8 maggio 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Maggio 8, 2026

  • La nuova corsa alle risorse africane e la risposta degli Stati
  • Il continente al centro del nuovo equilibrio multipolare
  • Dalla vulnerabilità al protagonismo nella sfida climatica
  • Startup, musica e cultura: l’Africa che esporta futuro

Questo e molto altro del Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini 

Su compagni, non paghiamo tributo all’Europa creando Stati, istituzioni e società che traggono ispirazione da lei. L’umanità si aspetta altre cose da noi che questa grottesca e per lo più oscena emulazione …. Se vogliamo che l’umanità faccia un passo avanti, se vogliamo portarla a un altro livello da quello dove l’Europa l’ha posta, allora noi dobbiamo innovare, dobbiamo essere pionieri.

Sono le parole di Frantz Fanon, ne I dannati della terra. Fanon, filosofo, psichiatra, antropologo, voce della decolonizzazione e dell’indipendenza dell’Algeria.

Parole che risuonano nell’Africa dove andiamo oggi: l’Africa che non accetta di essere colonia, che crea, innova, immagina. L’Africa che influenza l’umanità e non subisce.

Vi raccontiamo degli sforzi per riconquistare e proteggere la sua sovranità su risorse e ricchezze, del ruolo che il continente vuole giocare in un mondo multipolare, del suo contributo alla lotta contro il cambiamento climatico, e poi l’Africa come laboratorio di innovazione e sperimentazione, spazio di cultura, arte e musica.

L’Africa di oggi, 8 maggio 2026, è un’Africa potente che contribuisce a disegnare il futuro della nostra comune umanità.

 Sovranità sulle risorse

Se è vero che l’Africa è oggetto di una nuova “corsa” all’accaparramento delle sue risorse, se è vero che è teatro di una violenta competizione globale alimentata dalla fame di minerali critici che scuote il mondo, è anche vero che il continente non resta immobile, né impassibile, di fronte alla pressione neocoloniale. “Sovranità”: è questa la parola che attraversa l’Africa come un’onda, seppure talvolta pronunciata dalla propaganda dei regimi, seppure ancora un’arma spuntata di fronte a Cina, Occidente, Russia e potenze emergenti.

Dalla Regione dei grandi laghi al Sahel, gli Stati africani stanno mettendo in campo misure, dalle più tenui alle più drastiche, per ridefinire i rapporti con le compagnie minerarie straniere. Proviamo a racconarvene qualcuno, iniziando dalla Repubblica Democratica del Congo che è un colosso minerario. C’è tutto, in Congo: cobalto, rame, litio, oro, coltan. Eppure è uno dei Paesi più poveri del mondo, martoriato da una guerra infinita proprio per il controllo di queste ricchezze.

La produzione mineraria, in particolare quella del rame, ha raggiunto livelli record negli ultimi anni, eppure lo Stato continua a perdere entrate. Tra il 2016 e il 2023, le compagnie minerarie non avrebbero dichiarato circa 16,8 miliardi di dollari. Le cause: scarsa supervisione, joint venture opache, fuga di capitali attraverso importazioni fraudolente, racconta Reuters.

Il presidente Felix Tshisekedi “ha ordinato un audit completo delle entrate derivanti dalle esportazioni minerarie”, i cui risultati dovrebbero arrivare a metà giugno, secondo documenti visionati dall’agenzia di stampa. La RDC ha inoltre istituito una riserva strategica di cobalto — il 70% del cobalto mondiale proviene dal Congo — e di altri minerali critici, “rafforzando così la propria capacità di accumulare quote di esportazione non utilizzate ed esercitare un maggiore controllo sulle forniture globali”, scrive Mining Weekly, settimanale sudafricano dedicato all’industria mineraria. Una strategia per mantenere i prezzi in equilibrio e “rafforzare la propria sovranità economica”.

Lo Zimbabwe, a febbraio di quest’anno, aveva interrotto le esportazioni di concentrati di litio e di prodotti non lavorati per irregolarità che avrebbero causato perdite nelle entrate. All’inizio di aprile ha deciso di subordinare la ripresa delle spedizioni a cambiamenti radicali.

Harare vuole che il litio venga lavorato localmente – ovvero che diventi solfato di litio pronto per l’uso industriale, per esempio nelle batterie – ed oltre a una tassa del 10%, ha imposto quote di esportazione sul materiale concentrato che diventeranno divieto totale di esportazione nel 2027. Il litio dello Zimbabwe dovrà quindi essere trasformato nel Paese. Inoltre, racconta sempre Reuters, le compagnie minerarie dovranno pubblicare i bilanci e rispettare standard in materia di lavoro, sicurezza e ambiente. L’obiettivo è salire nella catena del valore: da esportatore di “terra” preziosa a produttore di semilavorati e componenti.

Il 28 aprile Reuters ha riferito che è stata spedita la prima partita di solfato di litio dalla miniera della cinese Zhejiang Huayou Cobalt. “Questa spedizione inaugurale rappresenta il primo sale di litio mai prodotto in Zimbabwe e in tutta l’Africa, segnando un importante passo avanti nell’arricchimento e nell’industrializzazione dei minerali a livello regionale”, ha dichiarato la filiale locale dell’azienda in un comunicato pubblicato su X.

E ancora, il Ghana ha trasferito una concessione aurifera a un operatore locale; il Burkina Faso ha aumentato la propria partecipazione in un progetto canadese, ricorda Lex Africana, che si occupa di intelligence mineraria. Il Senegal ha revocato 71 licenze minerarie, bloccato i conti della filiale di un gigante indonesiano come Indorama e messo in discussione il contratto di sfruttamento del giacimento offshore Greater Tortue Ahmeyim (GTA), al largo delle coste di Saint-Louis, sviluppato congiuntamente dalla multinazionale BP, dalla statunitense Kosmos Energy e dalle compagnie petrolifere nazionali di Senegal e Mauritania, come vi abbiamo raccontato in un nostro precedente notiziario.

E poi ci sono i Paesi del Sahel — Mali, Niger e Burkina Faso — dove le giunte “hanno recentemente avviato una rinegoziazione e una rivalutazione dei rapporti con le aziende occidentali e cinesi, al fine di esercitare un maggiore controllo sulle loro risorse e attività in diversi settori. Hanno inoltre iniziato ad adottare misure più incisive, tra cui espropriazioni, nazionalizzazioni e revoca delle licenze minerarie”, scrive Daily Jus. Con tutte le complessità che ciò comporta nel collocare poi i minerali sul mercato globale.

In Mali, dopo la presa di potere della giunta militare, è stato modificato il codice minerario, aumentando le tasse e la quota di capitale detenuta dallo Stato a detrimento delle multinazionali, riporta ancora Reuters. La canadese Barrick è stata al centro di una drammatica controversia: la disputa ha portato al blocco delle esportazioni di oro, al sequestro delle scorte della compagnia, fino all’arresto di quattro dipendenti e a un mandato per il suo CEO. Controverisa poi risolta con un accordo, secondo quanto racconta ancora Daily Jus.

In Niger, la giunta militare ha preso il controllo della miniera di Somair, vicino ad Arlit, “l’ha nazionalizzata, ha espulso l’operatore francese Orano e ha dichiarato che venderà l’uranio sui mercati internazionali alle proprie condizioni”. Ha già un acquirente — quasi certamente la Russia, secondo un’analisi del think tank statunitense Foreign policy Research Institute. Il leader militare del Niger, Abdourahamane Tiani, ha definito i vecchi accordi “completamente sfavorevoli al Niger”. La nazionalizzazione servirebbe, dunque, a correggere squilibri ereditati dal periodo coloniale.

Così come tutti i tentativi che l’Africa sta facendo per ridisegnare la geografia dello sfruttamento minerario, dalla revisione dei codici, alla rinegoziazione delle concessioni.

La sovranità mineraria è, però, oggi un campo di tensione. Tra rivendicazione politica e rischio di nuove dipendenze, tra emancipazione e semplice rinegoziazione dei rapporti di forza, che la “sovranità” si traduca in benessere diffuso dipenderà dalla capacità di reggere alle pressioni di giganti come Cina e Stati Uniti, che possono tenere l’Africa sotto ricatto perché ne posseggono il debito e che all’Africa promettono infrastrutture, sicurezza, partnership lucrose. Ma anche dalla capacità dell’Africa di far piazza pulita di quelle classi dirigenti che dagli squilibri e dall’opacità del mercato minerario hanno troppo a lungo tratto ricchezza e potere.

L’Africa nel mondo multipolare

 Dopo più di un decennio, a fine maggio, l’India tornerà ad ospitare l’India-Africa Forum, quarta edizione del summit che è la piattaforma dove si tessono le relazioni tra Nuova Delhi e i governi africani. Economia, sicurezza, agricoltura e tecnologia ne fanno il simbolo del rinnovato interesse indiano per l’Africa. Non è un dettaglio e non è un evento qualunque, ma l’indice di quanto, in un mondo sempre più multipolare, il continente sia al centro della competizione globale.

Basta scorrere i vertici politico-strategici ed economici organizzati nel mondo per vedere come l’Africa sia ormai un nodo chiave nella geopolitica del Pianeta: dalla Cina al Giappone, dall’Unione Europea alla Russia, fino al G20 ospitato per la prima volta nel continente. Accanto agli incontri politici, una fitta rete di summit settoriali — come l’Africa CEO Forum o il Financial Times Africa Summit — coinvolge imprese e investitori su energia, infrastrutture e supply chain, tentando di tradurre la competizione in progetti concreti.

Si intensifica anche l’azione diplomatica sul continente. Negli ultimi mesi le capitali africane sono diventate crocevia della diplomazia internazionale, con visite continue di leader e ministri. Il Giappone, ad esempio, ha rafforzato la propria presenza con un tour in Zambia, Angola, Kenya e Sudafrica.

In un continente frammentato, i governi ridefiniscono alleanze e partner, come mostrano i Paesi del Sahel, Mali, Niger e Burkina Faso, tra i primi a mettere in atto cambiamenti radicali di strategia, allontanandosi dalla relazione privilegiata con la Francia e creando una nuova alleanza, l’Alleanza deli Stati del Sahel.

Il 2025 ha segnato un punto di svolta. “Nel 2025, il panorama geopolitico ha subito una netta trasformazione, passando da un ordine eurocentrico a una configurazione frammentata e multipolare. Questa transizione ha costretto gli Stati africani a gestire rischi e opportunità, sia esistenti che emergenti, attraverso un impegno diplomatico proattivo, partenariati diversificati e una maggiore autonomia fiscale”, scrivono Amandine Gnanguênon, Olufolake Adegoke e Lili Gabadadze per il centro studi Africa Policy Research Institute.

Secondo i ricercatori, le politiche dell’amministrazione Trump — tra tagli agli aiuti e protezionismo, e quella che è oggi definita la “diplomazia commerciale” degli USA — hanno spinto molti Paesi africani ad accelerare la ricerca di risorse interne e ad una revisione della dipendenza dai donatori esterni.

Nel rapporto APRI emerge inoltre un crescente scetticismo africano verso iniziative europee come il “Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), che molti considerano un modo per scaricare sui loro paesi il costo della decarbonizzazione europea”. Tra i successi, invece, che indicherebbero, secondo gli analisti, la direzione che il continente cerca di prendere con una voce sola, il G20 Compact with Africa, in particolare per la spinta a riformare il sistema di rating del credito sovrano, accusato di distorcere la valutazione delle economie africane e di contribuire all’aumento del costo del debito.

Tra le aree più sensibili c’è il Corno d’Africa, sempre più arena di competizione geopolitica. Il riconoscimento israeliano del Somaliland si inserisce in una strategia per “contrastare l’influenza di attori come Iran, Arabia Saudita, Turchia e Houthi in Yemen”, scrive APRI.

Secondo i ricercatori, la competizione rischia di destabilizzare la regione, similmente a quanto accaduto nel Sahel. Stati come Etiopia, Gibuti e Somalia monetizzano la loro posizione strategica, mentre le rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti alimentano guerre per procura e frammentazione regionale.

Tutte queste dinamiche, insieme alla corsa ai minerali strategici, influenzano “il potere contrattuale dell’Africa e la formulazione di raccomandazioni basate su dati concreti per orientare le politiche”, prosegue APRI.

La competizione globale — tra Cina, India, Europa e potenze regionali — apre dunque spazi di negoziazione. “La competizione tra attori esterni può dare agli Stati africani la possibilità di negoziare condizioni migliori, ma può anche accentuare l’influenza delle élite, alimentare conflitti per procura e consolidare rapporti di sfruttamento. La sfida è trasformare l’attenzione in azione concreta. Il passaggio a un mondo multipolare crea spazio per l’autonomia strategica africana. A differenza dei rigidi blocchi della Guerra Fredda, l’attuale panorama geopolitico consente il multi-allineamento. Gli Stati africani non sono più costretti a scegliere un unico protettore. Molti stanno già diversificando le proprie partnership in sicurezza, commercio, infrastrutture e tecnologia. Questa flessibilità può rappresentare una forza, a patto che sia guidata da strategie nazionali e continentali chiare, e non dalla sola sopravvivenza politica a breve termine”, scrive la testata economica BoababAfrica.

Un panorama, che non elimina i vincoli strutturali: la competizione globale può generare opportunità ma anche nuove dipendenze. Il multipolarismo apre spazi di manovra, ma non garantisce automaticamente autonomia. Nel loro insieme, però, questi processi mostrano come l’Africa non sia più solo oggetto delle trasformazioni globali, ma uno dei luoghi in cui esse si definiscono.

L’Africa risponde alla crisi climatica

 L’Africa è oggi al centro di una nova forma di “corsa alla terra”. Il suolo africano è prezioso per contenere i danni di un cambiamento climatico che, paradossalmente, se fosse per lei non esisterebbe neppure. Il continente che inquina di meno, ma dell’inquinamento paga il prezzo più alto, è diventato vitale per chi invece inquina di più, e che lo sta trasformando in un “serbatoio” di compensazione carbonica. Come vi avevamo raccontato la scorsa settimana, il mercato dei crediti di carbonio – ovvero progetti come la piantumazione di alberi o investimenti di prevenzione per compensare le emissioni – non rappresenta soltanto un’opportunità per l’Africa, ma rischia di trasformarsi in una nuova forma di colonialismo, accaparramento dei suoi terreni, sfollamento delle sue comunità.

L’Africa, però, non è solo vittima della crisi climatica e dei tentativi di gestirla: è sempre di più un protagonista attivo nella soluzione dell’emergenza climatica globale, che può prendere in mano anche il mercato dei crediti. Ma che può soprattutto sbloccare e mettere a disposizione un grande potenziale di conoscenza.

Secondo un recente rapporto di Conservation International, Africa’s Nature Transition: A Roadmap for People, Nature and Climate, pubblicato alla fine di aprile, “una migliore gestione del bestiame e degli incendi nelle vaste savane, praterie e aree arbustive dell’Africa potrebbe sbloccare una delle maggiori opportunità del continente per l’azione climatica”. I ricercatori ritengono che “questi paesaggi, che coprono quasi il 70% dell’Africa subsahariana, potrebbero sequestrare fino a 11 gigatonnellate di emissioni equivalenti all’impatto del riscaldamento globale causato dall’anidride carbonica entro il 2050, attraverso pratiche sostenibili come il pascolo a rotazione e gli incendi controllati. Si tratta di circa un quinto delle attuali emissioni globali annue di gas serra”.

Il rapporto delinea una tabella di marcia, un’iniziativa guidata dall’Africa, che potrebbe consentire una riduzione delle emissioni di carbonio fino a 1,6 gigatonnellate all’anno dal 2026 al 2050, creando al contempo posti di lavoro e tutelando la natura, mostrando come la crescita economica non sia necessariamente nemica del clima.

La roadmap attinge ai saperi e alle conoscenze di tutta l’Africa, delle sue comunità locali e dei suoi pastori, che ne sono guida, e prevede diverse linee d’azione per la protezione e il ripristino degli ecosistemi africani: dalla gestione sostenibile dell’allevamento e degli incendi, ai piani di rotazione dei pascoli, alla riforestazione e al ripristino degli ecosistemi di acqua dolce, fino all’agricoltura e alle coltivazioni resilienti al clima e alla protezione dei paesaggi cruciali per la stabilità climatica.

La crisi climatica, inoltre, sta diventando per il continente africano anche una leva diplomatica per ridefinire i rapporti economici globali. Secondo quanto scrive Ashraf Patel sull’Institute for Global Dialogue, think tank sudafricano, temi cruciali come acqua, sicurezza alimentare e disastri naturali stanno diventando centrali nei negoziati con blocchi come i BRICS e con le istituzioni finanziarie globali. L’obiettivo è ottenere nuovi strumenti di finanza climatica più equi e accessibili. “Dalle inondazioni in Mozambico, Limpopo e KwaZulu-Natal alle siccità in Zimbabwe, i Paesi BRICS hanno promesso di porre il cambiamento climatico come un pilastro centrale”, scrive IGD.

È intorno a questo al cambiamento climatico e al ruolo che l’Africa può giocare che si stanno costruendo nuove alleanze. Dalla leadership politica del Brasile alle tecnologie russe e cinesi, “dall’energia solare alla riparazione delle infrastrutture idriche, dall’intelligenza artificiale alla sostenibilità”, scrive Patel, i Paesi BRICS possiedono il know-how “e la volontà di cooperazione per fornire assistenza”.

Intorno alle politiche climatiche, però, non c’è solo l’Africa dei governi e della politica: c’è anche l’Africa delle persone. Il continente non si limita a subire le decisioni internazionali, ma chiede con forza una riforma del sistema energetico globale e una maggiore equità climatica. Lo dimostra il crescente attivismo climatico, come quello che il 30 aprile è sceso in piazza nell’ambito della campagna globale guidata da 350.org.

“In Sudafrica, gli attivisti di 350.org chiedono l’elettricità di base gratuita tramite fonti rinnovabili, mentre il Paese si trova ad affrontare il maggiore aumento delle tariffe elettriche degli ultimi decenni. Tshepo Peele, Country Manager di 350.org Sudafrica, ha dichiarato: “La transizione energetica è più urgente che mai, poiché la crisi energetica globale costringe le famiglie della classe lavoratrice a compiere scelte impossibili tra mettere il cibo in tavola e pagare le bollette. Dobbiamo sviluppare infrastrutture per le energie rinnovabili per contrastare la povertà energetica nelle comunità più colpite dall’aumento dei costi energetici .,,,  ”, riporta Environment News Nigeria.

“Gli enti locali devono smettere di riversare denaro pubblico nei sistemi instabili del passato e iniziare a destinare fondi specifici a fonti di energia rinnovabile, pulite, decentralizzate e accessibili.”, ha aggiunto Rukiya Khamis, responsabile del programma per l’Africa orientale di 350.org, come riporta ancora la testata africana.

 Innovazione Africa, laboratorio globale dal basso

L’Africa che arranca, sempre indietro, sempre in ritardo, tecnologicamente arretrata, dipendente dalle innovazioni sviluppate dall’Occidente e dalla Cina. È così che raccontiamo il continente che non è mai nel futuro. Ma questo è solo un pezzo della verità. L’altro è che l’Africa brucia le tappe, corre veloce nell’arte del leapfrogging, ovvero nel bypassare intere fasi dello sviluppo tecnologico. E se è reale la dipendenza dalle tecnologie stranire, da chi possiede le grandi infrastrutture della comunicazione e dai modelli di AI sviluppati altrove, è anche vero che l’Africa a questa dipendenza reagisce. Non solo con il tentativo di disegnare politiche per la sovranità digitale, ma anche con un’innovazione che nasce da bisogni reali e fa i conti con risorse scarse. Un’innovazione dal basso che fa scuola anche in Occidente.

L’altra Africa la raccontano, per esempio, le sue startup. A giugno verrà annunciato il vincitore del VivaTech AfricaTech Award, premio che celebra “i visionari che stanno trasformando sfide complesse in opportunità scalabili in tutto il continente”, scrivono gli organizzatori. “Queste startup dimostrano che quando le competenze locali incontrano tecnologie all’avanguardia, i risultati possono cambiare la vita delle persone in tutto il mondo”.

Tra loro ci sono i nigeriani di PressPayNg, che hanno sviluppato una piattaforma finanziaria per aiutare le famiglie a risparmiare sulle tasse scolastiche e richiedere prestiti. Sempre in Nigeria, Winich Farms “aiuta i piccoli agricoltori ad abbandonare le rischiose transazioni in contanti, fornendo loro un’identità digitale. Ha creato uno speciale sistema di carte di debito che paga gli agricoltori istantaneamente non appena vendono i loro raccolti”, prosegue VivaTech nel presentare alcuni dei candidati al premio. Come gli egiziani di SURGiA, con il marketplace digitale che permette a cliniche e ospedali di procurarsi forniture mediche “garantendo che assistenza sanitaria di alta qualità raggiunga le aree più remote”. O i kenyoti di Ndovu Wealth, che semplificano l’accesso ai mercati finanziari globali utilizzando i pagamenti tramite cellulare e gestiscono già 5 milioni di utenti tra Kenya, Ruanda e Uganda.

E poi energia verde in Angola, reti di pronto intervento in Nigeria, immagini satellitari per aiutare gli agricoltori in Marocco. Problemi locali che diventano modelli replicabili a livello globale grazie a innovazioni digitali, ma non soltanto digitali.

L’Africa cerca soluzioni a problemi pressanti come l’accesso all’energia e all’assistenza sanitaria, al cambiamento climatico e all’agricoltura sostenibile. È all’avanguardia nello sviluppo dell’energia solare grazie a sistemi decentralizzati e autonomi, off-grid, cioè fuori dalla rete, e mini-grid come quelli sviluppati da Arnergy, specializzata in sistemi modulari per case e piccole imprese, o da Salpha Energy, società nigeriana guidata da Sandra Chukwudozie.

“Da bambina, crescendo in Nigeria, Sandra C. Chukwudozie rimase colpita dal netto contrasto tra le abbondanti risorse naturali del paese – petrolio, gas e minerali – e la schiacciante povertà energetica della sua popolazione”, ha scritto di lei Reuters. “Questo paradosso ha acceso in me una profonda passione per sfidare lo status quo e spezzare il ciclo di ingiustizia che persisteva da decenni”, ha detto Sandra.

Sandra ha fondato Salpha Energy a 24 anni e nel 2023 ha inaugurato “il primo impianto di assemblaggio di sistemi solari domestici di proprietà femminile nell’Africa subsahariana”, aggiunge Reuters Da quando è nata Salpha Energy, sono oltre 1,5 milioni i nigeriani e le piccole imprese a cui l’azienda ha reso l’energia accessibile.

L’Africa usa l’arte dell’innovazione frugale, “la creazione di soluzioni più rapide, migliori e più economiche per un maggior numero di persone, che impiegano risorse minime”, come la definisce un articolo del Philosophical Transactions of the Royal Society.

Consegna sangue e farmaci grazie ai droni, LifeBank, “startup nigeriana specializzata in logistica medica”, o sviluppa piattaforme come AFEX, la prima borsa merci privata autorizzata in Nigeria, che dodici anni fa ha costruito un sistema integrato per consentire ai piccoli agricoltori di accedere ai mercati, agli input produttivi, alle sementi e ai sistemi di stoccaggio. AFEX “ha liberato gli agricoltori dall’isolamento e dall’agricoltura di sussistenza, integrandoli in un sistema agricolo e consentendo loro di acquistare i propri prodotti a prezzi di mercato … ha facilitato scambi …. mettendo in contatto produttori e acquirenti sulla sua piattaforma digitale, ComX”, scrive la rivista  Time.

Innovazioni che però vengono spesso trascurate, restano nell’ombra e il cui impatto non viene misurato. Un gruppo di ricercatori ha passato anni a cercare di capire perché l’innovazione africana sfugga alle statistiche. La risposta è che gli standard globali non sono adatti.

“Gli indicatori utilizzati per monitorare l’innovazione in Africa sono in gran parte mutuati dai paesi ad alto reddito e potrebbero non essere adeguati”, scrivono i ricercatori su The Conversation. “Gli indicatori di innovazione come la spesa in ricerca e sviluppo, il numero di brevetti e il numero di ricercatori sono utili. Ma solo fino a un certo punto. Presuppongono un modello di innovazione formale, ad alta tecnologia e ad alta intensità di ricerca, tipico dei paesi ricchi. Al contrario, le economie africane sono dominate da imprese informali, dall’ingegno popolare e da soluzioni frugali nate dalla necessità”, spiegano.

Il rischio di utilizzare parametri che non colgono la natura dell’innovazione africana è quello di indirizzare investimenti in sviluppo e ricerca dove non servono davvero.

Soft power: arte, musica, moda

 Quasi 80 mila persone hanno riempito lo Stade de France, il 18 aprile del 2025, per ascoltare Burna Boy, primo artista nigeriano a esibirsi da solo in quello stadio dove si sono esibiti di Rolling Stones, Madonna, i Metallica, Bruce Sprignsteen, gli U2.. “African giant” – titolo anche del suo album di successo del 2019 – attira folle immense, così come altri artisti del calibro di Wizkid, Ayra Starr e Rema, il cui successo “Calm Down”, remixato con la pop star americana Selena Gomez, ha superato il miliardo di visualizzazioni su YouTube”, scriveva Le Monde.

“L’impatto in termini di influenza è enorme”, ha affermato Yoel Kenan, fondatore e CEO di Africori, società di distribuzione musicale con sedi a Johannesburg, Londra e Lagos, che supporta quasi 7.000 artisti africani. “Quindici anni fa, la Nigeria era vista come un paese di criminali”, dice alla testata francese.

Enorme è oggi l’influenza culturale della musica africana, dell’Afrobeats, che però attraversa una nuova fase: c’è chi parla di crisi e chi di ridefinizione, con spazio crescente per una nuova ondata creativa. Come quella dell’Alté, musica, moda e cultura urbana.

“L’alté non era mai riuscito a competere con il mainstream, allora in piena espansione. Ma una nuova ondata di artisti underground potrebbe assicurarsi un’ampia accettazione che l’alté non ha mai avuto … Un segnale di questo cambiamento è dato dal fatto che Homecoming, un festival annuale di Lagos (in Nigeria)…. quest’anno ha avuto … una lineup dominata in modo schiacciante da artisti underground”, racconta The Guardian in un articolo sulla parabola dell’Afrobeats, capace di riempire stadi ma che, come tutta l’industria culturale africana, ha ancora bisogno di strutture economiche solide: norme sul copyright, infrastrutture e politiche pubbliche.

Eppure è già soft power. Musica, moda, cinema, arte contemporanea e piattaforme digitali sono ormai strumenti geopolitici. La sfida è trasformarli in una vera industria economica.

“Per decenni, l’influenza dell’Africa sulla scena globale è stata inquadrata principalmente attraverso le sue materie prime, la sua demografia e il suo potenziale di sviluppo. Eppure, una delle risorse più potenti – e in più rapida crescita – del continente è stata spesso sottovalutata: la sua economia creativa. Oggi, la musica, il cinema, la moda, il design, i contenuti digitali e la proprietà intellettuale culturale africani stanno plasmando gusti, dibattiti e identità globali. Non si tratta semplicemente di espressione culturale; è soft power con un reale peso economico e geopolitico”, scrive Alex Davidson, responsabile Mercati Globali Clienti Sudafricani presso Standard Bank Corporate & Investment Bank, su Time. Cultura che stimola flussi, dà valore al marchio Africa, attrae commercio, investimenti, gioca un ruolo nelle relazioni diplomatiche, spiega Davidson.

Che aggiunge: “Il soft power creativo dell’Africa si fonda su punti di forza strutturali che poche regioni possono replicare. Il continente è giovane, nativo digitale e connesso a livello globale. I suoi creatori attingono a un profondo patrimonio culturale, interagendo al contempo con piattaforme e pubblico moderni. Le sue reti di diaspora amplificano le storie africane nei mercati globali, fungendo da ponti culturali e acceleratori commerciali. L’autenticità è il vantaggio competitivo dell’Africa. In un mondo sempre più avido di narrazioni originali e prospettive diverse, la voce creativa africana risuona perché è radicata, sicura di sé e in continua evoluzione”.

Davidson cita Fela Kuti: “La musica è l’arma del futuro”.

La musica, però, non è l’unica industria a raccontare l’Africa e a darle potere. C’è anche il cinema, ci sono l’arte contemporanea, così come la moda, come quella che da quindici anni sfila sulle passerelle della Lagos Fashion Week, che, come scrive Vogue, “continua a plasmare il futuro della moda africana”. Lagos diventa così centro culturale globale e piattaforma internazionale per la creatività africana.

La cultura africana non è più esotismo: è ormai parte integrante della cultura globale, potenziale economico e influenza geopolitica.

Non si tratta più soltanto di ottenere visibilità, ma di trasformare questo potenziale in potere economico.

Di questa potenza africana continueremo a raccontarvi nei prossimi notiziari, seguendo per voi la scena artistica e culturale, la moda, la musica, la letteratura, il cinema.

E con questo concludiamo, oggi, e vi diamo appuntamento alla prossima settimana: lunedì con le notizie dal mondo, martedì con il notiziario in genere, gli aggiornamenti dai troppi fronti di guerra, e poi venerdì con una nuova puntata in cui continueremo a raccontarvi un’altra Africa.

Grazie per essere stati con noi.

Foto di copertina: Desola Lanre-Ologun su Unsplash

Musica: King David – Ponds 5

 

Ti potrebbe interessare anche:

E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici

.

 

 

 

 

 


Opinioni dei Lettori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi con * sono obbligatori



Continua a leggere

[There are no radio stations in the database]