentive e da problemi mentali.
I giudici hanno però stabilito che la sua decisione fu volontaria e consapevole, respingendo anche la tesi dell’infermità mentale.
Il ricorso, presentato fuori tempo massimo, è stato definito privo di fondamento.
Tarrant resta quindi condannato all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale.
Una decisione che evita un nuovo processo e chiude, almeno sul piano giudiziario, uno dei capitoli più violenti del terrorismo suprematista recente.
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