6 maggio 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Maggio 6, 2026
- Marco Rubio: L’operazione Epic Fury contro l’Iran è conclusa…forse.
- Global Sumud Flotilla: altri sei giorni a Thiago Avila (che perde la mamma) e Saif Abukeshek. Gaza: l’apocalisse biologica.
- Lo Zambia sospende i colloqui con gli USA, “condizioni inaccettabili”.
- Portogallo, polizia sotto accusa.
- Afghanistan, arrestati per aver chiesto che le ragazze vadano a scuola.
- Regno Unito: crea un profilo della sua ex attirando uomini per violentarla, si presentano in 18.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Iran e il cessate il fuoco
Nel Golfo Persico si combatte a colpi di versioni opposte, e nel mezzo resta lo Stretto di Hormuz, ancora una volta il punto più fragile del mondo.
Secondo fonti del Pentagono, due cacciatorpediniere statunitensi — USS Mason e USS Truxtun — hanno attraversato lo stretto scortando navi commerciali. Washington parla di attacchi iraniani respinti e di sei imbarcazioni distrutte.
Teheran nega e ribalta la narrazione: nessuna unità militare colpita, ma due cargo civili attaccati, con cinque morti.
Intanto, una nave commerciale, la HMM Namu, prende fuoco nella sala macchine: tutti salvi, ma resta il dubbio sulle cause. E negli Emirati Arabi Uniti, il terminal petrolifero di Fujairah viene colpito da un incendio che Abu Dhabi attribuisce a un drone iraniano, mentre Teheran accusa gli Stati Uniti di provocazione e “avventurismo militare”.
A complicare il quadro entra anche la guerra invisibile: il gruppo hacker Handala rivendica un attacco informatico al porto di Fujairah, sostenendo di aver sottratto centinaia di migliaia di documenti — mappe, dati finanziari, rotte navali — poi condivisi, dicono, con unità militari iraniane.
Sul piano militare, gli Emirati parlano di missili e droni intercettati per il secondo giorno consecutivo, mentre l’Iran continua a negare qualsiasi coinvolgimento diretto. Nel frattempo, gli Stati Uniti dichiarano di aver distrutto imbarcazioni iraniane e avvertono che eventuali nuovi attacchi contro il traffico commerciale riceveranno una risposta “devastante”.
Ma il linguaggio ufficiale americano cambia tono. Il segretario di Stato Marco Rubio parla di una nuova fase: l’operazione offensiva è “finita”, ora l’obiettivo è difensivo — riaprire lo stretto e proteggere il traffico marittimo. Un’iniziativa ribattezzata “Project Freedom”, pensata per creare un corridoio sicuro in un passaggio largo appena una trentina di chilometri.
Eppure la realtà racconta altro: prima della guerra transitavano circa 130 navi al giorno, oggi solo poche riescono a passare sotto scorta. Le grandi compagnie restano ferme. Il blocco, di fatto, continua.
Sul fronte politico, Donald Trump oscilla tra minacce e minimizzazione: da un lato promette distruzione totale in caso di nuovi attacchi iraniani, dall’altro definisce il conflitto “una piccola scaramuccia” e sostiene che la guerra sia “essenzialmente finita”. Dichiarazioni che non trovano conferme indipendenti, soprattutto quando parla di capacità militari iraniane “completamente distrutte”.
Da Teheran, il ministro Abbas Araghchi insiste: nessuna soluzione militare. Ma avverte anche che l’Iran “non ha ancora iniziato davvero”.
Nel frattempo, la crisi si sposta nei palazzi della diplomazia internazionale. Washington prepara una nuova risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per chiedere la fine degli attacchi e la riapertura dello stretto, dopo il veto di Cina e Russia su un testo precedente.
E proprio la Cina resta il vero ago della bilancia. Gli Stati Uniti la accusano di finanziare Teheran acquistando la maggior parte del petrolio iraniano. Pechino respinge, parla di sanzioni illegittime e si prepara a ricevere Trump nei prossimi giorni.
Poi, nella notte, arriva un nuovo colpo di scena. Trump annuncia una pausa temporanea di “Project Freedom”: le operazioni di scorta alle navi vengono sospese, mentre il blocco resta in vigore. Il presidente americano parla di “grandi progressi” verso un accordo finale con l’Iran, mediato anche dal Pakistan e da altri Paesi della regione.
La tregua non esiste davvero, ma nessuno vuole assumersi la responsabilità di farla saltare del tutto.
E così Hormuz resta sospeso, tra guerra aperta e diplomazia armata.
Iran
In Iran, una nuova detenzione senza risposte. Flora Samadani, cittadina baha’i di Yazd, è stata arrestata il 3 maggio durante un raid nella sua abitazione.
Secondo l’organizzazione per i diritti umani Hengaw, gli agenti hanno perquisito la casa e confiscato effetti personali. Da allora, nessuna informazione su dove si trovi o sulle accuse a suo carico.
Samadani è la moglie di Ahmad Naeimi, già più volte arrestato in passato per la sua appartenenza religiosa.
Un caso che si inserisce in un quadro più ampio: quello della repressione sistematica della minoranza baha’i in Iran, spesso colpita da arresti arbitrari e silenzio istituzionale.
Libano
In Libano la tregua è una parola che non trova riscontro sul terreno. Nelle ultime 24 ore, secondo il Ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani hanno ucciso 17 persone, portando il bilancio a oltre 2.700 morti e più di 8.000 feriti dall’inizio dell’escalation di marzo.
Raid aerei hanno colpito una lunga serie di villaggi nel sud del Paese — da Kounine a Tebnine — mentre l’esercito libanese segnala due soldati feriti in un attacco diretto contro un veicolo militare. Sul terreno, continuano anche i bombardamenti di artiglieria, con accuse — non verificate in modo indipendente — dell’uso di fosforo bianco, vietato in molte condizioni dal diritto internazionale.
Parallelamente, Hezbollah rivendica un’imboscata contro unità israeliane nel sud, mentre Israele ammette perdite tra i propri militari: almeno cinque morti e oltre trenta feriti dall’inizio del cessate il fuoco.
E mentre gli scontri proseguono, il primo ministro Nawaf Salam prova a tracciare una linea politica: monopolio delle armi allo Stato e smilitarizzazione progressiva. Ma parla di mesi, non di giorni. E soprattutto, ammette che negoziati veri con Israele non sono ancora iniziati.
Palestina e Israele
A Gaza si continua a morire, anche mentre la parola “cessate il fuoco” resta sospesa tra comunicati e realtà. Nelle ultime 24 ore, tre palestinesi sono stati uccisi — due in nuovi attacchi, uno recuperato sotto le macerie — e undici feriti.
Il bilancio complessivo supera ormai i 72 mila morti e 172 mila feriti dal 7 ottobre 2023, secondo il Ministero della Salute palestinese. Ma il dato che racconta meglio il presente è un altro: dall’inizio della tregua, almeno 834 persone sono state uccise e oltre 2.300 ferite. A questi si aggiungono centinaia di corpi ancora estratti dalle macerie.
Questa non è una tregua. È una guerra a bassa intensità, ma ad alto numero di morti.
Nella notte, un drone israeliano ha colpito un gruppo di civili nel nord di Gaza City: un morto, diversi feriti, alcuni in condizioni critiche. Episodi che non fanno più notizia, ma che continuano a scandire le giornate.
Intanto emerge un altro livello del conflitto, meno visibile ma globale. Un rapporto del Citizen Lab documenta come infrastrutture di telecomunicazioni legate a Israele siano state utilizzate per operazioni di sorveglianza in oltre dieci Paesi.
Attraverso vulnerabilità delle reti mobili, migliaia di tentativi di tracciamento — oltre 15 mila dal 2022 — avrebbero permesso di localizzare individui senza che se ne accorgessero. La guerra, insomma, non è solo sul terreno.
Sul fronte dei detenuti, Israele ha rilasciato tre palestinesi dalla Striscia, trasferiti in ospedale in condizioni precarie. Ma secondo organizzazioni per i diritti umani, oltre cento detenuti sarebbero morti nelle carceri israeliane dall’inizio della guerra, mentre centinaia di palestinesi risultano ancora detenuti in condizioni che vengono definite di “sparizione forzata”.
E dalle prigioni arrivano accuse pesanti: donne detenute nel carcere di Damon denunciano torture sistematiche — pestaggi, isolamento, posizioni forzate — spesso lontano dalle telecamere. Attualmente sarebbero 86 le donne palestinesi detenute, tra cui minori, una donna incinta e pazienti oncologiche.
Ma è fuori dalle celle che si consuma la crisi più profonda. Secondo operatori umanitari sul campo, Gaza sta entrando in quello che viene definito un “collasso ambientale e biologico”: il 97% dell’acqua non è potabile, l’accesso giornaliero scende a pochi litri a persona, e quasi mezzo milione di casi di diarrea acuta colpiscono soprattutto i bambini.
Le fogne non funzionano più, rifiuti e liquami finiscono in mare, mentre tonnellate di spazzatura si accumulano nei campi per sfollati, infestati da ratti e malattie.
CISGIORDANIA: In Cisgiordania, la violenza non risparmia nemmeno i momenti religiosi. Martedì sera, forze israeliane hanno disperso con lacrimogeni e granate stordenti fedeli cristiani riuniti per celebrare la festa di San Giorgio vicino a Betlemme.
Secondo fonti locali, i militari hanno fatto irruzione nell’area mentre centinaia di persone partecipavano alla celebrazione nei pressi del monastero di Al-Khader, senza che siano state segnalate vittime ma con scene di panico tra i presenti.
L’episodio si inserisce in un contesto più ampio di tensioni crescenti nei territori occupati, dove negli ultimi mesi si moltiplicano segnalazioni di aggressioni e pressioni contro le comunità cristiane.
In questo scenario, anche chi prova a rompere l’assedio di Gaza finisce nel mirino. Israele ha prorogato di altri sei giorni la detenzione dei due attivisti della Global Sumud Flotilla, fermati in acque internazionali durante una missione umanitaria diretta verso la Striscia.
Tra loro c’è l’attivista brasiliano Thiago Ávila, arrestato insieme allo spagnolo Saif Abukeshek dopo l’intercettazione dell’imbarcazione vicino a Creta. Secondo i legali dell’organizzazione Adalah, le accuse sono infondate e i due sarebbero detenuti in isolamento, sotto luce continua, oltre ad aver ricevuto minacce di morte.
Nelle ultime ore il caso si è aggravato: è morta Teresa Regina de Ávila e Silva, madre di Thiago. La famiglia ha chiesto alle autorità israeliane un rilascio temporaneo per consentirgli di partecipare ai funerali. Per ora, nessuna risposta ufficiale.
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva definisce la detenzione “ingiustificabile” e parla apertamente di violazione del diritto internazionale. Anche la Spagna chiede il rilascio immediato dei propri cittadini.
La diplomazia si muove, ma loro restano in cella.
Sudan
Il Sudan torna al centro di una guerra che si allarga. Le forze armate accusano apertamente Emirati Arabi Uniti ed Etiopia di aver condotto attacchi con droni contro l’aeroporto internazionale di Khartoum.
Secondo il portavoce militare, i resti di un drone abbattuto sarebbero collegati all’aeroporto etiope di Bahir Dar e agli Emirati. Accuse pesanti, che parlano di “aggressione diretta” e che, al momento, non trovano conferme indipendenti.
L’attacco arriva pochi giorni dopo la ripresa dei voli internazionali, simbolo fragile di un ritorno alla normalità dopo la riconquista della capitale nel 2025.
Ma la realtà resta quella dei bombardamenti: sabato, un altro drone ha colpito un autobus civile a Omdurman, uccidendo cinque persone.
La guerra sudanese, ancora una volta, supera i suoi confini.
Repubblica Democratica del Congo
Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, la violenza continua lontano dai riflettori. Un rapporto di Amnesty International accusa il gruppo ribelle Allied Democratic Forces di crimini di guerra e contro l’umanità: omicidi, rapimenti, violenze sessuali, reclutamento di bambini.
Le testimonianze raccolte nel Nord Kivu parlano di attacchi brutali. A settembre, nel villaggio di Ntoyo, miliziani travestiti da partecipanti a un funerale avrebbero ucciso oltre 60 persone con machete e martelli. A novembre, un altro assalto ha colpito Byambwe: almeno 17 civili uccisi e un ospedale incendiato.
Il rapporto documenta anche decine di rapimenti e donne costrette a matrimoni forzati con i combattenti.
Una guerra silenziosa, dove la violenza è sistematica e la protezione dei civili resta un’illusione.
Zambia
Lo Zambia ferma i negoziati con Washington e manda un segnale politico chiaro. Il ministro degli Esteri Mulambo Haimbe ha annunciato la sospensione dei colloqui su due accordi chiave: un piano sanitario da 2 miliardi di dollari e un’intesa strategica sulle risorse minerarie.
Secondo Lusaka, le condizioni poste dagli Stati Uniti sono “inaccettabili”: richieste di condivisione dei dati nel settore sanitario e vantaggi preferenziali per le aziende americane nello sfruttamento del rame, di cui lo Zambia è uno dei principali produttori africani.
A pesare anche la scelta di collegare i due accordi, rendendo uno dipendente dall’altro.
Portogallo
Scandalo nelle forze dell’ordine portoghesi. Quindici agenti sono stati arrestati con l’accusa di torture e abusi su persone in custodia, spesso tra i più vulnerabili: migranti senza documenti, senzatetto, tossicodipendenti.
Le indagini — che coinvolgono in totale 24 poliziotti — parlano di violenze gravi, inclusi stupri, pestaggi e abuso di potere. Le autorità hanno perquisito circa 30 luoghi, tra cui due commissariati a Lisbona.
Il capo della polizia Luis Carrilho ha dichiarato “tolleranza zero” per gli abusi, invitando i cittadini a continuare ad avere fiducia nelle istituzioni.
Ma il caso apre una frattura profonda: quella tra sicurezza e diritti.
Canarie
Emergenza sanitaria in mare. La nave da crociera MV Hondius resta al centro di un’allerta internazionale dopo un focolaio di hantavirus che ha già causato tre morti.
Due membri dell’equipaggio, in gravi condizioni, saranno evacuati verso i Paesi Bassi passando da Capo Verde, mentre l’imbarcazione dovrebbe riprendere la rotta verso le Canarie nei prossimi giorni.
Secondo World Health Organization, il virus — raro e normalmente trasmesso da roditori — potrebbe in questo caso essere passato anche tra esseri umani, ipotesi ancora in fase di verifica.
A bordo, passeggeri ed equipaggio restano isolati dopo che le autorità di Capo Verde hanno impedito l’attracco.
Le indagini puntano a ricostruire l’origine del contagio, probabilmente avvenuto prima dell’imbarco, mentre cresce la preoccupazione per i contatti e la diffusione internazionale.
Vaticano
Lo scontro tra Donald Trump e Papa Leone XIV si fa sempre più duro, proprio mentre Washington prova a ricucire i rapporti con il Vaticano.
In un’intervista, Trump accusa il pontefice di “rendere il mondo meno sicuro” e arriva a sostenere — senza prove — che il Papa favorisca l’Iran parlando di pace e criticando la guerra. In realtà Leone XIV non ha mai sostenuto il diritto iraniano all’arma nucleare: ha chiesto negoziati e condannato ogni escalation militare.
Il Papa risponde senza nominarlo direttamente: “La Chiesa predica il Vangelo e la pace. Se qualcuno vuole criticarmi, lo faccia dicendo la verità”.
Nel mezzo, il segretario di Stato Marco Rubio prova a smorzare i toni prima della visita in Vaticano, mentre anche il governo italiano prende le distanze dalle parole di Trump.
Dietro lo scontro religioso, però, c’è anche politica interna americana. E una campagna elettorale già iniziata.
Romania
Crisi politica in Romania. Il governo guidato da Ilie Bolojan è stato sfiduciato dal Parlamento con una larga maggioranza: 281 voti a favore della mozione, ben oltre la soglia necessaria.
A determinare la caduta dell’esecutivo sono stati soprattutto i voti del Partito Social Democratico e delle forze di opposizione.
Ora il governo resta in carica solo per gli affari correnti, in attesa della formazione di un nuovo esecutivo. Un passaggio che apre una nuova fase di instabilità politica nel Paese.
Regno Unito
Un caso che ridefinisce i confini dello stalking. In Inghilterra, un uomo è stato riconosciuto colpevole di aver creato falsi profili su Tinder a nome della sua ex compagna, attirando uomini a casa sua con la promessa di “fantasie di stupro”.
Almeno 18 uomini si sono presentati all’indirizzo della vittima convinti di essere stati invitati. In alcuni casi hanno forzato l’ingresso, mettendo in pericolo lei e sua figlia adolescente.
L’imputato, Asad Hussain, avrebbe costruito un sistema di manipolazione digitale usando identità false, messaggi espliciti e istruzioni precise per aggirare eventuali resistenze.
La polizia parla di uno dei casi più gravi mai affrontati: un uso della tecnologia per trasformare la violenza in un meccanismo a distanza.
La sentenza definitiva è attesa a giugno.
Ucraina e Russia
Mentre si parla di cessate il fuoco, in Ucraina si continua a morire. Nelle ultime ore, attacchi russi hanno ucciso almeno 27 persone nell’est del Paese, in una delle giornate più violente dell’anno.
A Zaporizhzhia, bombe aeree e droni hanno colpito edifici civili: almeno 12 morti e decine di feriti. Le autorità locali parlano di attacchi ripetuti sugli stessi obiettivi, colpiti prima dalle bombe e poi dai droni mentre i soccorsi erano ancora in corso.
Altri attacchi hanno colpito Kramatorsk, Dnipro e diverse regioni, mentre infrastrutture energetiche sono state prese di mira nel centro del Paese.
Tutto questo mentre Mosca annuncia una tregua di due giorni per le celebrazioni del Giorno della Vittoria, e Kiev risponde proponendo un cessate il fuoco senza scadenza.
Il presidente Volodymyr Zelenskyy accusa la Russia di cinismo: fermarsi per una parata, mentre le bombe continuano a cadere.
Sul fronte opposto, anche la Russia denuncia attacchi ucraini con droni sul proprio territorio.
Due proposte di tregua. Una realtà che le smentisce entrambe.
Stati Uniti
Gli Stati Uniti continuano a colpire in mare, lontano dai riflettori principali. Domenica, il comando militare United States Southern Command ha annunciato un attacco contro un’imbarcazione nei Caraibi: due persone uccise, definite “narco-terroristi”, senza prove rese pubbliche.
Dallo scorso settembre, secondo gli stessi dati militari, almeno 188 persone sono state uccise in decine di operazioni simili tra Caraibi e Pacifico.
Operazioni mirate, dicono. Ma senza trasparenza, e senza un vero campo di battaglia riconosciuto.
Sparatoria nel cuore di Washington. Agenti del United States Secret Service hanno ferito un uomo armato a pochi isolati dalla Casa Bianca dopo che, secondo la loro versione, avrebbe aperto il fuoco durante un tentativo di fermarlo.
Nel conflitto a fuoco è rimasto colpito anche un ragazzo di 15 anni, ferito in modo non grave.
Le autorità precisano che Donald Trump non è mai stato in pericolo, mentre il convoglio del vicepresidente JD Vance era passato poco prima nella zona.
Restano da chiarire identità e condizioni dell’uomo. Anche qui, la sicurezza si misura in secondi.
Afghanistan
n Afghanistan chiedere istruzione per le ragazze può costare la libertà. Due attivisti, il docente universitario Qadoos Khatibi e l’attivista civile Fayaz Ghori, sono stati arrestati dal Ministero talebano per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio per aver difeso il diritto all’educazione femminile.
Il loro “reato” è aver scritto e parlato pubblicamente: un video, un post, un appello. In un Paese dove, da quasi cinque anni, alle ragazze sopra la scuola primaria è vietato studiare.
Secondo l’UNICEF, oltre 2,2 milioni di bambine sono oggi escluse dall’istruzione.
I due uomini sono stati detenuti per circa 24 ore, poi rilasciati anche grazie alla pressione pubblica. Ma il messaggio resta: anche una richiesta pacifica può essere trattata come un crimine.
Attivisti, professori, cittadini comuni vengono fermati, interrogati, minacciati. Molti scelgono il silenzio.
Eppure qualcuno continua a parlare. Perché, come ha scritto Khatibi dopo il rilascio, “la conoscenza non ha genere”.
India
In India si chiude un’epoca politica. Nello Stato del Kerala, ultimo baluardo della sinistra, i partiti comunisti subiscono una sconfitta storica: la coalizione guidata dal Congresso conquista la maggioranza, lasciando il Fronte di sinistra molto indietro.
È un passaggio simbolico pesante: il Kerala era stato il primo luogo al mondo a eleggere democraticamente un governo comunista, e oggi non resta più nessuno Stato indiano guidato dalla sinistra per la prima volta dal 1977.
Intanto, il partito del primo ministro Narendra Modi rafforza la sua posizione conquistando anche il Bengala Occidentale, un territorio chiave.
Il risultato è chiaro: la mappa politica indiana si sposta ancora più a destra.
Indonesia
L’economia indonesiana accelera ai massimi da oltre tre anni. Nel primo trimestre del 2026 il Pil cresce del 5,6%, trainato dalla spesa pubblica, dai bonus statali e dalle festività del Ramadan.
Il governo del presidente Prabowo Subianto punta a rilanciare consumi e industria, con incentivi per veicoli elettrici, tessile e calzature.
Ma dietro i numeri positivi cresce la preoccupazione per gli effetti della crisi nel Golfo Persico. L’aumento dei prezzi dell’energia e l’instabilità internazionale stanno indebolendo la rupia, scesa ai minimi storici contro il dollaro.
Gli analisti avvertono: la crescita potrebbe rallentare già nei prossimi mesi, schiacciata tra costi energetici, inflazione e tensioni globali.
Anche in Asia, la guerra nel Golfo comincia a presentare il conto.
Cina e Iran
La crisi nello Stretto di Hormuz si sposta sul piano diplomatico, e guarda a Est. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è arrivato ieri a Pechino, dove incontrerà il suo omologo Wang Yi. Sul tavolo: escalation regionale e rotte energetiche globali.
Washington aumenta la pressione su Pechino, chiedendo un ruolo attivo per convincere Teheran a riaprire lo stretto, snodo vitale del commercio mondiale. Il segretario al Tesoro americano insiste: la Cina deve “farsi avanti”.
Tutto questo mentre Donald Trump si prepara a volare a Pechino per incontrare Xi Jinping il 14 e 15 maggio.
Sul campo, però, la tensione resta alta: attacchi iraniani hanno quasi paralizzato il traffico marittimo, mentre gli Stati Uniti rispondono con operazioni navali per scortare le navi commerciali.
Dietro le quinte, il vero equilibrio passa dal petrolio: la Cina resta il principale acquirente del greggio iraniano, aggirando le sanzioni attraverso reti opache e pagamenti in yuan.
Restiamo in Cina, che sospende la produzione di fuochi d’artificio nella provincia di Hunan dopo la devastante esplosione in una fabbrica che ha causato almeno 26 morti e 61 feriti.
Le autorità hanno ordinato controlli straordinari su tutto il settore nella città di Liuyang, considerata la capitale cinese dei fuochi d’artificio e responsabile di gran parte dell’export mondiale.
L’esplosione ha distrutto edifici, provocato evacuazioni e mobilitato centinaia di soccorritori, droni e robot per evitare nuove detonazioni. Il responsabile dell’azienda è stato fermato e il presidente Xi Jinping ha ordinato un’indagine approfondita.
Un altro incidente industriale che riporta al centro il tema della sicurezza sul lavoro in Cina.
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