2 giugno 2026 – Notiziario in genere

Scritto da in data Giugno 2, 2026

Da 50 anni, le donne sono sovrarappresentate tra le vittime di Ebola: UN Women teme che l’attuale epidemia segua lo stesso schema.

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Ebola e le donne

A portrait of Ebola survivors Mariatu Munu 45-year old mom, holds her daughter, Adam Fofanah 12-years old on March 12, 2015 in Freetown Sierra Leone. Unimaginably 13 of 14 family members were infected with Ebola, 10 died, 7 of those were children. Photo © Dominic Chavez/World Bank

“La storia ci ha ripetutamente dimostrato che le donne hanno maggiori probabilità di morire rispetto agli uomini durante un’epidemia di Ebola”.

A dirlo è la responsabile dell’azione umanitaria di UN Women, Sofia Calltorp, al Palazzo delle Nazioni Unite a Ginevra.

“Questo non perché la malattia sia più letale per le donne una volta infette, ma perché le donne hanno maggiori probabilità di essere infettate”, spiega.

Durante l’epidemia di Ebola del 2018-2019 nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) donne e ragazze rappresentavano circa due terzi dei casi segnalati.

E in Liberia nel 2014, dove, in alcune comunità, le donne rappresentavano fino a tre quarti dei decessi per Ebola.

50 anni fa nella RDC le donne rappresentavano il 56% delle vittime.

“E certamente vedremo lo stesso schema nell’attuale epidemia nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda, che si verifica mentre la RDC sta già affrontando una grave crisi umanitaria e un’enorme pressione sui servizi sanitari”, prosegue Calltorp.

La trasmissione dell’Ebola segue le realtà sociali

Perché?

La trasmissione dell’Ebola segue le realtà sociali.

Il virus si diffonde attraverso l’assistenza, il lavoro domestico, il lavoro sanitario in prima linea e le pratiche funerarie.

Perché quando le persone sono malate, sono le donne a prendersi cura di loro.

Le donne sono le madri, le zie e le sorelle che si prendono cura dei bambini.

Sono le figlie che si prendono cura delle persone anziane.

Le infermiere e le addette alle pulizie nei reparti ospedalieri e le assistenti al parto.

E si tratta sempre di donne in prima linea nella cura dopo la morte, preparando i corpi per la sepoltura.

Queste responsabilità si inseriscono nella divisione del lavoro all’interno delle case e delle comunità e mettono le donne a stretto contatto fisico durante le fasi infettive della malattia.

Le donne in gravidanza corrono rischi aggiuntivi perché hanno contatti più frequenti con i servizi sanitari.

Le segnalazioni storiche indicano che, quando le donne contraggono l’Ebola durante la gravidanza, si registra un aumento della mortalità e della morbilità, e un tasso di esiti avversi della gravidanza prossimo al 100%.

“Sappiamo inoltre, da precedenti emergenze sanitarie, che quando le comunità vengono messe in quarantena, donne e ragazze corrono maggiori rischi di violenza di genere”, dice ancora Calltorp.

L’appello

A portrait of an Ebola survivor, Alpha Kamara a 30-year old from Freetown, Sierra Leone on March 12, 2015. The families behind him are being held in quarantine because they are living in the same building as he did when he was started showing signs of Ebola. Photo © Dominic Chavez/World Bank

I tagli ai finanziamenti umanitari stanno indebolendo i sistemi sanitari e di protezione in prima linea.

UN Women chiede finanziamenti sostenuti e flessibili per le organizzazioni guidate da donne.

Questo affinché possano continuare il loro lavoro salvavita di protezione delle comunità, contrasto alla disinformazione e sostegno a pratiche di cura sicure.

“Chiediamo inoltre un maggiore sostegno finanziario ai programmi di assistenza sanitaria primaria che soddisfino le esigenze di donne e ragazze”.

Inclusa la garanzia dell’accesso ai dispositivi di protezione individuale per le donne e ai materiali di prevenzione.

E poi la formazione in attività di sensibilizzazione e prevenzione dell’Ebola a livello comunitario.

“Si tratta di investimenti cruciali per la diagnosi precoce, la cura sicura e la resilienza delle comunità”.

Le donne devono avere l’opportunità di partecipare in modo significativo al processo decisionale e all’attuazione della risposta.

I dati disaggregati per sesso, età e disabilità sono essenziali per adattare al meglio questi interventi.

UN Women è presente sul campo nei paesi colpiti dall’Ebola.

Lavora a fianco dei governi, del sistema delle Nazioni Unite e delle organizzazioni femminili per “garantire che le donne siano coinvolte nei processi decisionali relativi alle attività di prevenzione e recupero”.

Repubblica Democratica del Congo

A young girl washes her hands in an Ebola prevention checkpoint supported by UK aid at a Ugandan border crossing point with the Democratic Republic of the Congo, August 2019. DFID – UK Department for International Development

L’epidemia di Ebola che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo continua a destare preoccupazione tra le autorità sanitarie internazionali.

Durante una visita a Bunia, città considerata il principale focolaio dell’emergenza, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha incontrato rappresentanti istituzionali, personale medico e leader delle comunità locali per valutare l’evoluzione della situazione sul campo.

Nel corso degli incontri, Tedros ha evidenziato come il coinvolgimento delle popolazioni locali sia un elemento decisivo per interrompere la trasmissione del virus.

In particolare, ha sottolineato l’importanza di pratiche funerarie sicure e del rafforzamento del rapporto di fiducia tra cittadini e operatori sanitari.

Il ceppo Bundibugyo

Social Mobilization Being Applied to Curb Ebola in Sierra Leone
As part of the Western Area Surge Operation in Sierra Leone to curb the Ebola virus disease outbreak in the country, social mobilization teams are deployed to promote health and to facilitate community acceptance of new surveillance, clinical care and burial procedures in Freetown.
Community members attend a briefing by a social mobilization team in Lester Road, Freetown. UN Photo/Martine Perret. 22 December 2014. Freetown, Sierra Leone

L’attuale emergenza è causata dal virus Ebola di tipo Bundibugyo, una variante relativamente rara che presenta caratteristiche differenti rispetto ai ceppi più noti.

Sebbene sia considerata meno contagiosa e abbia una minore probabilità di provocare una diffusione globale, la conoscenza scientifica su questo virus resta limitata.

Uno degli aspetti più critici riguarda l’assenza di vaccini specifici e di trattamenti autorizzati.

Anche gli strumenti diagnostici disponibili non sempre sono in grado di identificarlo con precisione, complicando le attività di sorveglianza e favorendo una circolazione silenziosa del virus nelle fasi iniziali dell’epidemia.

Secondo i dati diffusi dall’ufficio regionale africano dell’Oms, l’epidemia ha già registrato centinaia di casi sospetti e numerosi decessi.

La diffusione ha superato i confini della provincia dell’Ituri raggiungendo anche le regioni del Nord Kivu e del Sud Kivu.

Il virus potrebbe aver circolato per settimane

The fight against Ebola in West Africa. EU Civil Protection and Humanitarian Aid | Flickr

Gli specialisti e le specialiste ritengono che il contagio possa essere iniziato molto prima della dichiarazione ufficiale dell’epidemia.

Michele Barry, direttrice del Centro per l’Innovazione nella Salute Globale dell’Università di Stanford, evidenzia che il virus potrebbe aver colpito la popolazione locale diverse settimane prima di essere riconosciuto dalle autorità sanitarie.

Secondo l’esperta, una trasmissione su vasta scala appare improbabile a causa delle modalità con cui il virus si diffonde.

Tuttavia, una risposta internazionale rapida e coordinata rimane essenziale per sostenere la Repubblica Democratica del Congo e i Paesi confinanti nel contenimento dell’emergenza.

Come si trasmette

La trasmissione avviene attraverso il contatto diretto con fluidi corporei infetti, in particolare quando questi entrano in contatto con ferite aperte o con le mucose.

Proprio questa modalità di diffusione riduce significativamente il rischio di una pandemia globale.

Nonostante ciò, gli esperti e le esperte avvertono che le conseguenze sanitarie e sociali per le comunità interessate potrebbero essere molto gravi.

Soprattutto nelle aree caratterizzate da sistemi sanitari fragili e da difficoltà logistiche.

Sintomi e difficoltà diagnostiche

Two women walk in front of a billboard, which says “Ebola must go. Stopping Ebola is Everybody’s Business” in Monrovia, Liberia. 15 January 2015
Photo: UNMIL/Emmanuel Tobey

Tra i sintomi iniziali più frequenti figurano febbre, forte debolezza, mal di testa e diarrea non emorragica.

Segnali clinici, comuni a molte altre malattie infettive presenti nella regione, che rendono spesso difficile una diagnosi tempestiva.

Attualmente sono conosciute sei specie di virus associate all’Ebola, ma solo tre hanno provocato le grandi epidemie osservate negli ultimi decenni: il ceppo Zaire, il ceppo Sudan e il Bundibugyo.

Quest’ultimo, prima dell’attuale emergenza, era stato responsabile soltanto di due focolai documentati.

Nessun vaccino per questo ceppo

I 2014, fire måneder efter det første tilfælde af ebola i Guinea Conacry, var mere end 1200 personer døde på tværs af tre vestafrikanske lande, og forebyggelsen mod yderligere smitte var intensiveret. Ebolaudbrud i Vestafrika, 2014. Af ©EC/ECHO/Jean-Louis Mosser.

Le strategie terapeutiche sviluppate negli ultimi anni contro l’Ebola si sono concentrate principalmente sul ceppo Zaire, responsabile delle epidemie più devastanti.

Per il Bundibugyo, invece, non esistono vaccini approvati né trattamenti specifici validati attraverso sperimentazioni cliniche.

Questo rappresenta una delle principali sfide per le autorità sanitarie, impegnate nel contenimento dell’epidemia attraverso il monitoraggio dei casi, il tracciamento dei contatti e l’assistenza ai pazienti.

Mortalità inferiore ma sfide enormi

Le epidemie precedenti causate dal virus Bundibugyo hanno un tasso di mortalità generalmente compreso tra il 30% e il 50%, inferiore rispetto a quello associato al più aggressivo ceppo Ebola-Zaire.

Ma il controllo dell’infezione nella Repubblica Democratica del Congo rimane particolarmente complesso.

Le aree interessate sono spesso segnate da instabilità e conflitti, fattori che indeboliscono le strutture sanitarie e rendono più difficile identificare e monitorare le persone entrate in contatto con i soggetti infetti.

Oms, autorità locali e organizzazioni partner stanno intensificando gli sforzi per rafforzare la sorveglianza epidemiologica, migliorare la capacità diagnostica e limitare ulteriormente la diffusione del virus.

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